Capolavoro! Il podcast

Gauguin, viaggio al termine della notte


Listen Later

Per tutta la vita il pittore tentò di sfuggire ai suoi demoni. Non ci riuscì. Ma diventò un grande artista Se qualcuno vi dicesse di prendere un mappamondo e puntare il dito sulle isole Marchesi, voi ci riuscireste al primo colpo? Non è facile: è un piccolo arcipelago che si trova nel punto più settentrionale del territorio d’oltremare della Polinesia Francese. In poche parole: un paradiso perduto, lontanissimo. E allora ci si chiede: perché un giovane uomo d’affari della seconda metà dell’Ottocento, intraprendente, con moglie ricca e cinque figli, sceglie di mettersi in viaggio per mare e dopo tante peregrinazioni finisce i suoi giorni in una delle isole più sperdute del Pacifico, Hiva Oa? 

È quello che fece Paul Gauguin, tra i più importanti artisti moderni, nato a Parigi nel 1848 e morto proprio qui, tra palme e agrumi rari. A Roma, al Museo Storico della Fanteria, la mostra «Gauguin – Il diario di Noa Noa e altre avventure» (fino al 25 gennaio) prende spunto proprio dalle opere nate nei lunghi anni trascorsi dal pittore nelle isole polinesiane, dove trovò finalmente la pittura ma, insieme a questa, incontrò anche la sua fine. Gauguin è complesso. I paradisi esotici che ha rappresentato hanno poco di idilliaco: sotto i gialli intensi, i blu brillanti e le sfumature accese, si nascondeva un esercito di demoni che lo hanno tormentato per tutta la vita, spingendolo ad una continua fuga. Il padre morì che Paul aveva tre anni, mentre la famiglia si stava trasferendo in Perù. Torneranno a Parigi. 

Gli studi regolari, l’impiego nell’agenzia di cambio Bertin, il successo negli affari, il matrimonio nel 1873 con la ricca danese Mette, cinque figli. Tutto sembrava andare per il meglio per il giovane Gauguin. Ma c’era qualcosa che gli cresceva dentro, bellissima e inesorabile: l’ossessione per la pittura. Prese parte ad alcune mostre, si avvicinò agli impressionisti. Poi, nel 1882, la svolta. Crollo della borsa di Parigi, crisi economica, il licenziamento. Paul prova a rimettere insieme i pezzi di una vita borghese vendendo le sue tele, ma la sua carriera non decolla: troppo cupo, troppo convenzionale, qualcosa inceppa il suo volo. Allora, finalmente, comprende: per diventare un artista deve rinunciare a tutto, famiglia compresa. Lascia moglie e figli in Danimarca ed entra in un territorio sconosciuto: è consapevole che dovrà vivere di elemosine, ma nel diario annota: «Finalmente dipingo tutti i giorni». 

Va in Bretagna, fonda una comunità di artisti. Non basta, manca qualcosa, deve affrontare i demoni. La gente lo prende in giro, gli consiglia di mettere la testa a posto. Ma c’è un uomo che lo capisce: si chiama Vincent Van Gogh e nel 1888 lo invita ad Arles, dove vuole raccogliere una comune di pittori. È specchiandosi in Van Gogh che Gauguin coglie la natura dei propri tormenti: l’arte non è mero riconoscimento, non è popolarità o denaro. Ora sa quello che deve fare: prendere il largo. Ha deciso: Tahiti. Ad un amico che gli sconsiglia di farlo scrive: «Credo che la mia arte non sia che un germoglio, e spero di poterla coltivare laggiù per me stesso allo stato primitivo e selvaggio. Per far questo mi occorre la calma: che me ne importa della gloria!». 

Si può dire che Paul Gaguin nasce qui. Prima Papeete, poi Mataiea quindi Paunaania. È qui che realizza «Donna con un fiore», «La Orana Maria» e il suo capolavoro, «Manao tupapau», una ragazza, poco più di una bambina, distesa sul letto, come in Olympia di Manet. Non è un erotismo felice: c’è un fondo oscuro in queste giovanissime donne che lui possiede e sfrutta fino a quando queste cominciano a rifiutarlo perché malato e stanco. E le sue premonizioni interiori si avverano: arriva il successo, ma la sua vita inizia una discesa inesorabile. L’indigenza, i rapporti sessuali - anche promiscui - con minorenni, le malattie, la stanchezza. Tenta il suicidio, ma si salva. 

Prova a rientrare a Parigi, ma non ce la fa. Così decide di imbarcarsi per il posto più lontano, le Isole MARCHESI, dove della civiltà occidentale non arriva neanche un refolo. Dove è finalmente solo, peccatore, quasi folle nei suoi gialli e nei suoi blu mare. La mattina dell’8 maggio 1903 muore nel suo letto. Viene sepolto nel cimitero di Atuona, dove - molti decenni dopo - verrà raggiunto da un altro artista. Uno che cantava Alors sans avoir rien Que la force d’aimer Nous aurons dans nos mains Amis le monde entier. Allora senza avere niente Che la forza di amare Avremo nelle nostre mani Amici il mondo intero. Quel poeta si chiamava Jacques Brel.
[email protected]
...more
View all episodesView all episodes
Download on the App Store

Capolavoro! Il podcastBy Corriere della Sera