Scenari geopolitici

Gaza. Dalla guerra alla pace


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Le ostilità israelo-palestinesi ci riguardano da vicino perché Israele e la Striscia di Gaza si affacciano sul Mare Nostrum e le conseguenze di quello che succede nel Medio Oriente - anzi nel Vicino Oriente come l’ha definito Marco Minniti, il Presidente della Med-Or Italian Foundation – si irradiano direttamente sulle nostre coste. Ma la guerra israelo-palestinese non è scoppiata il 7 ottobre 2023, questa data rappresenta solo l’apice di una piramide di odio e violenze costruita nel tempo. Nel 1948 quando terminò il mandato britannico nacque lo Stato di Israele, l’unica democrazia della regione alleata degli Stati Uniti, un avamposto geostrategico dal quale “controllare” il Medio Oriente. Accanto allo Stato ebraico, però, non venne costituito lo Stato di Palestina. Ed è stato questo l’intoppo geopolitico. Le ostilità tra israeliani e palestinesi succedutesi nel tempo, affondano le radici proprio in quella omissione. In realtà, nei decenni successivi varie Risoluzioni dell’Onu tentarono di porre rimedio alla questione, come la 181 del 1947, o la 242 del 1967. Quest’ultima, per esempio,seguiva il filo del principio “due popoli due Stati” e prevedeva “sovranità, integrità e indipendenza per tutti”, ma tali Risoluzioni non vennero implementate. I due popoli non si riconoscevano e, del resto, come avrebbero fatto a convivere l’uno accanto all’altro se l’uno desiderava la distruzione dell’altro? Le fazioni estremiste sia israeliane che palestinesi, infatti, avrebbero avuto lo stesso obiettivo strategico: far diventare proprio, quel pezzo di terra che andava dal Mar Mediterraneo al fiume Giordano, espellendo l’altro popolo. E Washington se da una parte aveva in quella regione l’alleato Israele, dall’altra doveva fare i conti con un nemico come l’Iran il cui obiettivo strategico era di distruggere lo Stato ebraico. Quindi, per la Casa Bianca uno degli obiettivi geopolitici, visto che il Medio Oriente è stata sempre una polveriera pronta ad esplodere, era di stabilizzare la regione partendo dalla crisi israelo-palestinese attraverso dei tentativi di pacificazione. Nel 1993, così, il Presidente Clinton fu il patron degli Accordi di Oslo tra il palestinese Arafat e l’israeliano Rabin nei quali si sanciva ancora una volta il principio “due popoli due Stati”, ma l’accordo non si raggiunse. Lo stesso Clinton ci avrebbe provato di nuovo nel 2000 con gli accordi di Camp David tra Arafat e Barak e anche quella volta le intese fallirono. Intanto, nel 2007 Hamas vinse le elezioni nella Striscia di Gaza strappando il potere all’Autorità Nazionale Palestinese, l’entità politica moderata. Hamas faceva parte dell’asse della Resistenza anti-occidentale guidata dall’Iran, insieme agli Hezbollah in Libano, ad Assad in Siria, alle milizie jihadiste in Iraq, agli Houthi in Yemen tutti vassalli dell’Iran, bracci armati attraverso i quali poter raggiungere l’obiettivo geostrategico di distruggere Israele. Approfittando della distrazione delle potenze mondiali concentrati sulla guerra scoppiata nel frattempo in Ucraina, e della disattenzione di Israele investita da una forte crisi interna, Hamas fece esplodere, così, il 7 ottobre “pilotato” dal suo dante causa, l’Iran. L’obiettivo geopolitico dell’attacco era di far saltare gli Accordi di Abramo che Tel Aviv si stava accingendo a firmare con l’Arabia Saudita voluti da Trump sin dal suo primo mandato. Gli Stati Uniti, in effetti, con la dottrina dell’“America First” avevano deciso il disimpegno dai teatri di guerra mondiali e delegato ad Israele il controllo geopolitico della regione. Quindi, con la firma degli accordi di Abramo a partire dal 2020, le Monarchie del Golfo si stavano mettendo sotto l’ala protettrice militare di Israele in funzione anti-iraniana. L’attacco del 7 ottobre, invece, ha resettato tutto. Ma dopo due anni di atroce guerra, Trump a Sharm el-Sheikh è riescito a far accettare alle parti il Piano di pace in venti punti da implementare in due fasi. Ma qual è stato nel puzzle mediorientale quell’elemento che incastrato nella esatta posizione ha prodotto il cambiamento geopolitico che ha portato alla firma dell’accordo? Il tycoon che fino a quel momento aveva dato a Netanyahu mano libera a Gaza cambiò strategia dopo il bombardamento di Tel Aviv sul Qatar per eliminare la leadership di Hamas. Questo è stato il punto geopolitico di svolta della guerra. L’azione avventata di Tel Aviv, nel frattempo, aveva provocato dall’altra parte una mossa inaspettata: mondo arabo e mondo islamico, temendo per la loro sicurezza, si sono compattati con una dichiarazione d’intenti contro Israele. A quel punto, Trump, grande alleato del mondo arabo, tentò di salvare il salvabile attraverso una strategia vincente: l’emissione di un ordine esecutivo senza precedenti che definiva una eventuale futura aggressione al Qatar come un attacco agli stessi Stati Uniti, fornendogli un formidabile ombrello di sicurezza. Doha ha così accettato di proseguire la mediazione. Quindi, sono state utilizzate due leve strategiche per arrivare alla firma del piano Trump. Da una parte, il tycoon ha esercitato una forte pressione su Israele, e dall’altra il “terzetto” Egitto, Qatar e Turchia ha fatto lo stesso con Hamas. Gli americani e gli arabi dovranno intensificare la pressione sulle parti per far sì che la tregua regga perché, in questi giorni, è stata violata. Evitare la ripresa della guerra e passare alla fase due del Piano è fondamentale. La posta in gioco è altissima e Trump è deciso a ottenere la pacificazione e la stabilità in Medio Oriente. Arrivati a questo punto, è in gioco la sua credibilità e non può perdere la faccia. Cinzia Battista
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Scenari geopoliticiBy Il Mattino