I venti di guerra in Medio Oriente, e in particolare in Iran, spiravano da un po' di tempo, ma i colloqui di Ginevra della scorsa settimana avevano aperto un piccolo spiraglio diplomatico che ha fatto sperare il mondo in un accordo tra Stati Uniti e Iran, in un miracolo che poi non è arrivato. Il ritratto dei volti scuri degli inviati di Trump, Witkoff e Kushner, è stato l’emblema di un futuro scenario di guerra. La giustificazione dell’attacco – per gli americani e gli israeliani – va cercata nel rifiuto dell’Iran di rinunciare al nucleare, alla distruzione dell’arsenale dei missili balistici e al sostegno al terrorismo dei suoi bracci armati dell’area. Washington e Tel Aviv, quindi, hanno considerato che fosse il momento propizio di attaccare perché la Repubblica islamica era indebolita a causa della guerra dei 12 giorni di giugno scorso e della disfatta dei suoi proxy come Hamas in conseguenza del conflitto israelo-palestinese a Gaza. A differenza degli attacchi di giugno, però, quelli intrapresi il 28 febbraio non sono mirati solo ai siti nucleari; si capisce che la portata è diversa perché colpiscono il cuore del regime con lo scopo di farlo crollare anche se il Capo del PentagonoHegseth lo ha poi, con sorpresa, smentito. Netanyahu, infatti, ha dichiarato al popolo iraniano: “Non perdete questa occasione che si presenta solo una volta per generazioni scendete in piazza a milioni per rovesciare il regime del terrore, l’aiuto che stavate aspettando è arrivato”. E le affermazioni di Trump sono state dello stesso tenore: “Quando avremo finito, prendete il controllo del governo”. Ma per cercare di sbrogliare la matassa geopolitica mediorientale dobbiamo innanzitutto analizzare quali sono stati i motivi geostrategici che hanno spinto gli americani ad attaccare l’Iran. Le motivazioni sono molteplici e riguardano sia la politica interna americana che la politica estera. Riguardo al primo punto sappiamo bene che Trump nel suo Paese non naviga in buone acque e l’idea che di fronte a situazioni di estrema difficoltà interna i presidenti americani intraprendano operazioni militari non è nuova; emblematico, a questo proposito è stato l’attacco all’Iraq in tempi passati. Ora passiamo, invece, ai motivi geopolitici americani di politica estera: l’Iran è lo Stato canaglia del Medio Oriente, portatore di un’ideologia antioccidentale, e regista del 7 ottobre. Ha sempre finanziato il terrorismo dei suoi bracci armati come Hamas che poi a Gaza ha messo in pratica l’attacco a Israele. Il portavoce delle Forze israeliane il colonnello Shoshani ha dichiarato: “Si tratta di un’operazione contro il più grande sponsor mondiale del terrore”. E Trump gli ha fatto eco: “Il regime ha armato, addestrato e finanziato milizie terroristiche che hanno ricoperto la terra con sangue”. Ma in Medio Oriente, in realtà, si è generato un paradosso incredibile: nel momento in cui si stava riuscendo a spegnere l’incendio di Gaza e a parlare del suo futuro all’interno del controverso Board of Peace, è scoppiato il rogo dell’Iran con il rischio che venga travolto anche il percorso di pace a Gaza costruito, dopo due anni di guerra, con molta fatica. E quali conseguenze ha causato l’attacco? I Pasdaran hanno chiuso lo Stretto di Hormuz che è un corridoio commerciale vitale che collega il Golfo Persico con i mercati in Asia, Europa e Nord America definito “uno dei più importanti colli di bottiglia petroliferi al mondo”; da lì, in effetti, passa il 20% del petrolio e del gas mondiali. Tale situazione potrebbe far impennare il prezzo globale del petrolio, come sta succedendo in queste ore, con conseguente aumento dei prezzi dei prodotti che causerebbe inflazione. A questo si collegano altre variabili economiche come i mercati e le borse mondiali, al momento in forte calo il cui eventuale crollo causerebbe crisi e instabilità mondiali senza precedenti. Inoltre, fino al momento in cui registriamo, è stato chiuso anche lo spazio aereo del Medio Oriente, e gli aeroporti della regione, importanti scali intercontinentali, non sono più operativi. È tra le più gravi interruzioni nella storia del trasporto aereo mondiale. L’impatto geopolitico e geoeconomico del nuovo conflitto in Iran, quindi, va al di là dei confini regionali e riguarda da vicino anche noi. Ma quali saranno gli scenari che si potrebbero aprire all’interno del Paese? I vertici militari americani hanno spiegato chiaramente a Trump che l’Iran non è il Venezuela, che l’Iran è un Paese complesso, è un impero teocratico strutturato, e il potere militare ed economico dei Pasdaran è pervasivo all’interno dello Stato. L’uccisione di Khamenei, la Guida Suprema, è la fine di un’epoca, e il pericolo, in questa fase, è di una svolta ancora più autoritaria e radicale del regime, per quale motivo? Con la decapitazione dei vertici della Repubblica Islamica potrebbe prendere il potere proprio la parte peggiore del regime, cioè i Pasdaran che trasformerebbero la dittatura teocratica in dittatura militare. Un cambiamento era già in atto nel Paese all’interno del sistema: la componente clericale stava perdendo sempre più peso rispetto a cinquant’anni anni fa, a favore, proprio, della dimensione militare. Ma se all’interno dei Pasdaran ci fossero delle defezioni allora il regime potrebbe crollare. E chi prenderebbe il posto del vecchio establishment? Pahlavi, figlio dello Scià, in esilio all’estero, avrebbe l’appoggio dell’Occidente; dal 28 dicembre, da quando sono iniziate le proteste, ha rivolto vari appelli al popolo affinché si mobiliti per rovesciare il regime. Ma Pahlavi, in realtà, è una figura divisiva all’interno del Paese e non ha nessuna esperienza di governo. Però Trump ha assicurato che “ci sono alcuni buoni candidati per guidare l’Iran”. In effetti, lo stesso popolo iraniano è diviso: dopo l’attacco c’è un pezzo di Paese che gioisce e un altro pezzo disperato. Una parte vede l’attacco israelo-americano come un’opportunità di cambiamento e un’uscita dallo stallo economico, politico, culturale e sociale, invece, un’altra parte ha organizzato manifestazioni contro gli attacchi ed è scesa per le strade a piangere Khamenei. I leader sopravvissuti della Repubblica islamica e i Pasdaran, comunque, indeboliti dall’attacco potrebbero scendere a patti con Washington per sopravvivere, questo sarebbe lo scenario più favorevole per Trump. Oppure potrebbero cavalcare il nazionalismo persiano per consolidare il proprio potere e la Casa Bianca, in questo caso, rischierebbe di non portare a casa risultati. In realtà, lo scopo dell’attuale regime iraniano è di far “impantanare” il più possibile gli Stati Uniti in una guerra lunga, come già era successo per l’Iran e per l’Afghanistan, dalla quale sarebbe difficile uscirne a causa anche dell’apertura di possibili nuovi fronti di guerra come è accaduto in queste ore tra Israele e gli Hezbollah libanesi che sono scesi in campo per difendere Teheran. Il ventaglio degli scenari futuri è ampio e riguarda l’intera area. Le Monarchie del Golfo si sono schierati a fianco degli Usa e hanno affermato in una nota congiunta che si riservano il diritto di difendersi se attaccati, come è successo. Si sta profilando un nuovo assetto geopolitico e geoeconomico del Medio Oriente capace di colpire indirettamente Russia e Cina. L’Iran fornisce droni alla Russia per la guerra in Ucraina e vende petrolio alla Cina a basso prezzo a causa delle sanzioni. Senza gli Ayatollah, quindi, Mosca e Pechino si indebolirebbero e per questo i leader delle due potenze hanno rilasciato dichiarazioni a sostegno del loro alleato iraniano. Il rischio, comunque, di un allargamento del conflitto a tutti i Paesi del Golfo e oltre è sotto gli occhi di tutti. Percorrere la via diplomatica invece della guerra significa scegliere la vita piuttosto che la morte e Papa Leone XIV nell’Angelus di domenica scorsa ha ribadito la necessità di “fermare la spirale di violenza prima che diventi una voragine irreparabile”. Cinzia Battista