(Testo di riferimento: Matteo 23,1-39 - La Bibbia)
Il dado è tratto. Negli episodi precedenti abbiamo visto che le posizioni di Gesù e quelle della classe dirigente giudaica erano ormai inconciliabili. Stava accadendo con Gesù proprio ciò che era accaduto in passato con molti profeti che Dio aveva inviato ad Israele. In questo episodio 52 della serie sul vangelo di Matteo vedremo quindi le conclusioni che Gesù trasse parlando lì a Gerusalemme davanti alla folla presente.
Allora Gesù parlò alla folla e ai suoi discepoli, dicendo: «Gli scribi e i farisei siedono sulla cattedra di Mosè. Fate dunque e osservate tutte le cose che vi diranno, ma non fate secondo le loro opere; perché dicono e non fanno. Infatti, legano dei fardelli pesanti e li mettono sulle spalle della gente; ma loro non li vogliono muovere neppure con un dito. (Matteo 23,1-4)
Gesù condanna l'atteggiamento ipocrita di coloro che sedevano sulla cattedra di Mosè, coloro che si proponevano come insegnanti e guide di Israele! Erano infatti loro ad interpretare la legge per il popolo, a stabilire come dovesse essere applicata. Ma, come abbiamo visto, in parecchi casi Gesù non condivideva il loro modo di interpretare la legge perché spesso essi utilizzavano tali interpretazioni per giustificare comportamenti che Gesù non considerava conformi alla legge.
Gesù mise in guardia la folla dagli scribi perché essi non erano il riferimento spirituale che avrebbero dovuto essere per il resto del popolo. Come spesso accade a chi occupa un posto importante nelle gerarchie di potere, anche religioso, essi erano ipocriti. Questa è la parola che, come vedremo, Gesù utilizzò ripetutamente in questa sezione.
Il loro amore per la legge di Dio veniva infatti smentito dalla loro pratica. Essi imponevano al popolo uno standard di religiosità molto elevato, ma Gesù riteneva che essi stessi non fossero in grado di sostenere tale standard e, soprattutto , riteneva che essi non fossero mossi dalle giuste motivazioni. Leggiamo infatti:
Tutte le loro opere le fanno per essere osservati dagli uomini; infatti allargano le loro filatterie e allungano le frange dei mantelli; amano i primi posti nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe, i saluti nelle piazze ed essere chiamati dalla gente: "Rabbì!" (Matteo 23,5-7)
Essi amavano dare di sé un’impressione di elevata religiosità e amavano il riconoscimento degli altri. Amavano i complimenti, amavano ricevere trattamenti di particolare riguardo e sorpattutto amavano essere considerati dei maestri. Proprio su questo punto Gesù proseguì nel mettere in guardia coloro che lo stavano ascoltando:
Ma voi non vi fate chiamare "Rabbì"; perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. Non chiamate nessuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è il Padre vostro, quello che è nei cieli. Non vi fate chiamare guide, perché una sola è la vostra Guida, il Cristo; ma il maggiore tra di voi sia vostro servitore. Chiunque si innalzerà sarà abbassato e chiunque si abbasserà sarà innalzato. (Matteo 23,8-12)
Ci risiamo. Ancora una volta nel vangelo di Matteo Gesù invitò coloro che volevano davvero onorare Dio con il lor comportamento a non innalzarsi sugli altri ma a servire, ovvero a fare qualcosa per gli altri. Gesù sapeva che uno dei più grossi problemi degli esseri umani è proprio il loro desiderio di primeggiare, di ottenere il riconoscimento degli altri, di essere considerati dei maestri o dei padri spirituali. Non erano certamente solo i farisei ad amare queste cose. Pensiamo forse che oggi non abbiamo il medesimo problema? Non accade ancora oggi, anche tra i cristiani stessi,