
Sign up to save your podcasts
Or


“La storia è testimonianza del passato, luce di verità, vita della memoria, maestra di vita, annunciatrice dei tempi antichi.” Così scriveva Cicerone, e mai come oggi, nel quarantunesimo anniversario della tragedia dell’Heysel, queste parole assumono un significato profondo.
Il 29 maggio 1985 non morì soltanto una parte del calcio europeo. Morirono trentanove persone, trentadue delle quali italiane. Morirono sogni, passioni, famiglie. Morirono uomini, donne e ragazzi che avevano attraversato l’Europa per assistere a una partita che avrebbe dovuto essere una festa. Tra loro c’erano Andrea Casula e suo padre Giovanni Casula, partiti da Cagliari per vivere insieme un momento indimenticabile. Quel viaggio sarebbe diventato il loro ultimo viaggio.
Andrea avrebbe compiuto undici anni appena tre mesi dopo. Era un bambino come tanti, con gli occhi pieni di entusiasmo e il pallone sempre nei pensieri. Frequentava la Scuola Calcio Gigi Riva, tifava Cagliari, la squadra della sua città, ma nutriva anche una simpatia speciale per la Juventus.
Quando il padre gli regalò il biglietto per assistere alla finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool, il suo cuore si riempì di felicità. Per un bambino di dieci anni, vedere dal vivo una finale europea rappresentava qualcosa di straordinario. Era il premio per la fine dell’anno scolastico, un’avventura da condividere con il papà.
Giovanni Casula, quarantaquattro anni, dirigente della Cosmin, aveva deciso di regalare al figlio un ricordo che sarebbe dovuto durare tutta la vita.
Ma quella sera il calcio lasciò spazio all’orrore.
Lo stadio Heysel di Bruxelles, già allora giudicato inadeguato e pericolante, si trasformò in una trappola mortale. La violenza degli hooligans inglesi provocò il crollo di un settore gremito di tifosi. Il panico, la fuga disperata, le barriere che cedevano e la massa umana schiacciata contro il cemento diedero vita a una delle pagine più nere della storia dello sport.
Andrea e Giovanni furono travolti da quella follia. Morirono insieme. Morirono abbracciati.
Un’immagine che ancora oggi lacera il cuore e che racconta più di qualsiasi cronaca la dimensione umana di quella tragedia.
Come se non bastasse l’orrore della morte, il ritorno delle salme in Sardegna aggiunse ulteriore sofferenza ai familiari. La successiva perizia necroscopica effettuata a Cagliari rivelò infatti che i corpi non erano stati adeguatamente ricomposti dopo la prima autopsia eseguita in Belgio.
Un dettaglio doloroso e raccapricciante che contribuì a rendere ancora più devastante una ferita già impossibile da rimarginare.
Oggi Andrea e Giovanni Casula riposano fianco a fianco nel cimitero di San Michele, a Cagliari. Padre e figlio, uniti nella vita e nella morte.
Tra le trentanove vittime dell’Heysel, Andrea fu la più giovane. Un bambino che avrebbe dovuto continuare a giocare a calcio, crescere, studiare, innamorarsi, costruire il proprio futuro.
Invece il suo nome è diventato simbolo di una tragedia evitabile, figlia della violenza, dell’incuria e dell’incapacità di garantire sicurezza a chi aveva semplicemente acquistato un biglietto per assistere a una partita.
A quarantuno anni di distanza, mentre il dibattito calcistico è spesso monopolizzato da panchine, allenatori e mercato, il ricordo di Andrea Casula, di Giovanni Casula e delle altre vittime dell’Heysel dovrebbe occupare uno spazio speciale nella memoria collettiva.
Perché il calcio non può vivere soltanto di risultati e classifiche. Deve saper custodire anche le sue ferite.
E tra quelle ferite, poche sono profonde come quella lasciata da un padre e un figlio partiti per inseguire un sogno sportivo e mai più tornati a casa.
Finché i loro nomi saranno pronunciati, Andrea e Giovanni continueranno a vivere nella memoria di tutti noi. E il loro abbraccio, spezzato dalla violenza ma reso eterno dal ricordo, resterà uno dei simboli più commoventi della tragedia dell’Heysel.
The post Heysel, 29/5/1985. Andrea e Giovanni Casula: il dovere della memoria appeared first on Calcio Casteddu.
By “La storia è testimonianza del passato, luce di verità, vita della memoria, maestra di vita, annunciatrice dei tempi antichi.” Così scriveva Cicerone, e mai come oggi, nel quarantunesimo anniversario della tragedia dell’Heysel, queste parole assumono un significato profondo.
Il 29 maggio 1985 non morì soltanto una parte del calcio europeo. Morirono trentanove persone, trentadue delle quali italiane. Morirono sogni, passioni, famiglie. Morirono uomini, donne e ragazzi che avevano attraversato l’Europa per assistere a una partita che avrebbe dovuto essere una festa. Tra loro c’erano Andrea Casula e suo padre Giovanni Casula, partiti da Cagliari per vivere insieme un momento indimenticabile. Quel viaggio sarebbe diventato il loro ultimo viaggio.
Andrea avrebbe compiuto undici anni appena tre mesi dopo. Era un bambino come tanti, con gli occhi pieni di entusiasmo e il pallone sempre nei pensieri. Frequentava la Scuola Calcio Gigi Riva, tifava Cagliari, la squadra della sua città, ma nutriva anche una simpatia speciale per la Juventus.
Quando il padre gli regalò il biglietto per assistere alla finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool, il suo cuore si riempì di felicità. Per un bambino di dieci anni, vedere dal vivo una finale europea rappresentava qualcosa di straordinario. Era il premio per la fine dell’anno scolastico, un’avventura da condividere con il papà.
Giovanni Casula, quarantaquattro anni, dirigente della Cosmin, aveva deciso di regalare al figlio un ricordo che sarebbe dovuto durare tutta la vita.
Ma quella sera il calcio lasciò spazio all’orrore.
Lo stadio Heysel di Bruxelles, già allora giudicato inadeguato e pericolante, si trasformò in una trappola mortale. La violenza degli hooligans inglesi provocò il crollo di un settore gremito di tifosi. Il panico, la fuga disperata, le barriere che cedevano e la massa umana schiacciata contro il cemento diedero vita a una delle pagine più nere della storia dello sport.
Andrea e Giovanni furono travolti da quella follia. Morirono insieme. Morirono abbracciati.
Un’immagine che ancora oggi lacera il cuore e che racconta più di qualsiasi cronaca la dimensione umana di quella tragedia.
Come se non bastasse l’orrore della morte, il ritorno delle salme in Sardegna aggiunse ulteriore sofferenza ai familiari. La successiva perizia necroscopica effettuata a Cagliari rivelò infatti che i corpi non erano stati adeguatamente ricomposti dopo la prima autopsia eseguita in Belgio.
Un dettaglio doloroso e raccapricciante che contribuì a rendere ancora più devastante una ferita già impossibile da rimarginare.
Oggi Andrea e Giovanni Casula riposano fianco a fianco nel cimitero di San Michele, a Cagliari. Padre e figlio, uniti nella vita e nella morte.
Tra le trentanove vittime dell’Heysel, Andrea fu la più giovane. Un bambino che avrebbe dovuto continuare a giocare a calcio, crescere, studiare, innamorarsi, costruire il proprio futuro.
Invece il suo nome è diventato simbolo di una tragedia evitabile, figlia della violenza, dell’incuria e dell’incapacità di garantire sicurezza a chi aveva semplicemente acquistato un biglietto per assistere a una partita.
A quarantuno anni di distanza, mentre il dibattito calcistico è spesso monopolizzato da panchine, allenatori e mercato, il ricordo di Andrea Casula, di Giovanni Casula e delle altre vittime dell’Heysel dovrebbe occupare uno spazio speciale nella memoria collettiva.
Perché il calcio non può vivere soltanto di risultati e classifiche. Deve saper custodire anche le sue ferite.
E tra quelle ferite, poche sono profonde come quella lasciata da un padre e un figlio partiti per inseguire un sogno sportivo e mai più tornati a casa.
Finché i loro nomi saranno pronunciati, Andrea e Giovanni continueranno a vivere nella memoria di tutti noi. E il loro abbraccio, spezzato dalla violenza ma reso eterno dal ricordo, resterà uno dei simboli più commoventi della tragedia dell’Heysel.
The post Heysel, 29/5/1985. Andrea e Giovanni Casula: il dovere della memoria appeared first on Calcio Casteddu.