Ci sono allenatori che vincono, altri che costruiscono, altri ancora che restano sospesi nella memoria collettiva come vecchie fotografie ingiallite dal tempo. Luigi – per tutti Gigi – Radice appartiene a quest’ultima categoria: un uomo di calcio capace di lasciare impronte profonde sia sotto il cielo ventoso della Sardegna sia nella Torino operaia e passionale del pallone.
La sfida di domenica sera tra Cagliari e Torino riporta inevitabilmente alla memoria la figura del tecnico milanese, scomparso nel 2018, che tra gli anni ’70 e i ’90 sedette sulle panchine di entrambe le squadre con stili, obiettivi e atmosfere differenti, ovviamente pure con risultati diversi.
Il Torino dello Scudetto e il calcio del coraggio
Quando si parla di Gigi Radice, il pensiero corre immediatamente al leggendario Torino campione d’Italia 1975-76. Fu un’impresa romantica e popolare, quasi cinematografica. In una città ancora attraversata dall’ombra eterna del Grande Torino, Radice riuscì a riportare il tricolore sulla maglia granata dopo ben ventisette anni.
Il suo calcio era moderno, aggressivo, collettivo. Amava il pressing e il movimento continuo, concetti oggi ordinari ma allora quasi rivoluzionari nel panorama italiano. Quel Torino correva come un’orchestra lanciata in una tempesta industriale: Pulici, Claudio Sala, Graziani e Zaccarelli divennero simboli di una squadra che parlava la lingua della fatica e della fantasia.
Radice non era soltanto un allenatore. Era un interprete dell’anima granata. Con il suo carattere diretto e umano, riuscì a creare un legame fortissimo con la tifoseria torinese, ancora oggi attraversata da una nostalgia tenera e feroce quando il suo nome viene pronunciato.
Ma prima, a Cagliari…
A Torino, l’ex difensore del Milan e della Nazionale arrivò dopo una brillante impresa colta nei mesi precedenti a Cagliari. Era subentrato a Chiappella: dopo 9 giornate di campionato, i sardi si ritrovarono penultimi in classifica. Dopo la sconfitta con la Roma, il mitico Beppone venne esonerato. Con Radice i rossoblù ripresero gradualmente quota, centrando la salvezza in maniera tutto sommato tranquilla con un 10° posto conclusivo e grazie ai 10 gol di Bobo Gori, bomber al posto di Riva spesso assente per infortunio. Una bella cartolina dalla Sardegna, dunque, che consentì al tecnico di Cesano Maderno di guadagnarsi la chance Toro. Alla guida dei granata sarebbe rimasto fino al 1980 e poi di nuovo nel periodo 1984-88. Un uomo profondamente segnato dal tragico incidente stradale in cui, nel 1979, era rimasto ucciso l’amico Paolo Barison e che aveva visto lo stesso Radice lottare in gravi condizioni per un lungo periodo.
Il clamoroso addio con Cellino
Per lui ci fu l’opportunità di tornare a lavorare nell’Isola in un momento importante. Il Cagliari era reduce dall’ottimo 6° posto e dalla qualificazione UEFA: per rilevare Mazzone, il giovane presidente Massimo Cellino ingaggiò Radice. I due, semplicemente, non si presero mai. Tanto che l’allenatore lombardo resta tra quelli che hanno avuto in mano la gestione più breve in assoluto: solamente la partita d’esordio nel campionato 1993-94, contro l’Atalanta, persa 5-2.
“Ritengo questa volta di aver proprio sbagliato in pieno, soprattutto per non essermi documentato a sufficienza su Radice. Un errore di presunzione che mi è costato anche finanziariamente e che spero di non ripetere più se continuerò a fare il presidente di una squadra di calcio. Un errore di presunzione, ripeto, perché ero convinto di sapere tutto del calcio italiano, dopo solo un anno di esperienza alla guida di un club. Con questa decisione, comunque, ho voluto riportare in seno alla squadra quel clima di serenità che con Radice è mancato, in modo che il Cagliari non perda né prestigio né la possibilità di fare bella figura in Uefa“: così Cellino dichiarò alla stampa pochi giorni dopo, quando fu presentato Bruno Giorgi come successore di Radice. Tutta la vicenda meriterebbe un ricco approfondimento a parte.
Epilogo
Gigi Radice diede mandato al suo legale di difendere la propria professionalità e reputazione, per quella pagina scomoda. In seguito non sarebbe più tornato su una panchina di Serie A e Cagliari avrebbe rappresentato un’inattesa pietra tombale su un’ottima carriera trentennale e oltre mezzo secolo di calcio. Chiuse con Genoa e Monza, portando però i brianzoli alla promozione tra i cadetti nel 1997. Colpito dalla malattia di Alzheimer, è scomparso il 7 dicembre 2018, all’età di 83 anni.
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