di Andrea PincinIn un’epoca in cui le tensioni geopolitiche minacciano le catene di approvvigionamento globali, la capacità di garantire il sostentamento della popolazione si rivela un pilastro imprescindibile della difesa nazionale. Mentre potenze come Stati Uniti e Russia hanno già blindato il settore primario, l’Italia sconta una grave assenza di programmazione e dipende pericolosamente dai mercati internazionali. In questo colloquio con il generale Cosimato, Krisis analizza le vulnerabilità del nostro sistema nazionale: dalla dipendenza per i mangimi all’assenza di riserve per i civili.IN BREVEVulnerabilità logistica nazionale Dal confronto fra uno studioso di agricoltura e un esperto di difesa, emerge che l’Italia sconta l’assenza di una programmazione strategica coordinata. La dipendenza dai mercati esteri per beni essenziali espone il Paese a rischi critici.Fragilità della distribuzione Il sistema basato sulla grande distribuzione non garantisce scorte per i civili. In caso di crisi, l’assenza di riserve alimentari minaccia la stabilità sociale.Modello statunitense e russo Mentre Washington e Mosca blindano l’agricoltura come infrastruttura di sicurezza, l’Europa ha sacrificato la produzione in nome di un mercato globale instabile.Ritorno alla sovranità produttiva Il generale Cosimato invoca la strategia del «frigorifero pieno». È necessario valorizzare le risorse interne per contrastare le insidie della guerra ibrida.Sinergia tra reparti e campagne Difesa e agricoltura devono coordinarsi in un unico quadro d’azione. Il ripopolamento delle aree interne è un asset per la resilienza e il presidio del territorio.«Oltre il petrolio: lo stretto di Hormuz e i rischi dell’alimentazione globale». Così Forbes ha intitolato un editoriale subito dopo l’attacco israelo-statunitense all’Iran, indicando che «se il traffico commerciale per lo Stretto […] sarà chiuso, l’impatto si estenderà oltre il mercato energetico. Potrebbe impattare direttamente sulla produzione agricola globale». Motivo: dal Gnl prodotto nel Golfo Persico dipende una parte della produzione di fertilizzanti azotati, indispensabili per garantire le moderne rese del settore primario.Lo scorso dicembre il Ministro della Difesa Guido Crosetto aveva specificato che l’energia «è oggi non solo elemento economico ma fattore geopolitico e di sicurezza nazionale». Quanto alla sicurezza degli approvvigionamenti, il ministro aveva precisato che «non è più un tema astratto, ma una questione concreta che incide sulla competitività industriale, sulla stabilità dei mercati e sulla vita dei cittadini».Dello stesso avviso il generale Luciano Portolano, capo di Stato maggiore della Difesa. Durante l’audizione presso le Commissioni Difesa della Camera e del Senato del 9 dicembre 2025, ha evidenziato l’importanza di «uno sforzo diretto a garantire autonomia strategica, resilienza logistica, continuità delle forniture, condizioni indispensabili per […] ridurre la dipendenza da filiere estere in settori sensibili».Questa rinnovata attenzione per la tutela di settori e filiere vitali per l’autonomia nazionale è ritornata parte del dibattito specialistico e pubblico anche in Europa. E pensare che, negli ultimi 30 anni, il nostro continente aveva fatto del neoliberalismo, del mercantilismo e della globalizzazione i propri fari per politiche economiche ed estere, anche a costo di sacrificare interi comparti produttivi. Emblematico il caso del settore manifatturiero italiano, nel quale solamente «tra il 2007 e il 2022, il valore aggiunto reale […] è sceso dell’8,4%».L’interesse per le filiere considerate centrali per l’autonomia nazionale è generalmente indirizzato verso i settori ad alta intensità tecnologica, come semiconduttori, terre rare, intelligenza artificiale, chip ed energia, di cui l’Europa dispone in quantità molto limitata. Ma il problema riguarda anche gli Usa. Michael Bloomberg, fondatore e proprietario dell’omonima agenzia di stampa americana, ha commissionato un report specialistico intitolato «Vantaggio strategico: un progetto per le svolte nell’innovazione della difesa». Il rapporto lancia l’allarme: «Se l’America non detiene la leadership nella produzione di hardware ad alta tecnologia e non è in grado di dispiegarlo su vasta scala, non può essere leader nella deterrenza. La nostra dipendenza dalla manifattura estera rafforza le catene di approvvigionamento, la forza lavoro e le capacità tecnologiche dei nostri concorrenti».In questa corsa all’autonomia strategica, incentrata su nuove tecnologie e Intelligenza artificiale, in tanti sembrano essersi dimenticati alcuni preziosi insegnamenti della storia anche molto recente. «Ci sono solo nove pasti tra l’umanità e l’anarchia» ammonì nel 1906 il giornalista statunitense Alfred Henry Lewis. Il riferimento è chiaro: una forte indisponibilità, anche temporanea, di derrate agricole per l’alimentazione può trasfigurare il volto di una società, anche se ben organizzata, acculturata, moderna e digitalizzata.Interessante notare come questa affermazione sia nata nel contesto della Belle Époque europea o della Gilded Age statunitense, periodo storico dominato da una certa stabilità politica globale, una solida interconnessione e interdipendenza commerciale tra gli Stati, una forte innovazione tecnologica e una generale crescita economica. Ma la storia insegna che il settore primario non può mai essere messo in un angolo e ridotto a filiera marginale. Durante la Prima guerra mondiale, si stima che in Germania «circa 800 mila persone siano morte di fame […] tra il 1914 e il 1918». Non a caso, l’inverno 1916/1917, sotto il blocco navale inglese, divenne tristemente famoso come «l’inverno delle rape».In quest’ottica, è interessante analizzare come l’Italia stia affrontando oggi il legame tra settore primario e sicurezza strategica nazionale, confrontandolo con quello di Stati Uniti d’America e Federazione russa. In quest’ottica, Krisis propone un colloquio tra il generale Francesco Cosimato, che ha operato presso lo Stato Maggiore dell’Esercito e presso la Nato e il dottore forestale Andrea Pincin.Pincin: Generale, la guerra di Usa e Israele contro l’Iran mette a nudo il tema della interdipendenza delle filiere, non solamente energetiche. In questi ultimi mesi si è anche acceso un dibattito sulla nuova strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, presentata il 5 dicembre 2025 e definita «dottrina Donroe» o «corollario Trump alla dottrina Roosevelt». Esiste in Italia un simile strumento di programmazione strategica, che garantisca strumenti di tutela della sovranità sociale ed economica nazionale?Cosimato: No, in Italia non è presente uno strumento dottrinale coordinato di programmazione strategica. Questa mancanza dipende da due fattori fondamentali: l’ordinamento costituzionale della Repubblica e il contesto culturale e storico-politico italiano. Da un lato va rilevato che un sistema costituzionale come il nostro non è strutturato per la gestione di situazioni emergenziali, poiché difetta di un esecutivo forte, i cui poteri sono limitati da un lato dal Parlamento in qualità di organo legislativo, e dall’altro dalla Presidenza della Repubblica. In caso di emergenze il governo può elaborare i decreti-legge nell’ambito di un processo iterativo piuttosto opaco in contraddittorio con la Presidenza della Repubblica, configurando quindi una doppia forma di governance e quindi non rispondendo al principio militare dell’unità di comando. Di fronte alle emergenze derivanti dalle tensioni internazionali, l’Italia rimane imprigionata in procedure farraginose. È in corso una revisione di questa politica, ma ci vorrà molto tempo perché maturi. Dall’altro lato, in Italia manca una cultura programmatoria e dottrinale, che è invece presente nel mondo anglosassone, ambito nel quale la nomina di un responsabile pubblico è sempre accompagnata dall’esplicitazione di una visione. Al contrario, in Italia chi esprime una visione è visto come un corpo estraneo.Pincin: Ritiene che la definizione di una dottrina di sicurezza nazionale condivisa tra gli organi di governo, le strutture ministeriale e amministrative, le Forze armate e di pubblica sicurezza, il Parlamento e la Presidenza della Repubblica possa permettere di superare questa farraginosità nella gestione delle emergenze?Cosimato: Sì, ma il problema in questo caso è culturale. Lo si è visto ad esempio nell’ambito della frana di Niscemi. Di fronte a questa situazione emergenziale, c’è chi in Parlamento h
Voci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea Pincin
Krisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.
Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta Burba
Codice ISSN: 3035-2797