di Chris HedgesDalla vulnerabilità logistica ai costi sociali occulti, dal tramonto dell’impero al rischio deflattivo: il professor Wolff analizza come il blocco delle rotte commerciali nel Golfo Persico sta scardinando i mercati internazionali. Mentre la paralisi industriale e il caro energia gravano sulle famiglie, emerge la fragilità di un modello produttivo frammentato, che espone il pianeta a una contrazione finanziaria senza precedenti.Prima parte dell’intervista di Chris Hedges a Richard Wolff.IN BREVEMercati in apnea Secondo Wolff, la paralisi dello Stretto di Hormuz sta innescando uno choc sistemico globale. Il rincaro di energia e fertilizzanti trascina l’economia verso una depressione senza precedenti.Catene spezzate Il modello della massimizzazione del profitto ha creato filiere lunghe e fragili. La dipendenza logistica da snodi critici espone ora le corporation a paralisi operative fatali.Costi sociali Mentre le aziende hanno ignorato le esternalità negative, i cittadini ne pagano il conto. La perdita di posti di lavoro e il caro vita colpiscono duramente le fasce più deboli.Declino imperiale Gli investimenti vengono sottratti ai bisogni sociali per finanziare infrastrutture d’emergenza. Il tramonto dell’egemonia Usa emerge nella gestione politica delle riserve energetiche.Rischio deflattivo Oltre l’inflazione, il sistema teme una contrazione drastica dei consumi. Se il potere d’acquisto crolla, le imprese saranno costrette a tagli dei prezzi in uno scenario di crisi.Le ricadute economiche di due mesi di guerra in Iran stanno già paralizzando le economie di tutto il mondo. I prezzi dell’energia sono alle stelle. La carenza di benzina e il razionamento affliggono Paesi come il Vietnam, la Corea del Sud e la Thailandia. Dal momento in cui è iniziata la guerra in Iran, a febbraio, il Giappone ha dovuto attingere due volte alle proprie riserve strategiche. L’aumento del prezzo del gas di petrolio liquefatto ha fatto schizzare alle stelle i costi del gas da cucina, devastando le famiglie per esempio in India. Anche il prezzo dei fertilizzanti azotati prodotti nel Golfo sta aumentando a un ritmo allarmante, avendo come effetto forti rincari dei prezzi alimentari.Vi è una crescente carenza di elio, alluminio e nafta, con effetti devastanti per vari settori, tra cui l’industria dei microchip. Stabilimenti tessili in India e in Bangladesh hanno chiuso i battenti. Acciaierie in India e case automobilistiche in Giappone hanno tagliato la produzione. Decine di migliaia di lavoratori in tutto il mondo hanno già perso il posto di lavoro. Le compagnie aeree asiatiche, unitamente a quelle di Polonia, Germania e Irlanda, stanno riducendo i voli e aumentando i supplementi a causa del raddoppio del prezzo del carburante per aerei.Gli Emirati Arabi Uniti, uno dei paesi più ricchi al mondo, dotati di fondi sovrani che superano i 2.000 miliardi di dollari, hanno chiesto agli Stati Uniti un’ancora di salvezza finanziaria, in seguito al danneggiamento dei giacimenti di gas causato dai missili, oltre che all’interruzione della navigazione nello Stretto di Hormuz, secondo quanto riportato dal New York Times. Milioni di persone, in particolar modo in Asia e in Africa, rischiano di sprofondare in una povertà estrema a causa del conflitto, secondo quanto segnalato dal Programma di sviluppo delle Nazioni Unite.Gli Stati Uniti, in qualità di esportatori netti di petrolio e gas naturale, sono rimasti relativamente isolati dallo choc globale, sebbene i prezzi della benzina siano aumentati di un dollaro al gallone dal 28 febbraio. Tuttavia, la situazione non rimarrà tale qualora l’Iran non dovesse riaprire presto lo Stretto. Il prezzo medio del diesel negli Stati Uniti è già aumentato di quasi il 50 per cento, superando i 5,60 dollari al gallone. L’aumento dei prezzi del carburante, unito alle crescenti carenze e alle interruzioni nelle catene di approvvigionamento, inizierà a gravare pesantemente sull’economia statunitense, dal momento che tutto ciò che paghiamo – inclusi beni di consumo, prodotti alimentari e trasporti – subirà rincari.Non stiamo solo sfiorando una recessione globale, ma, se la chiusura dello Stretto non verrà risolta, rischiamo una depressione globale, con tutta la sofferenza e l’inevitabile instabilità socio-politica che le crisi finanziarie catastrofiche infliggono alle società. Oggi si unisce a me, per discutere le conseguenze economiche della guerra, il professor Richard Wolff, emerito di Economia presso la University of Massachusetts-Amherst e professore ospite presso il programma di specializzazione in affari internazionali della New School. Ha inoltre insegnato economia alla Yale University, alla City University di New York, alla University of Utah e all’Università di Parigi.Vorrei iniziare, Rick, esaminando un aspetto di cui non si è discusso diffusamente: le catene di approvvigionamento. Quanto sono fragili (stiamo già assistendo, ovviamente, al loro deterioramento), quant’è difficile ripristinarle e quali sono le conseguenze di un loro grave danneggiamento.«D’accordo, è un ottimo punto di partenza. Chris, mi consenta di dedicare un momento alla storia economica. In particolare a partire dagli anni Settanta, le grandi corporation capitalistiche (americane, ma anche dell’Europa occidentale, giapponesi e altre) hanno seguito la direttiva della massimizzazione del profitto – la religione del capitalismo, per farla breve – spostando la produzione a livello globale, che è passata dall’essere concentrata negli Stati Uniti, ad esempio, all’essere sparsa in tutto il mondo. Nel 1970, Detroit era il fulcro dell’industria automobilistica in questo Paese. E tutt’intorno a Detroit, c’erano letteralmente centinaia di piccole e medie imprese che alimentavano quel settore, nel raggio di 20-50 miglia dalla città. Tutto ciò è svanito e Detroit ne è la dimostrazione. Per dare un’idea delle conseguenze sociali, oggi la sua popolazione è di circa 700.000 persone. Nel 1970 sfiorava i 2 milioni di abitanti. Questa è la demografia, per così dire, di ciò che è accaduto a quell’industria. Ebbene, la produzione si è spostata all’estero. E la realtà è questa: se si va all’estero – in Cina per un certo tipo di attività, in India per un altro, in Brasile per un altro ancora – ciò che si va a creare sono lunghe catene di approvvigionamento. Non è una questione di tecnologia. Spesso è frutto di un malinteso credere che la tecnologia moderna lo richieda. No, non è così. Lo spostamento non riguarda la tecnologia moderna: le tecnologie installate in Cina non sono poi così diverse da quelle che venivano installate qui. La realtà era che il costo del lavoro in Cina era molto più basso, e la disperazione di quei Paesi nel voler attirare posti di lavoro ha fatto sì che offrissero profitti altissimi e le corporation americane hanno accettato l’offerta. Nessuno ha puntato loro una pistola alla testa. Niente è stato fatto sotto costrizione. Si è trattato di un normale investimento capitalistico, volto a ricercare profitti più elevati. Il risultato finale, che non hanno calcolato perché raramente lo fanno, è stato non tenere conto di tutte le conseguenze secondarie scaturite dalle lunghe catene di approvvigionamento. Esaminiamo tali conseguenze. Le corporation non hanno tenuto conto di quello che sto per dire. Per loro, la prospettiva di profitti più alti chiudeva la questione. Ecco alcune delle conseguenze: occorre percorrere lunghe distanze per riportare il prodotto finito dalla Cina, o dall’India, o dal Bangladesh o dovunque sia stato prodotto, negli Stati Uniti per la vendita. Questo significa diventare dipendenti dalle spedizioni, ovvero dall’industria navale. E significa essere dipendenti – per citare l’attualità – dallo Stretto di Hormuz, oltre che da Malacca, Panama, Suez. Ci sono molti di questi snodi, e oggi rivestono un’importanza che in passato non avevano. Secondo, quando si spediscono le merci su lunghe distanze, perlopiù via mare, si inquina l’oceano. Ciò andrà a intaccare i viaggi, la pesca, l’accesso all’acqua: tutta una serie di conseguenze secondarie che, naturalmente, avrebbero dovuto essere prese in considerazione. Terzo, sarai soggetto alle turbolenze politiche: se la tua rotta di navigazione passa di qui o di là, se hai bisogno di strutture di stoccaggio lungo il percorso (il che di solito è necessario per far fronte a imprevisti), devi disporre di postazioni favorevoli in cui svolgere tali operazioni. Inoltre, in qualsiasi momento chiunque può bloccarti. E se lo fanno, ti ritrovi improvvisamente paralizzato. Lo stiamo vedendo proprio ora […]. Noi, come società, abbiamo bisogno di sapere in cosa stiamo investendo, in termini di tutte le ricadute sociali ad esso connesse. O quantomeno per ciò che possiamo prevedere e misurare. Ma le aziende non lo fanno, perché non calcolano i costi che non sono tenute a coprire. Non sono responsabili dell’inquinamento delle acque; non sono responsabili delle turbolenze politiche che possono generare delle interruzioni. Di conseguenza, non devono tener conto di queste eventualità né devono accantonare fondi per gestire gli imprevisti. Niente di tutto questo: procedono con il loro investimento. Tutto ciò produce le conseguenze sociali che ho appena delineato. E noi – i cittadini, il governo, la società – veniamo lasciati a cercare di rimediare a ciò che non è stato previsto, mentre loro incassano profitti che derivano non dai benefici intrinseci dell’investimento, bensì dal fatto di non dover calcolare, e tanto meno coprire, i costi sociali coinvolti. Ora ci troviamo a convivere con questo sistema. La guerra tra l’Iran, gli Stati Uniti e Israele – a prescindere dall’opinione che se ne ha – rappresenta un’interruzione all’interno di una lunga catena di approvvigionamento. E ci stiamo facendo carico degli enormi costi sociali, che hai accuratamente elencato in parte all’inizio della trasmissione. Tutti quanti ci troveremo a lottare sul piano economico, politico e culturale: basti pensare che
Voci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea Pincin
Krisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.
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