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  • La fragile fortezza americana
    di Giacomo GabelliniSalari stagnanti, consumi sempre più dipendenti dalle fasce più ricche, debito privato ai massimi storici e riserve strategiche di petrolio ai minimi storici. Dietro la forza finanziaria e militare degli Stati Uniti si accumulano contraddizioni che l’instabilità energetica internazionale rischia di rendere esplosive.IN BREVESOS petrolio Le riserve strategiche di petrolio degli USA sono scese sotto i 300 milioni di barili, il minimo dal 1983. Al ritmo attuale di prelievo restano solo 41 giorni di autonomia senza cuscinetto energetico.Disuguaglianze da record Lo 0,00001% più ricco detiene il 12% del PIL. Inoltre, l’1% possiede il 50% della ricchezza azionaria, mentre oltre metà della popolazione ha solo l’1% dei titoli netti.Gap dei consumi I consumi generano il 68% del PIL americano, ma il 10% più ricco copre da solo il 49,2% della spesa totale. Il restante 80% della popolazione partecipa appena per il 37%.Esplosione debito privato Il debito delle famiglie sfiora i 18,8 trilioni di dollari. Con tassi medio-alti al 20%, i ritardi oltre i 90 giorni sulle carte di credito sono balzati dal 7,6% al 12,8%.Questo articolo costituisce la prima parte dell’analisi in tre puntate dedicata da Giacomo Gabellini ai principali nodi di vulnerabilità dell’economia globale.Quarantuno giorni: è il margine che separa gli Stati Uniti dall’esaurimento delle loro riserve di greggio, al ritmo attuale dei prelievi. È il livello più basso degli ultimi 50 anni. Le caverne saline in cui gli Stati Uniti stipano da decenni le proprie riserve strategiche di greggio si stanno svuotando a ritmi che non si vedevano dai primi anni Ottanta. Con la Strategic Petroleum Reserve scesa sotto la soglia dei 300 milioni di barili per la prima volta dal 1983, la prima potenza globale rischia di ritrovarsi senza paracadute energetico.L’interruzione prolungata dei flussi nello Stretto di Hormuz e le fiammate inflazionistiche globali stanno mettendo a nudo una vulnerabilità che per decenni era rimasta nascosta dietro la potenza finanziaria, militare ed energetica USA. Per capire come quella che era la più grande economia del pianeta sia giunta a questo punto, occorre ricomporre un mosaico geopolitico e finanziario in cui ogni tessera — da Washington a Tokyo, passando per i mercati del credito privato — rischia di far crollare l’intera costruzione.Salari & consumiIl rapporto sui risparmi emergenziali negli Stati Uniti pubblicato da Bankrate all’inizio di febbraio sulla base delle rilevazioni effettuate nel dicembre 2025 attesta che soltanto il 47% statunitensi disponeva di liquidità sufficiente per coprire una spesa imprevista di 1.000 dollari. Un dato allarmante, che scaturisce dal declino costante – spalmato su un periodo ormai pluridecennale – della quota di reddito nazionale destinata ai lavoratori, crollata al minimo storico (52,9%) nel secondo trimestre del 2026.Al declino tendenziale dei salari corrisponde un processo di concentrazione della ricchezza letteralmente senza precedenti nella storia degli Stati Uniti. Stando alle stime formulate dagli economisti Gabriel Zucman ed Emmanuel Saez, all’apice della Gilded Age, negli ultimi decenni del XIX secolo, il patrimonio netto riconducibile allo 0,00001% più ricco della popolazione ammontava al 3% circa del Pil statunitense. Allo stato attuale, le fortune facenti capo al medesimo, ristrettissimo nucleo di super-facoltosi risulta equivalente al 12% del Pil.Sebbene oltre la metà delle famiglie statunitensi detenga – direttamente o tramite fondi pensione – azioni e abbia quindi beneficiato dell’impennata record dei listini, il vantaggio reale che sono riusciti a trarne i segmenti medi e medio-bassi si è rivelato molto relativo. Secondo un’indagine condotta dalla Federal Reserve, l’1% più ricco della popolazione statunitense deteneva il 50% di tutte le azioni, per un valore di circa 27.600 miliardi di dollari al primo trimestre del 2026. Il 10% più ricco possedeva l’87% della ricchezza azionaria, pari a circa 48.000 miliardi di dollari. Il 50% più povero degli statunitensi, possedeva in termini netti soltanto l’1% delle azioni, per un controvalore di circa 590 miliardi di dollari.La crescente divaricazione dei redditi si riflette nelle statistiche afferenti ai consumi. Secondo Moody’s Analytics, la fascia che riunisce il 10% dei contribuenti statunitensi a più alto reddito (circa 28 milioni di persone) ha coperto nel secondo trimestre del 2025 la quota record del 49,2% di tutta la spesa dei consumatori, con un aumento del 6% rispetto al 2020 e del 13% rispetto al 1995.L’80% dei contribuenti a più basso reddito (circa 221 milioni di persone), di contro, rappresenta appena il 37% della spesa totale dei consumatori, con un crollo di 11 punti percentuali rispetto al 1995.Dal momento che i consumi costituiscono circa il 68% del Pil statunitense, ne deriva che il 10% più ricco della popolazione genera il 33% della crescita economica, prevalentemente sotto forma di acquisto di beni di lusso: yacht, aerei privati, alta moda…Macigno del debito privatoUn’altra conseguenza, parimenti significativa, del processo di polarizzazione socio-economica statunitense è l’alto livello di indebitamento delle famiglie, pari a 18,8 trilioni di dollari nel secondo trimestre del 2026. Dalla scomposizione del dato aggregato emerge che 13,1 trilioni riguardano i mutui immobiliari e 1,66 trilioni i debiti studenteschi. I debiti sulle carte di credito hanno raggiunto quota 1,26 trilioni, con un aumento di 21 miliardi su base trimestrale. Il record storico di 1,28 trilioni era stato raggiunto nel quarto trimestre del 2025.L’ammontare dei debiti sulle carte di credito rappresenta un indicatore particolarmente rilevante, sia perché misura la liquidità di cui le famiglie statunitensi necessitano per mantenere inalterati i propri livelli di consumo, sia in virtù delle sue insidiose implicazioni di medio periodo. Bankrate stima che il tasso medio di interesse sulle carte di credito oscilli stabilmente tra il 19,5 e il 20%. In presenza di penali, può raggiungere il 30%.La quota di saldi delle carte di credito che registrano oltre 90 giorni di ritardo nei pagamenti è aumentata dal 7,6% al 12,8% tra la metà del 2022 e l’inizio del 2026.«Molte famiglie vivono con uno stipendio a malapena sufficiente a coprire le spese. Basta un solo evento imprevisto per incorrere in un ritardo nei pagamenti» hanno sottolineato gli economisti della Federal Reserve di New York durante una recente conferenza stampa.Il pagamento delle imposte, dell’assicurazione sanitaria e del servizio del debito contratto con società di carte di credito e banche assorbe in altri termini tutto o quasi tutto il reddito di parte assai ragguardevole dei lavoratori statunitensi, spingendoli in misura crescente verso l’indebitamento. Di conseguenza, il debito tende a crescere più velocemente dell’economia, sottraendo risorse ai consumi e agli investimenti e accelerando così il processo di deindustrializzazione che l’amministrazione Trump ha ripetutamente dichiarato di voler bloccare o addirittura invertire.Declino delle riserve di petrolioLa situazione è destinata a peggiorare a causa dell’inevitabile, imminente incremento dell’inflazione, dovuto alle implicazioni nefaste dell’attacco israelo-statunitense contro l’Iran. Combinandosi all’attivismo degli Houthi nel Mar Rosso, la chiusura intermittente dello Stretto di Hormuz da parte degli iraniani ha originato una colossale strozzatura dal lato dell’offerta energetica foriera di pesanti fiammate inflazionistiche in tutto il mondo. Inclusi gli Stati Uniti, che sotto l’amministrazione Trump hanno cercato di mitigare la spinta al rialzo dei prezzi associando a una comunicazione strategica palesemente progettata per manipolare il mercato il rilascio costante di petrolio estratto dalle riserve strategiche, precipitate da 414,4 a 293,4 milioni di barili tra il 20 febbraio e il 14 agosto.Si tratta della soglia più bassa mai toccata dal 1983, e pericolosamente inferiore al limite operativo di 300 milioni di barili che garantisce la sicurezza delle caverne di sale in cui le riserve strategiche di greggio sono stoccate. Già allo stato attuale, ammoniscono gli specialisti, i continui prelievi hanno comportato una significativa diminuzione della pressione interna alle cavità, con conseguente indebolimento delle pareti saline e riduzione della capacità di pompaggio del sistema idraulico interno.L’esaurimento del «cuscinetto d’emergenza» costituito dalle

    Voci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea Pincin
    Krisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.
    Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta Burba
    Codice ISSN: 3035-2797
    10 min
  • Samarcanda, tra imperi e scienza lungo la Via della Seta
    di Jeffrey D. SachsDa Alessandro Magno ai Kushan, fino alle conquiste di Gengis Khan e all’ascesa di Tamerlano: a Samarcanda Jeffrey Sachs attraversa oltre 2000 anni di storia per raccontare una città che fu crocevia di imperi, popoli, commerci e culture. Passando per le madrase di Ulugh Beg, grande astronomo e promotore della conoscenza, il viaggio conduce poi al presente, tra la rinascita dei collegamenti tra Europa e Asia e le grandi sfide ambientali, dal destino del Mare d’Aral alla transizione energetica e allo sviluppo sostenibile.Quinta puntata del corso La Via della Seta raccontata da Jeffrey Sachs.IN BREVECrocevia imperiale Samarcanda e la Transoxiana custodiscono stratificazioni millenarie, dall’antica provincia persiana alle conquiste di Alessandro Magno fino all’era mongola.Scienza a Registan Tra le tre imponenti madrase della piazza spicca quella di Ulugh Beg, sovrano timuride e astronomo che calcolò l’orbita terrestre con rara precisione.Vie della Seta Il moderno Corridoio di mezzo rilancia il ruolo dell’Asia centrale come snodo strategico di commerci e connettività tra Europa e Asia.Disastro dell’Aral Lo sfruttamento intensivo dei fiumi Amu Darya e Syr Darya durante l’epoca sovietica ha causato il tragico prosciugamento del bacino.Svolta solare La regione affronta la transizione energetica sfruttando l’elevato irraggiamento desertico con grandi impianti fotovoltaici multilaterali.Benvenuti alla quinta lezione del Marco Polo Drive of Peace, Culture and Sustainable Development. Ci troviamo in uno dei luoghi più belli del mondo, in una delle piazze più straordinarie che si possano vedere: siamo nella piazza del Registan, nel cuore di Samarcanda, una città antica e storica. Siamo nel cuore dell’Asia centrale (…).Dal punto di vista degli antichi greci e romani, ci troviamo al di là del fiume Oxus. Per questo chiamavano questa regione Transoxiana, cioè «la terra al di là dell’Oxus». Transoxiana era il nome antico attribuito alla regione in cui ci troviamo in questo momento. È il nome che si incontra nelle fonti classiche greche e latine e che continuò a essere utilizzato durante il Medioevo.L’Oxus è l’odierno Amu Darya. La Transoxiana si estendeva fino al grande fiume successivo, il Syr Darya. L’Amu Darya e il Syr Darya scorrono entrambi verso Nord-Ovest: nascono nelle regioni montuose dell’Asia centrale e dell’Afghanistan e attraversano questa regione desertica dirigendosi verso il Mare d’Aral.L’antico nome del Syr Darya era Jaxartes. Dunque la regione compresa tra l’Oxus e lo Jaxartes è la regione che veniva chiamata Transoxiana. E quindi eccoci in Transoxiana, e non in un luogo qualsiasi della Transoxiana, ma proprio in questa spettacolare piazza.Secondo quanto ci dicono gli archeologi e gli storici, piazza Registan è stata per secoli un luogo attivo di commerci, scambi e manifestazioni pubbliche. Qui avvenivano anche esecuzioni pubbliche e qui venivano lette le proclamazioni dei re e degli emiri che governavano questa regione.Ma, come vedremo, era anche un luogo dedicato allo studio. Infatti, mentre mi trovo qui nel Registan, sono circondato da tre dei più magnifici luoghi di apprendimento: tre madrase, centri dell’istruzione islamica.La più antica è la grande madrasa di Ulugh Beg, che si trova alla mia destra e risale agli anni 1417-1420. Abbiamo quindi celebrato recentemente il seicentesimo anniversario di questa straordinaria madrasa. Un paio di secoli più tardi fu costruita un’altra magnifica madrasa, la Sher-Dor, che si trova alla mia sinistra. Fu realizzata nel XVII secolo, quando Samarcanda non era ormai più la capitale di un grande impero, ma rimaneva una delle principali città dell’Emirato di Bukhara.Dietro di me si trova la terza madrasa, la Tilya-Kori, anch’essa risalente al XVII secolo. Abbiamo quindi davanti a noi questo incredibile complesso formato dalle tre madrase del Registan. Nella Tilya-Kori si trova inoltre la grande moschea che serviva come moschea del venerdì della piazza del Registan: tre madrase e la moschea del venerdì.Tutto questo è riunito in un’architettura assolutamente spettacolare. Ciò che mi colpisce non è soltanto la bellezza dell’architettura, ma anche la sua storia e il suo significato: gli elementi persiani, gli elementi arabi e quelli turchi che rendono questa architettura così unica e che, allo stesso tempo, riflettono il fatto che nel luogo in cui ci troviamo – e, più in generale, in tutta la Transoxiana – abbiamo davanti a noi strati e strati di storia che risalgono a migliaia di anni fa.Vale la pena ricordare come tutti i grandi imperi siano arrivati fin qui, abbiano conquistato questa regione e poi si siano ritirati o siano stati a loro volta conquistati. Uno strato dopo l’altro, un impero dopo l’altro, si è combattuto per il controllo di questo prezioso spazio di oasi e della valle del fiume Zeravshan.E durante tutto questo tempo queste sono state città cosmopolite. Erano luoghi nei quali arrivavano persone dalla Cina, dall’Arabia, dalle popolazioni nomadi turche del Nord e, da Sud-Ovest, dall’odierno Iran e più in generale dalla grande regione persiana. Abbiamo quindi tutti questi diversi strati di civiltà magnificamente fusi insieme in questa piazza unica e nella straordinaria bellezza della sua architettura.Se torniamo indietro fin dove le testimonianze ci permettono di arrivare con una certa sicurezza, sappiamo che questa regione era abitata già migliaia di anni fa. Alcuni siti archeologici molto vicini lo dimostrano: esistevano già insediamenti e questa era già una regione commerciale.Era una regione abitata da un popolo chiamato sogdiani. I sogdiani parlavano il sogdiano, una lingua iranica orientale. Facevano quindi sostanzialmente parte dello spazio linguistico e culturale persiano-iranico. Tra il VI e il V secolo a.C., questa regione entrò a far parte del grande Impero persiano achemenide, l’impero di Ciro il Grande.Ciro il Grande svolge un ruolo importantissimo anche nella storia europea e biblica. Fu colui che liberò gli ebrei esiliati, che erano stati deportati a Babilonia. Quando Ciro conquistò Babilonia, permise agli ebrei di tornare nella loro terra e di ricostruire il Tempio di Gerusalemme.Lo conosciamo come Ciro il Grande perché guidò una straordinaria fioritura della civiltà, della politica e delle arti, e il suo dominio si estendeva verso Est fino a questa regione. Questa zona faceva dunque parte dell’Impero achemenide, nella sua espansione più orientale. E, cosa davvero notevole, ricordiamo che l’Impero achemenide fu poi conquistato nientemeno che da Alessandro Magno.Possiamo pensare ad Alessandro come a uno dei più illustri allievi di Aristotele – potremmo dire il suo allievo più celebre, anche se certamente non seguì tutti gli insegnamenti etici di Aristotele – ma conquistò davvero una parte enorme del mondo conosciuto. Voleva conquistare tutto il mondo. Alessandro arrivò in Transoxiana intorno al 330 a.C. e scoprì che combattere contro i sogdiani era estremamente difficile. Resistettero per diversi anni. I combattimenti tra i macedoni guidati da Alessandro Magno e i sogdiani furono durissimi.Alla fine, però, la questione si risolse non soltanto sul campo di battaglia, ma in un modo assai più piacevole: attraverso un matrimonio. Alessandro prese in moglie Rossane -Roxana —, il cui nome significa più o meno «stella splendente» nella lingua sogdiana. Sposò Rossane e, in seguito a questa unione, i nobili sogdiani prestarono fedeltà ad Alessandro.Naturalmente Alessandro sarebbe morto molto giovane, a soli 32 anni, pochi anni dopo il suo soggiorno in questa regione. Le sue truppe tornarono quindi verso Occidente, fino a Babilonia. Ma l’impero di Alessandro continuò a esercitare la propria influenza per secoli. Alla sua morte, i suoi generali combatterono per la successione. Uno di essi riuscì a imporsi su questa regione e fondò un impero che prese il nome da lui: l’Impero seleucide.Seleuco conquistò e governò questa regione, e il dominio seleucide lasciò qui un’impronta profonda. Mi ha fatto sorridere un episodio avvenuto quando siamo saliti sulla nostra automobile a Bukhara. Il nostro autista si presentò e io gli chiesi:«Come ti chiami?». E lui rispose: «Alex». Gli dissi: «Interessante. Qual è il tuo nome completo?» E lui rispose: Iskandar. Naturalmente, Iskandar è la forma orientale del nome Alessandro. È quindi un nome che continua a essere usato in questa regione da quando Alessandro arrivò qui, 23 secoli fa.I seleucidi governarono questa regione per un paio di secoli. All’Impero seleucide seguì poi il regno greco-battriano, la cui capitale si trovava nell’odierno Afghanistan, nella regione della Battriana. Fu una lunga fase di influenza greca, che lasciò tracce non soltanto nei nomi – come quello del nostro autista – ma anche in moltissimi aspetti culturali, artistici e architettonici.Dopo il periodo persiano e quello greco arrivò una fase legata all’India settentrionale, ed è una storia assolutamente affascinante. Nacque infatti un grande impero che si estendeva sull’India settentrionale, sull’odierno Pakistan, sull’odierno Afghanistan e fino alla Transoxiana. Era l’Impero Kushan.Una delle caratteristiche più importanti di questo impero, estremamente prospero e culturalmente sofisticato, fu il fatto che portò il buddhismo in questa regione. Il buddhismo si diffuse sia verso Occidente sia verso Oriente lungo le Vie della Seta, che erano già attive da centinaia di anni.I sogdiani erano mercanti. Erano grandi commercianti lungo le antiche Vie della Seta. Le Vie della Seta esistevano già ai tempi dell’Impero achemenide, continuarono durante l’epoca di Alessandro e prosperarono ulteriormente nel periodo dei Kushan. Il loro dominio durò per diversi secoli. Successivamente arrivarono nuove popolazioni provenienti dal Nord: invasori appartenenti a popolazioni nomadi turche, antenate

    Voci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea Pincin
    Krisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.
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    20 min
  • Nell’era dell’IA, il freddo diventa potere
    di Paola OttinoNell’economia dell’intelligenza artificiale, il freddo sta diventando una risorsa strategica. Questo secondo articolo della serie dedicata alla geopolitica dell’invisibile affronta una risorsa che raramente compare nei dibattiti strategici. La disponibilità di basse temperature e di energia stabile e a basso costo offre un vantaggio competitivo e può modificare la geografia dell’innovazione. Dall’Artico all’Italia, il clima entra così tra i fattori del potere contemporaneo.SERIE «Geopolitica dell’invisibile»:Primo articolo: Il mondo ha finito la sabbiaIN BREVEFreddo come risorsa Con il boom dell’IA e del cloud, la potenza di calcolo genera enorme quantità di calore. Smaltirlo rende la temperatura ambientale un asset.Geografia tecnologica I Paesi nordici e i territori ricchi di energia idroelettrica o geotermica diventano gli hub ideali per i data center a basso costo energetico.Contesto italiano Anche in Italia si è aperta la corsa al raffreddamento, come dimostra l’acquisizione di centrali idroelettriche in Piemonte da parte di Aruba.Paradosso climatico Se il riscaldamento globale mina l’efficienza dei data center alle latitudini temperate, lo scioglimento dei ghiacci artici apre nuove rotte.Quando si pensa all’intelligenza artificiale vengono in mente algoritmi, microchip e supercomputer, ma raramente si pensa al freddo. Eppure una parte crescente della competizione tecnologica globale si decide proprio nella capacità di raffreddare milioni di processori che trasformano elettricità in calore.Ogni interrogazione a un modello linguistico, ogni ricerca sul web, ogni video in streaming e ogni transazione digitale produce calore. Più cresce la potenza di calcolo richiesta dall’IA, più aumenta la necessità di smaltire quell’energia termica, e il raffreddamento, da semplice problema ingegneristico, sta così diventando una variabile strategica.Come già la sabbia nel precedente articolo, anche il freddo appartiene a quella geopolitica dell’invisibile che raramente compare nel dibattito pubblico, ma che contribuisce sempre più a determinare la distribuzione del potere economico e tecnologico.Un data center costruito in Islanda, Finlandia o Svezia richiede molta meno energia per il raffreddamento rispetto a uno collocato nelle regioni tropicali. Ciò che per secoli è stato considerato uno svantaggio, ossia vivere in aree fredde e periferiche, diventa improvvisamente un vantaggio competitivo. Questa trasformazione è evidente anche in Italia.A luglio 2026 Aruba, il principale operatore italiano di servizi cloud e data center, ha reso nota l’acquisizione di tre centrali idroelettriche piemontesi, alcune risalenti a oltre un secolo fa, destinate ad alimentare il proprio sistema di data center[1]. Sui giornali economici la notizia è passata come una normale operazione industriale di un gruppo tecnologico che integra a monte la propria filiera energetica. Letta una seconda volta, però, dice qualcosa di più ampio.Un’azienda che vende potenza di calcolo ha deciso che il modo più sicuro per garantirsela non è comprare altri server, ma comprare acqua che cade da una diga. È un dettaglio che racconta come nell’economia digitale del 2026 il vantaggio competitivo non si misura più solo in chip o in banda, ma nella capacità di procurarsi e di raffreddare l’energia che li fa funzionare.Non è un caso isolato. Nella stessa settimana in Lombardia entrava in vigore la prima legge regionale italiana che disciplina insediamento, oneri e impatti dei nuovi data center, mentre nell’hinterland milanese si contano già oltre settanta progetti in corso di valutazione[2]. Il fenomeno ha una scala che né i media né la politica avevano ancora messo a fuoco.Nel solo 2025, il consumo elettrico globale dei data center è cresciuto del 17%, secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, mentre quello dei soli impianti dedicati all’intelligenza artificiale è aumentato a ritmi ancora più sostenuti. Entro il 2030, la domanda complessiva del settore dovrebbe raddoppiare, quella specifica dell’IA triplicare[3]. Secondo alcune stime di settore, i data center ottimizzati per l’IA passeranno da 95 TWh consumati nel 2025 a 175 TWh nel 2026, un salto dell’84% in un solo anno[4].Questi numeri non descrivono un’economia immateriale, ma descrivono cemento, rame, silicio, acqua e soprattutto calore da smaltire. Il potere degli Stati ha le sue unità di misura consuete come barili, ettari, abitanti, e almeno un’altra che resta sotto la soglia dello sguardo comune eppure sostiene l’intera economia digitale e urbana: i gradi Celsius. Lo dimostra con particolare nitidezza il calore prodotto dai data center, un problema fisico prima ancora che tecnologico, che nel giro di pochi anni si è trasformato in una leva di competitività per interi Stati.Calore come problema geopoliticoUn data center, analizzandolo alla base, è un dispositivo che trasforma elettricità in calcolo e in calore. Fino al 40% del consumo energetico di un grande impianto è oggi assorbito non dai server, ma dai sistemi che li raffreddano[5]. Ed è proprio qui che il problema smette di essere solo tecnico e diventa geografico. Raffreddare un capannone pieno di GPU[6] in Arizona o a Singapore costa, in energia, molto più che raffreddarlo in Islanda o in Finlandia. Ecco perché il clima, tradizionalmente un vincolo, diventa un asset.Secondo l’IEA, i data center hanno consumato tra i 240 e i 340 TWh di elettricità nel 2022, circa l’1-1,3% della domanda elettrica mondiale (percentuale che sale al 2-3% se si includono le reti di trasmissione dati)[7]. Fonti relative al 2024 stimano il consumo a circa 415 TWh (1,5% della domanda globale), con una proiezione che porterebbe il dato a circa 945 TWh entro il 2030, un volume superiore all’attuale fabbisogno elettrico del Giappone[8].In una stima pubblicata nel 2026, la società di analisi di mercato e tecnologica Gartner indica una traiettoria ancora più ripida: fino a oltre 1.200 TWh entro il 2030, sostenuta da investimenti dei grandi gruppi tecnologici. Tale consumo di energia elettrica renderà l’offerta di rete insufficiente a soddisfare le esigenze dei futuri data center, con ripercussioni su tutti gli utenti (Figura 1)[9].Le cifre divergono perché ogni fonte adotta un perimetro diverso: chi conta solo i data center, chi anche le reti di trasmissione, chi distingue i server tradizionali da quelli ottimizzati per l’IA. Ma tutte convergono su un ordine di grandezza che conta più della singola cifra, e cioè che il digitale ha un corpo fisico che consuma quanto interi Stati industrializzati.Freddo come vantaggio competitivoÈ in questo scenario che alcuni Paesi tradizionalmente periferici nella geografia economica globale si ritrovano improvvisamente centrali. Per oltre un secolo, il freddo è stato considerato un limite allo sviluppo economico. Nell’economia dei data center quella stessa caratteristica diventa invece un vantaggio competitivo.L’Islanda ospita data center alimentati quasi esclusivamente da energia geotermica, abbondante e a basso costo. La Finlandia ha sviluppato sistemi che recuperano il calore prodotto dai server per alimentare il teleriscaldamento urbano, trasformando uno scarto energetico in una risorsa. La Svezia attrae da anni investimenti dei grandi gruppi tecnologici globali favorita dal proprio clima e dalle proprie fonti rinnovabili.In tutti e tre i casi il vantaggio non nasce da una politica industriale astratta, ma da una combinazione molto concreta di latitudine ed energia stabile (idroelettrica, geotermica, eolica). Il caso Aruba va letto in questa cornice anche se l’Italia non è, ovviamente, un Paese freddo in senso artico. Ma la logica economica è la stessa, cioè assicurarsi energia rinnovabile, stabile e prevedibile in un settore destinato ad aumentare rapidamente i propri consumi. Come nota l’IEA nei suoi report più recenti, la disponibilità di elettricità stabile e a basse emissioni sta diventando, al pari della potenza di calcolo, un fattore competitivo di prima grandezza per interi sistemi Paese[10].Il caso più emblematico di questa strategia resta probabilmente il campus di Meta a Luleå, circa cento chilometri a sud del circolo polare artico, nella Lapponia svedese. Aperto nel 2013, è stato il primo grande data center che l’azienda ha costruito fuori dagli Stati Uniti. E sfrutta una temperatura media annua vicina ai 2°C per raffreddare i serv

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    14 min
  • Giappone, come lo yen debole è diventato un problema per gli USA
    di Edoardo FermanteVendendo euro, gli Stati Uniti sono intervenuti sul mercato valutario per sostenere lo yen. Ufficialmente per aiutare un fedele alleato. In realtà, dietro l’operazione c’è il timore che la debolezza della sua valuta costringa Tokyo a vendere attività in dollari, facendo salire ancora il costo del debito. Quarant’anni dopo gli Accordi del Plaza, il Giappone si trova dall’altra parte della storia: da potenza industriale costruita sull’export è diventato il maggiore detentore di titoli di Stato USA. In un mondo che mette in discussione il primato del dollaro, Washington non può permettersi che il suo principale creditore estero diventi una fonte di instabilità per il mercato finanziario.IN BREVEInedito valutario La Federal Reserve di New York è intervenuta vendendo euro per sostenere lo yen. La mossa, senza precedenti recenti, è stata motivata come un sostegno a un fedele alleato.Interdipendenza finanziaria Il Giappone è il primo detentore estero di debito statunitense. Una svalutazione forzata spingerebbe Tokyo a liquidare i Treasury, i titoli di Stato USA.Eredità storica Dagli Accordi del Plaza del 1985, il modello economico nipponico si è evoluto da gigante manifatturiero a grande esportatore di capitali.Rischio sui rendimenti Se la finanza giapponese riducesse gli asset in dollari, i prezzi dei titoli statunitensi scenderebbero, facendone salire i tassi d’interesse.Vulnerabilità incrociate Tra vincoli energetici e pressioni geopolitiche, la tenuta dello yen diventa cruciale per la stabilità del debito statunitense.Il primo agosto 2026 è https://www.ft.com/content/f6d563ee-9238-4f82-a848-79f2478326bdhttps://www.ft.com/content/f6d563ee-9238-4f82-a848-79f2478326bd una notizia che ha sorpreso i trader di tutto il mondo. Nella giornata precedente il Tesoro statunitense è intervenuto sul mercato valutario per sostenere lo yen. Un’operazione di Washington coordinata con Tokyo non si vedeva dal 1998, nel pieno della crisi asiatica. Ma questa volta c’è una novità. Agendo per conto del Tesoro americano, la Federal Reserve di New York non ha comprato yen vendendo dollari, ma vendendo euro. Un inedito assoluto che ha scosso il mondo della finanza mondiale, facendo sorgere degli interrogativi sulle motivazioni profonde dell’episodio.Interpellato sulla singolarità della vicenda, il 2 agosto, durante una delle sue consuete conferenze lampo a bordo dell’Air Force One, il presidente degli Stati Uniti https://www.cnbc.com/2026/08/03/yen-intervention-us-japan-trump-bessent-katayama.html affermando che il Giappone «voleva un piccolo aiuto» e che gli Stati Uniti «sono sempre lì» per Tokyo. Alla successiva domanda su che cosa ne ricavassero gli USA, ha risposto: «Un beneficio finanziario. Ed è un bene anche per l’economia mondiale». Il giorno successivo, anche il segretario al Tesoro Scott Bessent si è fatto sentire. https://x.com/SecScottBessent/status/2084051676801933622, l’ex CIO del Soros Fund Management ha rivendicato l’azione coordinata dei due Paesi, presentandola come forma di tutela della sicurezza economica dell’alleanza e promettendo nuovi interventi, se necessari.La versione ufficiale è quella di Washington che accorre in aiuto dell’alleato giapponese. Ma dietro la difesa dello yen c’è un problema che riguarda direttamente gli Stati Uniti. Il Giappone non è soltanto una grande potenza industriale: è anche il maggiore detentore estero di Treasury, i titoli di Stato statunitensi. Se Tokyo fosse costretta a vendere una parte significativa delle proprie attività in dollari per sostenere la propria valuta, la pressione potrebbe trasferirsi direttamente sui titoli del Tesoro statunitensi.È qui che la crisi dello yen smette di essere soltanto una crisi giapponese. Per capire perché Washington possa avere interesse a sostenere Tokyo, però, bisogna riavvolgere il nastro, quanto basta per decifrare il quadro d’insieme, senza fermarsi al singolo snapshot. Facciamo un passo indietro al 1945. Dopo due bombe atomiche e la resa incondizionata, il Giappone era moralmente, spiritualmente e materialmente distrutto. Entrato ufficialmente nella sfera d’influenza americana e dotatosi nel 1947, sotto l’attento sguardo del generale MacArthur, di una https://www.jstor.org/content/oa_chapter_monograph/j.ctv18gfz5b.5?seq=1, lo Stato del Sol Levante indirizzò risorse e credito verso l’industria e la ricostruzione, limitando la remunerazione del risparmio e favorendo un cambio competitivo.Il coordinamento tra banche, grandi gruppi industriali (https://it.wikipedia.org/wiki/Keiretsu) e burocrazia condusse a un modello orientato all’export, sulla falsariga di quello tedesco. Come in Germania, automobili, elettronica e macchinari, insieme a una moderata repressione finanziaria, produssero infrastrutture, occupazione e mobilità sociale. https://eliasrutten.substack.com/p/japans-economic-miracle-is-also-its https://eliasrutten.substack.com/p/japans-economic-miracle-is-also-its: un’economia dipendente dalla competitività esterna e dalla protezione del sistema creditizio.Nel frattempo, il protettore americano era entrato in https://osservatoriocpi.unicatt.it/ocpi-pubblicazioni-i-dazi-e-la-bilancia-commerciale-usa. Il «https://en.wikipedia.org/wiki/Nixon_shock» aveva posto fine al sistema monetario di https://it.wikipedia.org/wiki/Accordi_di_Bretton_Woods, mentre il dollaro, sostenuto da tassi d’interesse elevati, si era apprezzato fortemente nella prima metà degli anni Ottanta. Il risultato era un deterioramento della competitività americana e un crescente squilibrio commerciale, soprattutto nei confronti del Giappone e della Germania. Ma i policy maker a stelle e strisce non avevano ancora fatto i conti fino in fondo con le implicazioni del https://en.wikipedia.org/wiki/Triffin_dilemma, ossia con la tensione strutturale prodotta dal ruolo del dollaro come valuta di riserva. In sintesi, speravano di poter ritornare alla situazione del secondo Dopoguerra, quando i prodotti americani inondavano il mondo.«Peraltro», osserva il professor Pompeo Della Posta, l’economista dell’Università di Pisa che è membro del Comitato etico-scientifico di Krisis, «le ingenti spese militari dell’amministrazione di Ronald Reagan, insieme alla riduzione delle imposte, avevano determinato un forte deficit fiscale. Questo combinato disposto indusse la Fed ad aumentare i tassi di interesse, per contrastare la possibile sfiducia che ne sarebbe risultata sui mercati finanziari».Credendo che la condizione di deficit persistente fosse risolvibile tramite un’operazione sul mercato valutario, nel settembre del 1985 l’amministrazione Reagan convocò i ministri delle Finanze e i banchieri centrali dell’allora https://it.wikipedia.org/wiki/G8#Storia (Francia, Giappone, Regno Unito, Repubblica Federale Tedesca e USA) all’Hotel Plaza di New York. Obiettivo: contrastare l’apprezzamento del dollaro registrato nella prima metà degli anni Ottanta, favorendo un riequilibrio dei rapporti commerciali. Con gli https://it.wikipedia.org/wiki/Accordo_del_Plaza, i cinque Paesi si impegnarono a rivalutare le proprie valute nei confronti del dollaro.Tokyo aderì non semplicemente perché costretto da Washington, ma per evitare un esito che appariva ancora peggiore: una guerra commerciale con gli Stati Uniti. Il crescente surplus giapponese alimentava negli USA fortissime pressioni protezionistiche, mentre Tokyo sapeva che il mercato statunitense era essenziale per la propria industria esportatrice. Accettare un apprezzamento dello yen significava dunque fare una concessione a Washington, ma anche contribuire a riequilibrare un sistema commerciale divenuto difficile da sostenere.Quello che Tokyo non aveva previsto era la rapidità e l’entità della rivalutazione: in poco più di due anni lo yen passò da circa 240 a 120 per dollaro, mettendo sotto forte pressione il modello di crescita giapponese basato sull’esport. Per attutire il colpo sugli esportatori, la Bank of Japan allentò il credito. Il denaro facile, insieme alle aspettative di rivalutazione degli asset e alle garanzie implicite offerte dal sistema finanziario, contribuì ad alimentare una gigantesca bolla azionaria e immobiliare. Quando la Banca centrale iniziò a rialzare i tassi, la bolla scoppiò.Da quel momento, il problema cambiò natura. Le imprese fortemente indebitate iniziarono a utilizzare i propri profitti per ridurre il debito anziché per investire. Fu quella che Richard Koo definì poi una https://en.wikipedia.org/wiki/Balance_sheet_recession: una recessione nella quale le imprese private usano i propri profitti per ripagare i debiti e la domanda rimane depressa nonostante tassi d’interesse molto bassi.Il Giappone entrò così in una lunga fase di stagnazione. Per contrastarla, la Bank of Japan divenne

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    Krisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.
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    Codice ISSN: 3035-2797
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  • Baku, dove la Via della Seta incontrava la Pax mongolica
    di Jeffrey D. SachsDa Baku, capitale dell’Azerbaigian, Jeffrey Sachs racconta l’ascesa dell’Impero mongolo, la sua straordinaria espansione attraverso l’Eurasia e la nascita della Pax mongolica, l’epoca in cui le Vie della Seta divennero una rete sempre più fitta di commerci, viaggi e scambi. Un sistema che mise in contatto mondi lontanissimi, favorendo la circolazione di uomini, merci, idee, conoscenze scientifiche e tecnologie. Lasciando un’impronta profonda nella storia globale..Quarta puntata del corso La Via della Seta raccontata da Jeffrey Sachs.IN BREVEApogeo territoriale Fondato nel 1206, il dominio mongolo raggiunse 24 milioni di chilometri quadrati, diventando il più vasto impero terrestre contiguo.Relazioni transcontinentali Sotto Kublai Khan e la dinastia Yuan si stabilizzò una complessa rete commerciale e diplomatica, frequentata anche da mercanti veneziani come la famiglia Polo.Scambi e infrastrutture La Pax mongolica garantì viaggi sicuri e comunicazioni rapide tramite le stazioni postali. E diffuse nel mondo le innovazioni cinesi come la polvere da sparo.Morte nera Precipitazioni favorevoli alimentarono l’iniziale espansione equestre. A metà del Trecento, la rapida diffusione della peste accelerò la frammentazione dell’Impero mongolo.Ben ritrovati nel nostro viaggio. Alle mie spalle potete vedere uno dei simboli di questa città, un sito UNESCO: la Torre della vergine. Mi trovo nella città vecchia di Baku, in Azerbaigian, un sito antichissimo dalla storia straordinaria, che nel corso dei secoli ha fatto parte di moltissimi imperi ed è stato teatro di una storia culturale, religiosa, scientifica e militare estremamente ricca. Sono davvero felice di trovarmi qui insieme a voi (…).Baku si trova nella parte orientale dell’Azerbaigian, su una penisola che si protende nel Mar Caspio. In questo momento mi trovo a pochi metri dal Caspio, che in realtà, dal punto di vista geografico, è un lago.È un mare interno, alimentato tra l’altro dal Volga. È il lago più grande del mondo e contiene una quota straordinariamente elevata dell’acqua complessivamente presente nei laghi del pianeta: qualcosa, se ricordo bene, nell’ordine di un terzo o addirittura del 40% di tutta l’acqua contenuta nei laghi del mondo.Il Mar Caspio è circondato da cinque Paesi: Iran, Russia, Turkmenistan, Azerbaigian e Kazakistan. Da qui attraverseremo il Caspio per raggiungere il Kazakistan, sull’altra sponda, e continuare il nostro viaggio.Ma oggi abbiamo la fortuna di trovarci a Baku. Come dicevo, si tratta di una città antichissima. La Torre della vergine, alle mie spalle, risale nella sua forma attuale probabilmente al XII secolo, ma si ritiene che le sue fondamenta possano essere molto più antiche, forse addirittura di un migliaio di anni. L’Azerbaigian è noto come la «Terra del fuoco», ed è una definizione molto interessante e oggi ancora estremamente pertinente.L’espressione «Terra del fuoco» deriva dal fatto che questa regione è ricchissima di idrocarburi: petrolio e gas naturale possono fuoriuscire spontaneamente dal terreno e, in passato, queste esalazioni potevano alimentare fiamme che ardevano ininterrottamente. È proprio per questo motivo che la penisola di Absheron, sulla quale sorge Baku, divenne uno dei centri di una delle religioni più antiche e influenti del mondo: lo Zoroastrismo, le cui origini risalgono a migliaia di anni fa.Lo ricordo perché, probabilmente, prima ancora della Torre della vergine sorgevano qui dei templi del fuoco, nei quali le fuoriuscite naturali di gas alimentavano fiamme perpetue, un elemento centrale nei rituali dello Zoroastrismo.Lo Zoroastrismo è una religione straordinariamente affascinante, che sopravvive ancora oggi, anche se conta un numero relativamente ridotto di seguaci nel mondo. Gli zoroastriani credono che il mondo sia teatro di una lotta tra il bene e il male e che spetti a ciascun individuo scegliere il bene e raggiungere la salvezza proprio attraverso questa scelta (…).Possiamo vedere come l’idea del libero arbitrio, della lotta tra bene e male, tra virtù e vizio, tra ciò che è giusto e ciò che è peccato, sia poi diventata centrale nel pensiero del Giudaismo e successivamente del Cristianesimo. È quindi probabile che l’influenza storica dello Zoroastrismo sulla nostra storia sia stata davvero enorme.Ma oggi voglio concentrarmi su un periodo successivo della storia di Baku, che sarà il tema centrale della nostra visita: Baku come parte dell’Impero mongolo (…). Fu un impero che merita i superlativi sotto praticamente ogni punto di vista e che contribuì a plasmare profondamente la storia mondiale. Baku fece parte dell’Impero mongolo, ed è quindi un luogo particolarmente adatto da cui cominciare a riflettere sulla storia dei Mongoli.Per cominciare, l’Impero mongolo, nel XIII secolo e fino alla metà del XIV, divenne il più grande impero terrestre contiguo della storia mondiale. E questo è il primo dei superlativi che possiamo attribuirgli: fu il più vasto impero di conquiste territorialmente continue mai esistito nella storia.Al suo apogeo, tra la metà del XIII e la metà del XIV secolo, l’Impero mongolo raggiunse una superficie di circa 24 milioni di chilometri quadrati. È una dimensione assolutamente impressionante, se ci pensiamo. Gli Stati Uniti di oggi hanno una superficie di circa 9 milioni di chilometri quadrati; la Cina moderna, grosso modo, altrettanto; mentre l’Unione europea a 27 occupa circa 4 milioni di chilometri quadrati.In altre parole, all’interno dell’Impero mongolo del XIII e XIV secolo avreste potuto mettere insieme Stati Uniti, Cina e l’intera Unione europea. Era un territorio immenso. Ed è davvero una storia straordinaria quella di un impero capace di raggiungere dimensioni simili e che, al suo apice, governava forse 100 milioni di sudditi, equivalenti a circa il 25-30% dell’intera popolazione mondiale.Come fu possibile? La storia è straordinaria, ma voglio cominciare dalla geografia. Partendo anche da qui, dall’Azerbaigian, e proseguendo verso Est attraverso l’Anatolia, il Caucaso settentrionale e poi ancora più a Est — in realtà dalle pianure dell’Ungheria fino all’Oceano Pacifico — si estende una grande fascia di territorio arido chiamata steppa.La steppa è una regione nella quale le precipitazioni sono relativamente scarse, grosso modo tra 150 e 500 millimetri l’anno: non molte, ma sufficienti a far crescere l’erba. Si tratta inoltre di un territorio in gran parte pianeggiante e sostanzialmente continuo, che permette di spostarsi da Ovest a Est per qualcosa come 8 mila chilometri di praterie relativamente piatte.E chi ama le praterie più di ogni altra cosa? Naturalmente, i cavalli. Questa fu una delle grandi regioni dei cavalli selvatici nel mondo antico (…). All’interno di questa regione si svilupparono società fondate sul cavallo: popolazioni la cui vita ruotava sostanzialmente intorno all’equitazione. Erano in larga parte società nomadi, che vivevano in tende o abitazioni mobili, non comunità sedentarie stabilite permanentemente in un unico luogo.In genere non praticavano principalmente l’agricoltura. Erano pastori, che allevavano cavalli, pecore e capre e si spostavano da una zona all’altra con il trascorrere delle stagioni, seguendo la crescita delle praterie determinata dalle piogge stagionali.La regione delle steppe è dunque un territorio vastissimo, ricco di cavalli ma caratterizzato da una popolazione relativamente scarsa, nel quale nel corso dei millenni si svilupparono numerose e importantissime civiltà basate sull’utilizzo del cavallo praticamente per ogni cosa: trasporto, comunicazioni, allevamento e, naturalmente, guerra.Fu all’interno di queste civiltà equestri che il cavallo, dopo essere stato addomesticato, venne trasformato nell’equivalente del carro armato della guerra antica: la cavalleria. Parliamo di sviluppi avvenuti già nel primo e nel secondo millennio avanti Cristo, quindi migliaia di anni fa. Gli arcieri a cavallo, in particolare, garantivano una capacità militare assolutamente formidabile.È proprio all’interno di questo mondo di società pastorali della steppa che nacquero e si svilupparono i Mongoli, il cui centro si trovava nel territorio dell’attuale Mongolia. Diverse famiglie, tribù e gruppi linguistici che parlavano lingue mongoliche vivevano in questa vastissima regione della steppa.Dopo un lungo periodo di guerre tra i diversi clan e le numerose piccole entità politiche mongole, nel 1206 esse vennero infine riunite sotto un unico sovrano. Il suo nome era Temüjin. Noi lo conosciamo come Gengis Khan, o, in una traslitterazione più vicina alla pronuncia mongola, Chinggis Khan.Chinggis Khan divenne il grande sovrano, il Grande Khan dei Mongoli, che riuscì a unificare queste popolazioni. Fu uno dei più grandi conquistatori della storia: forse uno dei più temibili e certamente uno dei più vittoriosi che l’umanità abbia mai conosciuto.I guerrieri mongoli furono organizzati da Chinggis Khan in unità rigorosamente strutturate, dotate di straordinarie capacità militari di ogni genere, finendo per creare quell’impero che sarebbe arrivato a coprire circa 24 milioni di chilometri quadrati.Chinggis Khan condusse numerose campagne estremamente brutali. Le popolazioni conquistate potevano essere massacrate, anche come forma di guerra psicologica: il messaggio rivolto alle altre città e agli altri popoli era, in sostanza, «fareste meglio ad arrendervi, altrimenti farete la stessa fine».Sotto Chinggis Khan, che visse fino al 1227 e governò quindi per poco più di 20 anni dopo l’unificazione dei Mongoli, l’Impero mongolo esplose letteralmente nelle sue dimensioni e cominciò a conquistare un’enorme parte dell’Eurasia.Chinggis Khan ebbe quattro figli. Alla sua morte, il suo terzo figlio, Ögedei, divenne il nuovo Gran Khan. Fu eletto dai gruppi dirigenti mongoli come successore di Chinggis Khan

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  • Quando è iniziata davvero la globalizzazione
    di Pompeo Della PostaI fattori che hanno determinato l’avvio della globalizzazione economica, dai limiti delle retoriche liberiste alla svolta degli anni Ottanta. Perché l’integrazione dei mercati non è stato un processo neutrale guidato dalla tecnologia, ma il risultato di precisi rapporti di forza e decisioni statali.Con questo articolo, Krisis.info apre una serie di quattro interventi del professor Pompeo Della Posta dedicati ad altrettanti nodi cruciali della globalizzazione economica.IN BREVECommercio e imperi I contatti e i mercati nell’antichità non bastano a definire la globalizzazione economica: l’espansione europea è avvenuta tramite il dominio coloniale, le armi e la violenza.Prezzi e mercati La vera integrazione commerciale si verifica solo con scambi volontari e continuativi capaci di abbattere i costi e allineare i valori dei beni tra Paesi diversi.Suez & vapore Con le navi rapide e il canale egiziano aperto nel 1869 sono caduti gli ostacoli fisici, segnando l’avvio della prima vera integrazione commerciale.Agenda neoliberale L’avvento del digitale e dei container non è stato sufficiente: l’apertura delle frontiere è dipesa dalle riforme e dalle scelte di Londra e Washington negli anni Ottanta.Riforme in Cina La svolta produttiva globale si è però compiuta dopo la morte di Mao, con la scelta del suo successore Deng Xiaoping di spalancare le frontiere ai flussi internazionali nel 1978.Lo storico Ernesto Galli della Loggia ha sostenuto sul Corriere della sera che «la globalizzazione intesa in senso moderno è abbastanza antica». E ha aggiunto che «forse è cominciata nel 1540 con la prima pianta di pomodoro arrivata dal Messico in Europa, ovvero quando il cavallo fece la sua prima comparsa in America importato dai colonizzatori spagnoli»[1].Se con il termine globalizzazione ci riferiamo all’insieme degli scambi, non solo di natura economica, ma anche appunto di tipo culturale, artistico, e persino culinario, che da sempre caratterizzano il genere umano, si può essere d’accordo con quella affermazione, anche tenendo conto della posizione di storici come Wallerstein o Braudel[2].Va riconosciuto che esistono da secoli scambi di merci, migrazioni e contatti tra aree del mondo molto distanti fra loro. Vasi greci sono stati trovati nelle lucumonie etrusche, e gli etruschi ne facevano perfino copie non troppo accurate (un po’ come abbiamo accusato i cinesi di fare nei decenni passati rispetto ai nostri prodotti). Per non parlare delle meraviglie del mercato di Roma, «dove si poteva trovare tutto quello che esiste al mondo, e se non si trova lì, allora vuol dire che quel prodotto non esiste», come scriveva Publio Elio Aristide, scrittore greco di 2000 anni fa.Se però ci riferiamo in particolare alla globalizzazione economica, vale a dire agli scambi che hanno luogo nei mercati dei prodotti (beni e servizi) e dei fattori necessari per l’ottenimento di quei prodotti (principalmente materie prime, lavoro e capitale), le cose cambiano. Per parlare di globalizzazione economica, infatti, ci si deve riferire a una intensità relativamente elevata e stabile degli scambi, resa possibile da determinate condizioni tecnologiche e istituzionali, e soprattutto a relazioni che restino almeno in linea di principio volontarie, cioè fondate sulla convenienza e non sulla coercizione.[3]Da questo punto di vista, quindi, neanche l’infame commercio che portava gli schiavi dall’Africa all’America dovrebbe essere trattato come esempio di globalizzazione economica, visto che era costruito sulla violenza, sulla schiavitù e sulla subordinazione forzata. Chiamare «globalizzazione economica» ciò che nasce da rapporti di dominio rischia di confondere il ruolo del mercato e quello della asimmetria, della forza del potere e della coercizione. Lo stesso Galli della Loggia riconosce, del resto, che «basta leggere il manifesto dei comunisti di Marx ed Engels per sapere come fin dall’inizio il mercato capitalistico abbia mirato a coinvolgere il mondo sempre più dominato dalle potenze europee».L’espansione europea, in effetti, non è avvenuta solo per mezzo dello scambio, bensì anche attraverso la forza, il dominio coloniale e il conflitto. Le guerre dell’oppio sono l’esempio di come la Cina sia stata forzata ad entrare nell’ordine commerciale internazionale con la forza delle armi e dei cannoni. Emblematica la lettera che Victor Hugo scrisse a commento della spedizione franco-britannica che nel 1860 distrusse lo Yuanmingyuan, il Vecchio Palazzo d’Estate a Pechino, durante la Seconda Guerra dell’Oppio.Nella missiva al Capitano Butler del 25 novembre 1861, lo scrittore francese condannò il saccheggio e l’incendio del Vecchio Palazzo d’Estate di Pechino, compiuti nell’ottobre 1860 dalle truppe alleate francesi e britanniche guidate dal generale Cousin-Montauban e da Lord Elgin.«In un angolo del mondo esisteva una meraviglia del mondo; questa meraviglia si chiamava il Palazzo d’Estate» si legge nella lettera. « Tutto ciò che può partorire l’immaginazione di un popolo quasi sovrumano era lì. Non era, come il Partenone, un’opera una e unica; era una sorta di enorme modello della chimera (…). Immaginate una qualche inesprimibile costruzione, qualcosa come un edificio lunare, e avrete il Palazzo d’Estate. Costruite un sogno con marmo, giada, bronzo e porcellana, incastratelo in legno di cedro, copritelo di pietre preziose, drappeggiatelo di seta, fatene qui un santuario, là un harem, là una cittadella, mettetevi dei, mettetevi mostri, verniciatelo, doratelo, truccatelo, fate costruire da architetti che siano poeti i mille e un sogni delle Mille e una notte, aggiungete giardini, bacini, zampilli d’acqua e di schiuma, cigni, ibis, pavoni, supponete in una parola una sorta di abbagliante caverna della fantasia umana avente le sembianze di tempio e di palazzo: tale era quel monumento».Victor Hugo conclude: «Questa meraviglia è scomparsa. Un giorno due banditi sono entrati nel Palazzo d’Estate. Uno ha saccheggiato, l’altro ha incendiato. La vittoria può essere una ladra, a quanto pare. Una devastazione in grande del Palazzo d’Estate è stata fatta a metà tra i due vincitori. Si vede mescolato a tutto ciò il nome di Elgin, che ha la fatale proprietà di ricordare il Partenone. Ciò che era stato fatto al Partenone lo si è fatto al Palazzo d’Estate, in modo più completo e migliore, così da non lasciar nulla. Tutti i tesori di tutte le nostre cattedrali messe insieme non eguaglierebbero questo formidabile e splendido museo dell’Oriente. Non c’erano soltanto capolavori d’arte, c’era un accumulo di gioielli. Grande impresa, ottima cuccagna! Uno dei due vincitori si è riempito le tasche, e l’altro, vedendo ciò, si è riempito i cofani; e sono tornati in Europa, a braccetto, ridendo. Tale è la storia dei due banditi. Noi europei siamo i civili, e per noi i cinesi sono i barbari. Ecco cosa la civiltà ha fatto alla barbarie. Davanti alla storia, uno dei due banditi si chiamerà Francia, l’altro si chiamerà Inghilterra».Lo stesso discorso vale per la rivoluzione industriale. Le innovazioni tecniche, la macchina a vapore, il cotone, la ferrovia, il telegrafo e in seguito la navigazione a basso costo hanno reso possibile una maggiore integrazione dei mercati; ma questa trasformazione si è sviluppata dentro un assetto politico nel quale la Gran Bretagna disponeva di un vantaggio commerciale, navale e militare enorme.Tornando alle origini della globalizzazione, quindi, si può parlare di un vero e proprio inizio solo quando gli scambi assumono natura volontaria, non occasionale ma sistematica e quando la loro intensità è tale da determinare una chiara tendenza alla convergenza dei prezzi sui diversi mercati. Mercati separati possono essere caratterizzati da livelli dei prezzi diversi degli stessi beni. Ma se gli scambi sono possibili e dettati dalla convenienza economica e non dalla coercizione (vale a dire che diventa possibile fare arbitraggio, cioè scegliere liberamente, a parità di qualità, il bene che ha il prezzo più basso), sono sistematici e sufficientemente intensi, allora quelle differenze di prezzo tendono a ridursi.Un po’ come succede nei vasi comunicanti: l’acqua può avere un livello diverso nei due rami del tubo, se esiste un impedimento al suo fluire, ma se può circolare liberamente, allora i livelli dei due vasi diventano uguali. I prezzi, inizialmente diversi in mercati lontani fra loro, così tendono a convergere allo stesso livello, perché l’acquisto dove il bene costa di meno ne fa salire il prezzo e la riduzione della domanda dove costa di più lo fa scendere.Per concludere la mia argomentazione, questo risultato diventa possibile solo dopo la seconda metà dell’Ottocento, quando cominciano a solcare i mari le prime navi a vapore, che riducono notevolmente i tempi di trasporto fra l’Europa e gli Stati Uniti. Nel 1869 viene aperto il Canale di Suez ed è proprio quella data che è indicata come inizio della prima fase della globalizzazione economica, identificando così idealmente il momento in cui gli impedimenti fisici vengono rimossi, la tecnologia permette maggiore velocità nei viaggi e come risultato di tutto ciò i prezzi tendono a convergere fra le diverse parti del mondo. La Belle Époque, con i suoi fasti, e il fascino dell’arte che generò, caratterizzò quella prima fase della globalizzazione economica.La terza ondata di globalizzazione econom

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  • Padre Sava: «In Kosovo, i soldati italiani di KFOR restano la nostra vera tutela»
    di Elisabetta BurbaNella seconda parte dell’intervista a padre Sava Janjić, il focus si sposta sulla condizione della comunità serbo-ortodossa in Kosovo. A partire dai recenti episodi di intimidazione dei pellegrini, l’abate del monastero di Dečani denuncia le pressioni sulle libertà religiose e culturali. Al centro del suo ragionamento c’è il rapporto tra diritti delle minoranze e Stato di diritto, mentre si avvicina una possibile riorganizzazione della missione KFOR. Per padre Sava la presenza internazionale, quella della NATO e in particolare quella italiana, resta essenziale per garantire sicurezza e stabilità.IN BREVEControlli oppressivi Padre Sava denuncia che durante i recenti raduni religiosi, i fedeli hanno subito perquisizioni, sorveglianza e limitazioni di movimento.Burocrazia soffocante L’imposizione di norme rigide su targhe, patenti e guide turistiche ostacola la vita quotidiana e l’accesso ai luoghi di culto.Prevenzione e deterrenza La missione NATO, e in particolare il contingente italiano, garantisce un presidio cruciale a difesa dei siti serbo-ortodossi contro possibili azioni a opera di estremisti.Pressioni amministrative La chiusura improvvisa di strutture sanitarie e gli espropri unilaterali rischiano di provocare lo spopolamento delle comunità serbe.Garanzie da rispettare L’abate suggerisce alle autorità di Pristina e ai garanti internazionali sette passi per ripristinare lo Stato di diritto e la fiducia della minoranza serba.Nella prima parte della nostra intervista a Padre Sava Janjić, igumeno del monastero di Visoki Dečani, abbiamo ripercorso le tensioni irrisolte attorno al monastero. In questa seconda puntata, lo sguardo del monaco si allarga al vissuto quotidiano della comunità serba in Kosovo, delineando la progressiva trasformazione del clima politico. Sullo sfondo, le difficoltà riscontrate dai pellegrini durante i recenti raduni religiosi in Kosovo, che hanno segnato un cambio di passo. Dalle intimidazioni agli interrogatori, fino alle detenzioni e ai maltrattamenti, Padre Sava tratteggia una strategia che travalica le singole controversie amministrative. Che si tratti della demolizione di proprietà serbe, dell’inasprimento burocratico su targhe e patenti o della pressione sulle strutture sanitarie comunitarie, quella che emerge è l’immagine di uno «Stato di diritto a intermittenza».Un modello in cui la norma viene piegata a fatto compiuto, trasformando la libertà religiosa e civile da diritto inalienabile a concessione revocabile, sotto una costante sorveglianza etnico-politica. Il ruolo dell’Italia come perno della stabilità locale trova riscontro anche nei recenti messaggi diffusi dalla Diocesi di Raska Prizren, che ha espresso profonda gratitudine all’Esercito Italiano per i quasi 27 anni di tutela garantita con professionalità, moderazione e rispetto. Un legame diplomatico e operativo che oggi è l’unico vero argine di garanzia di fronte al rischio di una progressiva marginalizzazione della comunità serba.Durante la festa al monastero dei Santi arcangeli a Prizren, il 26 luglio, i fedeli hanno dovuto affrontare tiratori scelti, perquisizioni, autobus fatti tornare indietro e volantini di avvertimento. Avendo osservato la vita religiosa in Kosovo per decenni, trova che negli ultimi anni l’approccio delle forze dell’ordine verso i pellegrini serbo-ortodossi sia cambiato?«Il clima è cambiato in modo estremamente inquietante. Negli anni precedenti, anche quand’era necessaria una sicurezza sostanziosa, lo scopo della presenza della polizia era generalmente inteso come protezione dei fedeli e prevenzione degli attacchi. Di questi tempi, invece, sempre più spesso gli stessi pellegrini serbo-ortodossi sembrano essere trattati come la principale preoccupazione di sicurezza. Alla festa dei Santi Arcangeli, i fedeli sono stati sottoposti a ripetuti controlli, perquisizioni di effetti personali, borse e veicoli, oltre a restrizione di movimento. A un autobus che trasportava pellegrini dal Kosovo settentrionale è stato, secondo quanto riferito, impedito di visitare le chiese serbo-ortodosse a Prizren dopo la celebrazione ed è stato scortato direttamente verso l’autostrada.Il cantante e attore Milan Vasić ha dichiarato pubblicamente di essere stato interrogato sul suo repertorio e istruito a non eseguire determinate canzoni che facevano riferimento al Kosovo e Metohija (la denominazione serba per la regione, ndr). Personale armato era visibile anche su posizioni elevate con vista sul monastero, descritti dai testimoni come cecchini o tiratori scelti della polizia. Non voglio esagerare con terminologie che non sono state chiarite in modo indipendente, ma il messaggio visivo e psicologico per i fedeli era inequivocabile.Le precauzioni di sicurezza possono talora essere necessarie, specialmente durante i grandi raduni. Lo capiamo meglio di chiunque altro, perché i nostri monasteri sono stati ripetutamente attaccati. Ma le misure di sicurezza devono basarsi su una valutazione credibile del rischio, devono essere proporzionate e devono essere attuate nel rispetto della dignità umana. Non ci aspettiamo pericoli dai nostri fedeli, ma principalmente da estremisti e terroristi. Perquisire donne anziane, effetti personali di bambini e pellegrini ogni volta che entrano in un monastero per partecipare a una messa, limitare in anticipo i canti religiosi, filmare i fedeli e impedire visite pacifiche ad altre chiese crea un’atmosfera non di protezione, ma di sorveglianza e intimidazione.Questo caso dimostra che la polizia del Kosovo sta usando il proprio dovere di tutela dell’ordine pubblico per trattare monaci, monache e fedeli come un pericolo e non per identificare possibili minacce per i nostri luoghi santi. In una situazione del genere non abbiamo bisogno di protezione dai nostri fedeli, ma dalle azioni della polizia del Kosovo, che sta agendo sempre più come una seria minaccia ai nostri diritti religiosi.Il Monastero dei Santi Arcangeli è stato bruciato dopo la guerra del 1999 e di nuovo distrutto durante le violenze del marzo 2004. È quindi particolarmente doloroso quando coloro che vengono a pregare in quel luogo santo vengono trattati come se la loro identità religiosa e culturale fosse di per sé sospetta. D’altra parte, nessun responsabile della distruzione del monastero nel 2004 è stato assicurato alla giustizia. La polizia del Kosovo all’epoca era o passiva oppure in alcuni casi, persino secondo rapporti internazionali, ha sostenuto i rivoltosi. La risposta giudiziaria a quei disordini è stata del tutto insoddisfacente e una grande vergogna.Una forza di polizia in una società multietnica dovrebbe comunicare attraverso le sue azioni: “Siete al sicuro qui e proteggeremo la vostra libertà di culto”. Il messaggio sempre più ricevuto dai nostri fedeli invece è: “Siete sorvegliati, le vostre parole e i vostri canti sono potenzialmente proibiti, i vostri movimenti sono condizionati e la vostra presenza è tollerata solo sotto stretto controllo”. Tale trasformazione, da proteggere i pellegrini a sorvegliare la loro identità, è uno degli sviluppi più gravi a cui abbiamo assistito».Misure recenti, tra cui requisiti di licenza per gruppi di pellegrini internazionali, nonché arresti e accuse di maltrattamenti durante il giorno di San Vito, il 28 giugno, hanno sollevato preoccupazione nella comunità serbo-ortodossa. Come incidono queste vicende sulla libertà di religione in Kosovo?«È importante iniziare con l’ultimo chiarimento. Dopo che gli agenti di polizia hanno distribuito volantini ai gruppi di pellegrini annunciando l’applicazione delle normative sul turismo e possibili sanzioni a partire dal primo agosto, c’è stata una comprensibile preoccupazione che i pellegrinaggi ortodossi organizzati venissero trattati come tour turistici commerciali che richiedono una guida con licenza locale.A seguito della reazione pubblica della Diocesi, il Ministero della Cultura e del Turismo ha chiarito il 30 luglio che i gruppi che vengono unicamente per la preghiera, il culto o la partecipazione a cerimonie religiose non forniscono servizi di guida turistica. Il Ministero ha anche affermato che sacerdoti, monaci e altri rappresentanti religiosi che accompagnano i pellegrini a titolo pastorale non richiedono licenze di guida turistica. Accogliamo con favore questo chiarimento, che conferma l’essenziale distinzione su cui avevamo insistito fin dall’inizio.Tuttavia, il chiarimento deve ora tradursi in chiare istruzioni operative scritte per agenti di polizia e ispettori. I pellegrini non dovrebbero essere esposti a incertezze ai valici o sulla strada, né il carattere religioso di un viaggio dovrebbe dipendere dall’interpretazione personale di un singolo ispettore. Rimane anche una certa ambiguità riguardo ai viaggi organizzati da enti religiosi che includono trasporto e alloggio. L’organizzazione pratica di un pellegrinaggio non trasforma la preghiera in turismo commerciale.Nelle prime ore dal termine per l’attuazione della nuova direttiva, la polizia del Kosovo ha trattenuto al valico di confine un gruppo di serbi che voleva visitare il proprio villaggio abbandonato all’indomani degli attacchi dell’UCK del 1999 e celebrare una messa. Non è stato loro consentito di entrare in Kosovo finché non è apparsa una guida turistica albanese del Kosovo con licenza che si è unita al gruppo a pagamento. Ciò è inaccettabile e, se continuato, costituirà una seria violazione dei diritti e delle libertà religiose. Le persone comuni che visitano i loro villaggi e le loro chiese in rovina, i pellegrini che vanno a una messa non possono essere considerati turisti.Gli eventi legati al giorno di San Vito rivelano il problema più ampio. Il 28 giugno, la commemorazione a Gazimestan si è svolta pacificamente. La stessa Polizia del Kosovo ha dichiarato che nessun incidente a

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  • Istanbul, la città-ponte sulla Via della Seta
    di Jeffrey D. SachsDa Bisanzio a Costantinopoli, dagli imperatori romani ai sultani ottomani, Istanbul è da oltre 2 mila anni un punto d’incontro tra civiltà, commerci e culture. Nella terza tappa del suo viaggio, l’economista ripercorre la storia della città, oggi al centro del Middle Corridor, la nuova Via della Seta tra Europa e Asia.Terza puntata del corso La Via della Seta raccontata da Jeffrey Sachs.IN BREVEColonia greca Fondata circa 2.700 anni fa come colonia greca con il nome di Byzantion, la località divenne presto un insediamento strategico sotto il dominio dell’Impero romano.Svolta imperiale Nel 330 d.C., Costantino vi inaugurò la nuova capitale orientale dell’Impero romano, ponendo le basi per la successiva affermazione della cristianità.Dominio ottomano Dopo il saccheggio crociato del 1204, il 29 maggio 1453 il sultano ottomano Mehmed II conquistò la città, mettendo fine all’Impero romano d’Oriente.Crocevia mercantile Snodo fondamentale per i commercianti veneziani, la metropoli collegava il Mediterraneo con la Crimea, la Persia e l’Estremo Oriente.Infrastrutture moderne Istanbul continua ad essere una megalopoli di primaria importanza commerciale, turistica, logistica e di connessione strategica tra Europa ed Asia.Questa è la terza lezione del nostro viaggio da Roma a Hong Kong. Mi trovo in uno dei miei luoghi preferiti dell’intero pianeta: la città di Istanbul. Come sapete, siamo partiti in automobile da Roma e abbiamo raggiunto Venezia. Da Venezia abbiamo attraversato la penisola balcanica, visitando Lubiana, la capitale della Slovenia, Zagabria, la capitale della Croazia, e poi Belgrado, la capitale della Serbia.Proseguendo verso Est, siamo arrivati a Plovdiv, la straordinaria seconda città della Bulgaria, una città dalla grandissima importanza storica, dai tempi dei Romani fino a oggi. Abbiamo quindi continuato il nostro viaggio verso Est fino a raggiungere il luogo in cui ci troviamo oggi: Istanbul.Istanbul è una delle città più antiche del pianeta, una delle città più straordinarie del pianeta, una città assolutamente centrale nel racconto di Marco Polo e, allo stesso tempo, una delle città fondamentali per il nostro mondo di oggi e per il futuro del mondo.Non soltanto mi trovo in una delle mie città preferite, che sono entusiasta di mostrarvi, ma sono anche felicissimo di trovarmi nel mio luogo preferito all’interno di una delle mie città preferite al mondo.Siamo a Sultanahmet (…). Questa piazza, piazza Sultanahmet, circa 2 mila anni fa era un ippodromo, una pista per le corse dei cavalli, quando questa città faceva parte dell’Impero romano. È una città con una storia lunghissima e, ovunque si cammini, si sta letteralmente camminando sulla storia antica: sulla storia romana, sulla storia dell’Impero ottomano e, naturalmente, sul mondo contemporaneo.Cominciamo dunque dall’inizio. Istanbul, per quanto ne sappiamo, venne fondata come città probabilmente circa 2.600-2.700 anni fa. Le venne dato il nome greco di Bisanzio, Byzantion in greco antico, e quell’insediamento greco era una colonia della città-Stato greca di Megara. La città che oggi chiamiamo Istanbul ebbe dunque origine dalla città di Bisanzio circa 2.600-2.700 anni fa.Ma migliaia e migliaia di anni prima esistevano già insediamenti umani in questo luogo estremamente strategico e, allo stesso tempo, molto prospero dal punto di vista agricolo. Questa regione fu infatti uno dei centri della rivoluzione neolitica, uno dei luoghi in cui si sviluppò l’agricoltura. Per tale motivo questa zona è stata probabilmente un insediamento agricolo prospero per gli ultimi 8 o 10 mila anni.Ma la nostra storia comincia con Bisanzio, con questo luogo che diventa una città-Stato greca attorno al VI secolo a.C. La Grecia venne poi progressivamente conquistata da Roma e questa città divenne quindi un insediamento romano. Già più di 2 mila anni fa, dunque, questa era ormai una città romana.Ma si tratta di una città dalla straordinaria importanza strategica. Perché? Se ci dirigiamo appena un po’ in questa direzione, raggiungiamo l’acqua: raggiungiamo lo stretto del Bosforo. Procedendo da questa parte e continuando in questa direzione, via mare attraversiamo il Bosforo, raggiungiamo il Mar di Marmara e, passando poi attraverso i Dardanelli, arriviamo al Mediterraneo orientale. Da questa parte, dunque, si va verso il Mediterraneo orientale.Se invece andiamo nella direzione opposta, risaliamo lo stretto del Bosforo e ci dirigiamo verso il Mar Nero. La regione del Mar Nero si trova in questa direzione. Il Mar Nero è circondato oggi da Russia, Ucraina, Romania, Bulgaria, Turchia e Georgia, tutti Paesi che contribuiscono alla cultura del Mar Nero. Ed è naturalmente anche un luogo che oggi, purtroppo, è teatro di un conflitto che speriamo possa terminare molto rapidamente.Se invece ci spostiamo via terra in questa direzione, raggiungiamo la penisola balcanica, da cui siamo appena arrivati. Se ci dirigessimo verso Ovest, dove il sole sta tramontando proprio in questo momento, attraverseremmo la parte europea della Turchia e, a seconda della direzione scelta, raggiungeremmo la Grecia oppure la Bulgaria, per poi continuare attraverso la penisola balcanica.E, cosa straordinaria, se invece andiamo nella direzione opposta — naturalmente attraversando lo stretto del Bosforo — appena raggiungiamo l’altra sponda entriamo in Asia. È proprio questo che rende Istanbul così incredibile: si trova letteralmente nel punto di incontro tra Europa e Asia. Ed è letteralmente il collegamento, attraverso il Bosforo, tra il Mediterraneo e il Mar Nero.Nord-Sud, Est-Ovest: questa è la grande città-ponte, la grande città di collegamento. Non sorprende quindi che, per 2 mila anni, Istanbul sia stata uno dei luoghi più cosmopoliti del mondo. Un luogo in cui persone di ogni nazionalità, di ogni etnia e di ogni fede sono venute per commerciare, fare affari, colonizzare, studiare e anche fare la guerra. Perché quando una città rappresenta un possesso tanto prezioso, tutti desiderano diventare i governanti di un luogo così straordinario.Bisanzio, fondata circa 2.600-2.700 anni fa, fu dunque dapprima una città-Stato greca, poi un insediamento romano. Ma nel IV secolo d.C. assunse un’importanza storica davvero eccezionale. Che cosa accadde?Ancora una volta, in realtà, la nostra storia comincia a Roma. Nel III secolo l’Impero romano era diventato talmente vasto, si estendeva dall’Oceano Atlantico fino a questa regione e ancora più a Est, talmente popoloso e territorialmente esteso, che era diventato estremamente difficile governarlo da una sola capitale, cioè soltanto da Roma.Per questo motivo, l’imperatore Diocleziano, intorno al 293 d.C., stabilì che fosse necessaria una riforma del governo: ci sarebbe stato un Impero romano d’Occidente e un Impero romano d’Oriente, ciascuno governato da due sovrani. Due a Occidente e due a Oriente: quattro in tutto. Era la Tetrarchia, vale a dire il «governo dei quattro».In ciascuna delle due parti dell’Impero il sovrano principale era un Augusto, mentre il secondo sovrano era un Cesare. C’erano dunque un Augusto e un Cesare in Occidente e un Augusto e un Cesare in Oriente. Questo avveniva verso la fine del III secolo. Ma all’inizio del IV secolo, nei primi anni del Trecento, uno dei membri della Tetrarchia, un uomo estremamente ambizioso, intelligente e aggressivo, Costantino, decise di combattere per riunificare l’Impero.Era uno dei quattro sovrani, ma intendeva diventare nuovamente l’unico imperatore di un Impero unificato. Nel 312 d.C., in una battaglia decisiva combattuta alle porte di Roma — in un luogo che oggi fa parte della città — presso il Ponte Milvio, Costantino sconfisse il suo rivale in Occidente, Massenzio, diventando l’unico sovrano dell’Impero romano d’Occidente.Prima di quella battaglia, secondo la tradizione, ebbe una visione nella quale vide il simbolo di Gesù Cristo e ricevette il messaggio: «In hoc signo vinces», «Con questo segno vincerai». Dopo la vittoria di Ponte Milvio, Costantino si avvicinò al Cristianesimo, associando la propria vittoria alla visione di Gesù Cristo. Anche sua madre, Elena, era cristiana.L’anno seguente, nel 313, Costantino e il suo collega al governo dell’Impero romano d’Oriente promulgarono il cosiddetto Editto di Milano, che pose fine alle persecuzioni dei cristiani e legalizzò il Cristianesimo all’interno dell’Impero romano.Con un imperatore favorevole al Cristianesimo, la legalizzazione della nuova religione e la fine delle persecuzioni, ebbe così inizio il processo che avrebbe trasformato l’Impero romano anche in un impero cristiano.Circa dieci anni più tardi Costantino decise di completare la sua conquista del potere e diventare l’unico imperatore. Nel 324 d.C. sconfisse il suo rivale nell’Impero romano d’Oriente, Licinio, e poco dopo stabilì che la città di Bisanzio sarebbe diventata una delle sue capitali. Ma da quel momento avrebbe assunto un nuovo nome: Costantinopoli.Naturalmente polis, la parte finale del nome Costantinopoli, in greco significa città. Costantinopoli significa dunque «la città di Costantino». Nel 330 d.C. la città fu ufficialmente inaugurata come nuova capitale imperiale. Questo significa che un luogo nato come grande città-Stato greca e successivamente divenuto un insediamento romano si trasformò in una delle capitali dell’Impero romano: Roma a Occidente, Costantinopoli a Oriente.Ed è proprio in questo contesto che acquista importanza l’Ippodromo, perché Costantinopoli doveva ora possedere tutta la grandiosità e il prestigio propri di una capitale romana. Qui venne quindi realizzata la grande pista per le corse.Una delle cose che caratterizzavano le grandi capitali imperiali erano gli obelischi, provenienti dall’antico Egitto. Quello che vediamo qui risale all’antico Egitto, a più di un millennio prima di Cristo, e venne success

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  • Il mondo ha finito la sabbia
    di Paola OttinoQuesto articolo apre una serie in tre parti dedicata alla geopolitica dell’invisibile, ossia le risorse materiali che sostengono l’economia contemporanea senza entrare nel dibattito pubblico. Partiamo dalla sabbia, seconda risorsa più consumata al mondo dopo l’acqua. Dai cantieri alla tecnologia, dalle isole artificiali ai data center, la sua crescente scarsità sta modificando geografie economiche e rapporti di forza. Nei prossimi articoli analizzeremo altre due infrastrutture invisibili del XXI secolo: il freddo necessario ai data center e l’orbita bassa terrestre, diventata teatro di una nuova corsa allo spazio.IN BREVECorsa alle risorse Ogni anno si estraggono cinquanta miliardi di tonnellate di sabbia e ghiaia. Oggi si consuma questa materia prima naturale a un ritmo cinque volte superiore rispetto al 1970.Illusione del deserto I granuli desertici, levigati dal vento, non legano con il cemento. Le infrastrutture urbane dipendono solo dai depositi fluviali e marini, ormai soggetti a un’estrazione predatoria irreversibile.Monopolio del silicio I microprocessori e i data center necessitano di quarzo ultra-puro. Un unico distretto estrattivo negli Stati Uniti soddisfa il 90 percento della domanda globale per la tecnologia digitale.Speculazione territoriale L’espansione di hub come Singapore e Dubai poggia sul drenaggio dei fondali. La creazione di nuova terra emersa distrugge gli ecosistemi e innesca aspre dispute geopolitiche sui confini.Mercati illegali e violenza L’esaurimento dei giacimenti legali alimenta reti criminali e mafie locali. Il controllo della materia prima degrada i bacini idrici, minacciando la sussistenza di miliardi di persone.La sabbia è ovunque. Lungo i fiumi, sulle spiagge, nei fondali marini. Eppure la sabbia adatta agli impieghi dell’economia contemporanea sta diventando sempre più difficile da reperire. Il paradosso è che la sabbia più abbondante – quella dei deserti – spesso non si può utilizzare per l’edilizia. I suoi granuli, levigati dal vento, non si legano a dovere al cemento.Per le costruzioni servono sabbie fluviali e marine, più rare, la cui estrazione sta modificando fiumi, coste ed ecosistemi e alimentando una competizione sempre più aspra per il controllo dei giacimenti. Già, perché non esiste «la» sabbia: esistono sabbie diverse, con caratteristiche e valori economici radicalmente differenti.Il 12 maggio 2026 il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) ha pubblicato il terzo rapporto sul tema, “Sand and Sustainability: An Essential Resource for Nature and Development”, curato da 27 esperti internazionali. La cifra che emerge è inaudita: ogni anno vengono estratti circa 50 miliardi di tonnellate di sabbia e ghiaia, cinque volte più che nel 1970. La sabbia è la seconda risorsa naturale più consumata al mondo dopo l’acqua.¹ Secondo l’agenzia ONU, ogni anno estraiamo sabbia a sufficienza per costruire, lungo l’intera circonferenza del pianeta, un muro alto e largo 27 metri[1].Il rapporto UNEP introduce una distinzione significativa tra sabbia «morta», già estratta e trasformata in cemento, asfalto o vetro, e sabbia «viva», ancora presente nei fiumi, nei delta e lungo le coste, dove svolge funzioni essenziali per gli ecosistemi e l’equilibrio idrogeologico. È una distinzione apparentemente tecnica, ma racconta come una risorsa considerata inesauribile stia diventando un capitale naturale non rinnovabile su scala umana.Paradosso globaleUna materia in apparenza marginale sta così diventando un fattore di potere. È questo il paradosso della geopolitica dell’invisibile: le risorse decisive per l’economia del XXI secolo sono spesso quelle alle quali prestiamo meno attenzione. Materiali in apparenza comuni diventano strategici quando non sono facilmente sostituibili.Come è già accaduto per il petrolio, il gas naturale o le terre rare, anche la disponibilità della sabbia inizia a influenzare rapporti di forza economici, catene globali del valore e strategie nazionali. La differenza è che questa trasformazione è avvenuta quasi senza attirare l’attenzione dell’opinione pubblica.L’economia contemporanea dipende dalle sabbie fluviali e marine, caratterizzate da granuli più spigolosi e concentrate in giacimenti molto più limitati, spesso condivisi tra più Stati. La domanda continua a crescere, alimentata dall’urbanizzazione[2], dai grandi progetti infrastrutturali e, sempre più, dall’economia del silicio: semiconduttori e pannelli fotovoltaici richiedono silicio di elevatissima purezza, mentre i data center consumano enormi quantità di materiali da costruzione. L’offerta, al contrario, cresce con estrema lentezza perché la natura impiega centinaia di migliaia di anni per rigenerare questi depositi[3].È da questo squilibrio che nasce il nuovo valore strategico della sabbia.Nel 2024 il mercato globale della sabbia valeva 569,4 miliardi di dollari, mentre la sola domanda per l’edilizia è destinata a crescere del 45% entro il 2060[4]. Non sorprende quindi che la competizione per il controllo dei giacimenti, delle esportazioni e delle tecnologie di estrazione stia assumendo una dimensione sempre più geopolitica.Le conseguenze di questa pressione sono già visibili. In India l’estrazione lungo fiumi come Chambal, Yamuna, Son e Damodar sta abbassando il letto fluviale, destabilizzando gli argini e aumentando il rischio di alluvioni nelle aree a valle[5]. A pagarne il prezzo non sono soltanto gli ecosistemi, ma anche milioni di persone che dipendono dalla pesca artigianale, dall’agricoltura fluviale e dall’equilibrio idrogeologico dei bacini.Uno studio pubblicato sulla rivista Science nel 2017 ha definito questa situazione una vera e propria «tragedia», con effetti su pesca artigianale, erosione costiera e comunità rivierasche, stimando che oltre 2,3 miliardi di persone vivano in sistemi economici esposti agli effetti dell’estrazione incontrollata[6]. Quando una risorsa diventa scarsa, tuttavia, non produce soltanto danni ambientali ma genera anche nuove rendite.È su questo terreno che prosperano le cosiddette «sand mafias», organizzazioni criminali documentate in particolare nel subcontinente indiano ma ormai presenti anche in diverse aree costiere africane dove l’estrazione illegale si intreccia con corruzione locale e violenza[7]. La sabbia ha ormai superato la dimensione puramente ambientale. Laddove aumenta il suo valore economico, emergono gli stessi meccanismi osservati per altre materie prime strategiche, come controllo territoriale, mercati illegali e conflitti.La più grande miniera di sabbia del pianetaSe l’India mostra il volto diffuso dell’estrazione, la Cina ne offre l’esempio più estremo. Nel 2000 le autorità cinesi vietarono l’estrazione di sabbia lungo il corso medio-basso del fiume Azzurro (Yangtze), da cui dipende l’approvvigionamento idrico di circa 400 milioni di persone. L’obiettivo era arrestare l’abbassamento del letto fluviale e limitare il rischio di cedimento degli argini. Il divieto, però, non fece che spostare l’attività verso il lago Poyang, il più grande bacino d’acqua dolce del Paese, collegato allo Yangtze stesso.Uno studio condotto da ricercatori statunitensi, olandesi e cinesi, utilizzando immagini satellitari, ha stimato che dal fondale e dalle rive del lago venivano estratti fino a 236 milioni di metri cubi di sabbia l’anno, pari a circa il 9% della produzione nazionale cinese. Secondo gli autori si tratta della più grande operazione di estrazione di sabbia mai documentata al mondo, più estesa della somma delle tre maggiori miniere di sabbia statunitensi[8].Le immagini satellitari raccontano questa trasformazione meglio di qualsiasi statistica. Tra il 1995 e il 2013 il canale di collegamento tra il lago e lo Yangtze appare progressivamente allargato dalle draghe, al punto da alterare la naturale alternanza stagionale tra piena e magra del bacino[9].L’abbassamento dei livelli idrici durante l’inverno altera gli habitat di una delle principali aree asiatiche di svernamento per gru, cicogne e oche migratrici. A essere minacciata è anche la focena senza pinna dorsale dello Yangtze, specie a rischio che utilizza l’ecolocalizzazione e viene disturbata dal rumore continuo delle draghe. Solo nel marzo 2021 il governo cinese ha imposto restrizioni più severe e avviato una campagna contro i minatori abusivi, senza però arrivare a un divieto totale data l’entità degli introiti economici legati al settore[10].Ed è qui che emerge un altro elemento tipico della geopolitica dell’invisibile. Le risorse apparentemente banali non diventano strategiche perché rare in senso assoluto, ma perché non possono esser

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  • Padre Sava: «Il monastero di Dečani, in Kosovo, è ancora in pericolo»
    di Elisabetta BurbaNon c’è pace per Visoki Dečani, monastero serbo-ortodosso in Kosovo. A fine luglio sono ripresi i lavori nella Zona speciale protetta del sito UNESCO. Un vecchio progetto prevedeva di realizzare una strada di transito internazionale che metterebbe a rischio l’integrità di uno dei più importanti monumenti medievali dei Balcani. Dopo un’alzata collettiva di scudi, le macchine si sono fermate. Ma la tensione resta molto alta, come emerge dall’intervista all’abate Sava Janjić. In questa prima puntata, l’archimandrita descrive le condizioni in cui la sparuta comunità cristiana sopravvive in Kosovo a 27 anni dall’intervento NATO.IN BREVERiapertura cantiere L’abate del monastero di Dečani denuncia che interventi non autorizzati con macchinari pesanti sono ripartiti a due chilometri dal monastero medievale.Arteria internazionale I lavori hanno riaperto una controversia relativa al progetto di una strada di transito internazionale verso il Montenegro.Scontro sulle normative La legge 03/L-039 vieta arterie di transito nella Zona speciale protetta e prevede il consenso ecclesiastico per ogni intervento nell’area.Accordo del 2020 Sei anni fa, la controversia sulla rotta fu risolta prevedendo una circonvallazione esterna e interventi limitati sulla via locale.Questione irrisolta La ripresa dei lavori ha riportato in primo piano il rispetto degli accordi e delle garanzie giuridiche che proteggono l’integrità e la sicurezza del sito UNESCO.Stato di allerta Dopo che il Comune di Dečani aveva parlato di «manutenzione», il primo agosto i lavori sono stati interrotti. La tensione in Kosovo resta però molto alta.La comparsa di camion ribaltabili e macchinari pesanti ha riacceso l’attenzione su un simbolo della cristianità nei Balcani: il monastero serbo-ortodosso di Visoki Dečani. A fine luglio, i monaci hanno scoperto mezzi impegnati a trasportare, stendere e livellare grandi quantità di pietrisco lungo un tratto stradale a circa due chilometri dalle mura medioevali del sito UNESCO. I lavori, interrotti il primo agosto, sono stati definiti dal Comune di Dečani semplice manutenzione ordinaria. Per la Diocesi di Raška e Prizren, invece, la natura e la portata dell’intervento sollevano interrogativi che vanno ben oltre la manutenzione di una strada locale.Il tracciato è da anni al centro di una controversia: Il progetto di una strada di transito internazionale verso il Montenegro, che attraverserebbe la Zona speciale protetta, è vietato dalla normativa.. Nel 2020, dopo un lungo confronto tra le parti e con la mediazione internazionale (alla quale contribuirono in modo decisivo generali e diplomatici italiani), era stata individuata una soluzione: realizzare una circonvallazione esterna alla zona protetta per il traffico internazionale e interventi limitati sulla strada attuale.La ripresa dei lavori ha riportato in primo piano una questione rimasta irrisolta, che non riguarda soltanto la tutela di uno dei più importanti monumenti medievali dei Balcani. In gioco c’è anche il rispetto degli accordi e delle garanzie giuridiche che ne proteggono l’integrità.A 27 anni dall’intervento militare della NATO, in che condizioni versa la comunità serbo-ortodossa in Kosovo? Ne abbiamo parlato con il carismatico abate del monastero di Dečani, Padre Sava Janjić. Figura di riferimento per la difesa dei diritti umani e la promozione del dialogo interetnico, ha rilasciato a Krisis un’ampia intervista di cui qui proponiamo la prima parte. Un affresco dettagliato, drammatico e rigoroso sullo Stato di diritto e sul futuro della presenza cristiana in Kosovo.Padre Sava, mezzi pesanti sono tornati nella Zona speciale protetta del monastero di Visoki Dečani. Perché?«La risposta più onesta è che non abbiamo ancora ricevuto una spiegazione ufficiale adeguata, anche adesso che i lavori si sono fermati. Né il Monastero di Visoki Dečani né la Diocesi sono stati informati in anticipo. Non ci è stato mostrato un progetto, un permesso, una decisione che identifichi l’ente commissionante, una descrizione dei lavori previsti o qualsiasi spiegazione della loro base giuridica. Il consenso della Chiesa Ortodossa Serba non è stato richiesto. In un’area giuridicamente protetta, questa mancanza di trasparenza non è un’omissione procedurale secondaria. È il cuore stesso del problema. La fase intensiva dei lavori è stata notata solo negli ultimi giorni. Quando i nostri monaci hanno visitato il luogo, a circa due chilometri a Ovest del monastero, hanno osservato grandi camion che consegnavano ingenti quantitativi di pietra spaccata in modo grossolano, mentre macchine edili spandevano e livellavano il materiale lungo la strada. Si tratta dello stesso tracciato che per anni è stato associato alla controversa strada di transito da Dečani a Plav, in Montenegro. La natura e la quantità del materiale depositato davano l’impressione di preparare o ammodernare sostanzialmente la sede stradale, potenzialmente in vista di una successiva asfaltatura. Il sindaco di Dečani ha successivamente descritto l’attività come due giorni di manutenzione ordinaria che hanno comportato copertura delle buche, rimozione della vegetazione e pulizia della strada. Ha anche affermato che i lavori erano stati completati. Non possiamo accettare tale descrizione senza un’ispezione obiettiva e la divulgazione della documentazione pertinente. Grandi quantità di grosso pietrisco, consegne ripetute da parte di camion ribaltabili e il livellamento sistematico di un’estesa superficie stradale non sono ciò che si intenderebbe comunemente come il semplice riempimento di alcune buche. Non voglio speculare in modo irresponsabile su una decisione nascosta di cui non abbiamo ancora visto la prova documentale. Tuttavia, data la storia di questa specifica strada e i precedenti tentativi nel 2018 e nel 2020, vi sono forti motivi di preoccupazione sul fatto che questi lavori rappresentino un ulteriore passo graduale verso l’imposizione di un fatto compiuto sul terreno. La risposta corretta è quindi molto semplice: le autorità competenti dovrebbero rendere noto chi ha commissionato i lavori, chi li ha autorizzati, cosa era esattamente pianificato, quale impresa è stata ingaggiata, quali permessi sono stati rilasciati e se siano previsti ulteriori passaggi, compresa l’asfaltatura».Perché i lavori violano direttamente la Legge numero 03/L-039?«La Legge n. 03/L-039 non è un accordo informale tra il Monastero e il Comune di Dečani. È una legge vincolante adottata dall’Assemblea del Kosovo specificamente per proteggere la Chiesa serbo-ortodossa, i suoi luoghi santi e gli ambienti è tuttora viva la vita monastica e religiosa. La legge rimane in vigore, insieme al meccanismo del Consiglio di attuazione e monitoraggio istituito ai sensi della stessa. La posizione legale è chiara in due possibili scenari. Se lo scopo di questi lavori è continuare la strada di transito internazionale da Dečani a Plav (Montenegro) attraverso la Zona speciale protetta del Monastero, l’articolo 5 della legge proibisce esplicitamente tale strada di transito. Nessuna decisione municipale, descrizione amministrativa o giustificazione economica può derogare a tale divieto, nemmeno il consenso del Monastero. Se, d’altra parte, le autorità sostengono che si tratta solo della manutenzione o del significativo miglioramento di una strada locale esistente, l’articolo 6 rimane applicabile. La costruzione e la ricostruzione stradale sono attività limitate per le quali è necessario richiedere il previo accordo della Chiesa serbo-ortodossa. Qualora non si riesca a raggiungere un accordo, la questione deve essere deferita al meccanismo congiunto stabilito dalla legge: il Consiglio di attuazione e monitoraggio. Nel caso attuale, la Chiesa non è stata informata, il suo accordo non è stato richiesto e, per quanto ne sappiamo, la procedura del Consiglio di attuazione e monitoraggio non è stata avviata. Ecco perché cambiare l’etichetta amministrativa non risolve il problema legale. Un’autorità non può trasformare una ricostruzione in manutenzione ordinaria semplicemente chiamandola manutenzione. Il carattere giuridico di un’attività è determinato dalla sua natura obiettiva, dalla sua scala e dal suo effetto previsto. Non stiamo sostenendo che ogni taglio dell’erba o riempimento di una buca richieda una conferenza diplomatica. Abbiamo collaborato in passato su reali esigenze locali e piccoli lavori. Ma la precedente cooperazione del Monastero non può essere interpretata come un’autorizzazione permanente e illimitata per qualsiasi intervento futuro su questa strada. In particolare quando sostanziali quantità di materiale da costruzione vengono consegnate e sparse lungo il tracciato contestato, la previa notifica, la documentazione e la verifica legale sono indispensabili. Il principio coinvolto è più ampio di questa particolare strada. Una Zona speciale protetta cessa di avere significato se l’autorità dalla quale si intendeva fornire protezione può decidere unilateralmente quando la legge si applica e quando può essere ignorata».Le autorità locali descrivono questi lavori come manutenzione ordinaria. Perché non siete convinti?«Perché ciò che è stato osservato sul terreno non corrisponde al significato ordinario di manutenzione ordinaria. I nostri monaci non hanno visto una piccola squadra municipale riempire buche isolate. Hanno visto camion pesanti trasportare ripetutamente grosso pietrisco e macchinari spandere e livellare quel materiale lungo il tracciato stradale esistente. La quantità di materiale e il metodo di posa indicano un intervento più sostanziale. Inoltre, la manutenzione ordinaria è di solito trasparente. Ha un’autorità identificata, un programma di manutenzione, un ambito definito e una chiara base di bilancio e legale. Qui non abbiamo ricevuto alcuna notifica, alcuna descrizione dei lavori e alcuna rassicurazione su ciò che sarebbe seguito. Quando si lavora su una strada con una storia così lunga e controversa, all’interno di una zona prot

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