di Chris HedgesProseguendo il loro confronto, Hedges e Wolff analizzano i meccanismi finanziari che tengono sotto scacco gli Stati Uniti, tra crescente indebitamento, ruolo internazionale del dollaro e trasformazioni dell’equilibrio tra potenze. A partire dalla cecità della classe dirigente Usa, arroccata su schemi consolidati dagli anni Ottanta, Wolff traccia la mappa di un sistema-mondo frammentato. Privo di canali di diplomatici adeguati, il sistema si trova esposto al rischio di una depressione globale.Seconda parte dell’intervista di Chris Hedges a Richard Wolff.IN BREVESuperpotenza al tramonto Gli Stati Uniti affrontano la fine della loro egemonia. Un cambiamento epocale che la classe dirigente nega, moltiplicando errori geopolitici ed economici.Crisi del dollaro La crescita della Cina e le strategie del Global South sottraggono al dollaro il suo ruolo globale, minacciando di frenare la capacità statunitense di finanziare il suo debito pubblico.Declassamento Con l’aumento delle spese militari e il declassamento del rating, Washington rischia di subire tassi d’interesse più alti o un blocco dei prestiti esteri.Rottura delle catene Il blocco prolungato dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran interrompe il commercio mondiale, procovando carenze di energia e di microchip.Depressione globale La mancanza di cooperazione internazionale e l’inasprimento dei conflitti trascinano l’intero sistema economico verso scenari di pesante recessione e deflazione.Nella prima puntata di questo colloquio, il giornalista Chris Hedges e l’economista Richard Wolff hanno analizzato come l’escalation militare in Medio Oriente stia mettendo a nudo le fragilità strategiche degli Stati Uniti. Ma quali sono le ricadute strutturali della crisi sul sistema economico globale? In questo secondo confronto, l’attenzione si sposta sui nodi finanziari che tengono sotto scacco Washington. Al centro dell’analisi, il crescente indebitamento degli Stati Uniti, il ruolo del dollaro come valuta di riferimento internazionale e le strategie di potenze come Cina, Russia e Iran, che tentano di ridurre la propria dipendenza dal sistema finanziario occidentale.Che ripercussioni genera sull’Impero la paralisi dello Stretto di Hormuz e l’interruzione della sterminata catena di approvvigionamento?«Questo è un tasto dolente per me. Ritengo che il nostro impero sia finito. Credo che ciò che stiamo vivendo – tu, io, la nostra attuale generazione – sia l’esperienza brutta, sgradevole e spaventosa del declino di un impero. Nel corso dell’ultimo secolo, il nostro impero è cresciuto costantemente. Non per tutti, naturalmente, ma per una fetta di popolazione sufficiente a conferirle i tratti di una vera e propria espansione economica e strutturale. E ciò è avvenuto in particolar modo all’indomani della Seconda guerra mondiale, quando tutti gli altri potenziali contendenti per quel ruolo di leadership si erano ridotti in macerie. Il risultato, in sostanza, è che siamo diventati i padroni del mondo.Da tale congiuntura sono scaturiti gli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta e Ottanta, decenni in cui si è assistito a quella strana esaltazione di tutto ciò che era americano, il cosiddetto “eccezionalismo americano”: l’idea che, se si era credenti, Dio amasse noi più di chiunque altro, e via discorrendo. Qual è l’origine di tutto ciò? Si è trattato di un classico abbaglio: l’incapacità di capire quanto fossero particolari le condizioni di quel momento, sfociata nell’illusione che vi fosse una qualche garanzia di immutabilità; o che, pur in presenza di un mutamento del contesto, la singolare posizione di privilegio degli Stati Uniti si sarebbe in qualche modo perpetuata. Ma non vi è nulla di più falso.A partire da circa 10 o 15 anni fa, ritengo che tale declino sia diventato evidente. Non tanto a livello di narrazione pubblica, poiché viviamo in un Paese che pratica sistematicamente quella che mia moglie, di professione psicoterapeuta, definisce una “negazione di massa”. Vi è un rifiuto categorico di prendere in considerazione la sola idea che l’impero sia al tramonto. Di conseguenza, ci si preclude di domandarsi: cosa significa? Come dobbiamo comportarci con la Cina, la Russia o l’Iran agendo in veste di impero in declino? Questo richiederebbe un cambio di paradigma radicale.A quel punto, l’obiettivo dovrebbe diventare quello di capire come gestire la transizione e attraversare la fase di declino senza farci saltare in aria o disintegrare l’intero pianeta. Non si tratta più di preservare la propria egemonia: quella è definitivamente svanita. Si tratta di trovare un modo sostenibile di gestire i rapporti. Ma i nostri leader non ragionano né si esprimono in questi termini. Parlano come se si trovassero ancora negli anni Settanta o Ottanta, quando si poteva verosimilmente sostenere che la posizione degli Stati Uniti fosse di dominio assoluto. Quel periodo è ormai finito.Il Vietnam ha segnato l’inizio della fine, forse persino la Corea, ma il Vietnam certamente; per poi proseguire con l’Afghanistan, l’Irak e ora l’Ucraina. È assurdo. Non siamo nella posizione di fare esibizioni di forza, nonostante la saggezza del senno di poi secondo cui l’amministrazione americana – Pete Hegseth, Donald Trump – era convinta di poter risolvere la questione iraniana nel giro di pochi giorni, assassinare l’Ayatollah, sganciare un po’ di bombe sull’Iran e convincersi che tutto sarebbe andato in pezzi a nostro favore. È un errore talmente catastrofico che ti lascia senza fiato.Per quanto mi riguarda, stiamo vivendo l’epilogo dell’Impero, un tracollo che è stato accelerato e reso ancor più imminente dalla crisi attualmente in corso in Medio Oriente. E poiché l’approccio americano continua a fondarsi sull’assunto illusorio di non avere un impero ormai in declino, si continuano a fare errori che finiscono per auto-alimentare il declino imperiale stesso. Ma è questo il prezzo imposto dalla negazione. È esattamente ciò che è avvenuto, a causa di una negazione del tutto analoga, nel tramonto di altri grandi imperi del passato: quello romano, quello greco, quello persiano, quello ottomano, nessuno escluso. Lo schema storico non diverge di molto. Si inizia con la negazione: non si riesce a crederci, non si vuole crederci, si decide deliberatamente di non crederci. Di conseguenza, si compiono errori macroscopici che rendono la caduta un dato di fatto stringente, accelerandone la dinamica.Al giorno d’oggi, quando mi trovo a rilasciare interviste ad organi di stampa britannici, li esorto in questo modo: “Aiutateci. Voi state gestendo il vostro declino da molto più tempo di noi”. L’Impero americano ha di fatto raccolto i cocci di quello che rimaneva dopo il collasso dell’Impero britannico, e i britannici hanno dovuto fare i conti con questa realtà per molto tempo. Noi stiamo solo iniziando ad affrontarlo, e lo stiamo facendo in maniera disastrosa».Vorrei chiederle dell’egemonia del dollaro, dello Swift e dei petrodollari […]. È in atto un tentativo da parte di Cina, Russia e certamente Iran di liberarsi dalla tirannia del dollaro?«Sì, e qui rintracciamo, se me lo consente, una splendida esemplificazione della nozione hegeliana di contraddizione. Ecco cosa intendo: i cinesi in particolare hanno capito – e va riconosciuto loro il merito – di aver raggiunto un traguardo formidabile. E a tal proposito, dovrei premettere (lei mi conosce, non se ne preoccuperebbe, ma di questi tempi mi tocca specificarlo): quanto sto per dire non costituisce un endorsement nei confronti della Cina. La Cina presenta innumerevoli problemi, che giustificherebbero un cospicuo numero di programmi a sé stanti. Non stiamo parlando di una società ideale o nulla di simile.Ciò detto, la crescita economica della Cina negli ultimi 40 anni ha registrato tassi fenomenali. Non mi risulta esservi alcun precedente al mondo – e la storia economica è la mia materia di studio. Nessuno ha mai conseguito un tale livello di crescita economica in una frazione temporale e storica così breve. Pertanto, i cinesi sono del tutto consapevoli del fatto che il miracolo dello sviluppo economico di cui si fregiano è avvenuto in un momento storico in cui gli Stati Uniti operavano in qualità di egemone e il dollaro in qualità di valuta globale.Di conseguenza – e ne ho discusso con economisti cinesi – hanno maturato la consapevolezza che è più saggio procedere con estrema cautela e senza fretta, poiché non intendono affossare un elemento che riconoscono come parte integrante del loro successo. Non hanno alcuna fretta di veder sparire il dollaro. Ritengono che tale eventualità sarebbe foriera di pericoli per loro stessi, per non parlare del resto del mondo. D’altro canto, come sottolineava giustamente lei, oggi sono la superpotenza economica concorrente a livello globale. Non vi è alcun dubbio. Non è la Russia. È la Cina. Il protagonista è la Cina. Chiaro? I cinesi sanno bene che le dinamiche sono queste, e sono perfettamente consapevoli del fatto che gli Stati Uniti traggono straordinari vantaggi tanto dal ruolo del dollaro come valuta mondiale, quanto dal peso specifico del dollaro all’interno del mercato del petrolio, parte integrante del loro ruolo nel mondo.E non dispiacerebbe loro godere di alcuni di quei privilegi – se vogliamo, i benefici e il valore che scaturiscono dall’avere la propria moneta nel ruolo di valuta globale. Vorrebbero che la loro moneta assumesse quel medesimo ruolo a loro vantaggio. Dunque, hanno un atteggiamento deferente nei confronti del dollaro e degli Stati Uniti, ed è proprio qui che si inscrive la contraddizione. Da un lato osteggiano il sistema, dall’altro lo assecondano. Lo si vede nei suggerimenti dati all’inizio agli iraniani, se ho letto correttamente i resoconti delle notizie. I cinesi stanno spingendo per porre fine alla guerra. Vogliono che anche gli iraniani facciano delle concessioni. È un po’ diverso rispetto ai consigli che penso l’Iran stia ricevendo dalla Russia. Anche tra di loro non mancano le divergenze. Tuttavia,
Voci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea Pincin
Krisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.
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