di Romeo FarinellaCon quasi sei abitanti del pianeta su 10 che risiedono nei centri urbani, le metropoli sono diventate l’epicentro della miseria. Attraverso le lenti del Sud globale e della finanziarizzazione immobiliare, l’urbanista svela le debolezze dell’Agenda 2030, il documento con cui l’Onu promuove la riconversione ambientale. Ordinario all’Università di Ferrara e autore del libro «Le fragole di Londra», Farinella denuncia come la sostenibilità rischi di trasformarsi in un privilegio di classe, generando nuove forme di segregazione.IN BREVEOrigine del fenomeno Il sorpasso demografico delle città sulle aree rurali non ha generato benessere. Ha trasformato i centri urbani nell’epicentro di una miseria strutturale.Milton Santos Il geografo brasiliano di origine africana ha dimostrato che il capitalismo non contrasta la povertà urbana. Tende a redistribuirla e a concentrarla in periferie totalmente escluse.Finanziarizzazione Le nuove logiche neoliberali e la valorizzazione immobiliare continuano a produrre segregazione, trasformando lo spazio in un terreno di profitto e di esclusione.Iniquità ambientale La crisi climatica colpisce soprattutto le fasce marginali, che subiscono una doppia discriminazione, restando confinate in territori inquinati e privi di tutele.Inganno della transizione Interventi di rigenerazione verde provocano fenomeni di gentrificazione, riducendo la sostenibilità ecologica a un privilegio di classe accessibile a pochi.Oggi nel mondo più di una persona su due risiede in città. Con circa il 58% della popolazione globale concentrato nei centri urbani – pari a 4,8 miliardi di persone – il sorpasso demografico sulle aree rurali, avvenuto nel 2007, è ormai un dato strutturale del nostro secolo. Eppure, questa transizione non ha coinciso con un aumento del benessere. Anzi, le metropoli sono diventate l’epicentro della miseria: quasi un quarto degli abitanti urbani vive in baraccopoli. È proprio all’interno di questa contraddizione che si colloca la straordinaria attualità del pensiero del geografo brasiliano Milton Santos, di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita.Le città moderne vengono spesso immaginate come luoghi di progresso e opportunità. Eppure, come osservava Santos, è proprio nello spazio urbano che la povertà si riorganizza, si concentra e diventa parte integrante del funzionamento della metropoli contemporanea. Il geografo ha sviluppato il tema dell’urbanizzazione della povertà tra gli anni Settanta e Novanta del secolo scorso, analizzando gli effetti della modernizzazione e della globalizzazione sulle grandi città del Sud globale.Quando Santos ha elaborato questa riflessione, il Brasile era governato dalla dittatura militare e viveva una fase di rapida crescita economica accompagnata da un’intensa espansione urbana. L’industrializzazione accelerata, la modernizzazione infrastrutturale e l’integrazione nel capitalismo internazionale stavano trasformando profondamente il Paese.Le grandi città, in particolare São Paulo e Rio de Janeiro, attiravano milioni di migranti provenienti dalle aree rurali povere, soprattutto dal Nordest. Questa crescita, però, non era accompagnata da una redistribuzione della ricchezza né da adeguate politiche sociali. Le città esplodevano, così come le disuguaglianze. Accanto ai quartieri moderni e integrati nei circuiti economici globali si espandevano enormi periferie informali prive di servizi, infrastrutture e condizioni abitative dignitose.In questo contesto Santos ha elaborato una riflessione sul tema della Pobreza Urbana (2023) associandolo anche a una riflessione sulla Urbanização Brasileira (2023): un processo dal quale emergeva una crescente e strutturale associazione tra urbanizzazione e povertà. Una riflessione che ha preso corpo durante i suoi anni di esilio, nella quale sostiene che lo sviluppo urbano non contrastava la povertà ma tendeva piuttosto a redistribuirla e concentrarla in alcune aree delle grandi metropoli.La modernizzazione avviata dal capitalismo si accompagna in effetti a una forte selezione sociale, fenomeno ancora più evidente nei paesi periferici. Solo una parte della popolazione beneficia dei miglioramenti economici e sociali; un’altra ne resta esclusa. Il capitalismo contemporaneo, al di là delle forme di governo, si conferma così come un sistema profondamente e interessatamente contradditorio: da un lato innovazione e ricchezza, dall’altro marginalità, informalità ed esclusione territoriale.Nelle periferie brasiliane, come sottolinea l’urbanista Erminia Maricato, l’informalità urbana – favelas, autocostruzione, occupazioni irregolari – non rappresenta un’anomalia, ma il modo concreto attraverso cui milioni di persone riescono ad accedere alla città in un sistema profondamente diseguale (Brasil, cidades: alternativas para a crise urbana, 1995).Tendiamo spesso a considerare l’informalità un problema, ma per chi vi abita ha rappresentato anche una soluzione abitativa e sociale, pur continuando a essere uno spazio di conflitto. In questo senso, Maricato si avvicina molto alla lettura di Santos della «modernizzazione selettiva», intesa come integrazione solo parziale della popolazione nell’economia urbana ufficiale, mentre le periferie restano spesso escluse dagli investimenti pubblici, dalla mobilità efficiente e dal pieno diritto alla cittadinanza urbana.Raquel Rolnik, un’altra protagonista di quello straordinario laboratorio di pensiero sulla crisi dell’abitare che è São Paulo, riprende e attualizza il pensiero di Santos nell’epoca della globalizzazione neoliberale. Se Santos analizzava gli effetti della modernizzazione industriale sulla povertà urbana, Rolnik (São Paulo: o planejamento da desigualdade, 2023) mostra come la finanziarizzazione dello spazio e le nuove logiche del capitalismo globale continuino a produrre esclusione, segregazione e vulnerabilità territoriale. La relazione tra ricchezza urbana e produzione della marginalità, tuttavia, precede la contemporaneità e accompagna la storia stessa della città industriale.Agli inizi del Settecento, il medico e filosofo inglese Bernard Mandeville sviluppò una riflessione metaforica sui vizi privati e le pubbliche virtù della società britannica nel testo La favola delle api. Nel libro descriveva la sporcizia di Londra, il cattivo odore e il degrado delle strade come effetti collaterali di una ricchezza prodotta dai commerci internazionali e dall’avvio di quel processo che avrebbe preso poi il nome di rivoluzione industriale. Indicando degrado e povertà, come manifestazioni della ricchezza in formazione della futura città vittoriana, Mandeville anticipò uno degli aspetti strutturali della crescita urbana che caratterizzerà i secoli successivi.1Oggi il tema della povertà e delle disuguaglianze condiziona profondamente le politiche urbane nella prospettiva, condivisa a livello globale, della transizione ecologica promossa dall’Agenda 2030 dell’Onu. Quale rapporto tra povertà e ricchezza emerge dalla composizione delle nostre città? E quali forme urbane si identificano con questo dualismo, spesso strettamente interdipendente? È un dato di fatto che, senza il lavoro povero e precario di molti, la città dei ricchi faticherebbe a funzionare.L’argomento della povertà attraversa tutti gli obiettivi dell’Agenda 2030. In alcuni compare esplicitamente, in altri è implicito nelle pratiche necessarie per realizzarli. L’acqua pulita, l’istruzione di qualità, la fame, la salute e il benessere, non sono problemi dei ricchi. L’accesso a questi «servizi» è un diritto prima di essere un bisogno, ma è limitato per le fasce più vulnerabili della popolazione. Se questi sono punti salienti di un percorso che vuole rendere sostenibile il pianeta, non è possibile affrontarli senza intervenire in modo strutturale, e non soltanto caritatevole, sulle disuguaglianze sociali.Possiamo allora affermare che la lotta contro la povertà costituisce una delle finalità principali dell’Agenda 2030. Ma esistono davvero le condizioni per realizzarla? E attraverso quali strumenti politici ed economici? In che modo potranno essere affrontate le grandi urbanizzazioni che concentrano quote sempre maggiori di povertà?Il capitalismo e la civiltà industriale occidentale si sono alimentati di un’idea di progresso resa possibile dall’avanzamento tecnico, trasformato progressivamente nella morale identitaria della modernità. Questo processo ha prodotto una separazione sempre più netta tra politica, economia e tecnologia da un lato, biosfera, ecologia e limiti ambientali dall’altro.Come ricorda Günther Anders, il mondo è stato a lungo considerato una «miniera da sfruttare» (L’uomo è antiquato, vol. 2, 2007). Oggi la complessità della crisi contemporanea impone invece la necessità di definire nuovi paradigmi di sviluppo (o di decrescita), capaci di affrontare anche le disuguaglianze, le vecchie e nuove povertà, le crisi climatiche e la redistribuzione delle ricchezze. Su questo terreno, tuttavia, le istituzioni politiche appaiono in ritardo.Che povertà e miseria siano state condizioni funzionali all’accumulazione del capitale emerge con forza già durante la rivoluzione industriale. Le lotte sociali, sindacali e politiche tra Ottocento e Novecento hanno certamente migliorato le condizioni di vita di ampie fasce della popolazione, ma non hanno eliminato le contraddizioni profonde del modello industriale. Nel mondo colonizzato dalle potenze europee, molti insediamenti urbani vennero progettati secondo i principi urbanistici pensati per «igienizzare» le città industriali occidentali: luce, aria, verde, grandi assi viari. Tuttavia, questi modelli erano destinati soprattutto agli spazi abitati dagli europei e dalla borghesia emergente.Alcune forme contemporanee di urbanizzazione globale ancora oggi sembrano riprodurre questa logica segre
Voci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea Pincin
Krisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.
Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta Burba
Codice ISSN: 3035-2797