Il Disinformatico

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Il Disinformatico episodes

  • *Podcast RSI - Telegram cambia le proprie regole, terremoto di sicurezza

    È disponibile subito il podcast di oggi de
    Il Disinformatico
    della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto:
    lo trovate
    qui sul sito della RSI
    (si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare
    qui.

    Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite
    iTunes,
    YouTube Music,
    Spotify
    e
    feed RSS.

    Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle
    fonti di questa puntata, sono qui sotto.

    ---

    [CLIP:
    TF1 annuncia l’arresto di Durov]

    Il 24 agosto scorso Pavel Durov, fondatore e CEO della popolarissima
    piattaforma di messaggistica Telegram, è stato fermato in Francia [RSI] e successivamente incriminato dalle autorità francesi e rilasciato su
    cauzione, con l’obbligo di restare nel paese. L’incriminazione parla di
    “rifiuto di comunicare le informazioni necessarie per le intercettazioni
    autorizzate dalla legge”, “complicità” in reati e crimini gravissimi organizzati su o tramite
    Telegram, e... omessa dichiarazione formale di importazione in Francia di un
    sistema crittografico?

    Questo terzo capo di incriminazione può sembrare dissonante rispetto agli
    altri due, ma ha una sua spiegazione che è importante per capire perché il
    fermo di Durov ha scatenato un terremoto che ha scosso molti degli oltre 900
    milioni di utenti di Telegram.

    Questa è la storia, fin qui, di questo terremoto e delle sue implicazioni per
    la sicurezza e la privacy, non tanto per i criminali che usano Telegram, ma
    per gli utenti onesti di questa piattaforma, specialmente quelli che vivono in
    paesi dove i diritti umani non vengono rispettati e i dissidenti vengono
    perseguitati. Questi utenti in questi anni si sono affidati a Telegram
    contando sulla sua promessa di non collaborare con nessun governo, e ora
    scoprono che le loro conversazioni su questa piattaforma non erano così
    protette e segrete come pensavano, anche perché Telegram, dopo il fermo e
    l’incriminazione di Durov, ha silenziosamente cambiato le proprie regole.

    Benvenuti alla puntata del 13 settembre 2024 del Disinformatico, il
    podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie
    strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

    [SIGLA di apertura]

    ---

    Telegram è diverso dagli altri sistemi di messaggistica, come Signal o
    WhatsApp, per due ragioni principali. La prima è che offre i cosiddetti
    canali, ai quali può iscriversi un numero sostanzialmente illimitato di
    persone per seguire i messaggi pubblicati da un singolo utente o da una
    specifica organizzazione.

    [i gruppi di Telegram possono avere fino a
    200.000 partecipanti]

    Questa capacità di far arrivare un messaggio anche a milioni di persone, senza
    nessuna delle restrizioni o dei filtraggi tipici di altre piattaforme, rende
    Telegram più allettante rispetto alla concorrenza, per esempio per i criminali
    informatici e anche per quelli non informatici, dai trafficanti di droga ai
    terroristi ai pedofili, che possono usarlo (e lo usano) per pubblicizzare i
    propri prodotti e servizi o le proprie terribili azioni e gestire la propria
    clientela in modo efficiente e discreto. Ovviamente queste stesse
    caratteristiche sono utili anche per chi lotta contro censure, persecuzioni o
    restrizioni delle libertà.

    E così Telegram, per chi vive in Russia, è uno dei pochissimi canali
    attraverso i quali è possibile ricevere informazioni non filtrate dalla
    censura governativa. Durov lasciò la Russia dieci anni fa, nel 2014, proprio
    per non dover cedere al governo i dati dei cittadini raccolti dalla sua
    piattaforma precedente, Vkontakte, una sorta di Facebook nazionale, e per non
    doverla censurare. A modo suo, Pavel Durov ha esibito dei princìpi etici molto
    saldi: non collaborare con nessuna autorità, perché chi per un certo
    governo è un sovversivo per un altro governo è un dissidente, e chi è
    considerato terrorista da una parte è visto come combattente per la libertà
    dall’altra.

    La seconda ragione è che Telegram, intesa come azienda, si è sempre vantata di
    rifiutare qualunque collaborazione con le forze di polizia di qualunque paese
    e di non fare moderazione: nelle
    pagine
    del suo sito ha dichiarato che
    “Tutte le chat e i gruppi di Telegram sono territorio privato dei loro
    rispettivi partecipanti. Non eseguiamo alcuna richiesta relativa ad esse
    [...] Ad oggi, abbiamo divulgato 0 byte di dati a terzi, inclusi i governi
    […] Mentre blocchiamo bot e canali legati al terrorismo (ad esempio legati
    all'ISIS), non bloccheremo nessuno che esprime pacificamente altre opinioni.”

    Il risultato è che oggi 900 milioni e passa di persone in tutto il mondo si
    affidano a Telegram per comunicare di tutto, dagli annunci di estorsione
    informatica ai consigli delle mamme appassionate di rimedi naturali alle
    malattie, dagli amori clandestini ai film piratati, e di quei 900 milioni e
    passa circa 10 milioni sono utenti paganti, i cui abbonamenti permettono
    all’azienda Telegram di operare. Ma a fine agosto per tutte queste persone è
    arrivato un brusco risveglio.

    ---

    Prima di tutto, il fermo di Durov ha fatto parlare molto di Telegram anche nei
    media generalisti, e quindi finalmente molti utenti non esperti sono venuti a
    conoscenza di un dettaglio tecnico cruciale: le normali chat di Telegram, le
    sue chat di gruppo e i messaggi diffusi in massa attraverso i suoi canali
    non sono protetti tramite la crittografia end-to-end, come lo sono
    invece quelli di WhatsApp o di Signal.

    Soltanto le cosiddette chat segrete di Telegram godono di questa
    protezione, che rende tecnicamente impossibile per il fornitore di un servizio
    di messaggistica collaborare con le autorità facendo leggere i messaggi dei
    sospettati. Crittografia end-to-end significa infatti che neppure il
    fornitore del servizio è in grado di leggere i messaggi scambiati dai suoi
    utenti e quindi può respingere le richieste di accesso di qualunque autorità
    semplicemente spiegando che non le può soddisfare per motivi puramente
    tecnici. Non può fornire i messaggi perché non è in grado di leggerli.

    Ma mentre su WhatsApp questa protezione è applicata automaticamente a tutti i
    messaggi di tutti gli utenti, su Telegram è appunto necessario attivarla
    manualmente, e comunque la crittografia end-to-end non è disponibile
    nelle comunicazioni di gruppo ma solo in quelle dirette tra due persone, come
    spiegato in dettaglio sul sito di Telegram nelle
    pagine tecniche,
    quelle che non legge nessuno. E così pochissimi utenti conoscono e usano
    queste chat segrete.

    [oltretutto le chat segrete sono particolarmente
    difficili da attivare]

    In altre parole, il grosso del traffico di messaggi, leciti e illeciti,
    trasportati da Telegram è leggibile dai tecnici di Telegram, è archiviato sui
    server dell’azienda e quindi potrebbe essere consegnato alle autorità
    di qualunque paese, democratico o non democratico. Nessun problema per chi usa
    Telegram per coordinare le attività di un circolo scacchistico, ma per
    chiunque usi Telegram per proteggersi da autorità oppressive o per scopi non
    propriamente legali è uno shock scoprire che quello spazio che riteneva sicuro
    non lo è affatto.

    Va detto che Telegram ha protetto i messaggi dei suoi utenti in altri modi: lo
    ha fatto tramite la crittografia dei propri server, di cui però ha le chiavi,
    che quindi gli possono essere chieste dalle autorità; e lo ha fatto
    distribuendo la propria infrastruttura in vari paesi, per cui i messaggi degli
    utenti sono sparsi in vari frammenti sotto giurisdizioni molto differenti, che
    dovrebbero quindi avviare un’azione legale coordinata e congiunta per avere
    accesso a quei messaggi.

    [anche per le chat segrete, comunque, ci sono
    dubbi
    tecnici
    sulla qualità della crittografia di Telegram, che usa una tecnologia
    “indipendente”, ossia autoprodotta. E resta la questione dei metadati,
    comunque facilmente accessibili]

    Ma il fatto stesso che i messaggi siano in qualche modo accessibili
    all‘azienda significa che un governo sufficientemente attrezzato, agguerrito e
    deciso potrebbe effettuare un attacco informatico a Telegram per leggersi quei
    messaggi. Oppure, più semplicemente, potrebbe trovare metodi non informatici
    per indurre l’azienda a collaborare. Per esempio, un fermo e un’incriminazione
    del suo fondatore e amministratore, magari con la scusa della mancata
    dichiarazione formale di aver importato in Francia un sistema crittografico.
    Telegram opera anche in Francia da anni, alla luce del sole, per cui è
    presumibile che le autorità francesi fossero ben consapevoli da tempo di
    questa mancata dichiarazione
    prevista
    dalle leggi nazionali, eppure non hanno mai fatto nulla per contestare
    l’omissione prima di oggi.

    [la normativa francese include la facoltà di
    chiedere
    alle aziende di fornire “le caratteristiche tecniche e il codice sorgente dei mezzi crittografici
    oggetto della dichiarazione”]

    E in effetti dopo l’intervento delle autorità francesi su Telegram è cambiato
    qualcosa di importante.

    ---

    Intorno al 5 settembre scorso le fiere parole di rifiuto di qualunque
    collaborazione che ho citato prima sono state riscritte sul sito di Telegram.
    Adesso Telegram non dice più che
    “Tutte le chat e i gruppi di Telegram sono territorio privato dei loro
    rispettivi partecipanti”
    e che non esegue alcuna richiesta relativa ad esse. Al posto di queste parole
    c’è l’annuncio che
    “Tutte le app di Telegram dispongono di pulsanti "Segnala” che consentono
    di segnalare i contenuti illegali ai nostri moderatori, con pochi
    tocchi.”

    Le FAQ di Telegram com’erano
    prima
    del fermo di Durov...
    ... e come sono adesso.

    Non è una novità in senso stretto: questa funzione di segnalazione esiste da
    tempo nell’app. Ma è interessante che sia stata messa in evidenza e che siano
    scomparse quelle parole sul “territorio privato”, quasi a suggerire un
    nuovo corso di collaborazione con le autorità.

    Durov ha usato parole piuttosto concilianti anche in un suo annuncio personale
    [https://t.me/durov/342], dicendo
    che
    “l’improvviso aumento del numero di utenti a 950 milioni ha causato dei
    problemi legati alla crescita che hanno agevolato i criminali nell’abusare
    della nostra piattaforma […] è mio obiettivo personale assicurarmi che miglioreremo significativamente le cose
    in questo senso”.

    Pavel Durov ha inoltre sottolineato l’impegno di Telegram contro gli abusi sui
    minori, citando l’apposito canale di Telegram
    [@StopCA] che indica, giorno per
    giorno, i numeri dei gruppi e canali banditi in relazione a questi abusi: sono
    quasi duemila al giorno. Ha dichiarato anche che Telegram rimuove
    quotidianamente “milioni di post nocivi” e ha
    “canali diretti di comunicazione con le organizzazioni non governative per
    gestire più rapidamente le richieste urgenti di moderazione.”

    Sembra insomma che Durov voglia lasciarsi alle spalle numeri preoccupanti,
    come le 2460 richieste della polizia francese a Telegram rimaste senza
    risposta
    [Libération, paywall], e una reputazione guadagnata sul campo di non collaborare con le autorità
    nemmeno quando si tratta di situazioni di crimine indiscusso e non di
    questioni di libertà di parola.

    [In realtà qualche caso di “collaborazione”, o meglio di azione forzata,
    c’è stato: la EFF
    nota
    che Telegram è stata multata dalle autorità tedesche nel 2022 per non aver
    predisposto un iter legale per la segnalazione di contenuti illegali e per
    non aver nominato un referente tedesco per la ricezione delle comunicazioni
    ufficiali e che il Brasile ha multato Telegram nel 2023 per non aver sospeso
    gli account dei sostenitori dell’ex presidente Bolsonaro]

    [Secondo
    Politico.eu, l’indagine francese che ha portato al fermo di Durov sarebbe iniziata
    quando un agente sotto copertura ha interagito con una persona sospettata di
    essere un predatore sessuale su Telegram e questa persona ha poi ammesso di
    aver violentato una ragazza giovane. Quando le autorità hanno chiesto a
    Telegram l’identità di questo utente, Telegram si è rifiutata, e così gli
    inquirenti si sono concentrati sulle persone che gestiscono Telegram]

    A questo restyling di Telegram contribuisce anche la rimozione della
    funzione Persone vicine, annunciata personalmente da Durov
    [https://t.me/durov/343]. Questa
    funzione permetteva a un utente di localizzare gli altri utenti di Telegram
    situati nelle sue vicinanze, con rischi fin troppo evidenti di abusi e di
    agevolazione dello stalking.

    [la funzione era però anche
    utile per
    l’OSINT investigativa]

    Numerosi criminali online che usano Telegram, intanto, hanno reagito alla
    situazione chiudendo i propri account sulla piattaforma, un po’ perché temono
    che i loro dati e quelli della loro clientela possano finire nelle mani delle
    autorità, e un po’ perché hanno paura che i loro account verranno chiusi, ora
    che Telegram dice di volersi occupare seriamente della moderazione
    [404 Media].

    La parola chiave di tutta questa vicenda sembra essere moderazione, o
    meglio, carenza di moderazione dei contenuti diffusi da Telegram, anche dopo
    che sono stati segnalati, come nota anche l’autorevole
    Electronic Frontier Foundation
    riportando una dichiarazione dell’Ofmin, l’ente francese incaricato di
    investigare sulle minacce alla sicurezza online dei minori, notando che
    secondo la legge francese consentire la distribuzione di contenuti o servizi
    illegali di cui si è a conoscenza è un reato.

    Gli eventuali cambiamenti concreti di Telegram diverranno visibili nei
    prossimi mesi, ma il presupposto delle autorità francesi che la mancanza di
    moderazione dei contenuti illegali segnalati comporti una
    responsabilità penale del titolare di un sito probabilmente sta facendo venire
    i brividi ad altri CEO di piattaforme di messaggistica e social network che
    non hanno la reputazione di essere “paradisi anarchici”, per citare
    l’espressione usata da Durov, ma se la meriterebbero. Perché anche Instagram,
    per esempio, ha lo stesso problema di omessa moderazione di contenuti anche
    dopo che sono stati segnalati.

    ---

    Lo so perché anch’io, come tanti altri utenti, segnalo spesso gli spezzoni di
    video pornografici e di abusi su minori inseriti nei reel di Instagram
    dopo qualche secondo di contenuto non controverso, ma la moderazione di questa
    piattaforma risponde puntualmente che il video è conforme alle norme della
    comunità e non lo rimuove. Eppure la violazione delle norme sarebbe
    assolutamente ben visibile se solo il moderatore, o l’intelligenza artificiale
    che forse lo ha sostituito, si degnasse di esaminare il video per qualche
    secondo in più.

    [non pubblico esempi per ovvie ragioni, ma se i responsabili di Instagram
    vogliono sapere i dettagli, ho screenshot e registrazioni dei reel in
    questione - solo di quelli pornografici, per non detenere materiale
    illegale, di cui posso comunque fornire i link]

    X, quello che una volta era Twitter, è anche peggio, soprattutto per chi è
    genitore di figli molto giovani che scalpitano per entrare nei social network.
    La pornografia e la violenza, anche di tipi estremi, sono accessibili su X
    semplicemente cambiando un’impostazione dell’app, ed è cosi da ben prima della
    sua acquisizione da parte di Elon Musk; dopo questa acquisizione sono
    aumentati i contenuti riguardanti odio, discriminazione e razzismo. Segnalarli
    è inutile, perché la loro presenza è esplicitamente prevista dalle regole di X
    ed è coperta dalla foglia di fico decisamente troppo corta di un messaggio di
    avvertimento, facilissimo da eludere, e dall’appoggio esplicito di Musk
    stesso.

    [Le info di X su come segnalare contenuti sono
    qui;
    questa
    è la media policy
    di X sui contenuti per adulti;
    questo è il
    post su X nel quale Musk dice a Taylor Swift che le vuole “dare un figlio”,
    cosa che persino le Note della Collettività di X considerano una molestia
    sessuale inaccettabile;
    queste
    (Variety) sono le reazioni al post di Musk]

    Il segnale mandato dalle autorità francesi è molto forte e a differenza delle
    segnalazioni degli utenti è difficile da ignorare: i gestori delle grandi
    piattaforme, se sono avvisati del fatto che ospitano contenuti o comportamenti
    illegali, non possono far finta di niente solo perché sono straricchi. Hanno
    delle responsabilità legali e soprattutto sociali, visto il peso che i loro
    servizi hanno nella formazione delle giovani generazioni e anche di quelle
    meno giovani.

    A questo punto viene da chiedersi se dopo quello che è successo a Pavel Durov,
    Mark Zuckerberg e Elon Musk abbiano già mandato un breve promemoria ai piloti
    del loro jet personali: “Evitare Francia”.


    Fonti aggiuntive:

    • Telegram is not an “anarchic paradise,”
      CEO Pavel Durov says after arrest, Ars Technica
    • The French Detention: Why We're Watching the Telegram Situation
      Closely, Electronic Frontier Foundation
    • Telegram disables ‘misused’ features as CEO faces criminal charges, The Verge
    • Telegram CEO breaks silence after arrest, The Verge
    • Telegram quietly updates website to allow abuse reports following
      founder’s arrest, TechCrunch
    • Parigi: fermato Pavel Durov, il fondatore di Telegram, Rsi.ch
    • Durov says Telegram will tackle criticism of how it moderates content, Swissinfo.ch

      Scritto da Paolo Attivissimo per il blog Il Disinformatico. Ripubblicabile liberamente se viene inclusa questa dicitura (dettagli). Sono ben accette le donazioni Paypal.
      16 min
    • *Podcast RSI - Gli smartphone ci ascoltano? No, ma...

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      Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle
      fonti di questa puntata, sono qui sotto.

      ---

      I telefonini ascoltano le nostre conversazioni per bombardarci di pubblicità?
      La risposta degli esperti è sempre stata un secco “no”, nonostante la
      montagna di aneddoti e di casi personali raccontati dagli utenti, che dicono
      in tanti di aver visto sul telefonino la pubblicità di uno specifico prodotto
      poco dopo aver menzionato ad alta voce il nome o la categoria di quel
      prodotto.

      La tecnologia, però, galoppa, i telefonini diventano sempre più potenti e i
      pubblicitari diventano sempre più avidi di dati personali per vendere
      pubblicità sempre più mirate ed efficaci, e quindi oggi quel secco
      “no” va aggiornato, trasformandolo in un “no, ma…”,
      perché un’azienda importante è stata colta a proporre ai clienti proprio
      questo tipo di ascolto delle conversazioni a scopo pubblicitario.

      Questa è la storia di quel “no” e soprattutto di quel “ma”. Non
      è il caso di farsi prendere dal panico, ma è opportuno sapere dove sta andando
      la tecnologia e quali semplici gesti si possono fare per evitare il rischio di
      essere ascoltati dai nostri inseparabili smartphone.

      Benvenuti alla puntata del 6 settembre 2024 del Disinformatico, il
      podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie
      strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

      [SIGLA di apertura]

      ---

      Se ne parla da anni: moltissime persone sono convinte che i loro smartphone
      ascoltino costantemente le loro conversazioni e colgano le parole chiave di
      quello che dicono, selezionando in particolare i termini che possono
      interessare ai pubblicitari. C’è la diffusissima sensazione che basti
      parlare
      di una specifica marca di scarpe o di una località di vacanze, senza cercarla
      su Internet tramite il telefonino, per veder comparire sullo schermo la
      pubblicità di quel prodotto o di quel servizio. Praticamente tutti i
      proprietari di smartphone possono citare casi concreti accaduti a loro
      personalmente.

      Restano inascoltate, invece, le spiegazioni e le indagini fatte dagli esperti
      in vari paesi del mondo in questi anni. I test e le inchieste della rete televisiva statunitense CBS e della Northeastern University nel 2018, gli
      esperimenti della BBC insieme alla società di sicurezza informatica Wandera
      nel 2019, l’inchiesta del Garante italiano per la protezione dei dati
      personali nel 2021: tutte queste ricerche sul problema non hanno portato a
      nulla. Non c’è nessuna conferma oggettiva che i telefonini ci ascoltino e
      mandino ai pubblicitari le nostre parole per impostazione predefinita. Quando
      si fanno i test in condizioni controllate, il fenomeno sparisce.

      Per esempio, nella loro
      indagine del 2019,
      la BBC e Wandera hanno messo due telefonini, un Android di Samsung e un iPhone
      di Apple, in una stanza e per mezz’ora hanno fatto arrivare nella stanza
      l’audio di pubblicità di cibo per cani e per gatti. Hanno anche piazzato due
      telefonini identici in una stanza isolata acusticamente. Tutti questi telefoni
      avevano aperte le app di Facebook, Instagram, SnapChat, YouTube e Amazon,
      insieme al browser Chrome, e a tutte queste app erano stati dati tutti i
      permessi richiesti.

      I ricercatori hanno successivamente controllato se nelle navigazioni fatte
      dopo il test con quegli smartphone sono comparse pubblicità di cibi per
      animali domestici e hanno analizzato il consumo della batteria e la
      trasmissione di dati durante il test. Hanno ripetuto tutta questa procedura
      per tre giorni, e il risultato è stato che non sono comparse pubblicità
      pertinenti sui telefonini esposti agli spot di cibi per animali e non ci sono
      stati aumenti significativi del consumo di batteria o della trasmissione di
      dati. I consumi e le trasmissioni di dati sono stati praticamente uguali per i
      telefoni esposti all’audio pubblicitario e per quelli nella stanza silenziosa.

      Se ci fosse un ascolto costante e un’altrettanto costante analisi dell’audio
      ambientale, questo produrrebbe un aumento dei consumi, perché il processore
      del telefono lavorerebbe in continuazione, e ci sarebbe un aumento della
      trasmissione di dati, per inviare le informazioni ascoltate ai pubblicitari. E
      invece niente. Anzi, i ricercatori hanno osservato che i telefonini Android
      nella stanza isolata acusticamente trasmettevano più dati rispetto a
      quelli esposti all’audio preparato per l’esperimento, mentre gli iPhone
      facevano il contrario.

      Altri esperimenti analoghi sono stati fatti negli anni successivi, e tutti
      hanno dato gli stessi risultati. Il picco di consumo energetico e di
      trasmissione di dati prodotto dagli assistenti vocali, cioè Siri e OK Google,
      è sempre emerso chiaramente in questi test. Questi assistenti vocali sono in
      ascolto costante per impostazione predefinita (anche se si possono
      disattivare), e questo non è minimamente in dubbio, ma lavorano in maniera
      molto differente rispetto a un ipotetico ascolto pubblicitario.

      Gli assistenti vocali, infatti, ascoltano l’audio ambientale alla ricerca di
      suoni che somiglino a una o due parole chiave di attivazione – tipicamente
      “Ehi Siri” e “OK Google” – e quando credono di averle sentite iniziano una
      vistosissima trasmissione di dati verso le rispettive case produttrici.
      L’ipotetico ascolto pubblicitario, invece, dovrebbe cercare e riconoscere un
      insieme di parole molto più vasto e magari anche in più di una lingua, e
      questo richiederebbe molta più potenza di calcolo e quindi consumi molto più
      elevati, e poi dovrebbe trasmettere dei dati, cosa che i test finora hanno
      smentito.

      Ma allora perché abbiamo la forte sensazione che i telefonini ci ascoltino lo
      stesso a scopo pubblicitario? E perché avete probabilmente la sensazione
      altrettanto forte che alla fine di questo mio racconto ci sia una novità che
      smentisce tutto quello che si era scoperto fin qui?

      ---

      La sensazione di ascolto pubblicitario viene spiegata dagli esperti con la
      cosiddetta “illusione di frequenza”, per usare il termine coniato dal
      professore di linguistica Arnold Zwicky della Stanford University. In parole
      povere, tendiamo a
      notare le coincidenze
      e a dimenticare le non coincidenze. Nel corso della giornata vediamo
      moltissime pubblicità, ma ci rimangono impresse solo quelle che coincidono con
      qualcosa che abbiamo detto o fatto. E quando la coincidenza è particolarmente
      specifica ci colpisce anche emotivamente.

      Va detto che la pubblicità che vediamo sui nostri dispositivi non è affatto
      casuale, e quindi le coincidenze sono agevolate: Google e Facebook, per
      esempio, usano un vasto assortimento di tecniche per dedurre i nostri
      interessi e proporci pubblicità mirata. Sanno dove ci troviamo minuto per
      minuto, grazie alla geolocalizzazione del GPS e del Wi-Fi; sanno con chi siamo
      e con chi trascorriamo più tempo, grazie al monitoraggio passivo dei
      dispositivi Bluetooth nelle nostre vicinanze, all’analisi del traffico di
      messaggi e al fatto che affidiamo a loro le nostre agende e le nostre rubriche
      telefoniche; sanno cosa scriviamo nelle mail o rispettivamente sui social
      network. Con dati del genere, ascoltare le conversazioni è praticamente
      superfluo. Oltretutto la legalità di un ascolto di questo tipo sarebbe molto
      controversa, visto che si tratterebbe in sostanza di una intercettazione di
      massa di conversazioni che si ha il diritto di presumere che siano private.

      Va anche detto, però, che non è un mistero che esistano tecnologie di ascolto
      installabili sugli smartphone. I servizi di sicurezza dei vari governi le
      usano abitualmente per intercettare le comunicazioni delle persone indagate.
      Già dieci anni fa, Edward Snowden spiegò che l’NSA aveva accesso diretto ai
      sistemi di Google, Facebook e Apple nell’ambito di un programma di
      sorveglianza governativa denominato PRISM [The Guardian, 2013]. Ma si tratta di intercettazioni mirate, specifiche, ordinate
      da un governo su bersagli selezionati, non di ascolti di massa, collettivi e
      senza basi legali. In ogni caso, è indubbio che usare uno smartphone come
      microfono nascosto, a insaputa dell’utente, sia tecnicamente possibile.

      Si sa anche di un caso conclamato di ascolto ambientale tramite telefonini a
      scopo commerciale: nel 2019 l’app ufficiale del campionato spagnolo di calcio,
      LaLiga, fu colta a usare il microfono e la geolocalizzazione degli smartphone degli utenti per identificare i locali che trasmettevano le partite senza autorizzazione. L’agenzia spagnola per la protezione dei dati impose
      all’organizzazione sportiva una sanzione di 250.000 euro per questo
      comportamento. Ma anche in questo caso, si trattava di un ascolto effettuato
      da una specifica app, installata su scelta dell’utente, con tanto di richiesta
      esplicita del permesso di usare il microfono del telefono, non di una
      attivazione collettiva e nascosta dei microfoni di tutti gli smartphone così
      come escono dalla fabbrica.

      Questa storia, però, prosegue a dicembre 2023, quando alcuni giornali
      segnalano che una società di marketing, la statunitense Cox Media Group,
      avrebbe
      “ammesso di monitorare le conversazioni degli utenti per creare annunci
      pubblicitari personalizzati in base ai loro interessi” [Il Sole 24 Ore, 28 dicembre 2023, paywall].

      Sembra essere la conferma che il sentimento popolare era giusto e che gli
      esperti avevano torto. Ma per capire come stanno realmente le cose bisogna
      andare un pochino più a fondo.

      ---

      La scoperta di questa presunta ammissione da parte di Cox Media Group è merito
      della testata 404 Media, che ha pubblicato lo scoop in un articolo riservato
      agli abbonati e quindi non immediatamente accessibile [paywall].

      Ma pagando l’abbonamento e andando a leggere l’articolo originale, come ho
      fatto io per questo podcast, emerge che non c’è nessuna ammissione di
      monitoraggio in corso, ma semplicemente c’è l’annuncio che Cox Media
      Group dispone della capacità di effettuare un eventuale monitoraggio
      tramite i microfoni degli smartphone e anche tramite quelli dei televisori
      smart
      e di altri dispositivi. Non c’è nessuna dichiarazione che la stia realmente
      usando.

      Anzi, il materiale promozionale di Cox Media Group dice che questa tecnologia,
      denominata “Active Listening” o
      “ascolto attivo”, “è agli albori” (“Active Listening is in its early days”), e
      presenta
      questa capacità tecnica come
      “una tecnica di marketing adatta al futuro, disponibile oggi” [“a marketing
      technique fit for the future. Available today”].

      Le affermazioni promozionali di Cox Media Group, ora rimosse ma salvate su Archive.org.

      È disponibile, ma questo non vuol dire che venga usata. E i consulenti
      di vendita dell’azienda la presentano come se fosse un prodotto nuovo in cerca
      dei primi clienti.

      I clienti di Cox Media Group, stando all’azienda, sono nomi come Amazon,
      Microsoft e Google. Stanno usando questa tecnologia di ascolto? Le risposte
      che hanno dato ai colleghi di 404 Media a dicembre scorso sembrano dire di no,
      ma inizialmente è mancata una smentita secca da parte loro. Smentita che è
      invece arrivata subito, stranamente, da Cox Media Group stessa, che ha
      dichiarato ai giornalisti di 404 Media che
      “non ascolta conversazioni e non ha accesso a nulla più di un insieme di
      dati fornito da terze parti e anonimizzato, aggregato e completamente
      cifrato usabile per il piazzamento pubblicitario” e ha aggiunto che si scusa per “eventuali equivoci”.

      Eppure il suo materiale promozionale dice cose decisamente difficili da
      equivocare. O meglio, le diceva, perché è scomparso dal suo sito.

      [È disponibile come copia d’archivio su Archive.org e su Documentcloud.org, che contiene frasi come “No, it’s not a Black Mirror episode - it’s Voice Data” e “Creepy? Sure. Great for marketing? Definitely”].

      Ma pochi giorni fa, sempre 404 Media ha reso pubblica una

      presentazione di Cox Media Group [PDF] nella quale l’azienda parla esplicitamente di
      “dispositivi smart” che
      “catturano dati di intenzione in tempo reale ascoltando le nostre
      conversazioni” (“Smart devices capture real-time intent data by listening to our
      conversations”), parla di consumatori che
      “lasciano una scia di dati basata sulle loro conversazioni e sul loro
      comportamento online” (“Consumers leave a data trail based on their conversations and online
      behavior”) e parla di “dati vocali” (“voice data”).

      La slide 1 della presentazione di Cox Media Group ottenuta da 404 Media.

      Ma allora come stanno le cose? È indubbio, anche grazie alle testimonianze
      raccolte dai giornalisti di 404 Media, che Cox Media Group abbia
      cercato di vendere questa sua presunta capacità di ascoltare le nostre
      conversazioni. Ma l’ha davvero venduta, ed è realmente in uso? Sembra proprio
      di no.

      Anzi, dopo che si è diffusa la notizia di questa sua offerta di tecnologie di
      ascolto, Google ha tolto Cox Media Group dal programma Google Partners
      dedicato ai migliori inserzionisti, nel quale la Cox era presente al massimo
      livello da oltre 11 anni. Amazon ha dichiarato di non aver mai lavorato con la
      Cox al programma di ascolto. Meta, invece, dice che sta valutando se la Cox
      abbia violato i termini e le condizioni della loro collaborazione, mentre
      Microsoft non ha rilasciato commenti.

      [Meta ha dichiarato al New York Post che “non usa il microfono del vostro telefono per le pubblicità e lo dichiariamo pubblicamente da anni [...] stiamo cercando di comunicare con CMG per fare in modo che chiariscano che il loro programma non è basato su dati di Meta”. In originale: “Meta does not use your phone’s microphone for ads and we’ve been public about this for years [...] We are reaching out to CMG to get them to clarify that their program is not based on Meta data.”]

      Insomma, formalmente intorno a chi ha proposto di ascoltare le nostre
      conversazioni a scopo pubblicitario è stata fatta terra bruciata, per cui
      tutta la vicenda sembra più un maldestrissimo tentativo di proporre una
      tecnologia di ascolto che una conferma di una sua reale applicazione in corso.
      E la rivelazione di questo tentativo mette in luce la falla non tecnica ma
      molto umana di qualunque piano di ascolto globale segreto delle conversazioni
      a scopo pubblicitario: è praticamente impossibile tenere nascosta una
      tecnologia del genere, che va presentata ai potenziali partner, va
      pubblicizzata agli addetti ai lavori, ai rivenditori, ai tecnici e a chissà
      quante altre persone. Il segreto dovrebbe essere condiviso da un numero enorme
      di persone, e prima o poi qualcuna di queste persone si lascerebbe sfuggire
      qualcosa oppure, presa da rimorsi di coscienza, vuoterebbe il sacco.

      [L’inchiesta di 404 Media sembra essere partita appunto da una vanteria di ascolto pubblicitario fatta in un podcast da un’azienda del New Hampshire, la MindSift]

      Anche stavolta, quindi, possiamo stare tranquilli, ma solo grazie al fatto che
      ci sono giornalisti che vigilano e segnalano i tentativi di invadere uno
      spazio così personale come quello di una chiacchierata privata tra colleghi,
      amici o coniugi. Perché un’invasione del genere è illegale e immorale, ma
      questo non impedirà a persone e aziende senza scrupoli di provarci lo stesso.
      E se comunque preferite spegnere il telefonino prima di una conversazione
      sensibile di qualunque tipo, male non fa. Non si sa mai.


      Fonti aggiuntive: Cox Media Group Reveals Its 'Active Listening' Software Spies on User Convos, Clients Include Meta, Google (TechTimes.com); Marketing firm admits using your own phone to listen in on your conversations (New York Post); ; “Attenti al microfono del vostro smartphone: Cox Media Group vi spia per pubblicità mirate”, Hwupgrade.it.

      Scritto da Paolo Attivissimo per il blog Il Disinformatico. Ripubblicabile liberamente se viene inclusa questa dicitura (dettagli). Sono ben accette le donazioni Paypal.
      16 min
    • *Podcast RSI - L’IA ha troppa fame di energia. Come metterla a dieta

      È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della
      Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate
      qui sul sito della RSI
      (si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare
      qui.

      Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite
      iTunes,
      Google Podcasts,
      Spotify
      e
      feed RSS.

      Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle
      fonti di questa puntata, sono qui sotto.

      ---

      Una singola domanda a ChatGPT consuma grosso modo la stessa energia elettrica
      che serve per tenere accesa una lampadina comune per venti minuti e consuma
      dieci volte più energia di una ricerca in Google. La fame di energia
      dell’intelligenza artificiale online è sconfinata e preoccupante. Ma ci sono
      soluzioni che permettono di smorzarla.

      Questa è la storia del crescente appetito energetico dei servizi online, dai
      social network alle intelligenze artificiali, del suo impatto ambientale e di
      come esiste un modo alternativo per offrire gli stessi servizi con molta meno
      energia e con molto più rispetto per la nostra privacy. Perché ogni foto, ogni documento, ogni testo che immettiamo in ChatGPT, Gemini, Copilot o altri
      servizi online di intelligenza artificiale viene archiviato, letto,
      catalogato, analizzato e schedato dalle grandi aziende del settore.

      Benvenuti alla puntata del 30 agosto 2024 del Disinformatico, il
      podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie
      strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

      [SIGLA di apertura]

      ---

      Una recente indagine pubblicata da NPR, una rinomata organizzazione
      indipendente non profit che comprende un migliaio di stazioni radio
      statunitensi ed è stata fondata dal Congresso degli Stati Uniti, fa il punto
      della situazione sulla nuova fame di energia dovuta al boom delle intelligenze
      artificiali.

      Quando usiamo un servizio online di intelligenza artificiale, come ChatGPT,
      Copilot o Gemini, per citare i più diffusi, i complessi calcoli necessari per
      elaborare e fornirci la risposta non avvengono sul nostro computer, tablet o
      telefonino, per cui non ci accorgiamo di quanta energia viene consumata per
      restituirci quella risposta. Il nostro dispositivo non fa altro che prendere
      la nostra richiesta, inoltrarla via Internet a questi servizi, e ricevere il
      risultato, facendocelo vedere o ascoltare.

      Ma dietro le quinte, le intelligenze artificiali online devono disporre di
      grandi data center, ossia strutture nelle quali vengono radunati computer
      appositi, dotati di processori dedicati all’intelligenza artificiale, che
      hanno dei consumi energetici prodigiosi. Secondo una stima riportata da NPR,
      una singola richiesta a ChatGPT usa all’incirca la stessa quantità di energia
      elettrica necessaria per tenere accesa una normale lampadina per una ventina
      di minuti. Immaginate milioni di persone che interrogano ChatGPT tutto il
      giorno, e pensate a venti minuti di lampadina accesa per ogni domanda che
      fanno a questa intelligenza artificiale.

      Secondo un’analisi pubblicata dalla banca d’affari Goldman Sachs
      a maggio 2024, una richiesta fatta a ChatGPT consuma 2,9 wattora di energia
      elettrica, quasi dieci volte di più di una normale richiesta di ricerca fatta
      a Google [0,3 wattora] senza interpellare i suoi servizi di intelligenza
      artificiale. Questa analisi stima che il fabbisogno energetico mondiale dei
      data center che alimentano la rivoluzione dell’intelligenza artificiale salirà
      del 160% entro il 2030; serviranno circa 200 terawattora ogni anno solo per i
      consumi aggiuntivi dovuti all’intelligenza artificiale.

      Per fare un paragone,

      il consumo annuo svizzero complessivo di energia elettrica è stato di 56
      terawattora [Admin.ch]. In parole povere: solo per gestire l’intelligenza artificiale servirà
      un’energia pari a quasi quattro volte quella consumata da tutta la
      Confederazione.

      Questi data center attualmente sono responsabili di circa il 2% di tutti i
      consumi di energia elettrica, ma entro la fine del decennio probabilmente
      consumeranno dal 3 al 4%, raddoppiando le loro emissioni di CO2.
      Goldman Sachs segnala che negli Stati Uniti saranno necessari investimenti per
      circa 50 miliardi di dollari per aggiungere capacità di produzione di energia
      per far fronte all’appetito energetico dei data center.

      In Europa, sempre secondo l’analisi di Goldman Sachs, la crescente
      elettrificazione delle attività e l’espansione dei data center potrebbero far
      crescere il fabbisogno energetico del 40% o più entro il 2033. Entro il 2030,
      si prevede che la fame di energia di questi data center sarà pari all’intero
      consumo annuale di Portogallo, Grecia e Paesi Bassi messi insieme. Per stare
      al passo, la rete elettrica europea avrà bisogno di investimenti per circa 1,6
      miliardi di euro nel corso dei prossimi anni.

      Queste sono le stime e le previsioni degli esperti, ma ci sono già dei dati
      molto concreti su cui ragionare. Google e Microsoft hanno pubblicato due
      confessioni energetiche discrete, poco pubblicizzate, ma molto importanti.

      ---

      Ai primi di luglio 2024, Google ha messo online il suo nuovo
      rapporto sulla sostenibilità
      delle proprie attività. A pagina 31 di questo rapporto si legge un dato molto
      significativo: l’anno scorso le sue emissioni di gas serra sono aumentate del
      48% rispetto al 2019 “principalmente a causa degli aumenti dei consumi di energia dei data center
      e delle emissioni della catena di approvvigionamento”, scrive il rapporto, aggiungendo che
      “man mano che integriamo ulteriormente l’IA nei nostri prodotti, ridurre le
      emissioni potrebbe essere impegnativo a causa dei crescenti fabbisogni
      energetici dovuti alla maggiore intensità dei calcoli legati all’IA” [“In 2023, our total GHG emissions were 14.3 million tCO2e, representing a 13% year-over-year increase and a 48% increase compared to our 2019 target base year. [...] As we further integrate AI into our products, reducing emissions may be challenging due to increasing energy demands from the greater intensity of AI compute, and the emissions associated with the expected increases in our technical infrastructure investment.”].

      Fin dal 2007, Google aveva dichiarato ogni anno che stava mantenendo una
      cosiddetta carbon neutrality operativa, ossia stava compensando
      le proprie emissioni climalteranti in modo da avere un impatto climatico
      sostanzialmente nullo. Ma già nella versione 2023 di questo rapporto ha
      dichiarato invece che non è più così, anche se ambisce a tornare alla
      neutralità entro il 2030.

      Anche Microsoft ammette che l’intelligenza artificiale sta pesando sui suoi
      sforzi di sostenibilità. Nel suo
      rapporto apposito, l’azienda scrive che le sue emissioni sono aumentate del 29% rispetto al
      2020 a causa della costruzione di nuovi data center, concepiti e ottimizzati
      specificamente per il carico di lavoro dell’intelligenza artificiale.

      E a proposito di costruzione di data center,
      Bloomberg
      fa notare che il loro numero è raddoppiato rispetto a nove anni fa: erano 3600
      nel 2015, oggi sono oltre 7000, e il loro consumo stimato di energia elettrica
      equivale a quello di tutta l’Italia.

      Distillando questa pioggia di numeri si ottiene un elisir molto amaro:
      l’attuale passione mondiale per l’uso onnipresente dell’intelligenza
      artificiale ha un costo energetico e un impatto ambientale poco visibili, ma
      molto reali, che vanno contro l’esigenza di contenere i consumi per ridurre
      gli effetti climatici. È facile vedere proteste molto vistose contro i voli in
      aereo, per esempio, e c’è una tendenza diffusa a rinunciare a volare come
      scelta di tutela dell’ambiente. Sarebbe ironico se poi chi fa questi gesti
      passasse la giornata a trastullarsi con ChatGPT perché non si rende conto di
      quanto consumo energetico ci stia dietro.

      Per fare un paragone concreto e facile da ricordare, se quei 2,9 wattora
      necessari per una singola richiesta a ChatGPT venissero consumati attingendo
      alla batteria del vostro smartphone, invece che a qualche datacenter
      dall’altra parte del mondo, il vostro telefonino sarebbe completamente scarico
      dopo soltanto quattro
      domande.
      Se usaste delle normali batterie stilo, ne dovreste buttare via una ogni
      due
      domande.

      ---

      Ognuno di noi può fare la propria parte per contenere questo appetito
      energetico smisurato, semplicemente scegliendo di non usare servizi basati
      sull’intelligenza artificiale remota se non è strettamente indispensabile. Ma
      esiste anche un altro modo per usare l’intelligenza artificiale, che consuma
      molto, molto meno: si chiama tiny AI, ossia microintelligenza
      artificiale locale [locally hosted tiny AI].

      Si tratta di software di IA che si installano e funzionano su computer molto
      meno potenti ed energivori di quelli usati dalle grandi aziende informatiche,
      o addirittura si installano sugli smartphone, e lavorano senza prosciugarne la
      batteria dopo quattro domande. Hanno nomi come Koala, Alpaca, Llama,
      H2O-Danube, e sono in grado di generare testi o tradurli, di rispondere a
      domande su vari temi, di automatizzare la scrittura di un documento, di
      trascrivere una registrazione o di riconoscere una persona, consumando molta
      meno energia delle intelligenze artificiali online.

      Per esempio, una microintelligenza artificiale può essere installata a bordo
      di una telecamera di sorveglianza, su un componente elettronico che costa meno
      di un dollaro e ha un consumo energetico trascurabile: meno dell’energia
      necessaria per trasmettere la sua immagine a un datacenter remoto tramite la
      rete telefonica cellulare.

      Nella tiny AI, l’elaborazione avviene localmente, sul dispositivo
      dell’utente, e quindi non ci sono problemi di privacy: i dati restano dove
      sono e non vengono affidati a nessuno. Bisogna però cambiare modo di pensare e
      di operare: per tornare all’esempio della telecamera, invece di inviare a
      qualche datacenter le immagini grezze ricevute dalla telecamera e farle
      elaborare per poi ricevere il risultato, la tiny AI le elabora sul posto,
      direttamente a bordo della telecamera, e non le manda a nessuno: se rileva
      qualcosa di interessante, trasmette al suo proprietario semplicemente
      l’avviso, non l’intera immagine, con un ulteriore risparmio energetico.

      Non si tratta di alternative teoriche: queste microintelligenze sono già in
      uso, per esempio, negli occhiali smart dotati di riconoscimento vocale e
      riconoscimento delle immagini. Siccome devono funzionare sempre, anche quando
      non c’è connessione a Internet, e dispongono di spazi limitatissimi per le
      batterie, questi oggetti devono per forza di cose ricorrere a un’intelligenza
      ultracompatta e locale.

      Ma allora perché le grandi aziende non usano questa soluzione dappertutto,
      invece di costruire immensi datacenter? Per due motivi principali. Il primo è
      tecnico: queste microintelligenze sono brave a fare una sola cosa ciascuna,
      mentre servizi come Google Gemini o ChatGPT sono in grado di rispondere a
      richieste di molti tipi differenti e più complesse, che hanno bisogno di
      attingere a immense quantità di dati. Ma le richieste tipiche fatte dagli
      utenti a un’intelligenza artificiale sono in gran parte semplici, e potrebbero
      benissimo essere gestite da una tiny AI. Troppo spesso, insomma, si
      impugna un martello per schiacciare una zanzara.

      Il secondo motivo è poco tecnico e molto commerciale. Se gli utenti si
      attrezzano con una microintelligenza propria, che oltretutto spesso è gratuita
      da scaricare e installare, crolla tutto il modello di business attuale, basato
      sull’idea di convincerci che pagare un abbonamento mensile per avere servizi
      basati sull’intelligenza artificiale remota sia l’unico modello commerciale
      possibile.

      La scelta, insomma, sta a noi: o diventare semplici cliccatori di app chiavi
      in mano, che consumano quantità esagerate di energia e creano una dipendenza
      molto redditizia per le aziende, oppure rimboccarsi un pochino le maniche
      informatiche e scoprire come attrezzarsi con un’intelligenza artificiale
      locale, personale, che fa quello che vogliamo noi e non va a raccontare a
      nessuno i nostri fatti personali. E come bonus non trascurabile, riduce anche
      il nostro impatto globale su questo fragile pianeta.



      Fonti aggiuntive:
      Ultra-Efficient On-Device Object Detection on AI-Integrated Smart Glasses
      with TinyissimoYOLO, Arxiv.org, 2023;
      Tiny VLMs bring AI text plus image vision to the edge, TeachHQ.com, 2024;
      Tiny AI is the Future of AI, AIBusiness, 2024;
      The Surprising Rise of “Tiny AI”, Medium, 2024;
      I test AI chatbots for a living and these are the best ChatGPT
      alternatives, Tom’s Guide, 2024.

      Scritto da Paolo Attivissimo per il blog Il Disinformatico. Ripubblicabile liberamente se viene inclusa questa dicitura (dettagli). Sono ben accette le donazioni Paypal.
      14 min
    • *Podcast RSI - Google blocca l’adblocker che blocca gli spot; iPhone, arrivano gli app store alternativi, ma solo in UE

      È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della
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      Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle
      fonti di questa puntata, sono qui sotto.

      ---

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      altri navigano beatamente senza spot? Beh, se adoperate o state valutando di
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      importante che vi riguarda: Google sta per bloccarlo sul proprio browser
      Chrome. Ma c’è un modo per risolvere il problema.

      Ve lo racconto in questa puntata del Disinformatico, il podcast della
      Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane
      dell’informatica, e vi racconto anche cosa succede realmente con gli iPhone
      ora che l’App Store di Apple non è più l’unico store per le app per
      questi telefoni e quindi aziende come Epic Games, quella di Fortnite, sono
      finalmente libere di offrire i propri prodotti senza dover pagare il 30% di
      dazio ad Apple, anche se lo sono solo a certe condizioni complicate. Vediamole
      insieme. Io sono Paolo Attivissimo.

      [SIGLA di apertura]

      Google sta per bloccare l’adblocker uBlock Origin

      La pubblicità nei siti a volte è talmente invadente, specialmente sugli
      schermi relativamente piccoli degli smartphone, che diventa impossibile
      leggere i contenuti perché sono completamente coperti da banner, pop-up e
      tutte le altre forme di interruzione inventate in questi anni dai
      pubblicitari. Molti utenti si difendono da quest’invasione di réclame
      adottando una misura drastica: un adblocker, ossia un’app che si
      aggiunge al proprio browser sul computer, sul tablet o sul telefono e blocca
      le pubblicità.

      Uno degli adblocker più popolari, con decine di milioni di utenti, è uBlock
      Origin, un’app gratuita disponibile per tutti i principali browser, come per
      esempio Edge, Firefox, Chrome, Opera e Safari. È scaricabile presso
      Ublockorigin.com ed è manutenuto ormai
      da un decennio dal suo creatore, Raymond Hill, che non solo offre
      gratuitamente questo software ma rifiuta esplicitamente qualunque donazione o
      sponsorizzazione. Questa sua fiera indipendenza, rimasta intatta mentre altri
      adblocker sono scesi a compromessi lasciando passare le “pubblicità amiche”,
      lo ha fatto diventare estremamente popolare.

      Il sito di Ublock Origin.

      Ovviamente i pubblicitari, e i siti che si mantengono tramite le pubblicità,
      non vedono di buon occhio questo successo degli adblocker, e quindi c’è una
      rincorsa tecnologica continua fra chi crea pubblicità che eludono gli ablocker
      in modi sempre nuovi e chi crea adblocker che cercano di bloccare anche quei
      nuovi modi.

      Anche Google vive di pubblicità, e quindi in questa rincorsa non è affatto
      neutrale: se le pubblicità che Google vende non vengono viste dagli utenti,
      gli incassi calano. E infatti il suo browser Chrome, uno dei più usati al
      mondo, sta per bloccare l’adblocker uBlock Origin. I trentacinque milioni di
      utenti che lo adoperano su Chrome, stando perlomeno ai dati presenti sulla sua
      pagina
      nel Chrome Web Store [screenshot qui sotto], si troveranno quindi presto orfani, perché è in arrivo
      un
      aggiornamento
      importante della tecnologia di supporto alle estensioni in Chrome, fatto
      formalmente per aumentarne la sicurezza, l’efficienza e la conformità agli
      standard, ma questo aggiornamento ha anche un effetto collaterale non
      trascurabile: renderà uBlock Origin incompatibile con le prossime versioni di
      Chrome.

      Ublock Origin nel Chrome Web Store.

      Niente panico: al momento attuale uBlock Origin funziona ancora su Chrome, ma
      nelle prossime versioni del browser di Google verrà disabilitato
      automaticamente. Per un certo periodo, gli utenti avranno la possibilità di
      riattivarlo manualmente, ma poi sparirà anche questa opzione.

      uBlock Origin continuerà a funzionare sugli altri browser, per cui un primo
      rimedio al problema per i suoi milioni di utenti è cambiare browser, passando
      per esempio a Firefox. Ma questo non è facile per gli utenti poco esperti e
      rischia di introdurre incompatibilità e disagi, perché la popolarità di Chrome
      spinge i creatori dei siti a realizzare siti Web che funzionano bene soltanto
      con Chrome, in una ripetizione distorta della celebre
      guerra dei browser
      che aveva visto protagonista Internet Explorer di Microsoft contro Netscape
      alla fine degli anni Novanta.

      Raymond Hill, il creatore di uBlock Origin, non è rimasto con le mani in mano.
      Vista la tempesta in arrivo, ha già creato e reso disponibile, sempre
      gratuitamente, un nuovo adblocker che è compatibile con le prossime versioni
      di Google Chrome. Si chiama uBlock Origin Lite, ed è già disponibile sul
      Chrome Web Store. Trovate i link per scaricarlo su Disinformatico.info. Per ragioni tecniche
      non è potente ed efficace come il suo predecessore, per cui Raymond Hill non
      lo propone come aggiornamento automatico ma lo raccomanda come alternativa.

      Ublock Origin Lite nel Chrome Web Store.

      Se siete affezionati alla navigazione senza pubblicità grazie a uBlock Origin,
      insomma, avete due possibilità: cambiare browser oppure passare alla versione
      Lite di uBlock Origin, che è già stata installata in questo momento da circa
      trecentomila utenti.

      In tutto questo non va dimenticato che molti dei siti e dei servizi più usati
      di Internet si mantengono grazie ai ricavi pubblicitari che gli adblocker
      impediscono, per cui se usate un adblocker di qualunque tipo vale la pena di
      dedicare qualche minuto ad autorizzare le pubblicità dei siti che vi piacciono
      e che volete sostenere, lasciando bloccati tutti gli altri, anche come misura
      di difesa contro i siti di fake news
      nei quali è facile incappare e che si mantengono con la pubblicità, per cui a
      loro non interessa che crediate o meno a quello che scrivono: l’importante per
      loro è che vediate le loro inserzioni pubblicitarie. Ed è così che
      paradossalmente gli adblocker diventano uno strumento contro la
      disinformazione e i truffatori.


      Fonti aggiuntive:
      PC World,
      WindowsCentral.

      iPhone, arrivano gli app store alternativi. Ma solo in UE

      Da quando è arrivato l’iPhone, una delle sue caratteristiche centrali è stata
      quella di avere un unico fornitore di app, cioè l’App Store della stessa
      Apple. Sugli smartphone delle altre marche, con altri sistemi operativi come
      per esempio Android, l’utente è sempre stato libero di procurarsi e installare
      app di qualunque provenienza con poche semplici operazioni, mentre Apple ha
      scelto la via del monopolio, aggirabile solo con procedure decisamente troppo
      complicate per l’utente medio.

      Oggi, dopo sedici anni dal suo debutto nel 2008, l’App Store di Apple non è
      più l’unica fonte di app disponibile agli utenti degli smartphone di questa
      marca: debuttano infatti gli app store alternativi per gli iPhone. Ma solo per
      chi si trova nell’Unione Europea. Una volta tanto, una novità arriva prima in
      Europa che negli Stati Uniti, ma non scalpitate, le cose non sono così
      semplici come possono sembrare a prima vista.

      La novità è merito delle norme europee sulla concorrenza, specificamente del
      Digital Markets Act o DMA, e delle azioni legali avviate da aziende come
      Spotify, Airbnb e in particolare Epic Games, la casa produttrice di Fortnite,
      aziende che contestavano non solo il regime di sostanziale monopolio ma anche
      il fatto che Apple, come Google, chiede il 30% dei ricavi delle app: una
      percentuale ritenuta troppo esosa da molti sviluppatori di app.

      A questi costi si aggiungeva il fatto che alcuni tipi di app non erano
      disponibili nell’App Store di Apple per scelta politica, per esempio su
      pressioni di governi come quello cinese, indiano o russo, oppure per decisione
      spesso arbitraria di Apple, come per esempio nel caso degli emulatori di altri
      sistemi operativi (come il DOS) [The Verge], o nel caso dei browser alternativi (ammessi solo se usano lo stesso motore
      interno WebKit di Safari [The Verge]), oppure dei contenuti anche solo vagamente relativi alla sessualità, come
      nella
      vicenda
      emblematica dell’app che offriva un adattamento a fumetti dell’Ulisse
      di Joyce, che era stata respinta per aver osato mostrare dei genitali maschili
      appena accennati da un tratto di matita.

      Apple ha giustificato finora queste restrizioni parlando di esigenze di
      qualità e di sicurezza, e in effetti i casi di app pericolose giunte nel suo
      App Store sono limitatissimi rispetto al fiume di malware e di spyware che si
      incontra facilmente su Google Play per il mondo Android, ma non sempre queste
      giustificazioni sono state documentate; l’argomentazione generale di Apple è
      stata che solo Apple era in grado di fornire una user experience buona,
      sicura e felice. In ogni caso, che ad Apple piaccia o no, l’Unione Europea ha
      disposto che gli utenti di iPhone e iPad abbiano la facoltà di procurarsi app
      anche attraverso app store
      alternativi.

      E così oggi un utente Apple che si trovi in Unione Europea può rivolgersi ad
      app store come AltStore,
      Setapp, Epic Games,
      Aptoide e altri, trovandovi app
      che non esistono nello store di Apple, soprattutto nel settore dei giochi e
      degli emulatori.

      Una cosa inimmaginabile qualche anno fa: Aptoide per iOS.

      Ma la procedura non è affatto semplice. Mentre per usare l’App Store di Apple
      l’utente non deve fare nulla, per usare gli store alternativi deve trovarsi
      materialmente nel territorio dell’Unione Europea, e quindi per esempio la
      Svizzera e il Regno Unito sono esclusi; deve impostare il paese o l’area
      geografica del proprio ID Apple su uno dei paesi o delle aree geografiche
      dell’Unione Europea, e deve aver installato iOS 17.4 o versioni successive. E
      una volta fatto tutto questo, deve poi andare al sito dello
      store alternativo ed eseguire tutta una serie di operazioni prima di
      poter arrivare finalmente alle app vere e proprie. La cosa è talmente
      complessa che Epic Games ha addirittura pubblicato su YouTube un video che
      spiega la procedura.

      Lo store della Epic Games.

      La faccenda si complica ulteriormente se per caso l’utente esce per qualunque
      motivo dall’Unione Europea: gli aggiornamenti delle app degli
      store alternativi saranno ammessi solo per 30 giorni, e ci sono anche
      altre limitazioni, elencate in un
      tediosissimo documento
      pubblicato da Apple che trovate linkato su Disinformatico.info.

      [il documento di Apple elenca in dettaglio i paesi e le aree geografiche compatibili: Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia (incluse Isole Åland), Francia (incluse Guyana francese, Guadalupa, Martinica, Mayotte, Reunion, Saint Martin), Germania, Grecia, Ungheria, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo (incluse Azzorre), Madeira, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna (incluse Isole Canarie), Svezia]

      All’atto pratico, è difficile che questa apertura forzata e controvoglia
      dell’App Store interessi a chi non è particolarmente esperto o appassionato,
      ma perlomeno stabilisce il principio che a differenza di quello che avviene
      altrove, nell’Unione Europea le grandi aziende del software non sono sempre in
      grado di fare il bello e il cattivo tempo.


      Fonti aggiuntive:
      TechCrunch, IGN, The Verge,
      TechCrunch

      Scritto da Paolo Attivissimo per il blog Il Disinformatico. Ripubblicabile liberamente se viene inclusa questa dicitura (dettagli). Sono ben accette le donazioni Paypal.
      12 min
    • Podcast RSI - Emily Pellegrini, l’influencer virtuale che virtuale non era; deepfake per una truffa da 25 milioni di dollari

      È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della
      Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate
      qui sul sito della RSI
      (si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare
      qui.

      Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite
      iTunes,
      Google Podcasts,
      Spotify
      e
      feed RSS.

      Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle
      fonti di questa puntata, sono qui sotto.

      ---

      Benvenuti alla puntata del 16 agosto 2024 del Disinformatico, il
      podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie
      strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo, e questa settimana vi
      porto due storie, e due notizie, che sembrano scollegate e appartenenti a due
      mondi molto distanti, ma hanno in realtà in comune un aspetto molto
      importante.

      La prima storia riguarda una delle più pubblicizzate influencer virtuali,
      Emily Pellegrini, annunciata dai giornali di mezzo mondo come un trionfo
      dell’intelligenza artificiale, così attraente e realistica che viene
      contattata da celebri calciatori che la vogliono incontrare a cena e da ricchi
      imprenditori che le offrono vacanze di lusso pur di conoscerla, credendo che
      sia una persona reale, e accumula centinaia di migliaia di follower su
      Instagram. Ma oggi tutte le immagini che l’avevano resa celebre sui social
      sono scomparse.

      La seconda storia riguarda invece una truffa da 25 milioni di dollari ai danni
      di una multinazionale, messa a segno tramite una videoconferenza in cui il
      direttore finanziario sarebbe stato simulato dai criminali, in voce e in video
      e in tempo reale, usando anche qui l’intelligenza artificiale così bene da
      ingannare persino i suoi stessi dipendenti.

      Ma non è l’intelligenza artificiale l’aspetto che accomuna queste storie. È
      qualcosa di ben poco artificiale e purtroppo molto umano.

      [SIGLA di apertura]

      Siamo a fine settembre del 2023. Un’eternità di tempo fa, per i ritmi dello
      sviluppo frenetico dell’intelligenza artificiale. Su un sito per adulti,
      Fanvue, e su Instagram iniziano a comparire le foto sexy di Emily Pellegrini
      [instagram.com/emilypellegrini],
      una modella di 23 anni che vive a Los Angeles e fa l’influencer. Ma si
      tratta di una influencer particolare, perché è generata con
      l’intelligenza artificiale, anche se nelle foto che pubblica sembra una
      persona in carne e ossa.

      Una delle “foto” di Emily Pellegrini. Notate i grattacieli completamente
      deformati sullo sfondo e l’incoerenza delle linee della piattaforma sulla
      quale si trova la persona raffigurata, segni tipici di immagini generate
      maldestramente con software di intelligenza artificiale.

      Sei settimane dopo, l’11 novembre, Emily Pellegrini ha già 81.000 follower su
      Instagram
      [New York Post].
      Ai primi di gennaio ne ha 175.000
      [Corriere del Ticino], a metà gennaio sono già 240.000
      [NZZ],
      e ne parlano i media di tutto il mondo
      [Daily Mail,
      ripetutamente;
      Fortune,
      Dagospia,
      Repubblica, Stern, Welt.de, Radio Sampaio], dicendo che il suo aspetto procace e fotorealistico ha tratto in inganno
      molti uomini “ricchi, potenti e di successo”, dice per esempio il
      Daily Mail britannico, aggiungendo che su Instagram la contattano
      “persone veramente famose, come calciatori, miliardari, campioni di arti marziali miste e tennisti” che
      “credono che sia reale” e
      “la invitano a Dubai per incontrarla e mangiare nei migliori ristoranti”. Una delle celebrità sedotte da Emily Pellegrini, scrive sempre il
      Daily Mail, è un imprecisato conoscente di Cristiano Ronaldo; un altro è una star del
      calcio tedesco di cui non viene fatto il nome.

      Andamento della popolarità della stringa di testo “Emily Pellegrini” da
      settembre 2023 a oggi, secondo
      Google Trends.

      Moltissime testate in tutto il mondo riportano fedelmente questi dettagli e
      non perdono l’occasione di pubblicare molte foto delle grazie abbondanti
      dell’influencer
      virtuale, ma c’è un piccolo problema: tutte queste presunte conquiste di Emily
      Pellegrini sono riferite da una sola fonte, il suo creatore, che fra l’altro
      vuole restare anonimo, e sono descritte in modo estremamente vago: nessun
      nome, ma solo frasi come
      “uno dei volti famosi, di cui non viene fatto il nome e che l’ha
      contattata, a quanto pare conosce Cristiano Ronaldo”
      [“One unnamed famous face who contact [sic] her allegedly knew Cristiano Ronaldo, the creator claimed”]. 

      Che senso ha precisare che questo anonimo fan conosce Cristiano Ronaldo? Non
      fornisce nessuna informazione reale. Però permette di citare un nome famoso e
      associarlo a questa influencer per farla brillare di luce riflessa
      nella mente del lettore, che magari è distratto perché l’occhio gli sta
      cadendo altrove.

      Questo espediente autopromozionale funziona, perché Emily Pellegrini viene
      citata dai media di mezzo pianeta come l’influencer che
      “fa innamorare i vip”, come titola
      Il Mattino, o “ha fatto innamorare calciatori e vip di tutto il mondo”, come
      scrive
      Repubblica, per citare giusto qualche esempio italofono. Ma di questo innamoramento
      collettivo non c’è la minima conferma. Ci sono solo le dichiarazioni
      straordinariamente vaghe del suo creatore senza nome.

      Questo anonimo creatore della influencer virtuale racconta anche di
      aver “lavorato 14-16 ore al giorno” per riuscire a creare
      il volto, il corpo e i video di Emily Pellegrini con l’intelligenza
      artificiale. Ma anche qui qualcosa non quadra, perché a fine gennaio 2024
      emerge un dato: alcune delle immagini di Emily Pellegrini, soprattutto quelle
      più realistiche, sono realistiche non per qualche rara maestria nell’uso dei
      software di intelligenza artificiale, ma perché sono semplicemente foto e
      video di donne reali, come per esempio quelle della modella Ella Cervetto (www.instagram.com/ellacervetto/), sfruttate senza il loro consenso
      [Radio France;
      Abc.net.au, con esempi;
      Fanpage.it], sostituendo digitalmente il loro volto con un volto sintetico e tenendo
      tutto il resto del corpo intatto. In altre parole, un banale
      deepfake come tanti, fatto oltretutto a scrocco.

      Le pose e le movenze così realistiche di Emily Pellegrini non sono generate
      dal software: sono prese di peso dai video reali di modelle reali. Una chiara
      violazione del copyright e uno sfruttamento spudorato del lavoro altrui.

      ---

      Oggi il profilo Instagram di Emily Pellegrini
      [www.instagram.com/emilypellegrini]
      è praticamente vuoto. Tutte le foto sono scomparse. Restano solo 12 post, nei
      quali un uomo che si fa chiamare “Professor Ep” e dice di essere il
      creatore della modella virtuale – che in realtà tanto virtuale non era –
      propone un corso, naturalmente a pagamento, per insegnare agli altri a fare
      soldi creando modelle virtuali. Nessun accenno al fatto che l’insegnante ha
      usato i video e la fatica degli altri e ha adoperato  solo in parte
      l’intelligenza artificiale per guadagnare, dice lui, oltre un milione di
      dollari.

      Lo stato attuale dell’account Instagram di Emily Pellegrini.

      Fra l'altro, il corso del sedicente professore, che costava inizialmente mille
      dollari, ora è svenduto a circa duecento.

      La pubblicità del corso promosso sull’account Instagram di Emily Pellegrini.

      Lasciando da parte un momento i ragionevoli dubbi sull’etica e la competenza
      dimostrate fin qui dal Professor Ep, se per caso state pensando di lanciarvi
      anche voi nel settore immaginando di fare soldi facilmente in questa versione
      2024 della febbre per il mining domestico delle criptovalute, beh,
      pensateci due volte.

      I dati indicano infatti che fare soldi esclusivamente generando immagini di
      modelle virtuali è cosa assai rara. Ci sono alcune superstar del settore che
      guadagnano discretamente, ma il grosso degli aspiranti creatori e delle
      aspiranti creatrici fa la fame. Il mercato è saturo di gente che ci sta
      provando e fallendo.

      Grazie ad alcune persone esperte del settore, ho constatato di persona che su
      piattaforme che promettono grandi guadagni tramite la vendita di immagini
      generate con l’intelligenza artificiale, come la piattaforma usata dal
      creatore di Emily Pellegrini, è sufficiente incassare trecento dollari
      nell’arco di un mese per trovarsi nel discutibile Olimpo del settore,
      ossia nella fascia del 10% dei creatori che guadagnano di più. Il restante
      90%, in altre parole, guadagna di meno.

      Gli incassi e il piazzamento di una influencer virtuale su Fanvue.

      Molte influencer virtuali che nei mesi scorsi erano state segnalate dai
      media come le avanguardie emergenti di un nuovo fenomeno oggi non
      rendono visibile il numero dei like o dei follower, o
      addirittura questi dati vengono nascosti dalla piattaforma stessa, per non far
      vedere che non le sta seguendo praticamente nessuno e che i guadagni promessi
      sono solo un miraggio per molti.

      Quelli che guadagnano davvero, invece, sono i fornitori dei servizi e
      dell’hardware necessario per generare queste immagini sintetiche, proprio come
      è avvenuto per le criptovalute. Quando si scatena una corsa all’oro, conviene
      sempre essere venditori di picconi.

      Fonti aggiuntive e ulteriori dettagli:

      • Celebrities And Millionaires Fall For Instagram Model Created By AI, Send
        Her Flirty Texts, BoredPanda.com (con citazione di un comunicato stampa di Fanvue che parla
        degli incassi:
        “A press release from Fanvue, a subscription social platform, said in an
        official statement: “The stunner, who shares her content with fans on
        content creator platform, Fanvue, has become an overnight sensation with
        her perfect smile and envious figure, earning nearly $10,000 in just six
        weeks on the content creator platform.”)
      • 'AI pimps' and their fake influencers are mass-harvesting women's videos
        to peddle porn, Abc.net.au (include servizio TV di 9 minuti e video di confronto del
        furto di foto e video ai danni di Ella Cervetto e altre modelle, non solo da
        parte del creatore di Emily Pellegrini)
      • AI influencers are making their secretive creators tens of thousands of
        dollars a month—now an OnlyFans rival is betting on the lucrative virtual
        girlfriends, Fortune.com (“Last November, the amount of money generated on Fanvue from AI models
        doubled from the month before. AI creators accounted for 15% of Fanvue’s
        total revenues that month. One of the biggest drivers of that increase was
        Emily Pellegrini, a 23-year-old influencer who posts adult content to her
        subscribers using deepfake technology. Fanvue says Pellegrini, one of the
        most popular AI models on its site, generated $23,000 in revenue in
        January, up from $6,000 in October”; cita anche Aitana Lopez e le relazioni parasociali)
      • No, this AI model isn’t making €10,000 a month as a model: how an upstart
        conned dozens of gullible journalists, Medium.com (debunking dei presunti guadagni di Aitana Lopez e
        analisi di come la pseudonotizia del suo successo è diventata virale)

        ---

        La seconda storia di questo podcast arriva da Hong Kong. Siamo a febbraio del
        2024, e scoppia la notizia di una truffa da 25 milioni di dollari ai danni di
        una multinazionale, effettuata con la tecnica del deepfake, la stessa
        usata nella storia precedente con altri scopi.

        Un operatore finanziario che lavora a Hong Kong si sarebbe fatto sottrarre
        questa ragguardevolissima cifra perché dei truffatori avrebbero creato una
        versione sintetica del suo direttore finanziario, che stava a Londra, e
        l’avrebbero usata per impersonare questo direttore durante una videoconferenza
        di gruppo, nella quale anche gli altri partecipanti, colleghi dell’operatore,
        sarebbero stati simulati sempre con l’intelligenza artificiale, perlomeno
        stando alle dichiarazioni attribuite alla polizia di Hong Kong
        [Rthk.hk, con video del portavoce della polizia, Baron Chan;
        The Register].

        Dato che tutti i partecipanti alla videochiamata sembravano reali e avevano le
        sembianze di colleghi, quando l’operatore ha ricevuto l’ordine di effettuare
        quindici transazioni verso cinque conti bancari locali, per un totale appunto
        di 25 milioni di dollari, ha eseguito le istruzioni, e i soldi hanno preso il
        volo.

        L’ipotesi che viene fatta dalla polizia è che i truffatori abbiano scaricato
        dei video dei vari colleghi e li abbiano usati per addestrare un’intelligenza
        artificiale ad aggiungere ai video una voce sintetica ma credibile. Il
        malcapitato operatore si sarebbe accorto del raggiro solo quando ha chiamato
        la sede centrale dell’azienda per un controllo.

        La notizia viene accolta con un certo scetticismo da molti addetti alla
        sicurezza informatica. Già simulare un singolo volto e una
        singola voce in maniera perfettamente realistica è piuttosto
        impegnativo, figuriamoci simularne due, tre o più contemporaneamente. La
        potenza di calcolo necessaria sarebbe formidabile. Non c’è per caso qualche
        altra spiegazione a quello che è successo?

        [The Standard
        presenta una ricostruzione un po’ diversa degli eventi: solo il direttore
        finanziario sarebbe stato simulato e gli altri quattro o sei partecipanti
        sarebbero stati reali. “An employee of a multinational company received a message from the scammer,
        who claimed to be the "Chief Financial Officer" of the London head office,
        asking to join an encrypted virtual meeting with four to six staffers. The
        victim recalled that the "CFO" spent most of the time giving investment
        instructions, asking him to transfer funds to different accounts, and ending
        the meeting in a hurry. He found that he was cheated after he made 15
        transactions totaling HK$200 million to five local accounts within a week and
        reported to the police. It was discovered that the speech of the "CFO" was
        only a virtual video generated by the scammer through deepfake. Police said
        other employees of the same company were also instructed to attend the
        meeting.”]

        Otto mesi dopo, cioè pochi giorni fa, un esperto di sicurezza, Brandon Kovacs,
        affascinato da quella truffa milionaria, ha dimostrato alla conferenza di
        hacking DEF CON che in realtà una videoconferenza nella quale tutti i
        partecipanti, tranne la vittima, sono in realtà delle simulazioni
        indistinguibili dagli originali è fattibile, ed è fattibile con
        apparecchiature piuttosto modeste e sicuramente alla portata economica di una
        banda di criminali che spera in un bottino di svariati milioni di dollari.

        La parte più impegnativa di quest’impresa è procurarsi delle riprese video
        delle persone da simulare. Queste registrazioni servono per addestrare
        un’intelligenza artificiale su misura a generare un deepfake in tempo
        reale della persona specifica. Ma oggigiorno praticamente chiunque lavori in
        un’azienda ha ore e ore di riprese video che lo riguardano nel contesto ideale
        per addestrare un’intelligenza artificiale: le registrazioni delle
        videoconferenze di lavoro alle quali ha partecipato.

        Kovacs ha messo alla prova quest’ipotesi: è possibile creare un clone video di
        qualcuno usando solo informazioni pubblicamente disponibili e software a
        sorgente aperto, cioè open source?

        La risposta è sì: insieme a una collega, Alethe Denis, di cui aveva le
        registrazioni pubblicamente disponibili delle sue interviste, podcast e
        relazioni a conferenze pubbliche, ha addestrato un’intelligenza artificiale e
        si è procurato una fotocamera digitale reflex professionale, delle luci, una
        parrucca somigliante ai capelli della collega, un telo verde e del software, e
        ha usato il deepfake
        generato in tempo reale come segnale di ingresso del microfono e della
        telecamera per una sessione di Microsoft Teams, nella quale ha parlato con i
        figli della collega, spacciandosi per lei in voce e in video in diretta. I
        figli ci sono cascati completamente, e se un figlio non si accorge che sua
        mamma non è sua mamma, vuol dire che l’inganno è più che adeguato.

        Creare un deepfake del genere, insomma, non è più un’impresa: il sito
        tecnico
        The Register
        nota che un software come
        DeepFaceLab, che permette
        di addestrare un modello per creare un deepfake di una persona
        specifica, è disponibile gratuitamente. Anche il software per l’addestramento
        della voce esiste in forma open source e gratuita: è il caso per
        esempio di
        RVC. E la scheda grafica sufficientemente potente da generare le immagini del
        volto simulato in tempo reale costa circa 1600 dollari.

        In pratica, Kovacs ha creato un kit per deepfake pronto per l’uso
        [mini-demo su LinkedIn]. Un kit del genere moltiplicato per il numero dei partecipanti a una
        videoconferenza non è a buon mercato per noi comuni mortali, ma è sicuramente
        una spesa abbordabile per un gruppo di criminali se la speranza è usarlo per
        intascare illecitamente 25 milioni di dollari. E quindi l’ipotesi della
        polizia di Hong Kong è plausibile.

        Non ci resta che seguire i consigli di questa stessa forza di polizia per
        prevenire questo nuovo tipo di attacco:

        • primo, avvisare che esiste, perché molti utenti non immaginano nemmeno che
          sia possibile;
        • secondo, non pensare che il numero dei partecipanti renda particolarmente
          difficile questo reato;
        • e terzo, abituare e abituarsi a confermare sempre le identità delle persone
          che vediamo in video facendo loro delle domande di cui solo loro possono
          sapere la risposta.

          E così la demolizione della realtà fatta dall’intelligenza artificiale
          prosegue inesorabile in entrambe queste storie: non possiamo più fidarci di
          nessuna immagine, né fissa né in movimento, ma possiamo fare affidamento su
          una costante umana che non varia nel tempo: la capacità e la passione
          universale di trovare il modo di usare qualunque tecnologia per imbrogliare il
          prossimo.


          Fonte aggiuntiva: Lights, camera, AI! Real-time deepfakes coming to DEF CON, The Register. 

          Scritto da Paolo Attivissimo per il blog Il Disinformatico. Ripubblicabile liberamente se viene inclusa questa dicitura (dettagli). Sono ben accette le donazioni Paypal.
          16 min

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