Il Punto della Settimana

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Il Punto della Settimana episodes

  • Perplessità su Bruxelles | Il Punto della Settimana
    Non osiamo quasi immaginare gli ulteriori danni energetici che imprese e famiglie subirebbero se la crisi del Golfo dovesse protrarsi ancora a lungo.
    Infatti, al di là di ogni velleitaria narrazione green, il petrolio ed il gas continuano ad essere risorse indispensabili per il funzionamento delle economie globali e, pertanto, una riduzione dei loro volumi disponibili non potrebbe che incidere pesantemente sui nostri costi di produzione e poi, di conseguenza, anche sui prezzi al consumo. E purtroppo - come ci hanno ormai spiegato, fin troppo bene, analisti ed esperti di ogni continente - tra il 15 ed il 20% del petrolio mondiale consumato transitava normalmente da Hormuz. Per il gas poi, il disagio si è fatto persino più opprimente, poiché una quota (oscillante tra il 20 e il 25%) del gas naturale liquefatto che si consumava a livello planetario, proveniva proprio dal Qatar.
    Inoltre, se anche, improvvisamente, i pasdaran si trasformassero in miti fraticelli di Assisi e Donald Trump assumesse le fattezze del Mahtma Gandhi, la crisi sarebbe, comunque, destinata a perdurare ancora per molto tempo, dal momento che quella di ripristinare l’ordinario funzionamento delle catene logistiche e degli impianti rimasti danneggiati dai missili iraniani non sarà certo una faccenda che si risolve in pochi minuti. Ed a questo proposito, basta considerare che le stime per il recupero della più importante struttura mondiale di liquefazione – e cioè, quella di Ras Laffan – ci parlano di interventi che potrebbero richiedere dai 4 ai 5 anni di lavoro...
    E il gas – inutile ricordarlo – se rappresenta una risorsa strategica per l’Europa intera, lo è poi, in maniera particolare, per l’Italia, visto che, nel nostro Paese, una parte consistente dell’elettricità proviene proprio da centrali termoelettriche a gas. Centrali i cui costi sono, tra l’altro, anche aggravati - nell’Unione Europea - dal pagamento delle quote di CO2 che, attualmente, incidono per quasi 30 Euro a megawattora. Per questo motivo, ci sorprende non poco il fatto che, nonostante il momento che le economie comunitarie stanno vivendo, la Commissione UE – almeno fino ad oggi –
    si sia opposta all’idea di sospendere, sia pure per qualche mese, questa forma di tassa carbonica, così onerosa rispetto al costo dell’elettricità.
    Bruxelles sta, invece, dando l’impressione di muoversi come se quella che è un’autentica emergenza energetica fosse, in realtà, solo il frutto della fantasia di qualche ossessionato menagramo. Solo così, riusciamo, infatti, a spiegarci il suo rifiuto di consentire agli Stati membri di derogare – come, ad esempio, proposto anche dall’Italia - al patto di stabilità per poter meglio sostenere, in questa fase, sia le famiglie, che le imprese europee.
    Pertanto, di fronte a tali rigidità (per non dire ottusità), gli spazi a disposizione dei governi – specialmente quelli maggiormente indebitati - non possono che ridursi a ben poca cosa: come, del resto, dimostrano gli interventi temporanei sulle accise di benzina e gasolio che, in definitiva - oltre a servire come una mentina contro una polmonite - non distinguono nemmeno tra chi viaggia per necessità di lavoro o di salute e chi, invece, lo fa per divertirsi al volante della sua potentissima Ferrari...
    4 min
  • Garlasco | Il Punto della Settimana
    E se Alberto Stasi, il giovane bocconiano che in tanti, - basandosi sbrigativamente su alcune immagini non propriamente “castigate” che erano state trovate sul suo computer – avevano considerato, fin da subito, come un individuo capace di commettere anche i più efferati delitti, stesse albergando nelle nostre patrie galere da oltre undici anni per un crimine che non ha commesso? E se quel biondino dagli occhi – ahilui - di ghiaccio e dallo sguardo impenetrabile fosse magari finito nel vortice di uno di quei neanche tanto rari casi di giustizia approssimativa che mettono in cattiva luce i tribunali italiani?
    Adesso, vista la piega che sembrano prendere le indagini a Garlasco, aspettiamoci pure che, da un momento all’altro, lo spietato assassino torni ad essere un “bravo e sfortunato ragazzo”, rimasto vittima della superficialità o dell’incompetenza di chi, a suo tempo, decise del suo destino.
    D’altra parte, nel processo a carico di Stasi, non sono mai state raccolte prove ritenute sufficienti per superare la soglia dell’ “oltre ogni ragionevole dubbio”: tanto è vero che, nei primi due gradi di giudizio, fu sempre assolto, poiché le accuse nei suoi confronti si fondavano su ricostruzioni essenzialmente indiziarie, mancando, infatti, una vera e propria “prova regina”.
    Viene dunque, a questo punto, da chiedersi quante volte a prevalere, nei giudizi penali, non sia tanto la ricerca della verità, quanto invece l’ansia di fornire - comunque ed anche a rischio di commettere errori imperdonabili - una qualche risposta alla sete di giustizia (o talvolta di vendetta) dell’opinione pubblica.
    Tanto, in Italia, la responsabilità per errore giudiziario ricade, normalmente, sempre sullo Stato. È lo Stato, infatti, a risarcire il danno e non chi ha concretamente preso decisioni che possono avere distrutto, in maniera spesso definitiva, l’esistenza di un essere umano. Questo perchè una rivalsa nei confronti del giudice è prevista limitatamente alle fattispecie nelle quali egli abbia agito con dolo o colpa grave. Quindi, praticamente mai... Ne discende, pertanto, un sistema in cui la magistratura esercita un potere enorme – ossia, quello di incidere sulla libertà e sull’esistenza delle persone - senza che a questa condizione di sostanziale dominio corrisponda una forma di responsabilità che sia adeguatamente conseguenziale e proporzionata.
    E francamente, noi non possiamo che rabbrividire in presenza di un meccanismo accusatorio che i colpevoli pare più interessato a crearli, che a cercarli.
    3 min
  • 25 Aprile | Il Punto della Settimana
    Anche quest’anno, con l’avvicinarsi del 25 Aprile, il presidente del Senato, Ignazio la Russa, ha rilanciato l’idea di ricordare, contestualmente, sia i caduti della Resistenza, che quelli di Salò, come gesto di riconciliazione nazionale.
    Chi sostiene l’opportunità di rivedere l’impianto celebrativo che, da sempre, caratterizza la Giornata della Liberazione, di solito lo fa argomentando che, in fondo, anche quelli che sono morti in camicia nera combattevano in “buona fede”. E su questo aspetto, non ci sentiamo certamente di negare che, un po’ perché costretti dalla leva obbligatoria e dalla paura di finire al muro in caso di diserzione e un po’ perché suggestionati da almeno vent’anni di propaganda fascista, chissà quanti giovani avranno imbracciato il moschetto senza avere pienamente contezza di quello che stessero facendo...D’altra parte, la storia del nostro secondo Novecento è piuttosto ricca di individui che, finita la guerra, hanno cancellato, più o meno spontaneamente, ogni legame con il proprio trascorso “repubblichino” per abbracciare nuovi orientamenti politici e culturali. Giusto così, poiché una prova d’appello non si nega mai a nessuno. Tra l’altro, c’è stato persino chi, archiviando un passato per lui alquanto imbarazzante e facendo dell’antifascismo un proprio marchio di fabbrica, è arrivato persino a vincere il premio Nobel per la Letteratura…
    Tuttavia, resta il fatto che un conto è indulgere sugli sbagli e sulle ingenuità che si possono commettere in gioventù ed un altro è, invece, quello di applicare concetti come “buona fede” o “patriottismo” ad eventi che, trascendendo la sfera dell’individuale, vanno, essenzialmente, ad inquadrarsi in una prospettiva che è storica e, quindi, anche inevitabilmente collettiva.
    E purtroppo, nel nostro Paese, in quel tragico biennio 1943 – 45, si ammazzarono tra di loro cittadini italiani che (consapevolmente o meno) stavano dalla parte di Hitler ed altri che, invece, lo combattevano.
    Di conseguenza, pensiamo che sia quasi inutile soffermarsi ad immaginare come sarebbe ancora oggi il mondo se, per disgrazia, avessero vinto i primi...
    Ci pare, pertanto, opportuno evitare di commemorare insieme i caduti dell’una e dell’altra parte: se, infatti, sarà pure vero che tutti i morti (o quasi) meritano rispetto, altrettanto fondata è però anche l’obiezione di chi ritiene che l’ accomunare le sorti di partigiani e brigate nere, più che a promuovere un lodevole gesto di pietà umana, servirebbe, in realtà, solamente ad alimentare un pericoloso fenomeno di confusione interpretativa della nostra Storia.
    3 min
  • Non tutto il male viene per nuocere | Il Punto della Settimana
    Ci sembra che, per quanto riguarda le vicende della politica italiana, il fatto più rilevante di questa settimana sia stato il sostanziale “ben servito” che il bizzoso presidente americano, Donald Trump, ha dato alla nostra premier Giorgia Meloni, la quale si era forse un po’ troppo a lungo, incautamente, cullata nell’illusione di poter contare su un rapporto se non di amicizia, almeno di vicinanza politica con un signore che, invece, ha già ampiamente dimostrato di saper essere solidale solamente con se stesso.
    Il famoso “ponte” tra Unione Europea e Stati Uniti è, dunque, rapidamente crollato alla prima folata di vento, anche perché - come del resto apparve evidente fin dal suo secondo insediamento alla Casa Bianca - l’improbabile interlocutore d’Oltreoceano non era affatto interessato a consolidarlo.
    D’altra parte, dopo l’indecisa presa di distanza sulla guerra in Iran (“non condivido, né condanno”), ma soprattutto dopo aver osato definire “inaccettabile” l’attacco di Trump al Papa, ci sarebbe stato veramente da meravigliarsi se sulla testa della Meloni non fossero piovute tutte quelle espressioni di delusione e di disistima che il Tycoon ha voluto riversarle.
    In ogni caso, per quanto si sia trattato di una reazione più che prevedibile, quella che da Washington ha investito la guida del nostro Governo resta, indubbiamente, una sfuriata destinata ad avere un effetto tutt’altro che marginale, sia livello di politica estera, che di immagine per la stessa Meloni. Meloni che aveva, inutilmente, cercato in tutti i modi di tenere uniti Trump e l’Occidente europeo, per poi dovere amaramente prendere atto di quanto l’impresa fosse titanica…
    Tuttavia, non è neppure detto che da questo suo insuccesso strategico, l’inquilina di Palazzo Chigi non possa trarre anche dei vantaggi: anzi, considerata l’aria che tira in questo momento, diremmo più vantaggi che altro, visto che, nel giro di 48 ore, Giorgia è, improvvisamente, riuscita a svincolarsi da una situazione “tossica” e fastidiosa, che la vedeva ancora legata allo sconfitto Orban ed all’ormai universalmente mal sopportato Donald Trump.
    E se alla fine, la scomunica arrivata dalla Casa Bianca si rivelasse come una sorta di valido ricostituente, utile per ridare un po’ di tono alla sua immagine elettorale, ultimamente abbastanza impallidita? E se alla fine, tutte le espressioni di rancorosa sfiducia che l’hanno colpita in queste giornate, si traducessero in un autentico ed insperato colpo di fortuna, in grado di salvare sia lei, che il suo Governo da una deriva di imbarazzante isolamento politico non solo interno, ma anche internazionale?
    Resta il fatto che, in ogni caso, questa polemica con gli Usa segna la fine ed anche il parziale fallimento della strategia estera che Giorgia Meloni aveva seguito fino ad oggi.
    Per parte nostra, siamo però certi che l’Italia, pur magari rivendicando – speriamo soprattutto sul piano commerciale - una maggiore autonomia rispetto all’alleato americano, ben difficilmente defletterà da quella ininterrotta tradizione di rapporti di ragionevole convenienza che, da oltre ottant’anni, la affiancano agli Stati Uniti. Anche perché delle cosiddette “terze vie”, quello che resta sono ormai soltanto delle sbiadite memorie che ora intristiscono negli archivi del passato, mentre – piaccia o non piaccia – dell’America, al momento, non possiamo ancora permetterci di farne a meno.
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    4 min
  • Oggi si vota in Ungheria | Il Punto della Settimana
    Oggi, domenica 12 aprile, gli elettori ungheresi sono chiamati a votare per definire il futuro politico del loro Paese. Apparentemente, dovrebbe trattarsi di un avvenimento di scarsa rilevanza internazionale, dal momento che stiamo, pur sempre, parlando di una Nazione che, con i suoi neanche dieci milioni di abitanti, rappresenta all’incirca soltanto il 2% dell’intera popolazione europea.
    Tuttavia, quella che sta per concludersi sarà, invece, una sfida di assoluta importanza, dal momento che l’Ungheria - per tutta la durata dell’era Orban - ha agito, consapevolmente, da strumento utilizzato da Russia, Cina e Stati Uniti, al fine di rallentare - se non apertamente boicottare - la già di per sé complessa ed incerta costruzione europea.
    Orban si è, ad esempio, progressivamente sempre più appiattito sulla politica del Cremlino, condividendone la crescente diffidenza nei confronti dell’Unione Europea, fino ad arrivare a nutrire anche una malcelata ostilità nei riguardi dell’Ucraina. Basti pensare che, ultimamente, avvalendosi del diritto di veto – di cui Bruxelles non è ancora riuscita a liberarsi - è riuscito persino a bloccare il prestito comunitario di 90 miliardi di euro a Kiev…
    Quanto agli Stati Uniti, possiamo dire che, in queste ultime giornate, si siano davvero giocati una bella partita con Putin per stabilire a chi spetti il titolo di “più impegnato sostenitore della campagna elettorale di Victor Orban”. Non ci pare, infatti, di ricordare precedenti nei quali, per ribadire l’appoggio ad un determinato candidato europeo, si sia mosso addirittura un vice – presidente americano...Eppure, sono soltanto di martedì scorso le immagini di J.D. Vance che - intervenuto a Budapest proprio per dare una mano all’amico Orban in difficoltà con i sondaggi pre elettorali - non ha esitato a parlare di “burocrati di Bruxelles che hanno cercato di distruggere l’economia dell'Ungheria”, rendendola “meno indipendente dal punto di vista energetico” e cercando “di aumentare i costi per i consumatori ungheresi”.
    D’altra parte, quella che lo stesso Premier ungherese ha definito come una “democrazia illiberale”, riflette, su alcuni temi chiave, proprio le impostazioni dell’America di Trump: dalle dure politiche anti-immigrazione al non sempre limpido rispetto per le norme liberali, dalla diffidenza verso le istituzioni globali all’intolleranza nei riguardi dei media meno acquiescenti dinanzi al volere di chi governa.
    Washington, Mosca e Pechino sono, quindi – ciascuna a modo suo – protagoniste attive delle elezioni ungheresi ed il loro obbiettivo è anche piuttosto chiaro: impedire che, dalle urne, possa scaturire qualche intoppo fastidioso e destinato a turbare il regolare funzionamento di quel piccolo (ma efficace) meccanismo sovranista, già sperimentato con successo, ogni volta che si è trattato di impedire al puledro europeo di diventare realmente quel cavallo di razza che, se lasciato libero di gareggiare, avrebbe potuto cominciare a vincere un po’ troppe corse...
    A noi non resta che attendere: a breve, conosceremo, comunque, il risultato di una consultazione da cui dipenderà non poco anche il futuro della libertà e della democrazia nel nostro Vecchio Continente.
    4 min
  • Primarie all’OK Corral? | Il Punto della Settimana
    Il primo a muoversi sulla strada che porta alle primarie del Campo Largo è stato Giuseppe Conte, il quale, a urne ancora calde, ha anticipato tutti i suoi sodali di coalizione referendaria annunciando “l’avviso di sfratto” al Governo e aprendo alla prospettiva della consultazione di base ai gazebo, purché – ha spiegato l’avvocato del popolo – non si tratti di “primarie di partito”. Ha poi, bontà sua, riconosciuto a Elly Schlein il giusto diritto di partecipare anch’essa alle eventuali primarie, visto e considerato, il “gran lavoro” da lei svolto per rilanciare un PD che, con la segreteria Letta, si era eccessivamente appiattito sulla cosiddetta “agenda Draghi”. Tuttavia, se primarie dovranno essere, per l’ex premier bisognerà che non si rivelino – come solitamente avvenuto in passato – soltanto banalmente confermative, ma traccino, invece, esaurientemente, “il perimetro dell’alleanza progressista rispetto ai programmi della politica estera, della giustizia, del lavoro e della sanità”. E qui, forse, a voler leggere tra le righe, si potrebbe cogliere anche un altro “avviso di sfratto”: quello cioè, riservato a Matteo Renzi e ad alcune componenti meno addomesticabili del Partito Democratico.
    E’ vero che – a meno di impreviste elezioni anticipate – il lasso di tempo che ci separa dalle prossime politiche del 2027 consentirebbe uno spazio potenzialmente più che adeguato per discutere, seriamente, su come oggi occorra veramente procedere per dare vita ad uno schieramento politico in grado di rappresentare un’alternativa credibile alla Destra.
    Ciò nonostante, il rischio che eventuali nuove primarie presentano – soprattutto se intese come le intende Conte – è quello di allontanare (anziché avvicinare) tra di loro i partiti del Campo Largo, portando alla luce più imbarazzanti divisioni – vedi, ad esempio, la politica internazionale – che salde convergenze.
    Salvo, alla fine della favola, emergesse la figura di un federatore, ossia di un personaggio super partes e rassicurante, che fosse, quindi, in grado di porsi come punto di riferimento valido non solo per la Sinistra, ma anche per altre fasce di elettorato attualmente disamorate o, comunque, disinteressate rispetto al dibattito politico. Altrimenti - poiché immaginiamo che il previsto scambio di argomentazioni tra Conte e Schlein ben difficilmente avverrà nella composta e garbata atmosfera di un salotto del Settecento - ci aspettiamo di dover assistere ad una desolante serie di fratture e di incomunicabilità: alle quali però, almeno formalmente, dovranno poi comunque seguire – come si conviene -anche le rituali (ed in genere ben poco spontanee) investiture di legittimità alla guida del Campo Largo, destinate alla parte uscita vincitrice dai gazebo.
    Oppure, sarà una più schietta e chiarificatrice presa d’atto di incompatibilità programmatica: proprio come quella che, del resto, già si verificò nel 2022, facilitando allora, in buona misura, l’insediamento di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.
    3 min
  • Iran: a che punto siamo arrivati? | Il Punto della Settimana
    A che punto siamo arrivati nella guerra in Iran ad ormai tre settimane dal primo attacco israelo – americano? Ce lo domandiamo cercando di attenerci alla cruda realtà dei fatti e senza farci troppo suggestionare dalle roboanti dichiarazioni trumpiane e da quelle altrettanto campate per aria del regime di Teheran.
    Di certo, sappiamo che, fino al 28 febbraio, una sciagura così devastante la repubblica islamica non l’aveva mai vissuta, con migliaia di obbiettivi distrutti, decine di altissimi esponenti uccisi e con l’affondamento pressoché totale della sua flotta militare. Pertanto, quando i bombardamenti dei jet nemici – che, attualmente, sorvolano del tutto indisturbati i cieli persiani - saranno terminati, l’Iran sarà, indiscutibilmente, un Paese molto più in difficoltà di prima e, probabilmente, anche sull’orlo del collasso economico.
    Tuttavia, appare anche piuttosto evidente come il regime sciita - anche per la sua struttura compatta e articolata - non stia, al momento, dando alcun cenno di cedimento interno. E questo succede anche perché – come non ci siamo ancora stancati di ripetere – Washington e Gerusalemme si trovano, oggi, a dover fare i conti con una realtà che si fonda, essenzialmente, su incrollabili presupposti religiosi, che danno un senso di sacralità alla sua missione rivoluzionaria. Una realtà che – per quanto a noi possa apparire davvero strana – trova, dunque, le sue motivazioni in un oltranzismo fanatico, che la induce a combattere una sorta di battaglia definitiva e dai tratti apocalittici.
    Non è il caso, quindi, di farsi troppe illusioni circa gli eventuali tempi rapidi in cui potrebbe terminare il conflitto, perché ben difficilmente l’Iran accetterà di abbassare la guardia: e la richiesta di resa incondizionata, più volte avanzata da Trump, rivela solamente la sua scarsa conoscenza di chi sia, veramente, il suo avverso interlocutore.
    Un regime di questa natura, potrebbe, infatti, cadere solo attraverso una invasione di terra (particolarmente rischiosa sul piano delle perdite di soldati statunitensi), oppure a seguito di una molto ipotetica ribellione interna, che fosse adeguatamente armata e pronta al sacrificio.
    E francamente, allo stato attuale delle cose, non ci pare affatto che queste due condizioni abbiano, seriamente, qualche possibilità di assumere un minimo di concretezza.
    L’epilogo più probabile di tutta questa vicenda bellica sarà, quindi, quello che – una volta finiti, in un modo o nell’altro, i bombardamenti - il regime di Teheran continuerà a sopravvivere anche se avrà, indubbiamente, pagato un prezzo enorme.
    Di conseguenza, solo trasformandosi improvvisamente in George Bush junior, Trump potrebbe, credibilmente, sperare di riuscire ad abbattere quel sistema di potere islamico che, dal 1979 ad oggi, ha seminato la morte ed il terrore in tutto il Medio Oriente. Ma che tale mutazione avvenga sul serio, ci sembra altamente improbabile.
    3 min
  • Si sa come inizia e non come finisce | Il Punto della Settimana
    L’idea che le guerre si sa come inizino, ma non come finiscano, mostra più che mai la sua perenne attualità proprio nel caso dell’attacco isaraelo – americano del 28 febbraio all’Iran.
    Certamente, gli intensi bombardamenti alle strutture militari, l’affondamento pressoché totale della flotta navale, l’uccisione di numerosi alti esponenti del regime – su tutte quella di Ali Khamenei - hanno confermato la formidabile efficacia distruttiva dei due eserciti più tecnologici e avanzati del Pianeta.
    Musica celestiale, dunque, per le orecchie di quanti attendono, da ormai 47 anni, che uno dei regimi più odiosi della storia si decida, finalmente, a farsi da parte. Tuttavia, ci pare che, al di là degli indubbi successi ottenuti sul campo di battaglia e di alcune trionfalistiche dichiarazioni della Casa Bianca, resti, comunque, ancora irrisolto un problema fondamentale che investe tutta questa vicenda bellica: e cioè, quello di capire quale fosse realmente, fin dall’inizio, l’obbiettivo politico e strategico che aveva indotto Donald e Bibi ad agire.
    Come ogni volta che a condurre i giochi è Trump, il compito di chi cerca di trovare risposte esaurienti è tutt’altro che facile: il Tycoon, come suo solito, ha, infatti, continuato a variare l’esposizione delle sue finalità con dichiarazioni contraddittorie ed improvvisate da un giorno all’altro...mentre da Netanyahu – che forse ha le idee un po’ meno confuse del suo sodale - più di qualche accenno all’imminente liberazione del popolo persiano non è arrivato.
    Probabilmente Trump pensava che la repubblica islamica, ridotta allo stremo dai tremendi colpi subiti, accettasse rapidamente di scendere a più miti consigli e finisse, in sostanza, per stabilire, con gli Stati Uniti, una sorta di collaborazione simil venezuelana. Ma la sua era soltanto una pia illusione, incapace di tenere conto delle profonde differenze ideologiche e strutturali che sussistono tra un regime laico e fondato essenzialmente sulla corruzione come quello di Maduro e quello degli ayatollah che si alimenta, invece, di un sacro furore teocratico e (a suo modo, si intende) missionario. Pertanto, ci stupiremmo davvero se, prima o poi, gli eredi di Khomeyni e di Khamenei si riducessero a negoziare seriamente con il “Grande Satana” americano, mettendo così, di fatto, in discussione la loro stessa ragione di essere.
    E qui, entra in causa l’incapacità dell’attuale amministrazione americana nel mettere a fuoco le specificità culturali dei suoi interlocutori, catalogandoli tutti come soggetti indifferenziati, suscettibili di cedere alle stesse pressioni ed orientati a ragionare esclusivamente in termini di vantaggi economici: quasi fossero tutti fatti della stessa materia di cui sono fatti gli interlocutori newyorkesi con i quali Witkoff e Kushner sono abituati a parlare di affari immobiliari...
    Al contrario, per i dirigenti iraniani, ciò che conta sopra ogni altro tipo di considerazione è, invece, la “missione”rivoluzionaria che essi si sono dati da ormai quasi mezzo secolo. L’utile economico – per quanto non del tutto disprezzabile, visti i patrimoni accumulati all’estero da certe “guide supreme” – è, pertanto, un aspetto sostanzialmente secondario, rispetto al complesso di valori assoluti di cui si compone la rivoluzione palingenetica sciita. Stiamo, pertanto, parlando di una prospettiva dogmatica e religiosa completamente avulsa rispetto alla percezione geopolitica che caratterizza l’Amministrazione Trump, così incline, invece, ad inquadrare la politica estera in categorie prevalentemente ispirate al pragmatismo, alle “carte da giocare” ed al tornaconto finanziario.
    Il mondo si prepari, quindi, a coesistere ancora a lungo con un regime fondamentalista sciita che, sebbene ridotto ai minimi termini, ci sembra, comunque, destinato a sopravvivere: magari fortemente ridimensionato nella sua pericolosità, ma certamente non meno spietato e fanaticamente determinato nel perseguimento dei suoi fini.
    4 min
  • Chi è il Mahdi e cosa pensa in queste ore? | Il Punto della Settimana
    In un opuscolo sul pensiero di Ali Khamenei, assai diffuso tra i militanti di Hezbollah, veniva chiarito che il dovere di un vero jihadista è quello di dedicare la propria esistenza alla guerra santa, fino alla vittoria o al martirio. Tra i concetti espressi dal manuale del perfetto sciita, ne compaiono alcuni sui quali non solo chi si riconosce negli ideali del marxismo internazionalista, ma anche ogni prudente riformista potrebbe tranquillamente concordare: si parla, infatti, di abolizione della povertà – magari non quella giocondamente illusoria, annunciata dal reddito di cittadinanza – di aiuto ai diseredati ovunque essi si trovino e, quindi, dell’instaurazione di una giustizia sociale a livello mondiale. Il tutto da realizzarsi, ovviamente, sulle ceneri del comunismo ateo ed in vista della ormai prossima estinzione del capitalismo laico e liberista.
    Tutti i rivoluzionari sono sempre stati sorretti nelle loro aspettative da convincimenti ideologici o religiosi che per essi assumevano la consistenza di una verità (o di una profezia) ineluttabile: ed anche la rivoluzione sciita – come tutte quelle che si rispettino – affonda le sue radici in dogmi ed certezze che però, nel suo caso specifico, risalgono ad una tradizione molto lontana dal nostro tempo. Infatti, nella visione degli ayatollah, esiste nella storia universale un punto di svolta ben preciso: ed è quello rappresentato dal momento in cui, nell’anno 632, dopo la morte di Maometto, la fede islamica si scinde nei suoi due fondamentali filoni del Sunnismo e dello Sciismo. Da allora, la missione primaria degli sciiti diventa quella di combattere le forze dei governanti sunniti, liberando dalla loro custodia usurpatrice le città sante della Mecca e di Medina per portarle - come si legge nel testo caro a Hezbollah - “sotto la bandiera del Dodicesimo Imam, il Mahdi”, il quale “combatterà contro gli ebrei e contro i pagani”.
    Già, ma a che cosa si ispirano ancora oggi i credenti sciiti quando, evocando la figura del Mahdi, chiamano in causa – da ormai quasi mille e duecento anni - un personaggio misterioso che, nell’873, si sarebbe occultato, rimanendo, comunque, sempre in vita per volontà di Allah? Per noi non è facile comprenderlo. Il Mahdi si dice ricompaia ancora oggi, all’improvviso ed in casi straordinari, per guidare i buoni fedeli che invocano il suo aiuto, in attesa di tornare – allora, invece, visibile a tutti - soltanto alla fine dei tempi, quando cioè sarà chiamato a combattere contro il Daijal: ossia, contro l’incarnazione del Male.
    Che dire, ci sembra, dunque, piuttosto improbabile che - soprattutto alla luce di certe premesse fideistiche - le diplomazie europee o americane, così abituate ad inquadrare i problemi usando criteri laici e pragmatici, riescano davvero, in qualche modo, a sintonizzarsi (ammesso e non concesso che sia possibile) sulle onde di una frequenza religiosa e politica che, da sempre, si fonda, essenzialmente, su elementi metafisici e apocalittici. Se pensiamo poi al duo Witkoff – Kushner, allora siamo proprio mal presi...
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    4 min
  • L’Europa orfana della NATO? | Il Punto della Settimana
    È bene che tutti in Europa si rendano conto del fatto che quell’equilibrio strategico che, per ottant’anni, l’impegno militare americano aveva garantito nel nostro Vecchio Continente, è destinato ad una – speriamo non troppo rapida e traumatica – archiviazione
    Intendiamoci, non che ad ispirare la politica estera statunitense del Dopo Guerra fosse stato un particolare slancio di altruismo nei nostri confronti, poiché ad indirizzarla saranno certamente stati ben altri interessi di sicurezza politico-economica. Quelli che, ad esempio, miravano a contenere la minaccia allora costituita dalla presenza, sullo scenario globale, del grande avversario di quei decenni: ossia, dell’Unione Sovietica. Ruolo da protagonista che però, oggi, l’orso russo ha ormai ampiamente ceduto al drago cinese, inducendo, quindi, le ultime Amministrazioni di Washington a concentrare le proprie forze essenzialmente sull’area pacifica. Una scelta, questa, che – come del resto era inevitabile – ha poi finito per ripercuotersi, in maniera negativa, proprio sull’affidabilità di quella NATO che, in Europa, ci eravamo comodamente abituati a considerare come il principale elemento di deterrenza nei confronti dei sogni neo imperiali del rinnovato espansionismo russo.
    E considerato che i Paesi europei – almeno per il momento – non paiono ancora in grado di allestire un’efficace difesa comune, se ne deduce che sarà, quindi, necessario cercare di fare in modo che la NATO stessa - sebbene con una partecipazione americana ridotta rispetto a quella del passato - sappia, comunque, adattarsi alla nuova situazione, conservando egualmente una certa credibilità militare.
    Pertanto, il nostro futuro dipenderà - specialmente negli anni più immediati a venire - proprio dalla capacità che l’Europa avrà nel mantenere legami sufficientemente saldi con gli Stati Uniti, a prescindere da chi - Trump o non Trump - potrà occupare o meno lo Studio Ovale della Casa Bianca. Questo per dire che, a nostro parere, il pensare oggi ad un’Europa in totale autonomia dagli Usa rappresenta davvero una pericolosissima illusione.
    L’Unione Europea, per lungo tempo, si è colpevolmente cullata nell’idea (o, forse, anche nella presunzione) che, per contare qualcosa, le bastasse enunciare i suoi sacrosanti valori di libertà individuali e collettive o di rispetto del diritto internazionale, sorvolando però sui drammatici sconvolgimenti che, nel frattempo, stavano, invece, modificando profondamente il contesto globale. Un contesto nel quale però, quegli stessi valori - se non adeguatamente supportati anche a livello militare – sembrano, purtroppo, destinati ad assumere la stessa autorevolezza che hanno le parole quando si perdono nel vento.
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