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Or


Le imprese cercano lavoratori. I nostri giovani cercano futuro altrove. I mestieri scompaiono e con loro competenze che abbiamo impiegato generazioni a costruire.
Forse non ci mancano soltanto i lavoratori.Abbiamo smesso di riconoscere il valore del lavoro.
E quando un Paese perde ciò che sa fare, non perde soltanto competitività.
Perde un pezzo di sé.
Non vediamo più il lavoro.
Ma cosa diavolo ci sta succedendo?
Vediamo guerre in diretta. Persone che muoiono. Bambini, migranti, città distrutte.Ci indigniamo. Litighiamo. Urliamo.Poi scorriamo col dito e passiamo alla notizia successiva.
Sappiamo tutto di tutti.E forse non vediamo più nessuno.
Ci stiamo abituando alle parole violente, all’indifferenza, persino al dolore degli altri.
E allora la domanda è questa:quanto dobbiamo diventare disumani prima di accorgerci che lo stiamo diventando?
Non vediamo più le persone.Il nuovo episodio di In barca a vela contromano.
In Italia c’è una cosa che cambiamo con grande facilità: le regole.Succede con gli incentivi, con le scadenze, con il fisco. E succede persino con le regole con cui scegliamo chi ci rappresenta.
Negli ultimi decenni abbiamo cambiato legge elettorale quasi a ogni stagione politica. E adesso ci stiamo preparando a farlo di nuovo.
Ma cosa succederebbe se imponessimo delle regole anche a chi cambia le regole?
È da qui che parte questa puntata.
In barca a vela contromano è un podcast di Luca Iaia che prova a leggere l’attualità da un altro punto di vista.
Testi, musiche e grafiche sono realizzati da me, con il supporto dell’intelligenza artificiale.
Qualche giorno fa il mio amico Romano Benini ha scritto un articolo per “Il Riformista” dal titolo molto netto: “L’Italia non è un Paese per le riforme”.
La sua tesi, che condivido in larga parte, è che da molti anni l’Italia non riesca più a realizzare vere riforme strutturali. Non importa troppo chi governi: progressisti, conservatori o tecnici. Cambiano i governi, cambiano gli slogan, qualche volta cambiano anche le leggi, ma molto più raramente cambia davvero il Paese.
Romano individua alcune ragioni profonde: il peso del debito, gli interessi consolidati, una società che invecchia e tende a difendere ciò che possiede, partiti sempre meno capaci di costruire consenso attorno a scelte difficili e una burocrazia che troppo spesso preferisce la procedura al risultato. Fin qui siamo sulla stessa barca.
Poi però proverei a girarla contromano.
Perché forse il problema italiano non è soltanto che facciamo poche riforme.
È che quando decidiamo di farle, spesso le immaginiamo per un Paese che non esiste.
Quando si parla di economia, competitività, innovazione, lavoro, fisco o transizione energetica, abbiamo spesso in testa un modello produttivo fatto di grandi imprese strutturate, direzioni amministrative, uffici legali, responsabili delle risorse umane, manager dell’innovazione e persone dedicate a interpretare norme e compilare moduli.
Una specie di Germania con più sole. Quando siamo particolarmente ambiziosi, magari immaginiamo direttamente l’America.
Peccato che l’Italia sia un’altra cosa.
Le piccole e medie imprese rappresentano praticamente la totalità del nostro sistema produttivo e le microimprese, quelle sotto i dieci addetti, ne costituiscono di gran lunga la parte maggiore.
Le grandi imprese, da noi, possiamo quasi contarle con il pallottoliere.
Eppure continuiamo troppo spesso a scrivere norme come se il destinatario fosse un’azienda con cinquanta persone negli uffici e non un imprenditore che la mattina apre il laboratorio, parla con un cliente, segue un dipendente, controlla una fattura e magari la sera deve anche capire l’ultima circolare uscita nel frattempo.
È un po’ come se un pastore avesse cento pecore e organizzasse tutto il pascolo pensando esclusivamente a una. Poi, stupito, si chiedesse perché le altre novantanove abbiano fame.
Qui il tema delle riforme diventa molto concreto. Perché di cose da riformare, per chi fa impresa in Italia, ce ne sarebbero parecchie. La prima è quasi troppo facile: la burocrazia.
CNA da anni la misura con il proprio Osservatorio sulla burocrazia, non limitandosi a denunciarne il peso, ma avanzando proposte operative di semplificazione costruite pensando alle piccole imprese.
Nell’ultima edizione disponibile, il VI Rapporto dell’Osservatorio CNA ha raccolto 100 proposte di semplificazione. La stima è che, se attuate, potrebbero ridurre da 313 a 263 le ore che ogni impresa dedica ogni anno alle pratiche burocratiche, con un risparmio di quasi 1.500 euro per impresa e circa 7 miliardi complessivi di costi burocratici.
Trecentotredici ore. Quasi otto settimane lavorative da quaranta ore. Passate non a produrre, vendere, innovare o cercare clienti. A occuparsi di burocrazia.
E allora forse una vera riforma potrebbe cominciare da una domanda molto semplice: ogni volta che introduciamo una nuova regola, quanto tempo costerà a una piccola impresa? Non quanto tempo impiegherà il ministero per scriverla. Quanto tempo perderà chi deve applicarla.
Poi c’è il fisco.
Anche qui CNA dispone da anni di uno strumento molto interessante: l’Osservatorio sulla tassazione delle piccole imprese, significativamente chiamato “Comune che vai, fisco che trovi”. Il nome dice già quasi tutto.
L’Osservatorio parte infatti da un dato che spesso scompare nel dibattito nazionale: per una piccola impresa italiana non esiste una sola pressione fiscale. Il peso del fisco cambia anche in funzione del luogo nel quale l’impresa opera, tanto che due attività simili possono subire carichi differenti semplicemente perché si trovano in Comuni diversi.
È una delle stranezze del nostro sistema. Stesso Paese. Stessa attività. Magari stesso fatturato. Ma non necessariamente stesso peso fiscale.
L’Osservatorio CNA misura proprio questo attraverso il Total Tax Rate, cercando di fotografare quanto del reddito prodotto da una piccola impresa venga assorbito complessivamente da imposte e contributi e quanto questo peso cambi sul territorio.
Ma anche in questo caso il problema non è soltanto quanto si paga. È come si paga. Quante regole bisogna conoscere. Quante comunicazioni bisogna fare. Quante interpretazioni possono cambiare. Quante volte un imprenditore deve rivolgersi a qualcuno per capire semplicemente cosa lo Stato gli sta chiedendo.
Nonostante digitalizzazione, fatturazione elettronica e trasmissione telematica dei corrispettivi, siano aumentati nel tempo anche gli obblighi informativi a carico delle imprese, con adempimenti complessi e il rischio di errori e sanzioni.
Una piccola impresa non ha quindi bisogno soltanto di tasse più basse.
Ha bisogno di poter sapere oggi quale sarà il quadro nel quale dovrà investire domani.
Poi c’è l’energia.
Poi i trasporti, la logistica.
Le infrastrutture.
La giustizia.
L’accesso al credito.
Le competenze.
La digitalizzazione.
L’innovazione.
L’elenco potrebbe continuare a lungo.
Non mi sembra insomma che manchi il materiale su cui lavorare.
Manca forse qualcosa di diverso: un riformismo capace di guardare il Paese per quello che è e non per quello che vorremmo fosse.
E qui torno al punto di Romano Benini. Forse abbiamo davvero paura del cambiamento. Ma aggiungerei una cosa. Forse abbiamo paura anche perché siamo stati abituati a un tipo particolare di cambiamento: quello continuo, imprevedibile, spesso contraddittorio.
Una nuova norma.
Poi una modifica.
Poi il decreto correttivo.
Poi la circolare interpretativa.
Poi cambia il governo.
Poi cambia l’interpretazione.
Per un’impresa tutto questo non si chiama riformismo. Si chiama incertezza.
E l’incertezza ha un costo. Toglie fiducia, rallenta gli investimenti e rende più difficile programmare. Paradossalmente, un Paese che cambia continuamente le regole può diventare un Paese incapace di cambiare davvero.
Le imprese italiane, peraltro, hanno dimostrato molte volte di essere disposte a cambiare. Investono in macchinari, tecnologie, nuovi mercati. Si sono adattate a crisi finanziarie, pandemia, guerre, shock energetici, trasformazioni digitali e nuove forme di concorrenza. Il problema non è convincerle che il mondo cambia. Lo sanno benissimo. Il problema è dare loro una direzione stabile dentro la quale investire.
Da questo punto di vista, la durata dell’attuale Governo rappresenta certamente un elemento positivo. Dopo decenni nei quali la brevità degli esecutivi è stata una caratteristica quasi strutturale del nostro sistema politico, la stabilità offre almeno una condizione favorevole per programmare e intervenire.
Ma la stabilità è una condizione. Non è ancora una riforma.
Anzi, proprio un governo che dispone di un orizzonte temporale più lungo ha un’occasione rara: smettere di amministrare soltanto l’esistente e provare a cambiare davvero alcune delle strutture che frenano il Paese.
Serve un riformismo più coraggioso. Forse persino più aggressivo. Ma soprattutto serve un riformismo capace di dare certezza nel tempo. Una regola comprensibile. Una direzione leggibile. Tempi sufficienti per adeguarsi. E poi la promessa più rivoluzionaria di tutte:
non cambiare tutto di nuovo sei mesi dopo.
Romano infine scrive che per fare le riforme non bastano i leader: servono un contesto politico, partiti capaci di sostenerle e una pubblica amministrazione orientata ai risultati. Concordo. Aggiungerei soltanto una domanda.
Quando finalmente torneremo a fare le riforme, possiamo almeno farle per il Paese che abbiamo?
Continuare a progettare l’Italia pensando alle grandi corporation mentre il nostro sistema produttivo è fatto quasi interamente di piccole e micro imprese non è soltanto un errore di politica economica.
È come provare a dissetarsi con l’acqua di mare. E a noi il mare piace. Ma per provare a navigare nella direzione giusta.
Non necessariamente sempre contromano.
«Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.»— Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo
Dazio chiama dazio, e la paura chiama altra paura.
Il Canada tassa le merci americane: sono infatti attive da ieri le nuove misure restrittive dello Stato con la Maple Leaf nella bandiera. Gli Stati Uniti risponderanno con altri dazi. Continua il braccio di ferro con la Cina e anche in Europa cresce la voglia di alzare barriere.
Ognuno ha le proprie ragioni, naturalmente. Ognuno deve difendere qualcosa.
Il problema è che, a forza di difenderci gli uni dagli altri, rischiamo di dimenticare che siamo anche gli uni i clienti, i fornitori e i partner degli altri.
Ci diciamo che lo facciamo per proteggerci, ed è proprio questo il punto. Quando la paura diventa bussola, tutto si restringe e diventiamo meno dinamici, più chiusi, più soli.
E magari anche più poveri.
Perché il problema dei dazi è molto meno astratto di quanto possa sembrare guardando le cartine colorate dei telegiornali.
Centinaia di migliaia di piccole imprese vivono una fase di grande incertezza e molte si trovano già in difficoltà per la chiusura o il restringimento di alcuni mercati. Le politiche economiche restrittive decise da pochi Paesi colpiscono immediatamente un tessuto produttivo come quello italiano, fatto principalmente di piccole e medie imprese.
Lo feriscono, lo lacerano. E le conseguenze non si fermano ai bilanci.
Penso a una piccola impresa che ha costruito negli anni una parte importante del proprio fatturato su un mercato estero. Ha investito in macchinari, organizzato la produzione, assunto persone, costruito relazioni commerciali. Poi, nel giro di poco tempo, arrivano nuove barriere e le commesse per le quali aveva configurato la propria attività non sono più sostenibili.
A quel punto è facile dire: “Troviamo altri mercati”. Certo.
Come se un mercato fosse una presa elettrica: stacchi da una parte e attacchi dall’altra.
Ripensare un’impresa richiede tempo, risorse, competenze e nuovi investimenti. Non sempre è possibile modificare rapidamente prodotti, clienti o attività. Soprattutto quando, nel frattempo, bisogna continuare a pagare gli stipendi, sostenere i costi e garantire un reddito alla propria famiglia. Nemmeno nella nostra Italia, dove le imprese sono resilienti, più delle altre in Europa e nel mondo, dove hanno una capacità di adattarsi indubbiamente fuori dal comune. Sono abituate ai voltagabbana, alle promesse dei vari Governi ai vari livelli, raramente mantenute, ai cambiamenti continui di leggi e tassazioni che non danno certezza alcuna. Insomma devono vedersela quotidianamente con una realtà resa difficile e quindi si adattano, sono diventate capacissime a farlo.
Ma spesso non riescono e quando una piccola impresa chiude, non si spegne soltanto un capannone. Si perdono competenze, lavoro, relazioni. Si indebolisce un territorio. Le famiglie entrano in difficoltà e le comunità, poco alla volta, perdono pezzi della propria economia e della propria vita sociale.
Non sempre è facile rialzarsi dopo un urto del genere.
Ed è forse questa la parte che vediamo meno quando assistiamo alle grandi partite tra Stati. Una decisione presa a Washington, Pechino, Ottawa o Bruxelles può sembrare una mossa su una gigantesca scacchiera geopolitica. Poi percorre migliaia di chilometri e arriva in un capannone italiano. E lì diventa una commessa persa, un investimento rinviato, qualche ora di lavoro in meno. Qualche volta una serranda che non si alza più.
Le scelte poco oculate di pochi governanti finiscono così per ricadere su moltissimi, spesso su persone che non hanno alcuna possibilità di incidere su quelle decisioni.
Difendere le nostre produzioni dalla concorrenza sleale è sacrosanto. Pretendere reciprocità, condizioni eque e il rispetto delle regole è necessario. Ma pensare che per difenderci dobbiamo chiuderci è un’altra cosa.
Un dazio può essere uno strumento. Non può diventare una strategia industriale.
E poi c’è qualcosa che va oltre l’economia. La paura è una cattiva consigliera.
In economia alza muri, nella società alimenta diffidenze verso ciò che viene da fuori e in politica rende improvvisamente accettabili scorciatoie e radicalismi che fino a poco tempo prima avremmo respinto.
Non è un automatismo, naturalmente. Sarebbe troppo facile sostenerlo. Ma è un rischio che la storia ci ha mostrato abbastanza volte da meritare almeno un po’ della nostra attenzione.
Anche l’Europa dovrebbe interrogarsi su questo. Difendere i propri interessi è indispensabile, ma lasciarsi trascinare in una gara a chi alza la barriera più alta rischia di indebolire proprio il progetto che ci ha resi più forti: un mercato comune, relazioni aperte e la capacità di affrontare insieme sfide che nessuno Stato può governare da solo.
Forse il vero paradosso di questi anni è proprio questo: abbiamo una tale paura del mondo che, per sentirci più sicuri, ne stiamo costruendo uno molto più pericoloso.
E magari, tra qualche anno, ci ritroveremo a organizzare un costosissimo vertice internazionale per riscoprire, dopo giorni di trattative, che commerciare, collaborare e parlarsi era, tutto sommato, una buona idea.
Nel frattempo, continuiamo pure ad alzare muri.
In barca a vela contromano proveremo, ogni tanto, a guardarli dall’altra parte.
«Se i soldati non devono attraversare le frontiere internazionali, devono farlo le merci.»
— Otto T. Mallery, Economic Union and Enduring Peace, 1941.
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