Immigrazione, controllo e sovranità: il ruolo della polizia dell’immigrazione nel paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” Benvenuti a un nuovo episodio del podcast “Integrazione o ReImmigrazione”.
Io sono l’Avvocato Fabio Loscerbo. In questo podcast affrontiamo il tema dell’immigrazione da una prospettiva giuridica e istituzionale, cercando di ricondurre il dibattito entro categorie di diritto pubblico, spesso oscurate da letture esclusivamente economiche o emotive del fenomeno. Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce dall’esigenza di superare un’impostazione che, negli ultimi anni, ha progressivamente ridotto la gestione dell’immigrazione a una questione amministrativa, fondata quasi esclusivamente sulla capacità dello straniero di inserirsi nel mercato del lavoro. In questa prospettiva, il diritto di permanere sul territorio tende a essere valutato come funzione dell’utilità economica, con una conseguente marginalizzazione dei profili di ordine pubblico, sovranità e rispetto delle regole dell’ordinamento. L’approccio proposto da questo paradigma è diverso. “Integrazione o ReImmigrazione” non è una formula politica né una trasposizione della nozione di “remigrazione” elaborata in altri contesti europei. Si tratta, piuttosto, di un modello giuridico, fondato su due presupposti complementari: da un lato, il diritto dello straniero a essere valutato individualmente nel proprio percorso di integrazione; dall’altro, il diritto-dovere dello Stato di dare effettività alle proprie decisioni, inclusa quella del ritorno nel Paese di origine quando i presupposti di permanenza vengono meno. In questo senso, la ReImmigrazione non presuppone automatismi, né espulsioni collettive, né sospensioni delle garanzie. Presuppone invece procedimenti, valutazioni individuali, controllo giurisdizionale e un apparato istituzionale in grado di rendere effettive le decisioni assunte. Ed è proprio su questo punto che emerge una criticità strutturale dell’ordinamento italiano ed europeo: l’assenza di una polizia dell’immigrazione intesa come corpo dotato di competenze operative, inserito stabilmente nel sistema di sicurezza interna dello Stato. La gestione dell’immigrazione è affidata prevalentemente a uffici amministrativi, che svolgono funzioni istruttorie e documentali, ma che non sono strutturati per esercitare attività di controllo sul territorio né per garantire l’esecuzione effettiva delle decisioni di ritorno. Il confronto con il modello statunitense, e in particolare con l’Immigration and Customs Enforcement, è utile proprio sotto questo profilo. Negli Stati Uniti il controllo dell’immigrazione è considerato una funzione di sicurezza interna e viene esercitato da un corpo di polizia federale, dotato di poteri di intervento, responsabilità istituzionale e sottoposto al controllo dell’autorità giudiziaria. L’ICE opera all’interno di un quadro normativo definito e rappresenta uno strumento attraverso cui lo Stato rende effettive le proprie decisioni in materia migratoria. Il recente fatto di cronaca avvenuto a Minneapolis il 24 gennaio 2026 ha riportato l’attenzione pubblica sul ruolo dell’ICE. Al di là delle valutazioni sulle singole condotte, che competono esclusivamente all’autorità giudiziaria, l’episodio consente di ribadire un principio di ordine istituzionale: l’attività di controllo dell’immigrazione è esercizio di una funzione pubblica, e come tale non può essere confusa con un arbitrio individuale né delegittimata sul piano sistemico. Nel dibattito europeo, invece, si tende spesso a eludere questa dimensione. Si parla di integrazione, di inclusione, di accesso al lavoro, ma raramente si affronta il tema dell’effettività delle regole e degli strumenti necessari a garantirla. Ne deriva una situazione in cui il diritto resta formale, mentre la sua applicazione concreta viene rinviata o neutralizzata. Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” muove da una constatazione semplice: senza controllo non esiste integrazione giuridicamente rilevante. L’integrazione non è solo un fatto sociale, ma un rapporto giuridico tra individuo e Stato, che implica diritti ma anche obblighi. Quando questo rapporto non si realizza, lo Stato deve poter disporre di strumenti legittimi per dare esecuzione alle proprie decisioni. In questa prospettiva, la ReImmigrazione non si realizza attraverso uffici e procedure meramente amministrative, ma richiede un apparato istituzionale capace di operare sul territorio, di intervenire e di garantire l’effettività del sistema. Il modello ICE, pur non trasferibile meccanicamente, dimostra che una polizia dell’immigrazione può esistere ed operare all’interno di uno Stato di diritto. La questione, dunque, non è politica, ma istituzionale: decidere se l’immigrazione debba essere governata come fenomeno giuridico rilevante per la sovranità dello Stato, oppure continuare a trattarla come una variabile amministrativa priva di strumenti di controllo effettivo. Su questo nodo si gioca il futuro della gestione dell’immigrazione in Italia e in Europa.
Questo episodio include contenuti generati dall’IA.