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Il genocidio portato avanti per mano israeliana, a meno di un mese dal terzo anno consecutivo, non si ferma. Anzi. Mercoledì 9 settembre un attacco aereo israeliano ha colpito il campo profughi di Bureij, zona centrale della Striscia di Gaza, con diversi edifici rasi al suolo. Nelle ore precedenti diffusi “avvisi di evacuazione” da parte dell’esercito occupante anche in diverse altre aree, seguiti da attacchi ravvicinati, come a Khan Younis e Gaza City, compresa un’area nei pressi dell’Ospedale Shifa.
Nelle stesse ore, ma a nord di Gersualemme Occupata, le ruspe israeliane hanno demolito un ovile, tra il pesante lancio di gas lacrimogeni. Altre demolizioni, in questo caso di strutture commerciali, agricole e serre vicino, sono state segnalate nel villaggio di Arrana, a nord-est di Jenin.
L’aggressione israeliana continua imperterrita quindi, con in vista le elezioni parlamentari israeliane del 27 ottobre 2026. Una campagna elettorale squassata in queste ore dalle rilevazioni, rilanciate da Haaretz, secondo cui gli Emirati Arabi Uniti avvisarono esplicitamente Netanyahu dei piani di Hamas sul 7 ottobre 2023, ma il premier israeliano non informò la propria intelligence.
Il leader del Likud sarebbe stato avvertito, scrive Haaretz, personalmente dal leader emiratino Mohammed bin Zayed dell’attacco. Netanyahu smentisce e annuncia querela contro il quotidiano liberal di Tel Aviv.
Ai microfoni di Radio Onda d’Urto l’analisi di Samir Al Qaryouti, giornalista palestinese da anni in Italia e nostro collaboratore. Ascolta o scarica.
“Quella di Haaretz non è una notizia nuova, era già stata fatta girare, ma non era stata ripresa da molti media. Io credo bisognerebbe quindi partire da una domanda: a chi giova oggi diffondere nuovamente questa notizia?” è il commento di Francesco Giordano, storico compagno del Fronte Palestina. Ascolta o scarica.
Sono salpate domenica 22 dai porti di Ancona e Livorno le prime imbarcazioni parte della nuova missione marittima internazionale Global Sumud Flotilla. Nei prossimi giorni raggiungeranno la Sicilia, dove si raggrupperanno le imbarcazioni italiane che partiranno alla volta di Gaza intorno al prossimo 20 di aprile. Intorno alla metà del mese di maggio dovrebbero raggiungere Gaza, anche se i tempi restano molto incerti a causa dagli altri conflitti scatenati da Israele in Medio Oriente.
Per la Global Sumud Flotilla, dovrebbe essere la missione più grande di sempre: oltre 100 le imbarcazioni che si dirigeranno verso Gaza e migliaia di mobilitazioni saranno organizzate in sostegno della missione, sulla terra ferma. Partecipano attiviste e attivisti da più di 50 paesi.
La nuova missione, oltre a puntare a rompere l’assedio illegale di Israele su Gaza e fornire aiuti umanitari, punta anche a portare nella striscia squadre di medici, infermieri, costruttori, investigatori di crimini di guerra e altri civili disarmati, che lavoreranno a fianco del popolo palestinese. Avranno il compito di contribuire alla ricostruzione delle infrastrutture distrutte dai bombardamenti israeliani negli ultimi due anni, a partire da quelle sanitarie.
Gli aggiornamenti sulla missione con Tony La Piccirella, compagno della Global Sumud Flotilla. Ascolta o scarica
Trionfo della GenZ alle elezioni parlamentari del 6 marzo in Nepal. Milioni di giovani hanno votato il partito Rastriya Swatantra, che ha ottenuto 5 milioni 157 mila voti – su 10.785.876 schede conteggiate. Secondo classificato il partito centrista Nepali Congress, con 1 milione 755 mila voti; terzo il partito comunista marxista dell’ex premier Sharma Oli, con 1 milione 452 mila voti e infine il partito comunista maoista con 809 mila voti. Restano gli ultimi riconteggi – questione di un deputato – per capire se il partito Rastriya Swatantra otterrà la supermaggioranza necessaria per guidare un cambiamento costituzionale.
Complice del trionfo del partito Rastriya Swatantra, l’ex ingegnere e rapper Dalendra Shah, 35 anni detto “Balen”, già sindaco di Katmandu dal 2022, ora dimessosi in attesa di essere incoronato a capo dell’esecutivo. Tuttavia il partito di “Balen” ha già registrato problemi con la corruzione. Il fondatore Rabi Lamichhane, ex conduttore di talk show prestato al populismo antisistema, è indagato per appropriazione indebita.
Le elezioni sono state organizzate dopo un periodo di 6 mesi di governo di transizione, guidato dalla prima donna al vertice del paese, Sushila Karki, che era stata nominata in seguito alle imponenti rivolte scoppiate a settembre. Decine di migliaia di giovani della GenZ erano scesi in piazza in diverse zone del paese contro la corruzione, l’arroganza del potere, la disoccupazione, in quella che su queste frequenze era stata definita “una rivoluzione veloce, netta e senza compromesso”. Alla decisione di bloccare temporaneamente i social network, erano scoppiati pesanti disordini: erano stati dati alle fiamme uffici e ministeri, il Parlamento, il palazzo del Governo, quello della Corte Suprema, la casa del ministro degli interni. Nell’occasione c’erano state anche diverse decine di morti, ufficialmente 77, poi arrivarono le dimissioni del governo di Sharma Oli.
Le aspettative sono ora molto alte: centinaia di giovani e nuovi eletti si stanno preparando a governare il paese, “ma spesso non si conoscono e non hanno esperienza” nella gestione della cosa pubblica. Inoltre sullo sfondo c’è lo spettro della crisi energetica causata dall’aggressione statunitense e israeliana all’Iran. Per questo le autorità stanno già chiedendo alla popolazione di risparmiare gas, poiché presto potrebbe scarseggiare. Così ci ha raccontato da Katmandu Navyo Eller, cittadino italiano che vive da oltre trent’anni nel paese himalayano. Ascolta o scarica
“Entro la fine di questa settimana gli sfollati potrebbero diventare un milione“, il che rappresenta un quarto della popolazione totale del paese. Il governo ha quindi deciso di usare le scuole come rifugi per gli sfollati, misura che tuttavia risulta insufficiente.
Così ai nostri microfoni da Beirut David Ruggini, in linea con quanto denunciato oggi da Oxfam, che parla di “situazione umanitaria prossima al collasso”. A soli dieci giorni dall’inizio dell’ennesima offensiva su larga scala dell’esercito israliano, le vittime sono almeno 634, i feriti circa 1400.
Per di più le tensioni con Israele potrebbero contribuire ad esacerbare gli animi e far riemergere le tensioni interne. Non si segnalano per ora aumenti importanti dei prezzi o penuria di beni di largo consumo.
Per quanto riguarda la cronaca, la notte scorsa un drone israeliano ha bombardato il lungo mare Ramlet al-Baida della capitale Beirut uccidendo otto sfollati che dormivano nelle tende allestite lungo la banchina. Un altro raid, sul villaggio di Aramoun, ha ucciso tre persone e ferito un bambino. Le forze di occupazione israeliane tentano di avanzare anche via terra nel sud e a est, nella valle della Bekaa, dove sono in corso da giorni pesanti scontri con il movimento sciita Hezbollah.
Gli aggiornamenti da Beirut con David Ruggini dell’ong Un Ponte Per, presente in Libano dal 1997 con interventi nei campi profughi palestinesi, per garantire diritto allo studio e alla salute. Ascolta o scarica
Il 9 febbraio, nel campus dell’Università Cheikh Anta Diop, la polizia entra con una motivazione burocratica: “protezione delle infrastrutture” e ne esce lasciando dietro di sé fumo, feriti e un morto. Abdoulaye Ba aveva 21 anni, studiava medicina. L’autopsia parla di colpi alla testa.
Da settimane gli studenti protestavano, chiedendo una cosa elementare: il pagamento delle borse di studio, bloccate da mesi, in alcuni casi da oltre un anno. 40.000 mila franchi Cfa al mese, circa 60 euro.
Per molti non un aiuto, ma l’unico modo per mangiare, dormire, restare all’università e in un Paese dove l’inflazione erode anche il minimo indispensabile, la protesta diventa inevitabile.
La puntata di Radio Africa, andata in onda giovedì 5 febbraio alle ore 18.45 con e Yoro Ba, presidente dell’Associazione degli studenti del dipartimento di Malem Hodar, che studiano proprio presso l’Università Cheikh Anta Diop e Stefano Pancera, della redazione di Africa Rivista. Ascolta o scarica.
Radio Africa: nuova puntata, giovedì 29 gennaio, per l’approfondimento quindicinale dedicato all’Africa sulle frequenze di Radio Onda d’Urto, dentro la Cassetta degli attrezzi.
In questa puntata parleremo delle relazioni di amicizia che legano Senegal e Marocco partendo dalla finale della Coppa d’Africa che si è svolta a Rabat. Lo faremo con Abdou Ndao presentatore della trasmissione Kaddu Modu Modu la voce dei migranti, in onda ogni domenica alle ore 15 su queste frequenze.
Riprenderemo poi dal Senegal con il corrispondente del Sole 24 ore da Nairobi Kenya, Alberto Magnani, con il quale parleremo anche di risarcimento dei crimini coloniali e delle elezioni presidenziali in Uganda.
La puntata di Radio Africa, in onda giovedì gennaio alle ore 18.45 e in replica venerdì 19 dicembre, alle ore 6.30. Ascolta o scarica
L’Unione Europea e l’India hanno rafforzato la loro collaborazione con un nuovo accordo strategico. L’intesa “punta a intensificare i rapporti economici, commerciali e politici tra le due parti. Al centro ci sono gli scambi, gli investimenti e la sicurezza delle catene di approvvigionamento. Grande spazio è dedicato alle tecnologie digitali e all’innovazione”, dice Bruxelles, che parla di “intesa storica”, ora da sottoporre ai vari organismi continentali nel tentativo di una via libera definitivo entro fine 2026.
Nel giorno della firma dei negoziati, che sono durati 20 anni, in diverse città italiane, ma anche a Bruxelles, si è tuttavia mobilitato il Comitato internazionale contro la cosiddetta “operazione Kagaar”, partita nel gennaio 2024, un’operazione militare con 60mila unità nell’India centrale, negli stati di Chattisgarh, Talengana, Odisha, Andhra Pradesh e Jharkhand, la cosiddetta “cintura tribale” dove vive la popolazione Adivasi, ufficialmente mobilitati contro il Partito Comunista dell’India (maoista) con l’obiettivo di eliminarlo “entro il 31 marzo 2026”, sfrattando nel contempo le comunità indigene dalle loro terre, in modo da poter insediare compagnie minerarie e altre industrie del capitalismo estrattivista.
Il 26 e 27 gennaio, in occasione della riunione della Commissione Affari Esteri a Bruxelles, il Comitato internazionale contro l’operazione Kagaar ha organizzato un doppio sit-in di protesta, sia all’Eurocamera, sia all’Ambasciata Indiana in Belgio. Il giorno della sigla dell’accordo, diversi presidi anche in Italia, in particolare a Ravenna e a Dalmine (Bergamo).
Nello speciale realizzato da Radio Onda d’Urto, abbiamo intervistato Enzo Diano ed Ernesto Palatrasio del Comitato internazionale contro l’operazione Kagaar e Luca Mangiacotti, esperto di India, collaboratore di DinamoPress. Ascolta o scarica
Di seguito, l’appello di Slai Cobas e della Campagna internazionale di emergenza contro l’operazione Kagaar:
“Appello alla mobilitazione europea contro l’operazione Kagaar e per denunciare il sostegno dell’UE al regime indiano!
Dal gennaio 2024, il regime indiano di Narendra Modi ha lanciato una vera e propria operazione militare chiamata “Operazione Kagaar” nell’India centrale, negli stati di Chattisgarh, Talengana, Odisha, Andhra Pradesh e Jharkhand, la cosiddetta “cintura tribale” dove vivono le popolazioni Adivasi.
Con l’impiego di 60.000 unità tra forze paramilitari, forze aeree, droni e veicoli blindati, ufficialmente mobilitati contro il Partito Comunista dell’India (Maoista) con l’obiettivo di eliminarlo “entro il 31 marzo 2026”, le popolazioni Adivasi vengono attaccate per sfrattarle con la forza dalle loro terre, in modo che possano essere insediate dalle compagnie minerarie.
L’Operazione Kagaar segue un’operazione militare simile, denominata “Operazione Samadhan-Prahar” (2017-2023), condotta nelle stesse aree e con gli stessi metodi.
Il regime brahminico Hindutva di Narendra Mondi dirige tali massacri agitando lo spauracchio del “terrorismo maoista” e utilizzando il draconiano UAPA (Unlawful Activities Prevention Act) del 1967, ovvero la legge antiterrorismo, per colpire tutte le voci di dissenso e gli oppositori politici. Solo per citare alcuni casi:
-Da più di tre anni, il giornalista Rupesh Kumar Singh è in stato di arresto per i suoi articoli contro le campagne militari o l’operazione Samadhan-Prahar contro il popolo Adivasi nello stato di Jarkhand.
– il prigioniero politico Sanjoy Deepak Rao, membro del Comitato Centrale del CPI (Maoista), è in carcere da due anni senza processo e gli vengono negati i diritti fondamentali dei prigionieri, come il diritto di lasciare la cella tra le 6:00 e le 18:00, mentre gli vengono concesse solo due ore al giorno. Sanjoy Deepak Rao ha iniziato lo sciopero della fame il 28 ottobre.
– A maggio, il giornalista Rejaz Sydeek, 26 anni, membro della Democratic Student Association, è stato arrestato per i suoi articoli in cui criticava l’operazione militare indiana contro il Pakistan e accusato di vari capi d’accusa, tra cui terrorismo.
– Tra l’11 e il 21 luglio, nove persone, per lo più studenti, sono state arrestate senza mandato e portate in un luogo segreto, dove sono state torturate e minacciate di stupro. Questi arresti erano volti a ottenere informazioni su Vallika Varshri, direttrice di Nazariya (una rivista di sinistra), ricercata dalla polizia.
-Recentemente, circa 50 persone che protestavano all’Indian Gate di Nuova Delhi contro le politiche anti-ambientali del governo e l’operazione Kaagar, sono state arrestate con l’accusa di avere legami con i maoisti.
-Infine, il 97 percento delle persone arrestate in India ai sensi del draconiano Unlawful Activities Prevention Act (UAPA) rimane in prigione senza processo, a volte per anni.
Le organizzazioni per i diritti umani denunciano che i militanti del Partito Comunista Indiano (Maoista), una volta arrestati, vengono spesso interrogati e torturati in località segrete e poi uccisi a sangue freddo in zone isolate della foresta in finti scontri. Questo è accaduto di recente con i militanti di Hidma e Ganesh, rispettivamente lo scorso novembre e dicembre.
Di recente è stato pubblicato un rapporto sull’uso sistematico della tortura contro i prigionieri comuni e politici nelle carceri dello stato del Bihar.
Il regime di Modi cerca di imporre un’unica identità, “Hindutva”, in un paese di oltre 1,5 miliardi di persone, dove sono ufficialmente registrate 23 delle 179 lingue ufficiali (senza contare gli oltre 1.650 dialetti), diverse religioni (tra cui induismo, buddismo, sikhismo, giainismo, islam, cristianesimo, zoroastrismo) e diverse nazionalità.
L’Hindutva è un’ideologia suprematista che sostiene l’istituzione di un regime politico in tutta l’Unione Indiana in cui vi sia un’unica religione, l’Induismo, e un’unica lingua, l’Hindi. In un paese così diversificato come l’India in termini di diversità etnica, religiosa e linguistica, il governo Hindutva di Modi, guidato dal BJP, sponsorizza gruppi ancora più estremisti come il Rashtriya Swayamsevak Sangh (di cui lo stesso Modi era membro) e il Vishwa Hindu Parishad, che perpetrano attentati.
Indiscriminatamente nei confronti di tutte le minoranze, in particolare negli ultimi 11 anni da quando Narendra Modi è salito al potere:
– I pogrom contro le minoranze religiose si sono moltiplicati. La comunità musulmana è stata colpita da due gravi incidenti: a Muzzaffarnagar nel 2013, poco prima delle elezioni, il BJP locale ha orchestrato un massacro in cui hanno perso la vita 42 musulmani, e nel 2020, appena un anno dopo la rielezione del governo Modi II, 36 musulmani sono stati uccisi in un altro incidente simile a Delhi. Anche le comunità cristiane non sono state risparmiate: hanno dovuto affrontare continue intimidazioni e atti di violenza, come la profanazione di una chiesa in una località vicino a Ranchi, nello stato del Jharkhand.
– Altre nazionalità oltre agli indù sono state duramente represse, in particolare i kashmiri, che ora vivono sotto occupazione militare. Nel 2019, l’ex stato federale di Jammu e Kashmir è stato declassato a “territorio dell’Unione”, il che significa che è amministrato direttamente dal governo centrale. Nel giugno 2018, un rapporto delle Nazioni Unite sui diritti umani ha evidenziato gravi violazioni dei diritti umani, confermate in un successivo rapporto del 2019. Negli ultimi 20 anni sono stati registrati oltre 47.000 decessi. Ma anche le nazionalità del nord-est, come in Assam e Manipur, e i tamil nel sud.
Oltre ai violenti attacchi contro queste minoranze, l’ideologia Hindutva, espressione della casta superiore dei bramini, attacca i Dalit (i cosiddetti senza casta), che in India sono 65 milioni. La religione indù considera i Dalit separati dal resto della società e quindi subisce forme di segregazione.
L’India di Modi, che si avvicina più a una teocrazia che a uno stato moderno, sta attuando politiche statali discriminatorie nei confronti dei Dalit, che, come i gruppi sociali sopra menzionati, sono vittime di discriminazione, violenza e omicidi.
Fermate l’operazione Kagaar!
Fuori le forze armate dalle aree adivasi!
Campagna internazionale di emergenza contro l’operazione Kagaar (lo Slai Cobas è parte di questa campagna)”.
Radio Onda d’Urto ha intervistato Zagros Hiwa, portavoce del KCK, l’Unione delle Comunità del Kurdistan, organizzazione ombrello del confederalismo democratico.
Nell’intervista, Zagros Hiwa espone il punto di vista del movimento di liberazione del Kurdistan su quanto sta accadendo in Medio Oriente, in particolare in Siria del nord-est e Rojava, in Iran e all’interno dello stato turco con il processo di pace in corso.
L’intervista di Radio Onda d’Urto a Zagros Hiwa, portavoce dell’Unione delle Comunità del Kurdistan (KCK). Ascolta o scarica.
Di seguito la trascrizione integrale dell’intervista:
Zagros Hiwa, iniziamo dalla situazione critica di attacco all’esperienza dell’autogoverno in Siria del nord-est e in Rojava. Cosa sta succedendo in Siria? Quali sono i piani e gli obiettivi delle potenze egemoniche? Qual è l’analisi e quali sono gli obiettivi del KCK in questo caso?
Risposta: Quello che sta succedendo ora in Siria è un genocidio contro quasi tutti i cittadini, tutti i gruppi presenti in Siria. Come sapete, i drusi e gli alawiti sono stati vittime di genocidio e massacri lo scorso anno per mano di Al Jolani. Ora, l’esercito jihadista di Damasco si è rivolto contro i curdi, i cristiani, gli armeni e gli altri gruppi della Siria settentrionale, che hanno guidato la lotta contro Daesh. Possiamo dire che Daesh ora domina la Siria, e quei combattenti, uomini e donne, che hanno sconfitto Daesh nel nord della Siria sono ora sotto attacco, sotto pesanti attacchi sferrati dalla stessa mentalità di Daesh, che ha ricevuto legittimità politica ed economica dalle potenze egemoniche.
Il popolo curdo sta affrontando una minaccia molto pericolosa alla propria esistenza. Il sistema libero e democratico è sotto pesanti attacchi, coordinati e finanziati da potenze regionali e internazionali. I curdi e altre entità religiose ed etniche in Siria stanno ora conducendo una resistenza esistenziale contro l’esercito jihadista di Al Joulani.
Cento anni fa, le potenze egemoniche hanno diviso il Medio Oriente in molti stati nazionali diversi: arabi, turchi, persiani. Ora vogliono dividere ulteriormente questi stati in piccole isole governate da jihadisti e le cosiddette “dittature benevole”. Come sapete, hanno consegnato l’Afghanistan ai talebani, hanno consegnato la Siria a Daesh e a Jolani, e ora sembra che abbiano tradito le rivolte del popolo iraniano e che stiano per lasciare l’Iran a una nuova versione degli ayatollah che hanno portato al potere 50 anni fa.
Le potenze egemoniche, a quanto pare, si sono spartite la Siria tra loro. Il sud della Siria è stato lasciato a Israele e altre parti della Siria sono state lasciate in balia della Turchia e dei suoi alleati jihadisti del cosiddetto governo di transizione siriano. Qui, l’obiettivo è quello di sopprimere qualsiasi sistema democratico di autogoverno in Medio Oriente e di avviare una nuova forma di colonizzazione per altri cento anni.
Nell’ambito di questo piano, ai curdi sono stati negati i loro diritti più fondamentali. Ciò che è stato pianificato contro i curdi è il proseguimento della campagna genocida contro di loro iniziata 100 anni fa. Insomma, per i curdi non è cambiato nulla.
Quanto ho detto finora è la nostra analisi. Il KCK continuerà a lottare per l’esistenza e la libertà dei curdi. I risultati ottenuti finora sono stati raggiunti attraverso la lotta. E solo la lotta può proteggerli.
Naturalmente, siamo determinati a portare avanti questa lotta attraverso la politica democratica nel quadro del nostro obiettivo più ampio di costruire una comunità democratica e una società democratica. Allo stesso tempo, daremo pieno sostegno alla resistenza dei nostri popoli contro gli attacchi genocidi di un gruppo jihadista e di regimi dittatoriali.
Passiamo ora all’Iran: dal vostro punto di vista cosa sta succedendo? Qual è la posizione del KCK sulla rivolta popolare e le sue implicazioni regionali?
Risposta: Beh, il regime iraniano è in rovina. I cinquant’anni di governo dell’Ayatollah, i cinquant’anni di governo dei mullah non hanno portato altro che esecuzioni, torture, pressioni, corruzione, povertà, disoccupazione all’interno del Paese e instabilità regionale all’esterno, a livello regionale. Sembra che il regime abbia perso la sua rilevanza ideologica e la sua legittimità politica. L’economia è crollata e la maggior parte delle persone non può permettersi nemmeno una vita povera. Non riescono ad arrivare a fine mese. Ecco perché la gente non vede alcun futuro per sé in questo sistema. Vuole un cambiamento. Un cambiamento reale, autentico, ma il regime è troppo corrotto per cambiare. Ecco perché la gente è scesa in piazza per rivendicare il proprio diritto più naturale. Purtroppo, il regime e le sue milizie hanno compiuto massacri nelle strade di Teheran, Mashhad, Isfahan e in tutte le città dell’Iran. Hanno ucciso migliaia e migliaia di persone. Questo è un massacro. Il mondo non dovrebbe rimanere in silenzio di fronte a tutto questo.
Questa rivolta popolare è la continuazione della rivoluzione per la libertà delle donne, avvenuta nel 2022. Le rivolte in Iran tendono a seguire un andamento ascendente. Ogni rivolta supera la precedente in termini di portata, partecipazione e rivendicazioni. L’Iran tende a collegare queste rivolte all’intervento delle potenze straniere e le accusa di interferire negli affari iraniani. Queste affermazioni non sono di per sè prive di senso, ma negano il fatto che il popolo iraniano voglia libertà e democrazia. E non voglia essere governato da ideologie medievali.
Naturalmente, le potenze internazionali vogliono investire in queste rivolte. Vorrebbero manipolare queste rivolte. Finché il regime iraniano continuerà a ignorare le legittime richieste dei popoli, queste rivolte saranno manipolate da potenze straniere che non hanno a cuore né il popolo iraniano né lo stesso regime. A loro interessano solo i propri interessi. E al momento sembra esserci una sorta di accordo tra l’Iran e gli Stati Uniti. Vorrei che il regime iraniano avesse fatto concessioni al popolo invece di capitolare alle imposizioni delle potenze internazionali.
Infine, come sta procedendo il processo di pace in Turchia? Quali sono gli obiettivi e le prospettive del movimento di liberazione a riguardo?
Risposta: Il processo di pace è giunto allo stadio attuale grazie a tutte le misure unilaterali adottate dal Movimento di Liberazione del Kurdistan. Il PKK si è sciolto, ha dichiarato un cessate il fuoco unilaterale, ha bruciato le sue armi e ha ritirato le sue forze dalla Turchia. Tuttavia, lo Stato turco non ha ancora adottato misure concrete in risposta a tutte queste iniziative unilaterali. Lo Stato turco sembra riconoscere l’esistenza dei curdi solo a parole, solo a livello retorico. Non è stata intrapresa alcuna azione legale e non è stata ancora dimostrata la necessaria volontà politica.
La stessa commissione istituita in parlamento per la risoluzione della questione curda non ha nemmeno permesso alle Madri per la Pace di parlare in curdo. Oltre a tutto ciò, il leader Apo (Abdullah Öcalan, ndr) è tenuto in ostaggio nella prigione di Imrali da 27 anni consecutivi e questa situazione continua ancora oggi. È ancora lì, in isolamento.
Il suo diritto alla speranza non è stato riconosciuto dal sistema di giustizia turco. Più correttamente, dal sistema di ingiustizia turco. Gli viene negato il diritto di lavorare e vivere in condizioni di libertà. Ora, con gli attacchi al Rojava, in Kurdistan, il processo corre rischi vitali. Lo Stato turco parla di pace all’interno della Turchia, ma fa sì che il jihadista Al Jolani attacchi i curdi ad Aleppo e in altre parti della Siria.
Quindi, l’obiettivo principale, diciamo, resta la soluzione democratica della questione curda in Turchia e in tutte le altre parti del Kurdistan. La soluzione democratica della questione curda richiede la democratizzazione di tutti gli Stati interessati. Intendo dire Iraq, Turchia, Iran e Siria. A tal fine, attribuiamo importanza prioritaria alla costruzione di una società democratica attraverso la politica democratica. In tal modo, attribuiamo un ruolo di primo piano alla lotta delle donne e alla lotta dei giovani, nonché alla protezione dell’ambiente naturale.
Si incrina il castello accusatorio che a fine dicembre ha portato in carcere 7 cittadini palestinesi, accusati di finanziare Hamas, sulla base di “prove” fornite dai servizi segreti israeliani, raccolte durante il genocidio in corso a Gaza dall’ottobre 2023.
Per gli avvocati “dal dispositivo emerge una chiara vittoria sul piano dei principi. Pare che il Tribunale abbia escluso l’utilizzabilità della cosiddetta ‘battlefield evidence’ israeliana. È un risultato importante: viene affermato che la giustizia non può essere usata come strumento di guerra. La lotta al terrorismo va combattuta con le regole, non con scorciatoie. Sul resto attendiamo le motivazioni, ricordando che vale per tutti la presunzione di innocenza”. La difesa continuerà “a vigilare con rigorosa attenzione critica su ogni tentativo di piegare il diritto a logiche militari, riservandosi ogni ulteriore valutazione dopo il deposito delle motivazioni”, tra 30 giorni: probabile che, poi, arrivi il ricorso anche in Cassazione.
Al momento, comunque, 3 delle 7 misure carcerarie eseguite (altre due persone invece si trovano da tempo all’estero) sono state annullate. Resta invece in carcere – e in isolamento – Mohammad Hannoun, architetto di 64 anni – ben 42 dei quali trascorsi a Genova – fondatore e portavoce dell’Associazione Palestinesi d’Italia.
Il commento di uno degli avvocati difensori, il penalista Nicola Canestrini. Ascolta o scarica
Il commento del difensore di Mohammad Hannoun, l’avvocato Fabio Sommovigo. Ascolta o scarica
Kamran Ahmed, Heba Muraisi e Lewie Chiaramello annunciano la loro decisione di porre fine allo sciopero della fame, poiché a Elbit Sytems UK è stato negato un contratto governativo cruciale: è stata quindi accolta una richiesta fondamentale degli scioperanti. I tre attivisti di Palestine Action erano a rischio imminente di morte poiché in sciopero della fame rispettivamente da 73, 66 e 52 giorni.
Gli attivisti hanno iniziato a rialimentarsi in conformità con le linee guida sanitarie. Tra i motivi principali dell’interruzione della protesta, come riportato dal sito Prisoners for Palestine, l’annuncio che Elbit Systems ha perso un contratto da 2 miliardi di sterline che avrebbe consentito loro di addestrare 60.000 soldati britannici ogni anno. Dal 2012, la filiale britannica dell’azienda di armi israeliana Elbit, si è aggiudicata oltre 10 appalti pubblici.
Il contratto da 2 miliardi di sterline, che avrebbe visto Elbit fornire addestramento all’esercito britannico per un periodo di dieci anni, è andato perso nonostante gli sforzi dei funzionari del Ministero della Difesa e dell’esercito britannico, che erano in combutta sia con Elbit Systems UK che con la sua società madre Elbit Systems in riunioni riservate e “tour” nella capitale della Palestina, Gerusalemme.
Attiviste e attivisti hanno sottolineato in un comunicato la svolta significativa dello scorso venerdì 9 gennaio, quando i responsabili nazionali dell’assistenza sanitaria penitenziaria avevano finalmente incontrato i rappresentanti dei prigionieri in sciopero della fame, su richiesta del Ministero della Giustizia, per discutere le condizioni carcerarie e le raccomandazioni terapeutiche.
Inoltre Prisoners for Palestine ha annunciato una serie di vittorie dello sciopero della fame, elencandole in una dichiarazione:
“vogliamo cogliere l’occasione per rivelare le varie vittorie ottenute durante lo sciopero della fame: solo nelle ultime settimane, 500 persone si sono iscritte per intraprendere un’azione diretta contro il complesso militare-industriale genocida, più di quante ne abbiano intraprese con Palestine Action durante gli ultimi 5 anni. Durante questa campagna quinquennale, 4 fabbriche di armi israeliane sono state chiuse”. Altra vittoria riguarda il trasferimento di Heba Muraisi in un carcere dove potrà essere più vicina alla propria famiglia.
“Gli scioperanti della fame hanno fatto la storia britannica, partecipando al più grande e lungo sciopero della fame coordinato della Gran Bretagna, durato complessivamente 73 giorni, con Heba Muraisi che si è concluso a 73 giorni” commenta il gruppo di attivisti Prisoners for Palestine, che hanno anche sottolineato che “la vittoria più importante dello sciopero della fame è stata l’aumento dell’impegno per l’azione diretta”.
L’aggiornamento con Carlo Gianuzzi, nostro storico corrispondente sulle questioni irlandesi (e non solo) oltre che co-curatore della rubrica e del podcast “Diario d’Irlanda”. Ascolta o scarica
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