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“Io sono perfetto” è una frase che disturba. Perché siamo abituati a pensare la perfezione come assenza di difetti, come adesione a uno standard, come prestazione impeccabile. Ma cosa succede se a pronunciarla è chi non rientra nei canoni della cosiddetta “normalità”? Partiamo dalle disobbedienze perfette di Renzo Arbore e arriviamo al libro di Paolo Ruffini per chiederci, assieme a Giorgio Gabbiadini, se la perfezione sia davvero il contrario dell’imperfezione o piuttosto la piena realizzazione di ciò che si è. E se, forse, “perfetto” non significhi senza mancanze, ma compiuto.
By Radio 24“Io sono perfetto” è una frase che disturba. Perché siamo abituati a pensare la perfezione come assenza di difetti, come adesione a uno standard, come prestazione impeccabile. Ma cosa succede se a pronunciarla è chi non rientra nei canoni della cosiddetta “normalità”? Partiamo dalle disobbedienze perfette di Renzo Arbore e arriviamo al libro di Paolo Ruffini per chiederci, assieme a Giorgio Gabbiadini, se la perfezione sia davvero il contrario dell’imperfezione o piuttosto la piena realizzazione di ciò che si è. E se, forse, “perfetto” non significhi senza mancanze, ma compiuto.