Cosa c’entrano le elezioni del Mid Term con l’evoluzione del conflitto russo-ucraino lo ha dimostrato l’accordo implorato da Trump a Putin sulla fornitura di gas avvenuta il giorno dopo questa conversazione fatta con Francesco Dall’Aglio durante la trasmissione “I Bastioni di Orione” dell’8 ottobre 2026 in onda su Radio Blackout. Questa nuova tappa, con le esternazioni esasperate di Trump contro Zelensky secondo gli accordi presi con Mosca, gli annunci su tregue improbabili in favore di urna elettorale, si inquadra nell’ampio risiko dei rapporti tra potenze intorno al confine slavo dell’Europa e viene a seguito dell’escalation di attacchi ai depositi di idrocarburi russi – che nemmeno l’annuncio di Trump della telefonata intercorsa con Putin ha potuto interrompere con le difese ucraine azzerate, perché le forniture di intercettori e missili sono ridotte dagli arsenali sguarniti. Dunque la guerra procede (senza che si possano prevedere sfondamenti da una parte o dall’altra) e alle viste non ci sono elezioni in Ucraina, al contrario di quanto tra un mese avverrà negli Usa e della consueta conferma spontanea del sistema di potere putiniano di un mese fa. Lo stallo deriva da queste diverse esigenze elettorali e dal fatto che le risorse (la carne da macello) da mandare al fronte rimangono sostanzialmente stabili e quindi incapaci di dare spallate; quindi può essere interessante analizzare gli strumenti di guerra adottati, quelli comprati e prodotti in questa fase di confronto nell’area dell’Europa orientale e da chi.
L’isteria baltica e il mantello israeliano sui balcani: chiavi del riarmo Est europeo
La combustione degli idrocarburi ha reso nervosi i potenti che vi sono assisi e quindi in risposta hanno ideato via telefono un sistema per impedire che vadano in fumo quelli su cui Trump un mese fa ha ordinato agli europei di rifiutare – pena sanzioni – e che ora gli servono per comprare le elezioni, e che Putin usa per sostenere un’economia di guerra. Una guerra che vede un cambio di strategia (attacchi a ponti e strutture energetiche, con l’aumento di “danni collaterali”, come a Kramators’k) e comincia a richiedere armi più sofisticate degli attuali droni e che alimentano la consueta isteria dei “baltici”, andando a elezioni in Lettonia, o mobilitando i 1600 soldatini dell’Estonia, inviati in un Deserto dei tartari buzzatiano.
Si tende a mantenere alto il livello di provocazione (pensiamo alla questione Kaliningrad, avventata al punto che la risposta russa è stata così determinata da zittire gli impreparati dilettanti che l’avevano sventolata), senza considerare il potenziale nucleare russo, che è stato esplicitamente squadernato per convincere che non si risolve buttandola in caciara. In mezzo a tutte queste “verità raccontate” quello che rimane è la penetrazione dello Stato ebraico in Grecia, in Serbia e in tutti i Balcani; dall’Adriatico agli “stan”, dal Manzanarre al Reno i sistemi d’arma e di controllo, di spionaggio e di infiltrazione sono targati Stella di Davide e questo è evidente in Serbia, dove Vučić è abilmente amico di tutti i potenti in apparente lotta tra loro, acquistando ogni tipo di arma per un valore superiore a quello di tutti gli altri paesi balcanici messi insieme (i Rafale dalla Francia non sono bruscolini), o acquisendo la partnership nella costruzione di ordigni sofisticati (le tecnologie di Idf), nascondendosi dietro la solita sindrome nazionalista dell’accerchiamento che vige da 500 anni. A cui si contrappone l’altrettanto irrazionale accordo tra Croazia (Zagabria ha siglato un accordo da oltre cinquecento milioni di euro con la sudcoreana Hanwha Aerospace per l’acquisto di un sistema di lanciarazzi multipli, finanziato con altri sistemi bellici con 1,7 miliardi dell’UE), Kosovo (Pristina ha annunciato la produzione interna di droni fatti in casa e ha acquistato droni e sistemi anticarro dalla Turchia) e Albania (Rama si vuole attrezzare per prodursi le armi all’interno del paese con il 2,6% del pil). Sta di fatto che da quando Vučić ha concordato con Israele la produzione l’importazione di armi, dai giornali europei sono scomparsi i giovani serbi che chiedevano democrazia.