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“L’arte dei rumori” di Luigi Russolo


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(voce di SopraPensiero)
 
Nato come “Manifesto futurista” nel 1913, nel 1916 le Edizioni futuriste di poesia compendiano nel presente testo l’esperienza teorica e tecnica di Russolo dando vita a uno degli scritti più originali del futurismo stesso.
Abbiamo la descrizione dei primi concerti nei più noi teatri d’Europa basati sui nuovi strumenti orchestrali denominati “Intonarumori” ideati e costruiti dallo stesso Russolo con la collaborazione di Ugo Piatti, con le reazioni intolleranti del pubblico a Milano, più tranquille a Genova e poi via via i crescenti successi. Russolo passa poi a descrivere le innovazioni sul pentagramma e gli strumenti di produzione dei rumori. Certamente non estraneo nel percorso di ricerca di Russolo, l’evolversi della scienza acustica nell’800, e non certo trascurabile l’influenza dello stesso Russolo su una buona parte della ricerca musicale del ’900. Il canadese R. Murray Schaeffer, nel suo scritto La nuova orchestra: l’universo sonoro, cita Russolo come precursore per avere compreso che i rumori “sono comunque un fattore dominante della nostra esistenza”.
Sinossi a cura di Paolo Alberti
Dall’incipit del libro:
A Roma, nel Teatro Costanzi affollatissimo, mentre coi miei amici futuristi Marinetti, Boccioni, Balla ascoltavo l’esecuzione orchestrale della tua travolgente MUSICA FUTURISTA, mi apparve alla mente una nuova arte: l’Arte dei Rumori, logica conseguenza delle tue meravigliose innovazioni.
La vita antica fu tutta silenzio. Nel diciannovesimo secolo, coll’invenzione delle macchine, nacque il Rumore. Oggi, il Rumore trionfa e domina sovrano sulla sensibilità degli uomini. Per molti secoli la vita si svolse in silenzio, o, per lo più, in sordina. I rumori più forti che interrompevano questo silenzio non erano nè intensi, nè prolungati, nè variati. Poichè, se trascuriamo gli eccezionali movimenti tellurici, gli uragani, le tempeste, le valanghe e le cascate, la natura è silenziosa.
In questa scarsità di rumori, i primi suoni che l’uomo potè trarre da una canna forata o da una corda tesa, stupirono come cose nuove e mirabili. Il suono fu dai popoli primitivi attribuito agli dei, considerato come sacro e riservato ai sacerdoti, che se ne servirono per arricchire di mistero i loro riti. Nacque così la concezione del suono come cosa a sè, diversa e indipendente dalla vita, e ne risultò la musica, mondo fantastico sovrapposto al reale, mondo inviolabile e sacro. Si comprende facilmente come una simile concezione della musica dovesse necessariamente rallentarne il progresso, a paragone delle altre arti. I Greci stessi, con la loro teoria musicale matematicamente sistemata da Pitagora, e in base alla quale era ammesso soltanto l’uso di pochi intervalli consonanti, hanno molto limitato il campo della musica, rendendo così impossibile l’armonia, che ignoravano.
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