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Ci sono canzoni che non si limitano ad accompagnare la nostra vita. La attraversano, si legano ai nostri ricordi e, con il passare degli anni, continuano a parlarci con una voce nuova.
Per me gli U2 sono anche questo: una presenza musicale che attraversa il tempo, la memoria e la mia storia personale. Una band che ho ascoltato, che ho amato dal vivo e che continua a far parte del mio modo di sentire la musica.
Ma raccontare gli U2 significa anche andare oltre le canzoni. Significa attraversare le ferite dell’Irlanda, ricordare le vittime dei conflitti, incontrare figure come Martin Luther King e interrogarsi sul rapporto tra musica, coscienza e responsabilità.
Perché ci sono artisti che scelgono di non limitarsi a osservare il mondo, ma di esporsi, prendere posizione, usare la propria voce per richiamare l’attenzione su ciò che non possiamo permetterci di ignorare.
Senza trasformarli in icone perfette, senza dimenticarne le contraddizioni, questo episodio è un viaggio nella storia degli U2 e in ciò che la loro musica può ancora rappresentare: il coraggio di scegliere da che parte stare, la libertà di dissentire, la possibilità di continuare a credere che le nostre azioni abbiano un significato.
Perché forse la ribellione più difficile non è quella contro il mondo, ma quella contro la nostra stessa indifferenza.
E alla fine, a lasciarci queste parole, sarà la voce di Bono Vox.
Perché la musica può emozionarci. Ma può anche ricordarci chi siamo e chi scegliamo di essere.
Ci sono storie che non si riescono a lasciare andare. Non soltanto per la brutalità di ciò che è accaduto, ma per le domande che continuano a lasciare dentro di noi.
Nel 2016, la morte di Luca Varani, ventitré anni, sconvolse Roma e l’Italia. Una vicenda raccontata da Nicola Lagioia nel libro La città dei vivi, tornata oggi al cinema con un nuovo sguardo sulla vita di Luca e sulle persone che gli sono state accanto.
In questa puntata non voglio limitarmi a ricostruire una tragedia. Voglio interrogarmi sul contagio psichico, sul confine tra comprendere e giustificare, sulle responsabilità individuali e sulle conseguenze che una sola notte può lasciare dietro di sé. Tre famiglie segnate per sempre, esistenze cambiate irrimediabilmente e una domanda che non smette di fare male: chi era Luca, al di là del modo in cui è morto?
Questa storia, per me, ha anche una dimensione personale. Perché a volte una notizia smette di essere qualcosa che leggiamo da lontano e ci restituisce, all’improvviso, la consapevolezza di quanto siano vicini mondi che credevamo estranei.
Non serve santificare una vittima per riconoscerne il valore. Non serve essere impeccabili per meritare di vivere. E nessuna vita dovrebbe essere ridotta al suo ultimo capitolo.
Questa è una riflessione sulla fragilità umana, sulla responsabilità e sul futuro che può essere tolto. Ma, soprattutto, è un tentativo di restituire a Luca qualcosa che la violenza non dovrebbe mai cancellare: la sua umanità.
Perché, nel tentativo di capire chi ha tolto una vita, non dobbiamo dimenticare chi quella vita l’ha vissuta.
E non dimenticare.
Ci sono storie che sembrano scritte per il cinema. E poi ci sono vite che nessuna sceneggiatura potrebbe raccontare fino in fondo.
Charlize Theron è molto più di una delle attrici più straordinarie del nostro tempo. È una donna che ha attraversato il dolore, ha sfidato le aspettative, ha trasformato il proprio talento in coraggio e ha scelto di mettere la propria voce al servizio degli altri.
Dall’infanzia in Sudafrica a quella notte che avrebbe segnato per sempre la sua vita, dai ruoli che hanno cambiato il suo percorso fino all’Oscar per Monster, dalle trasformazioni che hanno messo alla prova il suo talento all’impegno contro la violenza di genere e al lavoro con i giovani africani.
Questa non è soltanto la storia di un successo. È la storia di una donna che non ha permesso al proprio passato di decidere chi sarebbe diventata.
Perché essere liberi non significa cancellare ciò che ci è accaduto. Significa trovare il modo di trasformarlo in qualcosa che possa raggiungere anche gli altri.
E forse, alla fine, la libertà più grande è proprio questa: diventare se stessi, nonostante tutto.
Questa è la storia di Charlize Theron.
E di una madre che, quella notte, le salvò la vita.
Ci sono persone che entrano nella nostra vita senza averci mai conosciuti davvero. Le vediamo crescere davanti a noi, cambiare, cercare la propria strada. E, senza sapere esattamente quando sia successo, diventano parte della nostra storia.
Pietro Taricone è stato una di queste persone.
Per tutti è stato, prima di tutto, “‘o guerriero” del primo Grande Fratello. Ma fermarsi a quell’immagine significa raccontare soltanto una piccolissima parte della sua storia. Perché Pietro voleva andare oltre: studiare, recitare, costruirsi un percorso, vivere con curiosità e senza paura di uscire dagli schemi.
Poi arrivò il cinema. E arrivò Kasia Smutniak.
Sul set di Radio West, nel 2003, le loro vite si incontrano. Da lì nasce una storia d’amore, una famiglia, una figlia e un legame profondo con un luogo lontanissimo: il Mustang, in Nepal.
Quel viaggio del 2003 diventerà qualcosa di molto più grande di un ricordo. Anni dopo, Kasia tornerà in Nepal, anche insieme alla loro figlia Sophie, e da quel desiderio condiviso con Pietro nascerà un progetto concreto per le comunità locali: la Ghami Solar School.
In questa puntata attraversiamo la vita di Pietro Taricone senza lasciarla definire dalla sua morte. Torniamo al ragazzo che aveva una fame incontenibile di vita, all’attore che cercava il proprio spazio, all’uomo innamorato, al padre, al viaggiatore.
E torniamo a quella risata.
Quella risata che, alla fine, sarà ancora lì.
Eccoti, Pietro. Ancora una volta.
Ci sono notizie che ti attraversano. E poi ce ne sono altre che ti costringono a fermarti.
La morte di Presley Gerber mi ha fatto questo effetto.
Non soltanto per la notizia in sé, ma per tutto quello che ha riportato a galla: la salute mentale, la dipendenza, il fentanyl, lo stigma, il modo in cui giudichiamo ciò che non conosciamo e quella terribile abitudine di pensare che chi ha “tutto” non possa stare male.
In questa puntata parlo di Presley, ma anche di Matthew Perry e delle loro esperienze raccontate pubblicamente. Non per soffermarmi su come ci hanno lasciati, né per costruire spiegazioni che non abbiamo, ma per ricordare ciò che hanno scelto di raccontare quando erano ancora qui.
Parlo del filo sottilissimo che può esistere tra dolore, bisogno di sollievo e dipendenza. Del fentanyl e della crisi degli oppioidi. Ma soprattutto parlo delle persone che restano: delle domande senza risposta, del dolore, dei ricordi e di quella sensazione devastante di chiedersi per sempre: “Se avessi capito? Se avessi fatto qualcosa?”
E poi parlo delle parole.
Di quelle dette e di quelle scritte.
Di quanto sia facile, dietro uno schermo, giudicare la vita di qualcuno che non conosciamo. E di quanto sia importante ricordare che dietro ogni storia c'è una persona, dietro ogni morte c'è una famiglia e dietro ogni parola che scriviamo c'è una responsabilità.
Presley e Matthew hanno cercato, in modi diversi, di trasformare la propria esperienza in qualcosa che potesse aiutare qualcun altro.
Forse anche una sola persona.
Ed è da lì che voglio partire.
Perché non possiamo sempre salvare qualcuno. Non possiamo sempre capire. Non possiamo avere tutte le risposte.
Ma possiamo ascoltare.
E possiamo scegliere le nostre parole.
Perché le parole hanno un peso. Sempre.
Bruce Willis fa parte del mio immaginario cinematografico da sempre. È uno di quegli attori che ho visto in ogni possibile veste: eroe, uomo ironico, personaggio romantico, drammatico, comico, tormentato.
Ma questa puntata nasce da una domanda diversa: chi è Bruce Willis quando non è Bruce Willis?
Attraverso il cinema, le amicizie, alcuni episodi meno conosciuti della sua vita e soprattutto attraverso la sua famiglia, provo a raccontare l’uomo che esiste dietro il personaggio che tutti conosciamo.
E poi c’è la malattia.
Una realtà dolorosa che ha cambiato la sua vita e quella delle persone che gli stanno accanto.
Ma che non voglio raccontare attraverso la perdita.
Voglio raccontarla attraverso la presenza.
Attraverso Demi Moore.
Attraverso Emma Heming.
Attraverso le sue figlie.
Attraverso la cura.
Attraverso l’amore.
Perché ci sono momenti in cui amare qualcuno significa semplicemente esserci.
Anche quando non sai più come sarà domani.
Anche quando la vita cambia forma.
Anche quando devi imparare un modo nuovo di stare accanto alla persona che ami.
Questa è la mia storia di Bruce Willis.
Non soltanto l’attore che ho amato.
Ma l’uomo che oggi mi ha ricordato quanto può essere potente una cosa apparentemente semplice: esserci.
Il peso delle parole
Sei parole, sei modi di amare.
Ci sono parole che pronunciamo ogni giorno e che, proprio per questo, rischiamo di dimenticare quanto possano essere importanti.
“Ti voglio bene.”
“Mi dispiace.”
“Avevo paura.”
“Resta.”
“Grazie.”
“Ti perdono.”
Sei parole che raccontano relazioni, fragilità, paure, perdite, riconoscenza e amore.
In questa puntata le attraversiamo attraverso la lente della musica, del cinema e della letteratura, lasciandoci guidare da film, romanzi e canzoni che hanno saputo raccontare ciò che appartiene alla nostra vita.
Perché l’arte ha questo potere: prende qualcosa di profondamente umano e ce lo restituisce attraverso un’immagine, una storia, una voce, una melodia.
Un personaggio può farci riconoscere.
Una canzone può riportarci dentro un ricordo.
Un romanzo può dare forma a qualcosa che abbiamo sentito e che non sapevamo nominare.
E così queste sei parole diventano una porta.
Una porta che parte dal cinema, dalla musica, dalla letteratura e arriva fino a noi.
Perché dietro ogni parola c’è una relazione.
Dietro ogni relazione c’è una storia.
E dentro ogni storia ci siamo, in qualche modo, anche noi.
Sei parole. Sei modi di amare.
E il peso che scegliamo di dare a ciò che diciamo.
Lady Diana.
Una donna che il mondo ha trasformato in un’icona, ma che io ho voluto raccontare oltre la corona, oltre il gossip, oltre la favola e oltre la tragedia.
Ho voluto raccontare la donna: imperfetta, fragile, ironica, libera, curiosa. La madre. La principessa che ha scelto di usare la propria immagine per accendere una luce sulle persone che il mondo tendeva a non vedere.
Dalla lotta contro l’HIV e l’AIDS alla battaglia contro le mine antiuomo. Dalle sue amicizie con alcuni dei più grandi artisti del suo tempo, come George Michael, Gianni Versace e David Bowie, fino alle immagini che ancora oggi appartengono alla nostra memoria collettiva.
Diana non è stata perfetta. E proprio per questo è stata vera.
Sono passati ventinove anni dalla sua morte, ma la sua voce, il suo sorriso, i suoi gesti e soprattutto ciò che ha scelto di fare con la sua fama continuano a vivere.
Perché il vero potere di Diana non è stato quello di essere guardata dal mondo.
È stato quello di insegnare al mondo a guardare oltre se stesso.
Grazie, Diana.❤️
Ci sono persone che appartengono al tempo in cui hanno vissuto. E poi ci sono persone che riescono ad andare oltre il tempo.
Kobe Bryant per me è una di queste.
In questa puntata racconto il campione, certo: i Los Angeles Lakers, la NBA, le vittorie, la disciplina, la fame di diventare sempre migliore. Ma soprattutto racconto l’uomo che esisteva dietro la leggenda.
Il bambino cresciuto anche in Italia, il ragazzo che trasformò il talento in ossessione per il miglioramento, il campione, il padre di quattro figlie, l’uomo che dopo vent’anni di basket ebbe il coraggio di ricominciare da capo e diventare narratore, autore e creatore.
Racconto Gianna, la loro complicità, il loro amore per il basket e quella parte della sua vita nella quale Kobe smise di pensare soltanto a ciò che poteva conquistare e iniziò a pensare a ciò che poteva lasciare agli altri.
E poi racconto il 26 gennaio 2020.
Una domenica che ha cambiato per sempre la vita di nove famiglie e che ha lasciato un vuoto immenso nel mondo dello sport e oltre lo sport.
Ma questa non è una puntata soltanto sulla perdita.
È una puntata sull’eredità.
Sulla Mamba Mentality, che è diventata molto più grande del basket: la disciplina, la capacità di ricominciare, la volontà di imparare, il coraggio di affrontare il limite e di trasformare ciò che si è ricevuto in qualcosa da restituire agli altri.
Perché Kobe non ha lasciato soltanto record.
Ha lasciato una mentalità, delle storie, degli insegnamenti, una famiglia, una generazione di giovani ispirati dal suo esempio.
E ha lasciato qualcosa anche a me.
Kobe Bryant è stato il mio sportivo preferito e una delle persone che hanno contribuito alla mia formazione. Per questo ho sentito il bisogno di raccontarlo: non soltanto come leggenda del basket, ma come anima rara.
Questa è la storia di un uomo che ha continuato a cercare, a imparare, a creare, a diventare.
La storia di Kobe Bryant.
Oltre il tempo. 💛💜💛💜
In questa ultima puntata della stagione ho scelto di raccontare Franco Battiato, uno dei più grandi artisti italiani, ma soprattutto un uomo che ha trasformato la musica in conoscenza, la cultura in dialogo e l’arte in un autentico gesto di cura.
Ripercorriamo insieme il suo viaggio: dalla Sicilia agli anni della sperimentazione, dall’incontro con Alice ai capolavori che hanno segnato intere generazioni, fino ad arrivare a La cura, una delle canzoni più amate della nostra storia musicale.
Ma questa non è soltanto la storia di un musicista straordinario.
È il racconto di un uomo che non ha mai smesso di interrogarsi, di studiare, di evolversi e di ricordarci quanto sia importante coltivare la nostra interiorità.
Con questa puntata si conclude la prima stagione del podcast. Mi prenderò una piccola pausa estiva e ci ritroveremo a settembre, pronti a continuare insieme questo viaggio tra le anime rare che, con la loro arte e la loro umanità, lasciano un segno profondo dentro di noi.
Buona estate. E, come ci ha insegnato Franco Battiato, abbiate sempre cura di voi. “Perché, in fondo, tutto l’universo obbedisce all’amore
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