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L’Iran al bivio sul dopo Khamenei


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di Pierluigi FrancoIl malcontento popolare, alimentato da un’inflazione fuori controllo, ha spinto i fidati mercanti bazarì a rompere l’alleanza storica con il clero sciita. Mentre i Guardiani della rivoluzione consolidano il dominio economico e militare, la mancanza di un erede designato per la Guida suprema e l’indebolimento degli alleati in Medio Oriente mettono la Repubblica islamica in seria difficoltà, imponendo tentativi di dialogo con l’esterno. Riemerge anche l’ipotesi monarchica con gli appelli del principe ereditario in esilio. Ma il passato autoritario dello scià rende questa soluzione controversa, per il rischio di ripetere errori storici.IN BREVERottura dei bazarì Il Gran bazar di Teheran ha interrotto l’alleanza storica con il clero sciita a causa della crisi economica, privando il regime di un pilastro sociale fondamentale.Repressione e sangue Le proteste tra il 2025 e il 2026 hanno registrato una violenza senza precedenti da parte di Pasdaran e Basiji, con migliaia di vittime.Vuoto di potere L’assenza di un erede per l’ottantasettenne Khamenei espone la Repubblica Islamica a un’incertezza istituzionale che potrebbe favorire una giunta militare.Isolamento regionale L’indebolimento di Hezbollah e Hamas ha ridotto l’influenza di Teheran in Medio Oriente, costringendo i vertici teocratici a cercare difficili canali di dialogo con gli Usa.Rischio errori storici Il principe Reza Ciro Pahlavi aspira al trono, ma il passato repressivo del padre rende tale soluzione controversa e carica di incognite per il futuro.Il malcontento degli iraniani è cresciuto notevolmente e progressivamente negli ultimi due decenni. Sono state molte e sempre più frequenti le proteste di piazza, sempre represse con violenza da Pasdaran e Basiji.Le date più importanti riportano al 1999, con le proteste studentesche a seguito della chiusura di un giornale riformista; al 2009, con le proteste del «Movimento verde» dopo la presunta frode nella rielezione alla presidenza di Mahmud Ahmadinejad; al 2017-2018 contro inflazione e disoccupazione; al 2019 contro l’aumento del prezzo della benzina; al 2022 con la creazione del movimento «Donna, vita, libertà» dopo la vicenda della giovane Jina Mahsa Amini, uccisa per aver indossato male il velo; infine al dicembre 2025-gennaio 2026 con una strage di manifestanti che non ha eguali, costata la vita a migliaia di cittadini.Un bagno di sangue senza precedenti, al quale il mondo non sembra voler dare il giusto peso. Ma proprio quest’ultima protesta, che ha visto la repressione più dura da parte del regime, ha qualcosa di profondamente diverso dalle altre. Oltre alla partecipazione di ogni strato della popolazione, a differenza di quanto avvenuto in precedenza quando erano coinvolti soprattutto giovani e studenti, la novità più preoccupante per gli Ayatollah risiede nel fatto che la contestazione al regime è partita questa volta dai fidati bazar, in particolare dallo storico ed enorme Gran Bazar di Teheran.I bazarì, gli influenti mercanti iraniani, sono sempre stati fedeli alleati del potere clericale islamico fin dalla Rivoluzione khomeinista del 1979. Ora le cose sono cambiate, facendo venire meno uno dei tre punti cardine del regime teocratico, finora costituiti dal clero sciita, dai Pasdaran e proprio dai bazarì. A difendere strenuamente il sistema restano quindi il clero e i Guardiani della rivoluzione. È evidente che a far cambiare idea ai bazarì è stata la crisi economica sempre più pesante per chi opera nel commercio. Un fattore che i vertici iraniani non avevano evidentemente calcolato.Quello che è profondamente cambiato negli ultimi tempi è che fino a qualche anno fa i manifestanti chiedevano sostanzialmente riforme, senza pensare a un cambio di regime. Ora le richieste della piazza sono più radicali e attaccano direttamente la Guida suprema, Ali Khamenei, i cui ritratti vengono pubblicamente dati alle fiamme. Anche per questo la reazione è spietata. Ma la repressione con uccisioni di massa non serve certamente a risolvere il problema. Può fermare momentaneamente le proteste di piazza, come è avvenuto finora, ma non il malcontento.In ogni caso, l’attuale regime è ancora diretto da Khamenei. Tuttavia, la Guida Suprema ad aprile prossimo compirà 87 anni e non sembra godere di buona salute. Inoltre non ha mai indicato un possibile successore. Dopo la strana morte in elicottero di Ebrahim Raisi, che molti consideravano il suo braccio destro e possibile futura Guida, nelle ipotesi sulla successione si è creato il vuoto. Difficile immaginare cosa accadrà all’Iran al momento della scomparsa di Khamenei, leader che ha sempre potuto contare sulla fedeltà assoluta dei Pasdaran, salito al potere nel 1989 alla morte di Ruhollah Khomeini.Allora il ruolo di Guida suprema sarebbe dovuto essere del Grande Ayatollah Hossein Ali Montazeri, tra le massime e stimate autorità iraniane, caduto in disgrazia per eccesso di visione democratica. Così l’Assemblea degli esperti, ai quali la Costituzione iraniana assegna il compito di scegliere la Guida suprema, optò per Khamenei, uomo assai rigido che pure non apparteneva alla élite clericale, essendo un semplice Hojjatoleslam.Una scelta più volte contestata da una parte dello stesso clero sciita, per la quale non aveva titoli per divenire Guida Suprema. Ma Khamenei, grazie al potere acquisito, ha avuto sempre modo di reprimere ogni voce contraria riuscendo addirittura a far arrestare Montazeri, ufficialmente per «proteggerlo».Una delle ipotesi di scenario post-Khamenei è quella di una presa di pieno potere da parte dei Pasdaran, con una sorta di giunta militare dei Guardiani della Rivoluzione. Ma l’Iran sembra assai lontano da tradizioni che possano configurare un governo a guida militare. Il suo passato indica che è sempre stato guidato, troppo spesso molto male, da monarchie di varie dinastie ed etnie per finire nel 1979 sotto il governo teocratico del clero sciita. Va poi considerato che i Pasdaran, creati da Khomeini che non si fidava dell’Esercito regolare, hanno oggi di fatto il controllo del Paese dopo aver acquisito sempre più potere anche economico.Di certo, un governo a guida dei Guardiani della rivoluzione, tutti fermamente fedeli all’Islam più rigido, non porterebbe a cambiamenti sostanziali del regime. Assai improbabile, poi, sarebbe una presa di potere da parte dell’Esercito regolare che, con l’accresciuta dominanza dei Pasdaran, non ne avrebbe alcuna forza.Va inoltre considerato che un governo teocratico, difficilmente rimovibile allo stato attuale, impone che al vertice resti un rappresentante del clero. Per il futuro si tratterà quindi di capire quanto le forze esterne possano manovrare i vertici iraniani, magari con i richiami del dollaro. Da parte sua, Teheran sembra aver perso una buona fetta di potere in Medio Oriente, con l’indebolimento di Hezbollah in Libano e di Hamas a Gaza.Restano gli alleati Huthi in Yemen. Ma gli Huthi appartengono alla componente zaydita dell’Islam sciita, ribelli per natura, e per questo poco affidabili agli occhi del clero imamita duodecimano iraniano. Anche per questo i vertici di Teheran provano ad aprire canali di dialogo all’esterno, in primo luogo con gli Usa, come riferito dalle stesse autorità iraniane. Un quadro che indica come il regime si renda conto della propria debolezza e, quindi, di dover accettare compromessi. Sa che, per poter sopravvivere, dovrà in qualche modo uscire dalla rigidità e rendersi flessibile.Tra le pieghe delle proteste è ricomparso con numerosi appelli anche Reza Ciro Pahlavi, figlio dell’ultimo scià. Il sessantacinquenne principe ereditario non nasconde l’aspirazione di tornare sul trono del pavone. Ma resta ancora la macchia di suo padre, scacciato a furor di popolo nel 1979 per la politica repressiva e brutale attuata dalla fedele polizia segreta Savak, che nulla aveva da invidiare alla ferocia degli agenti degli Ayatollah. Nelle piazze qualcuno lo ha acclamato, ma va detto che per lo sfortunato Iran forse non sarebbe la soluzione migliore. Non sembra infatti certamente brillare la breve storia di quella moderna dinastia autonominata appena nel 1925 dall’astuto Reza Shah Pahlavi, nonno dell’attuale pretendente al trono.Oggi torna in qualche modo l’illusione del 1979 quando, cacciando lo scià, gli iraniani pensarono di poter creare un nuovo sistema aperto e democratico. L’idea era allora di un rivoluzione tutt’altro che teocratica, portata avanti da un movimento di popolo che abbracciava tutte le forze di opposizione allo scià. Tra queste forze, però, c’erano anche i religiosi sciiti. Così il furbo Khomeini tornò dall’esilio di Parigi e sfruttò il movimento di massa, riuscendo poi a eliminare tutti i laici instaurando il regime islamico. Sarebbe davvero grave, dopo tanti morti, ripetere gli errori del passato.Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 InternazionalePierluigi Franco Laureato in Giurisprudenza, giornalista, ha lavorato per trent’anni all’Agenzia ANSA, dov’è stato capo del servizio ANSAmed (Mediterraneo e Medio Oriente) e ideatore di ANSA Nuova Europa (Est Europa e Balcani). Divenuto poi capo dell’ufficio di corrispondenza dell’ANSA a Teheran, è stato l’ultimo giornalista occidentale a operare stabilmente in Iran. Ufficiale superiore dell’Esercito Italiano, ha svolto consulenze e docenze in ambito di Forze Armate. Ha operato in Est Europa, Balcani, Medio Oriente, Asia Centrale e Sud-Est asiatico. Nel 2022 ha pubblicato il libro “Gorbacëv il furbo ingenuo. Una storia non agiografica alle origini della crisi mondiale (e Ucraina)” edito da Rubbettino.Ricevi gli aggiornamenti direttamente nella tua e-mail, iscriviti a Krisis su Substack

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Voci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea Pincin
Krisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.
Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta Burba
Codice ISSN: 3035-2797
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