Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno

Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno

By Monastero di S.Vincenzo Martire - Bassano Romano (VT)Christianity
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Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno episodes

  • [Mar 3] Commento: IL BUON PASTORE.
    Nella Confederazione Benedettina celebriamo oggi la festa del papa San Gregorio Magno, colui che raccolse e fece conoscere la vita di San Benedetto. E' stato un Buon pastore perché ebbe molta cura per il gregge a lui affidato dal Buon Pastore. I Santi sono i migliori imitatori di Cristo. La loro santità, frutto della grazia divina e della umana fedeltà, ci offre una lettura attualizzata del vangelo. L'immagine evangelica del buon pastore, che lascia al sicuro le novantanove pecore, per mettersi alla ricerca di quella smarrita, è la migliore sintesi della vita del grande Gregorio. Egli compie un passaggio dalla testimonianza silenziosa della vita ritirata ai grandi impegni nella Chiesa. Mai però smette la sua veste di pastore e di fedele testimone di Cristo, anche quando gli impegni missionari lo condurranno lontano dal suo primitivo ideale monastico. La fedeltà diventa il suo costante programma di vita. La sapienza attinta dall'assidua lettura della Parola di Dio e dalla preghiera lo fanno splendere come luce nella Chiesa. Ha insegnato al popolo cristiano a “pregare nella bellezza” e ha affidato ai monaci il canto delle lodi di Dio nel modo che conserva ancora il suo nome: il canto gregoriano. Ecco come concretamente il pastore conduce ai pascoli erbosi il suo gregge. Ecco come i santi solcano la storia e l'impregnano di sacro, rifulgono così come astri nel firmamento del cielo e seguitano a svolgere il loro compito e la loro missione nella Chiesa come modelli di vita e intercessori nostri presso Dio. Si garantiscono così non solo il premio in cielo, ma anche la dovuta lode e l'immortalità tra il popolo dei credenti. Noi, ancora pellegrini sulla terra, ne subiamo salutarmene il fascino, la voglia di imitarli e di raggiungerli nella stessa meta. A noi monaci ci ha lasciato nei suoi Dialoghi le opere mirabili del nostro Padre San Benedetto, alla Chiesa ha lasciato scritti pieni di sapienza che ancora edificano i lettori di oggi. Ecco l'esempio del pastore che, dopo secoli, ancora si ricorda con gioia.
    3 min
  • [Lun 2] Vangelo: 1 Cor 2, 1-5; Sal 118; Lc 4, 16-30.
    In quel tempo, Gesù venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
    «Lo Spirito del Signore è sopra di me;
    per questo mi ha consacrato con l'unzione
    e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
    a proclamare ai prigionieri la liberazione
    e ai ciechi la vista;
    a rimettere in libertà gli oppressi,
    a proclamare l'anno di grazia del Signore».
    Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all'inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
    Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: "Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!"». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c'erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C'erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Elisèo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
    All'udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.
    3 min
  • [Lun 2] Commento: La "lectio" di Gesù.
    "La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla, e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore". Così leggiamo nella lettera agli Ebrei. La parola di Dio è viva, efficace, tagliente e penetrante. Occorre quindi avere ben chiaro in mente queste prerogative quando ci accingiamo a leggerla in modo sapienziale. Deve calarsi dentro di noi e prendere stabile dimora in noi. La parola ci informa e ci conforma a Colui che ce l'ha donata. Deve però trovare un cuore puro ed un animo accogliente. Deve esserci di guida la ferma convinzione che il Signore ci sta parlando personalmente come se quelle parole uscissero per la prima volta dalla sua bocca ed elusivamente per ciascuno di noi nel momento in cui l'accogliamo. Gesù così fa la sua "lectio divina" nella sinagoga di Nàzaret. Legge dal capitolo sesto del Profeta Isaia e dice: "Oggi si è adempiuta questa scrittura". Davvero lo Spirito del Signore si è posato sul Cristo, è stato concepito nel seno verginale di Maria per opera dello stesso Spirito. Egli è l'inviato del Padre. Deve adempiere una missione speciale, deve liberarci dai mali che ci affliggono ed operare la redenzione. Appare evidente il contrasto con chi non sa leggere la scrittura. Per questi Gesù è il figlio del falegname! Alle parola di grazia seguono le chiacchiere insulse. Deve allora il Signore scandire un meritato rimprovero: i segni della grazia giungono soltanto a coloro che li sanno accogliere con fede. Il rifiuto del Cristo e addirittura l'avversione contro Lui spesso passa attraverso il non-ascolto della sua Parola. Quanto è importante per ogni cristiano stabilire una vera, intima comunione con il Signore, non solo mediante il sacramento della santa Eucaristia, ma anche per mezzo della Parola.
    3 min
  • [Dom 1] Commento: I puri di cuore abiteranno nella casa del Signore.
    Il tempo scorre velocemente. Oggi siamo già alla XXII domenica del Tempo Ordinario, e il mese di agosto, il mese delle vacanze, è ormai terminato. Forse qualcuno sta ancora godendo dell’ultima domenica di ferie. Eppure, noi siamo qui, di fronte alle Scritture, a meditare sulla Parola di Dio. Parteciperemo all’Eucaristia, ci recheremo in chiesa per lodare il Signore, ringraziarlo e magari chiedere qualcosa… Ma anche Lui ci accoglie con gioia. Come sempre, ha qualcosa da offrirci: un messaggio, un insegnamento. Come dice san Giacomo nella seconda lettura: «Ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall’alto e discende dal Padre della luce». Ogni insegnamento che Egli ci dona è buono, è per noi, per la nostra vita, per la nostra crescita spirituale.
    Purtroppo, spesso capita che ciò che ascoltiamo in chiesa, ciò che apprendiamo di buono e di salutare, rimanga confinato lì e venga presto dimenticato, invece di diventare un segno vivo di Dio nella nostra vita. La Parola di Dio di oggi ci ammonisce: «Siate di quelli che mettono in pratica la parola di Dio e non soltanto ascoltatori». In altre parole, il Signore ci ricorda che non basta conoscere i comandamenti, sapere come vivere, o parlare bene; se tutto questo non si traduce in un impegno concreto, in una vita cristiana vissuta autenticamente, la nostra fede resta sterile.
    Sebbene siamo ancora nell’Antico Testamento (prima lettura), possiamo vedere quanto esso sia attuale anche oggi. La fede deve guidare la nostra vita; se così non fosse, la nostra fede sarebbe vana: «Questo popolo mi onora solo con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me…». Anche il Vangelo ci invita a guardare nel profondo del nostro cuore, a chiederci se non siamo anche noi come quei farisei ipocriti, che rispettano le formalità e osservano le prescrizioni solo per essere visti e ammirati dagli altri.
    Questo è un pericolo che corriamo anche noi. Potremmo andare in chiesa, aiutare gli altri, compiere opere di bene e di carità, ma non perché lo sentiamo nel cuore o perché il Signore ci chiede di amare il prossimo, bensì perché così dicono i comandamenti o le leggi, o peggio ancora, per essere visti e ammirati dagli altri. I farisei si consideravano perfetti perché osservavano la legge, ma Gesù li chiama ipocriti perché il loro cuore è lontano da Dio. Appunto, la risposta di Gesù ai farisei, alle accuse che muovono contro di Lui e contro gli Apostoli, non si fa attendere. I farisei cercavano, ancora una volta, di colpirlo, discreditandolo davanti alla gente, facendo credere che non fosse un buon maestro, perché i suoi discepoli non si comportavano secondo la legge dei padri. Ma Gesù non insegna la disobbedienza, né l’abbandono delle leggi di Mosè. Egli ci insegna la legge dell’amore, e solo alla luce di questo comandamento nuovo possiamo interpretare tutte le Scritture. La Nuova Alleanza, scritta non su tavole di pietra ma nei cuori dei fedeli, nei nostri cuori, è il compimento, non il rinnegamento, dell’Antica Legge.
    Preghiamo il Signore affinché la Sua legge sia scritta nei nostri cuori, e perché possiamo non solo ascoltarla, ma viverla pienamente.
    4 min
  • [Sab 31] Commento: I talenti, doni da fruttificare...
    Nell'attesa del Signore che viene non dobbiamo restare inoperosi e sfaccendati. Non ci è lecito neanche nascondere, con il pretesto di una falsa umiltà, il prezioso talento che il buon Dio ci ha affidato. Sin dalla creazione egli ha dotato l'uomo di doni particolari affinché diventi il custode e il continuatore della sua opera. Oltre però a quest'impegno che riguarda tutta l'umanità, ad ognuno di noi ha dato un certo numero di talenti, secondo un suo arcano disegno. I talenti sono i doni di anima e di corpo che ci rendono concretamente capaci di operare per la gloria di Dio e per il bene nostro e del nostro prossimo. Ai suoi occhi non è importante che noi stiamo ad arrovellarci il cervello per valutare quali e quanti sono i suoi doni, ciò che conta che tutti, pochi o tanti, siano messi doverosamente a frutto e ciò anche perché egli ci premia con la stessa misura sia se abbiamo fatto fruttificare un solo talento, sia se ne abbiamo moltiplicati cinque: “Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Il premio è la gioia, che ha una duplice manifestazione: sulla terra è la gratificazione che sgorga dall'operare il bene, nel cielo è la beatitudine eterna. Scopriamo poi che ancora una volta la fedeltà al Signore trae origine dall'amore che abbiamo verso di lui, come l'infedeltà ha le sue radici nel concezione erronea che abbiamo del nostro Dio e Signore: “Signore, - sono le parole del servo infedele - so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo”. Forse sono ancora tanti che pensano a Dio come un uomo duro e troppo esigente per cui nei suoi confronti nutrono solo paura e non amore.
    3 min
  • [Ven 30] Commento: Saggezza e stoltezza secondo Cristo.
    Alcuni elementi della parabola di oggi ci offrono spunti interessanti di riflessione. Il tema dominante rimane quello della vigilanza, nell’attesa dello sposo che viene. Si ribadisce che non ci è dato di conoscere il momento o l’ora della sua venuta. Non possiamo quindi abbandonarci al sonno, né tantomeno rimanere al buio, privi dell’olio necessario per alimentare le lampade. Le due categorie di vergini vengono chiaramente definite come stolte o sagge, tutte chiamate ad accogliere lo sposo in arrivo nel cuore della notte con puntualità e il dovuto onore. Tutte e dieci hanno la lampada, tutte hanno ricevuto, come noi, il dono della fede. Tutte sono in attesa dello sposo e, al grido che annuncia il suo arrivo, tutte si destano per andargli incontro e illuminare il suo cammino verso la sala delle nozze. Sono consapevoli che la loro attesa non sarà priva di un premio adeguato: c’è per loro un invito e una partecipazione al banchetto nuziale. La differenza sta in un dettaglio che, però, si rivelerà di fondamentale importanza: l’avere o meno con sé l’olio per alimentare le lampade. San Giacomo ammoniva i suoi fedeli dicendo: “Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse quella fede può salvarlo?”. E, concludendo il suo discorso, affermava categoricamente: “La fede senza le opere è morta”. È come una lampada senza olio. Le conseguenze del ritardo e del mancato appuntamento con lo sposo sono davvero tragiche: solo le vergini che erano pronte entrano al banchetto nuziale, mentre le altre si sentono dire: “In verità vi dico: non vi conosco”. Restano escluse dalla festa, fuori, perché la porta per loro era già chiusa. Dobbiamo riflettere sui nostri ritardi e sulle nostre sprovvedutezze. Potrebbero significare per noi l’esclusione dalla festa finale, che attendiamo da tutta la vita.
    3 min
  • [Gio 29] Commento: Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò.
    Il peccato genera il peccato. Una condotta riprovevole ed una vita basata solo sull'appagamento dei propri desideri può portare a conclusioni drammatiche, anche se non sempre volute, completamente. E' quanto è accaduto ad Erode che si trova "costretto" a far uccidere San Giovanni Battista. La scena che ci presenta San Marco e rapida nei suoi tratti ma profonda nelle rappresentazioni psicologiche dei personaggi. Centrale è la debolezza di Erode, presentato come un peccatore sottomesso alle leggi del desiderio e dal potere sfrenato. La sua carica regale è sfruttata per appagare i suoi desideri con feste e banchetti dove regna la lussuria. Si lascia avvincere dal ballo lascivo di una giovane ragazza: Salomè. Imprudentemente Erode si lascia sfuggire un giuramento che risulterà fatale per la presenza di Erodiade che covava nel suo seno desideri di vendetta. La regina consiglierà perfidamente la figlia che le sembra sottomessa. Erode, Salomè ed Erodiade, seppur con connotati psicologici diversi sembrano essere sottomessi; le loro azioni e le loro decisioni non sono libere ma condizionate da altri fattori A queste figure si contrappone nettamente quella di San Giovanni Evangelista nella sua integrità. Egli si trova in carcere ma dimostra una libertà interiore più forte. E' perfettamente consapevole delle conseguenze delle sua azioni e non rinuncia a proclamare la verità, anche se ciò gli costerà la vita. Sono due prospettiva di vita completamente diverse; due ideali che si contrappongono che ci insegnato dove si trovi la vera libertà. Il peccato rende schiavo l'uomo, la verità lo rende libero è l'insegnamento di Gesù che in San Giovanni trova la sua piena attuazione.
    2 min
  • [Mer 28] Commento: I sepolcri imbiancati.
    E' questa la potente immagine che usa Gesù per raffigurare gli scribi e i farisei. La loro religiosità così bigotta, non è in grado di dare loro la Vita Eterna. L'aspetto esteriore, così curato da questi ipocriti, può ingannare facilmente. Il bianco pulito, che riveste le pareti dei sepolcri, nasconde una realtà diversa. Gesù non vede il bianco che indica candore e innocenza ma solo una vernice che ricopre malvagità d'animo. Non possiamo non riconoscere l'attualità di questo insegnamento, soprattutto in una società che del corpo ha fatto un vero culto in nome dell'apparire. Cosa si nasconde dietro a questo desiderio di offuscare sempre di più la nostra essenza? Perché affannarsi e preoccuparsi troppo della propria immagine sociale? Quel che importa veramente e nel profondo lo sentiamo bene, è ciò che siamo, siamo veramente, e non l'apparire...
    2 min
  • [Mar 27] Commento: La giustizia, la misericordia e la fedeltà.
    Continua il discorso dei guai contro gli scribi e i farisei e contro tutti coloro che li ìmitano nelle loro falsità e le loro ipocrisie. Essi curano l'esteriorità ma trasgrediscono palesemente le prescrizioni fondamentali della legge divina. Trascurano la giustizia, la virtù che ci pone integri e praticanti davanti a Dio e testimoni autentici dinanzi agli uomini. La virtù che ci rende giusti con la vera adesione ai precetti del Signore, ci rende veraci e credibili perché portatori di verità, annunciate e vissute. Ci rende ancora veri dinanzi al nostro prossimo a cui indichiamo la strada giusta per andare a Dio. Non essendo in un rapporto di comunione con il Signore si trascura e si viene meno anche alla misericordia: capita l'assurdo di sentir scandire condanne proprio da chi avrebbe più bisogno di perdono e di pietà. Chi non sperimenta la bontà del Signore e sempre portato alla rigidità verso gli altri. Capita anche ai nostri giorni di incontrare confessori “troppo santi” per essere veramente testimoni della divina ed infinita misericordia. È la perseveranza nel bene, la costanza negli impegni assunti, il senso del dovere da esplicare nei confronti del Signore e nei confronti del prossimo nei diversi stati di vita. Ai nostri giorni appare particolarmente urgente riscoprire le tre virtù di cui oggi il Signore ci parla. Viviamo infatti momenti in cui pare che la giustizia sia solo una chimèra, una meta quasi irraggiungibile. Sappiamo quanta inquietudine genera la mancanza di giustizia anche solo nelle sua attuazioni umane. Proprio dalla mancanza di misericordia e dall'assenza del perdono sgorgano poi le peggiori lotte interminabili e vendette incrociate in diversi strati della nostra società. L'infedeltà poi sgretola i vincoli migliori e le realtà più sacre del nostro vivere e miete vittime prevalentemente proprio dove l'amore dovrebbe regnare sovrano.
    3 min
  • [Lun 26] Commento: I guai derivanti dall'infedeltà...
    I “guai”, che oggi Gesù scaglia con veemenza contro gli scribi e i farisei del suo tempo, si contrappongono alle beatitudini con le quali egli anticipa i motivi e la via del gaudio finale. Essi hanno traviato se stessi e gli altri a cui avrebbero dovuto insegnare le vie di Dio. Ogni defezione è in sé riprovevole, ma assume una particolare gravità quando viene perpetrata da chi è posto come guida e maestro di altri. È ancora un aggravante che le deviazioni accadano con il falso supporto dell'ipocrisia. Per questa via subdola essi fanno di tutto per adescare proseliti che poi con il loro cattivo esempio indirizzano verso la perdizione. Gesù li definirà “sepolcri imbiancati” e ciechi. Quei guai oggi riecheggiano minacciosi nel nostro mondo, dovunque si annida ancora la ipocrisia, la falsità e la cecità. È rivolta a chiunque adesca con l'inganno e poi induce al male. Coinvolge sicuramente i falsi pastori che impongono pesi insopportabili agli altri con i loro falsi moralismi mentre essi si dispensano volentieri da ogni regola. Nelle parole di Cristo dobbiamo cogliere anche l'esplicita condanna a tutti i formalismi esteriori, che riducono la religiosità ad espressioni solo esterne e superficiali, atti più a carpire il consenso degli altri che a dare il vero culto a Dio. Riafferma Gesù il vero ruolo dei pastori e delle guide: debbono indicare con le parole e con l'esempio la via del Regno dei cieli; debbono indicare la strada della salvezza eterna; debbono riaffermare la sincerità della vita e la libera e sincera adesione a Dio. E questo tutta la Chiesa, pastori, guide, ma anche genitori, mariti e mogli, e ciascuno di noi, membri del Corpo mistico di Cristo. Tutti, con il nostro esempio, siamo ciascuno guide di un'altro.
    3 min

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