L’avete letto nel titolo: guide e classifiche pizza hanno creato alcuni mostri nel comportamento dei pizzaioli?
La risposta breve è sì, almeno in parte. E dentro questo discorso ci metto ovviamente The Great Pizza Guide, nessuno escluso. Non perché tutte le guide siano uguali, non perché tutti i pizzaioli reagiscano allo stesso modo e nemmeno perché ogni riconoscimento sia tossico per definizione. Parlo di una minoranza, di certe dinamiche, di alcuni effetti collaterali che ho visto nascere e crescere in questi anni, spesso da vicino.
Il punto è semplice: quando si danno premi, quando si fanno selezioni, quando si dice che una pizzeria è tra le migliori d’Italia, di una regione o di una città, inevitabilmente si muove qualcosa: l’orgoglio, l’ambizione, la rivalità. E qualche volta si muove anche quella parte meno elegante del mondo pizza, fatta di sospetti, confronti continui, antipatie, piccole guerre di territorio e domande sempre uguali: “Perché lui sì e io no?”.
Siamo abituati ai dissing tra pizzaioli di città diverse, alle battute sulle classifiche, agli sfottò da social, alle frecciatine più o meno eleganti. Ma i The Great Pizza Tour format mi hanno fatto vedere anche altro: rivalità di quartiere, tensioni tra pizzerie della stessa città, rapporti complicati nati per motivi locali, sovrapposizioni di clientela, vecchi litigi, questioni di fornitori, distributori, locali.
Dinamiche quasi condominiali, verrebbe da dire. Solo che al posto del pianerottolo ci sono forni, farine, pomodori e pizzerie a poche centinaia di metri l’una dall’altra.