Tre storie su una stessa dinamica: l'AI che promette di proteggerti, migliorarti e portarti verso il futuro. E che nel frattempo fa l'esatto contrario.
Prima storia: Ray Kurzweil ha scritto due libri — uno nel 2005 e uno nel 2024 — per annunciarti che nel 2045 diventeremo superumani. La singolarità tecnologica, la profezia che divide il mondo tech a metà: c'è chi ci crede come a un vangelo e chi la chiama fantascienza con un budget di marketing. Nel 2026, mentre aspettiamo di fonderci con le macchine, il chatbot AI di Meta si faceva bucare con una VPN da dieci euro al mese.
Seconda storia: Laila Khadraa non esiste. Ha capelli perfetti, pelle perfetta, silhouette perfetta. È un'ambassador virtuale generata dall'AI da Puma per il mercato mediorientale. I sistemi AI usati nel settore beauty sono addestrati su dataset che sottorappresentano la maggior parte delle fisionomie reali. Il risultato è uno standard di bellezza che nessuna persona reale può raggiungere, perché non è stato costruito sulle persone reali.
Terza storia: Meta introduce un chatbot AI come strumento di sicurezza per Instagram e Facebook. In poche settimane viene usato per hackerare il profilo della Casa Bianca di Obama, quello di un ufficiale della Space Force americana e quello di Sephora. Bastava una VPN e una foto modificata con l'AI. Lo stesso AI che doveva proteggerti era il varco.
Il filo che tiene insieme tutto: l'AI fa promesse enormi. La singolarità. La bellezza perfetta. La sicurezza digitale. E sistematicamente, la promessa produce l'effetto opposto.