Oggi in Cristo

Me infelice! Chi mi libererà?


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Sappiamo infatti che la legge è spirituale; ma io sono carnale, venduto schiavo al peccato. Poiché, ciò che faccio, io non lo capisco: infatti non faccio quello che voglio, ma faccio quello che odio. Ora, se faccio quello che non voglio, ammetto che la legge è buona;  allora non sono più io che lo faccio, ma è il peccato che abita in me. Difatti, io so che in me, cioè nella mia carne, non abita alcun bene; poiché in me si trova il volere, ma il modo di compiere il bene, no. Infatti il bene che voglio, non lo faccio; ma il male che non voglio, quello faccio. Ora, se io faccio ciò che non voglio, non sono più io che lo compio, ma è il peccato che abita in me. Mi trovo dunque sotto questa legge: quando voglio fare il bene, il male si trova in me. Infatti io mi compiaccio della legge di Dio, secondo l'uomo interiore, ma vedo un'altra legge nelle mie membra, che combatte contro la legge della mia mente e mi rende prigioniero della legge del peccato che è nelle mie membra.  Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? Grazie siano rese a Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore. Così dunque, io con la mente servo la legge di Dio, ma con la carne la legge del peccato.(Romani 7:14-25 - La Bibbia)



Se la legge evidenzia  la  natura peccaminosa dell'uomo facendolo sentire inadeguato di fronte a Dio, ma non riesce a liberarlo dal peccato, c'è speranza per l'uomo di riuscire ad essere uno strumento utile nelle mani di Dio o deve rassegnarsi al fallimento?



Nella sezione attuale l'apostolo Paolo continua a descrivere la situazione dell'uomo che conosce la legge di Dio ed è quindi cosciente di ciò che sarebbe bene per lui, eppure si rende conto di non essere in grado di ubbidire basandosi sulle proprie forze.  Il brano, scritto in prima persona, dipinge in maniera molto vivida proprio la frustrazione che accompagna l'uomo pio che tenta di soddisfare la giustizia di Dio dandosi da fare per cercare di rispettare i comandamenti di Dio per poi constatare ogni volta che la sua natura peccaminosa (quella che Paolo in questo brano indica come "la carne") continua a farlo cadere sempre negli stessi errori.



Paolo aveva spiegato nella sezione precedente che la legge rende l'uomo conscio del suo peccato ma non risolve il suo problema. Qualcuno avrebbe potuto obiettare che sarebbe bastato rispettare la legge, ma Paolo in questo brano  spiega che è proprio quello il problema, infatti la buona volontà non basta. Anche se intellettualmente l'uomo pio  riconosce che la legge di Dio è buona e vorrebbe davvero riuscire a soddisfarla, la sua carne, ovvero la natura peccaminosa ereditata da Adamo, glielo impedisce.



Nella sua descrizione l'apostolo Paolo evidenzia con una descrizione molto efficace la lotta interiore tra la parte razionale che sa cosa sia bene fare e la  natura adamitica che vuole la sua soddisfazione. Il peccato viene rappresentato quasi come una persona, "un altro me stesso" che mi trascina lì dove non voglio andare. L'esperienza  descritta da Paolo è un'esperienza in cui può riconoscersi  qualunque uomo che abbia tentato di soddisfare la giustizia di Dio basandosi sulle proprie capacità. Infatti è proprio vero che, per quanto ci si sforzi, prima o poi finiamo per assecondare le cattive inclinazioni della nostra natura, finendo per fare proprio ciò che non avremmo voluto fare.



Cosa c'è di peggio che riconoscere la malvagità di un'azione eppure non riuscire ad evitarla? L'uomo che non conosce la legge di Dio non si preoccupa del suo peccato, ma l'uomo che riconosce la bontà della legge di Dio si ritrova a lottare contro se stesso per non peccare e, ogni volta che cade,  la sua sensazione di aver fallito lo affligge sempre di più...

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Oggi in CristoBy Omar Stroppiana