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La ricerca della verità sulle stragi che hanno ucciso Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non è un percorso semplice. A 34 anni di distanza dai due delitti nuovi elementi sono emersi grazie al lavoro dell'avvocato Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino, che abbiamo incontrato in questa puntata speciale di Nero su Bianco. Repici ha rinvenuto preziosi documenti che hanno messo in evidenza il forte interesse di Borsellino rispetto alle dichiarazioni di Alberto Lo Cicero, il pentito della cosiddetta “pista nera” dietro alle stragi. Il primo riguarda il verbale di una riunione avvenuta il 15 giugno 1992 tra i vertici della procura nissena e di Palermo a cui presero parte Pietro Giammanco, procuratore capo, Vittorio Aliquò e Borsellino, procuratori aggiunti, Vittorio Teresi e Pietro Maria Vaccara, sostituti procuratori."E' un atto straordinario che dimostra come Borsellino fosse impegnato in indagini che riguardavano la morte di Falcone - ha detto Repici - Oggetto della riunione era proprio la strage di Capaci e la disposizione di intercettazioni telefoniche e ambientali a carico del collaboratore di giustizia Alberto Lo Cicero (oggi deceduto) e della sua ex compagna Maria Romeo, in cui si accennava proprio all’attentato di Capaci". La figura di Lo Cicero aveva assunto rilievo quando parlò, come confermato da una relazione di servizio firmata da Vittorio Teresi i primi di giugno, già da allora dei nomi di alcuni degli stragisti di Capaci e dell'amico deputato missino Guido Lo Porto, stretto conoscente del boss Mariano Tullio Troia. Borsellino seguiva le indagini con grande interesse. La prova è in un verbale del 7 dicembre 1992 che Repici ha rinvenuto tra gli atti dell'inchiesta mafia-appalti. Si tratta dell'interrogatorio dell'ex pm Vittorio Teresi, sentito dal collega Fausto Cardella, che indagava sulla strage di via D’Amelio.Con Repici abbiamo ricostruito i passaggi della vicenda Lo Cicero, che si aggiunge anche ad altre testimonianze sulla presenza dell’estremista di destra Stefano Delle Chiaie a Capaci, un mese prima della strage.
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10 maggio 1996, Catania: esattamente trent’anni fa la lunga corsa di Luigi Ilardo si arrestò, il nuovo ‘Buscetta’ venne ucciso prima che diventasse ufficialmente collaboratore di giustizia; promise che avrebbe fatto i nomi dei mandanti esterni delle stragi del 1992-1993, che avrebbe indicato quegli uomini di Stato legati a doppio filo a Cosa nostra e alla stagione delle bombe.Inoltre portò i Carabinieri del Ros al covo di Bernardo Provenzano a Montagna dei Cavalli più e più volte, risultato? Nulla, la cattura non avvenne. Era il 1995; Provenzano verrà arrestato l’11 aprile del 2006, undici anni dopo.Della sua storia ne è diretta testimone Luana Ilardo, figlia di Luigi, che ai microfoni di ANTIMAFIADuemila ha rievocato le tensioni, le paure e il dolore di quegli ultimi giorni.
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Il covo di via Ughetti 17, a Palermo: un luogo poco conosciuto in cui si nascondevano Gioacchino La Barbera (poi divenuto collaboratore di giustizia) e Antonino Gioé (morto ‘suicidato’ in carcere in circostanze misteriose nell'estate del 1993). I due furono arrestati, ma attorno a quel covo si concentra un alone di mistero per una serie di curiose coincidenze che attestano, in quello stesso periodo, delle registrazioni effettuate dagli agenti della Dia, la presenza di altri soggetti implicati nelle stragi di mafia e uomini dei Servizi Segreti. Lo stabile, come raccontato nel podcast di ANTIMAFIADuemila, Nero su Bianco, era stato costruito da Antonino Seidita, successivamente tratto in arresto per associazione mafiosa e poi condannato. L'ex boss di San Giuseppe Jato, Giovanni Brusca aveva raccontato che l’uomo era in contatto con i servizi di sicurezza. Brusca definiva Seidita come un "socio occulto del capomafia Salvatore Cancemi, era vicino o legato ai servizi segreti". Il verbale è del 5 marzo 1997.
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Nella nuova puntata di Nero su Bianco, il podcast di approfondimento di ANTIMAFIADuemila, il conduttore Luca Grossi ospita Emilio Miceli, presidente del Centro Studi Pio La Torre di Palermo, per un dialogo intenso e profondo dedicato alla figura di Pio La Torre, uno dei simboli più forti della lotta alla mafia e per la dignità della Sicilia.L’episodio ripercorre la vita e l’impegno di Pio La Torre, comunista “nel sangue”, grande sindacalista e referente del Partito Comunista in Sicilia. Miceli lo descrive come un dirigente politico-sindacale a tutto tondo, tipico degli anni ’50: un uomo che non si limitava alla denuncia, ma scendeva in campo direttamente a fianco dei contadini nella battaglia per la terra e contro il sistema di potere mafioso che, in accordo con i vecchi notabili, difendeva i privilegi di pochi. La Torre non si barrica dietro le istituzioni, ma si mette in prima linea, incarnando quella figura coraggiosa che molti oggi rimpiangono.
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Una rete criminale transregionale, capace di unire esponenti di Cosa nostra, ’Ndrangheta e Camorra romana attraverso un’organizzazione unitaria, ha preso forma nel tempo a Milano e nel suo hinterland. Nero su Bianco, il podcast di approfondimento di ANTIMAFIADuemila, racconta questa struttura che avrebbe consentito di allineare interessi condivisi, prestarsi reciproco sostegno e dirimere eventuali dispute interne, gestendo al contempo summit decisionali, strategie operative, estorsioni, intimidazioni, omicidi, infiltrazioni nelle gare d’appalto e il florido traffico di stupefacenti.L’indagine Hydra, condotta per più di due anni, costituisce secondo l’accusa un significativo passo avanti nelle tecniche investigative applicate alla criminalità organizzata di stampo mafioso attiva in Lombardia.
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Un protocollo illegale e pericoloso che permetteva la nascita di rapporti opachi tra mafiosi e uomini dei servizi nelle carceri.Questo è stato il protocollo Farfalla, descritto nero su bianco in un documento riservato di sei pagine siglato nel 2004 dai vertici dell’allora Sisde e del Dap. Formalmente prevedeva ricompense consistenti ad esponenti di spicco di Cosa nostra, ’Ndrangheta e Camorra detenuti al 41 bis in cambio di informazioni.Il tutto veniva fatto senza avvisare nessuno: gli 007 non facevano rapporti all’autorità giudiziaria e nemmeno veniva registrata il loro ingresso o uscita dal carcere. Le carte indicano che l’operazione rimase nota a una cerchia molto ristretta: il vertice del Servizio diretto da Mario Mori e il capo dell’ufficio ispettivo del Dap Salvatore Leopardi, stretto collaboratore del direttore Giovanni Tinebra. Ne rimase invece escluso Sebastiano Ardita, all’epoca responsabile dell’ufficio detenuti, che maturò i primi sospetti soltanto quando gli venne richiesto di organizzare alcuni trasferimenti di boss in regime di 41 bis. A seguito di un’interrogazione parlamentare, nel 2006 la Procura di Roma aprì un’indagine che portò alla luce il documento.Tra il 2006 e il 2007 si consumò uno scontro interno al Dap tra Leopardi e Ardita, quest’ultimo ignaro dell’intesa e contrario ad alcuni spostamenti di boss al carcere duro. Ardita, che ricoprì l’incarico di responsabile dell’ufficio detenuti dal 2002 al 2011 e in seguito divenne procuratore aggiunto a Messina, venne ascoltato l’11 dicembre 2014 nel processo sulla trattativa Stato-mafia.Nel 2014 la Procura inserì agli atti del dibattimento diversi documenti riservati che confermavano l’esistenza dell’accordo e riportavano l’elenco dei capi mafia che avrebbero dovuto collaborare con il Sisde dietro compenso. Secondo tali carte, otto esponenti di vertice delle organizzazioni criminali furono messi a disposizione dei servizi per condividere le informazioni in loro possesso.
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Un uomo di grande competenza e carisma, stimato anche dal giudice Paolo Borsellino, dal quale andava sempre “per qualsiasi notizia di cui aveva bisogno”.Così Fabio Lombardo ha descritto più volte il padre, il maresciallo dei carabinieri Antonino Lombardo, trovato senza vita alle 22.30 del 4 marzo 1995 all’interno della propria auto, una Fiat Tipo di servizio parcheggiata nell’atrio della caserma Bonsignore di Palermo con un colpo di pistola alla testa e accanto una lettera d’addio.La versione ufficiale parlò subito di gesto estremo, ma il sottufficiale non era un semplice operatore: si trattava di un investigatore di primo piano del Ros che aveva dato un contributo decisivo alla cattura del superboss Totò Riina e che, dopo le stragi, aveva gestito importanti collaboratori di giustizia, tra cui il pentito Salvatore Cancemi. Secondo i legali della famiglia, quanto confidato da Cancemi sui segreti legati alla strage di via d’Amelio potrebbe rappresentare il movente di un omicidio.
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Qual è il filo di Arianna che lega la morte dei due reporter e il traffico di rifiuti e di armi? Sono passati ormai 32 anni dall’omicidio della giornalista Ilaria Alpi e del suo operatore Miran Hrovatin avvenuto nella lontana capitale Somala il 20 marzo 1994. A Mogadiscio, il giorno dopo l'omicidio, i nostri servizi segreti scrivono un rapporto in cui si fa riferimento all'esecuzione: l'attentato sarebbe stato eseguito da un comando ben addestrato e, secondo quanto riferito, l'azione era stata pianificata in precedenza.Nero su Bianco, il podcast di approfondimento di ANTIMAFIADuemila, nei pochi minuti a disposizione, cerca di raccontare i fatti più importanti di questa tragica vicenda.
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La questione della separazione delle carriere tra magistrati requirenti (pubblici ministeri) e giudicanti sta per essere messa alla prova con il voto, ormai prossimo, del 22-23 marzo. A far luce su nodi critici e implicazioni pratiche della riforma è intervenuta Chiara Canepa, sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica di Torino dove si occupa di lavoro, diritti del malato e ambiente. La sua voce, raccolta in un’intervista di ANTIMAFIADuemila è stata al centro dell’ultima puntata di Nero su Bianco. Secondo Canepa, la separazione netta tra PM e giudici — spesso presentata come soluzione per garantire imparzialità — spezzerà l’unitarietà della funzione giurisdizionale, senza risolvere i reali problemi del sistema. La magistratura è un corpo unico, ha sottolineato, e la sua forza sta nella circolarità delle esperienze.
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Nel supercarcere di Opera, Totò Riina aveva trovato in Alberto Lorusso un interlocutore apparentemente fidato. Durante le ore d'aria trascorse insieme nel cortile sorvegliato dalla Dia con microspie nascoste, il capo dei capi di Cosa Nostra si era lasciato andare a dichiarazioni durissime, culminate in minacce esplicite contro il pm Nino Di Matteo, impegnato nel processo sulla trattativa Stato-Mafia. Un'analisi più attenta del profilo di Alberto Lorusso rivela una figura ben diversa: come raccontato in Nero su Bianco, il podcast di approfondimento di ANTIMAFIADuemila, le indagini nelle procure pugliesi non attribuiscono a lui un ruolo di vertice né un'affiliazione consolidata alla quarta mafia, limitandosi a legami marginali e parentela vaga con ambienti criminali locali. Prima del trasferimento a Opera, Lorusso aveva tentato senza successo di inserirsi nell'organizzazione e, in seguito, aveva offerto invano la propria collaborazione a carabinieri e magistrati. Per il personale penitenziario, era semplicemente una sorta di accompagnatore quotidiano. Chi ha esaminato le registrazioni descrive Lorusso come un uomo abile nel condurre la conversazione: pone domande mirate, insiste con gradualità e riesce a far breccia nelle difese di Riina, che per quasi due decenni al 41 bis non aveva mai concesso nulla di significativo nonostante la sorveglianza costante.
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