Che dire dunque? Noi siamo forse superiori? No affatto! Perché abbiamo già dimostrato che tutti, Giudei e Greci, sono sottoposti al peccato, com'è scritto: «Non c'è nessun giusto, neppure uno.
Non c'è nessuno che capisca, non c'è nessuno che cerchi Dio.
Tutti si sono sviati, tutti quanti si sono corrotti. Non c'è nessuno che pratichi la bontà, no, neppure uno».
«La loro gola è un sepolcro aperto; con le loro lingue hanno tramato frode».
«Sotto le loro labbra c'è un veleno di serpenti». «La loro bocca è piena di maledizione e di amarezza».
«I loro piedi sono veloci a spargere il sangue. Rovina e calamità sono sul loro cammino
e non conoscono la via della pace». «Non c'è timor di Dio davanti ai loro occhi».
Or noi sappiamo che tutto quel che la legge dice, lo dice a quelli che sono sotto la legge, affinché sia chiusa ogni bocca e tutto il mondo sia riconosciuto colpevole di fronte a Dio; perché mediante le opere della legge nessuno sarà giustificato davanti a lui; infatti la legge dà soltanto la conoscenza del peccato.
(Romani 3:9-20 - La Bibbia)
Indice della serie sulla Lettera ai Romani
Non c'è nessun giusto, neppure uno. Questa semplice frase riassume un concetto fondamentale da comprendere se vogliamo relazionarci con Dio nel modo corretto.
Il popolo di Israele era stato scelto da Dio per portare la sua luce nel mondo e aveva ricevuto la legge, la rivelazione di Dio che li avrebbe guidati in quel compito. Questo, come Paolo aveva illustrato, era un grande vantaggio perché essi si trovavano in una posizione privilegiata per conoscere il Signore. Eppure la storia aveva dimostrato che gran parte degli Israeliti nel passato si erano ribellati a quel Dio che li aveva liberati dall'Egitto e, allo stesso modo, in quel momento molti Ebrei stavano rifiutando di credere nel Messia Gesù che Dio aveva mandato loro. Dio sarebbe rimasto fedele alle sue promesse verso Israele ma questo non rendeva gli Ebrei superiori agli altri perché anche loro erano comunque mancanti di fronte alla giustizia di Dio.
In questo brano Paolo usa un linguaggio forense come se fosse in corso un processo contro l'uomo. L'accusa è chiara: tutti gli esseri umani, siano Giudei o stranieri, sono sottoposti al peccato e quindi tutti sono meritevoli del giudizio di Dio.
Nella parte centrale Paolo cita diversi passi, uno dopo l'altro, tratti dall'antico testamento, in particolare da alcuni Salmi (14, 5, 140, 36) e da Isaia 59. È come se Paolo stesse chiamando Dio stesso, attraverso la sua rivelazione scritta, al banco dei testimoni per confermare l'accusa. Se si va a guardare i contesti da cui sono tratte le citazioni si nota che alcuni passi si riferiscono all'umanità in generale mentre altri (es. Isaia 59) sono più specifici e riguardano il peccato di Israele. L'obiettivo non è quello di denunciare peccati specifici ma quello di tracciare piuttosto una condizione generale dell'essere umano:
* nessuno è giusto;
* nessuno capisce;
* nessuno cerca Dio;
* tutti sono sviati e corrotti;
* nessuno pratica la bontà;
* i rapporti umani sono caratterizzati da menzogna, frode, violenza, guerra.
Ma tutte queste cose possono essere riassunte nell'ultima citazione tratta dal salmo 36:1 "L'iniquità parla all'empio nell'intimo del suo cuore; non c'è timor di Dio davanti agl...