Incontro a Mar-a-Lago, Florida, lunedì 29 dicembre, tra il presidente Usa Trump e il premier israeliano Netanyahu. I due hanno discusso della cosiddetta “fase 2” del loro piano di occupazione di fatto della Striscia di Gaza.
Un piano di fatto mai partito, dato che da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco due mesi e mezzo fa, Israele ha continuato a violare sistematicamente la prima fase degli accordi. Dall’11 ottobre 2025 sono stati uccisi 414 palestinesi all’interno della Striscia, aumentando il bilancio complessivo delle vittime dall’inizio del genocidio a 71.266, la maggior parte dei quali donne e bambini, con 171.222 altri feriti. Numeri assolutamente parziali, che aumentano a ogni ritrovamento di cadaveri sotto le macerie di cui è ormai lastricata Gaza.
Tel Aviv, poi, cerca di ottenere il via libera del potente alleato per un nuovo attacco all’Iran. “Daremo poco tempo ad Hamas per disarmarsi, poi pagherà un prezzo”. Sono le parole pronunciate da Trump al termine dell’incontro. Il tycoon, poi, ha minacciato anche l’Iran: “se riprenderà il suo programma nucleare sfferrerò un nuovo attacco”, ha detto riferendosi al raid in cui i bombardieri statunitensi colpirono gli impianti nucleari iraniani lo scorso giugno. Teheran replica minacciando una “dura risposta a qualsiasi aggressione”.
Il commento di Marco Magnano, giornalista indipendente esperto di Medio oriente. Ascolta o scarica.
Intanto nella Striscia di Gaza, rasa al suolo da oltre due anni di genocidio per mano israeliana contro il popolo palestinese, le condizioni umanitarie infernali sono aggravate dal clima invernale e si continua a morire di freddo e di stenti. L’esercito di occupazione israeliano, inoltre, continua a violare il teorico cessate il fuoco. Anche stamattina bombardamenti su Rafah, Deir el Balah e sul campo profughi di al-Maghazi.
Proseguono le violenze dei coloni e dei militari occupanti anche in Cisgiordania. Stamattina un uomo palestinese è stato ferito dalle forze di occupazione, altri sei sono stati arrestati, durante un raid militare nel campo profughi di al-Amari, a sud di Ramallah. Un altro palestinese è stato ferito dagli spari dei soldati israeliani vicino al muro di separazione nella città di Al-Ram, a nord di Gerusalemme occupata. 15 palestinesi sono poi stati rapiti dagli occupanti nella città di Tuqu’, a sud-est di Betlemme, mentre a Silwan, a sud del complesso della moschea di Al-Aqsa, Gerusalemme, gli israeliani hanno demolito abitazioni di palestinesi.
Il tutto mentre ieri la Corte Suprema di Tel Aviv ha confermato la decisione del cosiddetto “tribunale centrale” di sfrattare le famiglie del quartiere di Batn al-Hawa, proprio a Silwan, per fare spazio ai progetti dell’organizzazione coloniale israeliana Ateret Cohanim. Infine, il parlamento israeliano (la Knesset) ha deciso di tagliare la corrente elettrica all’ufficio dell’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi (Unrwa) di Gerusalemme.