Ha le idee molto chiare Carlotta Scognamiglio, portavoce dell’Unione degli Studenti, in merito al disegno di legge targato Valditara sul consenso informato dei genitori sui progetti di educazione sessuo-affettiva nella scuola, da pochissimo divenuta legge dello Stato. “L’educazione sessuo-affettiva – afferma – non è un tema accessorio né un terreno di scontro ideologico: è uno strumento fondamentale di prevenzione della violenza di genere, delle discriminazioni e degli stereotipi. Impedire o ostacolare questi percorsi significa privare migliaia di studenti e studentesse di strumenti essenziali per comprendere sé stessi, le proprie relazioni e il rispetto dell’altra persona”.
Carlotta a Radio Onda d’Urto esprime tutta la sua preoccupazione per la carenza di consapevolezza non solo di molti studenti ma purtroppo anche di molti docenti che spesso sono carenti nello stigmatizzare prontamente quelle che solo superficialmente possono sembrare “solo” delle battute goliardiche. “Non è passato molto tempo – ricorda – dalle famigerate liste-stupri dei licei Giulio Cesare e Carducci di Roma (cui si è aggiunto il Liceo Farnesina con un caso agito di abuso N.D.R.) per cui i progetti di educazione sessuo-affettiva sono fondamentali in un periodo in cui la cultura patriarcale sembra riemergere con ancora più forza”. Si sono affrontati poi, più in generale, i temi della deterrenza VS prevenzione, della militarizzazione crescente nelle scuole, tutti i argomenti in un modo o nell’altro tra di loro legati.
“Non accettiamo – prosegue Carlotta – che il diritto all’educazione venga subordinato a logiche di controllo e diffidenza. Le scuole devono essere luoghi di crescita, confronto e libertà, non spazi in cui alcuni argomenti diventano tabù. Le studentesse e gli studenti hanno il diritto di ricevere un’educazione completa, scientifica e inclusiva”. “D’altra parte, i dati parlano chiaro: in Italia milioni di donne – si legge nel comunicato dell’UDS – hanno subito nel corso della propria vita forme di violenza fisica o sessuale. Solo nel 2025 sono state uccise 97 donne, 85 delle quali in ambito familiare o affettivo. Di fronte a questa realtà, la risposta delle istituzioni non può essere il silenzio. Non può essere la censura. Non può essere la limitazione degli spazi di confronto e formazione nelle scuole”. Mentre nelle scuole si ripetono sempre più numerosi gli interventi gli agenti di polizia in veste di formatori-educatori proprio sui temi della violenza di genere occorre ribadire ancora una volta che deterrenza non vuol dire prevenzione: un agente in divisa e con la pistola, uomo o donna che sia che parla ai/lle ragazzi/e di come riconoscere i primi segnali di una potenziale violenza e poi come difendersi da essa, non fa prevenzione ma soltanto “consulenza all’autodifesa” proponendo parallelamente un modello sanzionatorio basato, appunto, sulla deterrenza e quindi su l’eventuale denuncia, il processo penale nascondendo tutta la sofferenza della vittimizzazione di secondo livello in cui entri in gioco prepotentemente anche l’inevitabile circo mediatico, sempre a caccia di nuovi casi per inchiodare il “nemico interno”.
La cosa ancora più sconcertante è che mentre sempre più spesso Carabinieri e poliziotti vanno addirittura nelle scuole dell’infanzia a fare delle dimostrazioni con i cani antidroga nel quadro dei progetti sulla cosiddetta “legalità”, il provvedimento del nostro Ministro ultraconservatore dell’istruzione, prevede l’esclusione di qualsiasi attività dedicata all’educazione sessuo-affettiva proprio in queste scuole e alle primarie e impone, nelle scuole secondarie di primo e secondo grado, l’obbligo, appunto, di un consenso informato scritto da parte dei genitori per la partecipazione a progetti e attività su questi temi. Inoltre, le famiglie dovranno poter visionare preventivamente i materiali utilizzati e gli istituti saranno tenuti a predisporre attività alternative per gli studenti che non parteciperanno ai percorsi. Il consenso informato rispetto a questo tipo di interventi o, ancora peggio, sulle esercitazioni con le carabine in mano oppure con gli elmetti e gli scudi dei reparti antisommossa della Polizia, ecc.ecc. denunciati e stigmatizzati ormai da tre anni dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, invece, non si ritiene necessario richiederlo.
Stefano Bertoldi, sociologo, giornalista freelance collaboratore di Radio Onda d’Urto e di Pressenza. Ascolta o scarica