Migliaia di persone hanno partecipato a Belgrado, capitale della Serbia, ai funerali del criminale di guerra Ratko Mladic, condannato per le atrocità compiute durante la guerra in Bosnia negli anni ’90 e in particolare per il genocidio di Srebrenica del 1995. Bandiere serbe appese nelle vicinanze della chiesa di San Luca, con un enorme striscione all’ingresso: “Benvenuto, Generale, grazie a tua madre per aver dato alla luce un eroe, affinché la gloria della Serbia possa tornare”.
Non si è trattato ufficialmente di un “funerale di Stato”, una strategia attuata dal presidente Aleksandar Vučić per placare le critiche dell’Unione Europea. Nonostante questo, c’è stata un’ampia partecipazione di ministri e autorità, il ministro della cultura, le autorità della Repubblica Srpska (che mantengono un filo diretto con Belgrado), l’ambasciatore russo.
Nei giorni scorsi ai microfoni di Radio Onda d’Urto era intervenuto Giorgio Fruscione, ricercatore dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale Ispi, e aveva previsto che non si sarebbero svolti “funerali di Stato” ma che il governo avrebbe strumentalizzato la morte di Mladić per sopire i malumori interni alla Serbia.
In una nuova intervista realizzata dopo i funerali, Fruscione fa notare che “le celebrazioni non hanno omaggiato l’uomo ma hanno esaltato i suoi crimini di guerra e la pulizia etnica con una retorica nazionalista”. Da un lato, ufficialmente si nega la responsabilità collettiva del popolo serbo, come del resto la negano anche le sentenze; dall’altro “i nazionalisti rivendicano con orgoglio il genocidio”. Ad esempio, durante il derby di Belgrado, che si è svolto in concomitanza con il funerale, la curva della Stella Rossa ha esposto uno striscione con la frase pronunciata da Mladić al suo ingresso a Srebrenica: “Pravat Potochari”. Questa frase, spiega Fruscione, “vuol dire ‘dritti a Potochari’. Potochari era la base in cui si rifugiavano i civili e dove sono stati materialmente consumati i crimini. Evocare questa citazione non serve a celebrare una presunta “liberazione” o la difesa del popolo serbo, ma esalta direttamente l’atto in cui le persone sono state catturate e fucilate”.
D’altra parte invece Fruscione invita alla cautela sulla reale adesione dei giovani a questa retorica nazionalista: “è molto difficile esprimere liberamente il dissenso in Serbia. Non è facile prendere pubblicamente le distanze dalla figura di Mladić e alla glorificazione del genocidio”. Di conseguenza, il nazionalismo visibile tra i più giovani non rappresenta necessariamente il sentimento dell’intera generazione, ma è l’unico a cui è permesso manifestarsi pubblicamente senza timore di ritorsioni.
Ascolta l’intervista a Giorgio Fruscione, ricercatore dell’Ispi, ai microfoni di Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica