La contrapposizione tra FM e IP appare sempre più anacronistica in un mercato che ha già imboccato la strada della convergenza digitale. Il calo oggettivo e fisiologico delle compravendite (e conseguentemente dei valori) delle frequenze FM dimostra (semmai fosse necessario) che gli operatori non considerano più l’analogico l’asset strategico del futuro.
Semmai lo considerano importante per l’oggi, ma non indispensabile per il domani. Nell’automotive, il dibattito internazionale ruota attorno a DAB+, IP, hybrid radio, metadati e dashboard digitali, non alla difesa della modulazione di frequenza.
Inoltre, ogni anno circa 1,5 milioni di auto dotate solo di FM vengono sostituite da veicoli con DAB+ e connettività IP integrati.
Anche Bruxelles si occupa di prominence e visibilità della radio negli ecosistemi digitali, non di competizione tra piattaforme FM/IP.
Nelle abitazioni, infine, smart speaker, smartphone, smart TV, pc, tablet e DTT hanno sostituito il tradizionale ricevitore FM.
La radio contemporanea è già un ecosistema digitale multipiattaforma, nel quale il valore si sta spostando dalle frequenze ai brand, ai format e ai contenuti.
Eppure, a partire da Audiradio, nell’indifferenza di Agcom, si continua a ragionare come se essere titolari di diffusori FM fosse una precondizione per essere radio a tutti gli effetti.
Discutibile, anche se comprensibile per chi deve cercare di difendere rendite, orticelli e fette di una torta pubblicitaria erosa dagli OTT.
Meno tollerabile da parte di chi dovrebbe tutelare gli interessi del mercato intero.