Il Punto della Settimana

Per “vincere” così, meglio perdere


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Ci pare che i 14 punti di intesa, che sono stati sottoscritti dagli Iraniani e dai “trumpiani”, costituiscano una bizzarra (quanto assurda) dimostrazione di come una indiscutibile vittoria militare possa trasformarsi in una imbarazzante sconfitta e di come, invece, una sonora batosta sul campo di battaglia possa sorprendentemente prendere le forme di autentico successo sul piano politico e strategico. Non ci risulta, infatti, per niente facile capire cosa abbia mai indotto gli Stati Uniti a compromettere, in modo così autolesionistico, l’esito finale di un conflitto che, in realtà, avevano avuto in mano fin dalle primissime ore: quelle cioè, in cui tutta la leadership iraniana era stata, in un sol colpo, cancellata e spazzata via, unitamente alla sua marina, alla sua aviazione ed a una buona parte di quelle infrastrutture missilistiche (e, probabilmente, anche nucleari) che, alla repubblica islamica, erano costati decenni di sacrifici inauditi. Ammirevole, invece, la maestria scacchistica con la quale Teheran ha saputo rimodellare un’autentica catastrofe militare ed istituzionale, dandole abilmente i connotati di una trattativa diplomatica da condursi in condizioni di “pari dignità”. E’, infatti, pressoché innegabile che, chiudendo lo Stretto di Hormuz, l’Iran abbia costretto il mondo intero a riconoscergli una capacità di interdizione (o, se volete, di ricatto) che ha rivalutato enormemente il peso specifico di uno Stato che, fino a ieri, era certamente tra i più emarginati del Pianeta. Il Paese islamico si è, dunque, imposto, da un giorno all’altro, come il pericolosissimo ed imprescindibile “custode” di una via navigabile, attraverso la quale transita circa un quinto del petrolio mondiale. Così, se la sconfitta militare è stata praticamente totale, la solidità politica del regime è, al momento, tutt’altro che sul punto di crollare. Certo, la versione che la Casa Bianca ci dà di questa storia è di ben altra natura: e lo abbiamo sentito ripetere, fino allo sfinimento, per la durata di tutto il G7. Tuttavia, la verità è, invece, quella che gli Stati Uniti non si sono rivelati in grado di portare a termine le proprie azioni iniziali. Impossibile, ad esempio, negare che gli attacchi iraniani contro gli Stati del Golfo si siano, impunemente, verificati nonostante la presenza delle forze americane nella regione, dimostrando che la garanzia di sicurezza a stelle e strisce non era poi così efficace nel contrastarli. L’Iran ha, infatti, ripetutamente preso di mira tutte le sei monarchie del Golfo, senza farsi alcuno scrupolo nel coinvolgere infrastrutture energetiche, aeroporti civili e quartieri residenziali, persino durante il periodo in cui vigeva il cessate il fuoco. Valga a conferma della mancanza di affidabilità statunitense cui ci stiamo riferendo, anche il commento che lo stesso Donald Trump ha ritenuto di poter fare, definendo, lo scorso 3 giugno, “una cosa di poco conto” l’attacco missilistico che i pasdaran avevano appena sferrato sul principale aeroporto del Kuwait. Nessuna meraviglia, quindi, se gli stessi Stati del Golfo abbiano, a questo punto, tratto la conclusione che la protezione di Washington - su cui si fondavano le loro certezze – una volta messa seriamente alla prova, si sia purtroppo rivelata non pienamente all’altezza della situazione. E da questo genere di considerazioni, è, dunque, sorta anche la loro esigenza di diversificare le proprie fonti di assistenza bellica, che, non a caso, adesso hanno cominciato ad estendersi pure al Pakistan, alla Turchia, all’Egitto, se non addirittura alla Cina… Gli Stati del Golfo si stanno così preparando (e forse anche rassegnando) ad uno scenario in cui il controllo di Teheran sullo Stretto diventerà una sgraditissima regola permanente da accettare, piuttosto che una temporanea anomalia da correggere in tempi rapidi. Uno scenario in cui, rebus sic stantibus, Washington reciterà magari ancora una parte importante, ma che non sarà, comunque, più quella del protagonista assoluto. La guerra sembra, pertanto, avere prodotto l’esatto contrario rispetto a quelle che erano le aspettative americane prima del 28 febbraio: visto che il regime iraniano ne è uscito militarmente distrutto, ma politicamente addirittura potenziato, essendosi finalmente guadagnato quei galloni di potenza regionale universalmente riconosciuta, dopo 47 anni di fideistica attesa. Al contrario, gli Stati Uniti hanno, invece, ancora una volta confermato di poter vincere qualsiasi conflitto armato, ma di non sapere poi tradurre il successo militare in un qualche cosa di concretamente positivo per i propri interessi.
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Il Punto della SettimanaBy Giornale Radio