Il Punto della Settimana

Il Punto della Settimana

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Il Punto della Settimana episodes

  • In che mani siamo | Il Punto della Settimana
    Solo un uomo completamente privo di scrupoli avrebbe potuto compiere un tradimento come quello che Trump ha perpetrato nei confronti degli Ucraini. Per un qualche barile in più di gasolio russo – tra l’altro, sufficiente appena per un paio di giorni al fabbisogno americano – non ha, infatti, avuto esitazioni nell’abbandonare Kiev al suo destino, confermando, inoltre (se qualcuno avesse ancora nutrito qualche dubbio), quale possa essere stato il tenore dell’incontro di Anchorage e quali tipi di impegni e garanzie l’inquilino della Casa Bianca abbia assunto, in quell’occasione, nei confronti del suo degno compare del Cremlino. In tutta questa ignobile vicenda, riaffiora poi anche il solito atteggiamento di arroganza – decisamente inaccettabile - nel momento in cui verifichiamo (per l’ennesima volta) che a guidare le sorti del mondo c’è un individuo che ci crede tutti così fessi da pensare di poterci far bere la fandonia secondo cui la crisi energetica che il Pianeta sta attraversando sarebbe dovuta ai bombardamenti ucraini sulle raffinerie russe... e che, di conseguenza, il vero responsabile delle difficoltà che stiamo vivendo sia il solo Zelensky... Nessun accenno al fatto che, forse, se l’aspirante premio Nobel per la pace non fosse andato ad impelagarsi in un conflitto mediorientale - da cui, adesso, non sa più neanche lui come uscire - probabilmente, oggi, i prezzi dei carburanti sarebbero ancora quelli che i consumatori statunitensi pagavano all’inizio del febbraio scorso… E noi, per la verità, pur avendolo sempre considerato tragicomicamente inadeguato rispetto al ruolo che ricopre, non eravamo di certo stati tra quelli che, inizialmente, gli avevano fatto la morale quando decise di attaccare uno Stato che, come l’Iran, non merita affatto alcuna solidarietà internazionale. Però, qualcuno – almeno al Pentagono – avrebbe dovuto spiegare all’incauto presidente che le guerre si fanno per vincerle e non per perderle. Non è colpa dell’Europa e tanto meno di Zelensky se Trump ha sottovalutato il nemico e non si è reso conto del fatto che, per piegare la Repubblica islamica, sarebbe stato necessario quel coinvolgimento di uomini sul campo (i famosi “boots on the gruond”) che, comunque, l’opinione pubblica americana e, soprattutto, l’elettorato MAGA non avrebbero mai digerito. Il tutto, con buona pace di quegli sventurati giovani iraniani che si erano ribellati contro il regime, anche perché qualcuno, da Washington, li aveva irresponsabilmente illusi sul fatto che, da un momento all’altro, in loro aiuto, sarebbe arrivato John Wayne con i suoi soldati a cavallo di fordiana memoria... Invece, neanche l’ombra delle mitiche “giubbe blu”, ma tanto spazio, purtroppo, alle solite torture ed alle solite impiccagioni. Ma, al di là di tutte palle che l’apprendista stregone pretenderebbe di raccontarci, l’aspetto più vergognoso di quanto avvenuto la scorsa settimana, è stato quello di assegnare a Zelensky la parte del guerrafondaio che non vuole la pace e che, quindi, è ormai meglio “che si faccia da parte”. Ma questa sorta di “licenziamento in tronco” diretta al presidente ucraino è venuta, guarda caso, ad abbattersi, proprio su uno scenario europeo in cui buona parte dell’opinione pubblica sembra davvero pronta a vendere anche l’anima al diavolo pur di pagare il riscaldamento e il diesel qualche spicciolo in meno. D’altra parte, non è un caso se, in quasi tutti i Paesi della UE, stiano crescendo forze politiche che se ne infischiano beatamente dell’Ucraina e che, anzi, la vedrebbero volentieri sconfitta disarmata. Bene, con le sue più recenti sparate, Donald Trump ha fornito a questi campioni dell’anti europeismo un assist degno del Gianni Rivera dei tempi migliori... Visto che lo fa anche Trump, perché non comprare anche noi gas e petrolio da Putin? E’ vero, sarà anche malvagio e inaffidabile: bombarda senza pietà scuole, ospedali, case e supermercati, ma, in fin dei conti, se ci fa un prezzo buono, a noi cosa ce ne importa?
    4 min
  • Una lettera tradiva | Il Punto della Settimana
    L’invasione commerciale cinese sui mercati europei ha assunto, soprattutto negli ultimi tempi, dimensioni davvero preoccupanti: basti pensare che, per la fine del 2026, l’Unione Europea sopporterà, nei confronti di Pechino, uno sbilancio pari a 370 miliardi di euro. E non si tratta più - come spesso avveniva in passato - di produzioni prevalentemente di mediocre livello qualitativo, ma si parla ormai, invece, di beni di alto valore tecnologico e, per di più, a prezzi estremamente competitivi: spesso persino inferiori del 50% rispetto a quelli dei beni equivalenti prodotti nel Vecchio Continente. Di questo passo, l’Europa si avvia a divenire, più che altro, un enorme mercato (il più aperto e il più grande del mondo), ideale nell’offrire alla Cina opportunità sempre maggiori per scaricare tutte le sue sovra produzioni e per consentirle, in tal modo, di alimentare anche tutta una serie crescente di nostre dipendenze strategiche: soprattutto sulle tecnologie green (come i pannelli solari, le pale eoliche, le batterie o le auto elettriche), in merito alle quali l’Europa ha ormai smesso, quasi del tutto, di avere qualche voce in capitolo. Senza, tra l’altro, accennare almeno ad un minimo cenno di reazione. Solo la settimana scorsa, qualcosa ha finalmente cominciato a muoversi, con la lettera che il francese Macron ed il tedesco Merz hanno inviato alla Von der Leyen: una missiva nella quale, pur evitando di citare apertamente la Cina, hanno sostenuto che l’Europa debba, comunque, chiudere totalmente l’accesso a quei Paesi che – con sovvenzioni varie ed aiuti di stato - fanno concorrenza sleale, distruggendo il mercato europeo. Naturalmente, si spera che, avanzando questa richiesta, i due leader di Francia e Germania, siano ben consci di andarsi a giocare una partita tutt’altro che facile da vincere: intanto perché il governo di Pechino – come si è visto anche sulla questione dei dazi di Trump - non è mai un negoziatore particolarmente malleabile (ed è, anzi, sempre pronto alle ritorsioni commerciali) e poi perché, già oggi, molti dei beni che pure vengono ancora prodotti in Europa, difficilmente potrebbero fare completamente a meno della componentistica cinese, cui attingono ormai da alcuni anni. Occorre, dunque, individuare dettagliatamente quali siano le nostre attuali e più gravi dipendenze dall’economia cinese per cercare, se si è ancora in tempo, di recuperare almeno una parte del terreno perduto: il tutto però, andrà fatto nella consapevolezza che - specialmente per quanto concerne le protezioni doganali - in assenza di una posizione negoziale rigida e determinata (e, a dire il vero, anche piuttosto insolita per l’Unione Europea), in poco tempo dovremo dire addio a tante gloriose tradizioni industriali e manifatturiere. Dopo di che, una volta fatta piazza pulita delle nostre vecchie fabbriche, anche i prezzi dei Cinesi saliranno in alto, senza fare troppi complimenti...
    3 min
  • Vent’anni di inettitudine
    Dopo quasi vent’anni di carcere, il caso di Alberto Stasi compromette seriamente la credibilità della giustizia italiana, ponendoci tutti dinanzi ad un paio di inevitabili domande: chi potrà mai restituirgli tutto il tempo perduto? Chi potrà mai ricomporre un’esistenza così imperdonabilmente spezzata? Come è ormai universalmente risaputo, la Procura di Pavia, chiudendo l’inchiesta bis su Garlasco, ha reso noto un elemento che ha davvero dell’incredibile, rivelando che i carabinieri del Ris di Parma - agli ordini del generale Luciano Garofano - sapevano fin dal settembre 2007 (e cioè, prima ancora che Stasi venisse fermato) che, sui pedali della sua bicicletta, il DNA di Chiara Poggi non c’era. E così, il cinico “bocconiano dagli occhi di ghiaccio” è stato, frettolosamente, dato in pasto ad un linciaggio mediatico e forcaiolo che pretendeva una condanna immediata ed esemplare da scontare, fino all’ultimo giorno, nelle patrie galere. Il bilancio di questa sciagurata vicenda è, dunque, quello che vede un innocente che avrebbe potuto, ragionevolmente, essere scagionato subito, ma che, invece, per ottenere giustizia, ha dovuto attendere 19 anni: un lasso di tempo, durante il quale, non ha soltanto sacrificato, senza un motivo plausibile, la sua giovinezza, ma ha dovuto persino – beffa allucinante - versare i risarcimenti per un delitto mai commesso ed in merito al quale non esisteva nemmeno uno straccio di prova. A questo punto, considerato il comportamento del Ris, quello di Garlasco diventa un episodio che oltrepassa gli usuali confini della cronaca nera, per assumere, invece, le sembianze di un vero e proprio affare di Stato, che finisce per gettare un’ombra particolarmente oscura proprio su chi, almeno in teoria, avrebbe dovuto adoperarsi per far emergere la realtà dei fatti. In conclusione, viene seriamente da chiedersi se, in quell’ormai lontano fine estate del 2007, a morire non sia stata solamente Chiara Poggi, ma anche la credibilità giudiziaria italiana.
    3 min
  • Il no al DDL sull’antisemitismo e l’autonomia del PD | Il Punto della Settimana
    L’ormai quasi scontato voto contrario del Partito Democratico al disegno di legge sull’antisemitismo, evidenzia quanto si stiano facendo sempre più ristretti gli spazi per chi, nel Campo Largo, intenda non abbandonare la Sinistra riformista, senza tuttavia doversi, per forza, appiattire sulle posizioni di Conte o di Fratoianni… Ricordiamo che il DDL non recepisce contenuti attribuibili all’attuale Destra di governo, ma ricalca, invece, il testo della definizione di antisemitismo che, nel 2016, è stata formulata dall’International Holocaust Remembrance Alliance: una definizione riconosciuta da oltre 40 Paesi e che la stessa Elly Schelein approvò quando rappresentava il suo Partito al Parlamento Europeo. Il provvedimento ha già superato lo scoglio del Senato, lo scorso 4 marzo, quando ottenne il consenso di 105 votanti, 24 no e 21 astensioni. In quella occasione, M5S e Avs si schierarono contro, il PD optò, invece, per l’astensione, anche se sei dei suoi senatori votarono a favore, unitamente ad Azione e a Italia Viva. Ora però, Schlein ha annunciato che il prossimo 2 ottobre – in assenza di modifiche sul riferimento alla definizione da lei stessa votata a Strasburgo il 1 giugno del 2017 – il Pd, alla Camera, voterà no. Qui però, tanto per fare un minimo di chiarezza, occorre anche andare a capire se, realmente, ci si trovi in presenza di una norma che, se approvata, impedirebbe di fatto ogni contestazione alle politiche di Israele. A noi non pare, visto che il suo testo esclude che le critiche indirizzate ai governi di Gerusalemme possano essere considerate come espressioni di antisemitismo. Individua, invece, alcune manifestazioni nelle quali il dissenso ideologico oltrepassa il limite di una dialettica costruttiva su temi come l’attribuire agli ebrei responsabilità collettive per ogni azione dello Stato israeliano, l’utilizzare stereotipi antisemiti contro Israele, il negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione o, comunque, applicare nei confronti di Israele criteri che non vengono adottati per nessun altro Paese al mondo. Possiamo, quindi, ben comprendere l’amarezza e l’imbarazzo in cui sono venuti a trovarsi, in queste ore, gli esponenti di “Sinistra per Israele”, i quali hanno dichiarato di considerare un eventuale no del PD al DDL sull’antisemitismo come un “ferita difficilmente cancellabile”. Una “ferita” che riflette il disagio di chi si sente ancora socialista o progressista, ma, al tempo stesso, non vuole rinunciare ai valori dell’europeismo o dell’atlantismo, ritenendo che l’esistenza e la sicurezza di Israele – così come quella dell’Ucraina – non debbano assolutamente diventare patrimonio esclusivo delle forze politiche conservatrici, a prescindere da quelle che possano essere, in merito, le argomentazioni di Boldrini, Conte, Albanese e compagnia cantante... Tra l’altro la questione dell’antisemitismo è solamente la punta di un iceberg dietro il quale incombono non pochi altri “problemini” divisivi da discutere come l’Ucraina, la difesa europea e la politica estera in generale. Ci pensi bene, dunque, onorevole Schlein, prima di prendere una decisione così delicata. Non vorremmo che, prima o poi, primarie o non primarie, qualcuno - intenzionato farLa fuori - incominciasse a ricordare che, in fondo, anche Lei è ebrea e, per di più – almeno si dice - anche particolarmente agiata: una combinazione di qualità “negative” che, tra le Sue attuali frequentazioni politiche, non sembrano affatto deporre a favore di chi le incarna...
    4 min
  • A lezione dal professor Mattarella | Il Punto della Settimana
    Siamo ben consapevoli del fatto che “tutto scorre”, che i tempi cambiano e che, oggi, sarebbe, quindi, davvero difficile trovare ancora qualcuno disposto a sacrificare la propria vita sul Piave, immolandola sull’altare della Patria. E francamente - considerati i disastri che hanno poi generato - non ci dispiace per nulla se certe pulsioni “vitaliste” ed “interventiste” del primo Novecento abbiano in seguito, opportunamente, finito per esaurire la loro infausta influenza filosofica. Tuttavia, siamo rimasti decisamente perplessi nel leggere le parole pronunciate da Virginia Libero – che abbiamo appreso essere la segretaria dei giovani democratici - quando, alla Festa dell’Unità di Reggio Emilia, ha parlato apertamente di impegno per “organizzare i disertori”. Non sono le opinioni – almeno si spera – di Elena Schlein (o, forse, lo sono e lei non si azzarda ad esternarle del tutto), ma è, comunque, invece molto probabile che alberghino in non pochi settori della Sinistra, PD compreso. Non a caso, il tema della politica estera e quello della difesa costituiscono, per il Campo Largo, i nodi più difficili da sciogliere per arrivare alla definizione di un accordo di programma che possa essere offerto sul mercato elettorale con un minimo di credibilità. Vorremmo ricordare a Virginia Libero - e, più in generale, a tutti gli strenui difensori dell’immodificabile “Costituzione più bella del mondo” - che la stessa Carta, oltre all’ormai notissimo articolo 11, ne contiene anche un altro – e cioè, il 52 - che recita testualmente: “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”, stabilendo inoltre che il servizio militare è obbligatorio “nei limiti e modi stabiliti dalla legge”. Pertanto, se è vero che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di aggressione contro altri popoli e come mezzo per risolvere le controversie internazionali”, è altrettanto vero che è sempre la stessa Carta fondativa a distinguere, con chiarezza, tra la guerra offensiva – assolutamente da respingere - e la difesa della Patria, che viene, al contrario, considerata come un vero e proprio dovere costituzionale. Non sarebbe, dunque, male se certi “pacifinti” di casa nostra – prima di ritrovarsi, loro malgrado, oggettivamente sulla stessa sponda di Roberto Vannacci – anziché pensare ad “organizzare i disertori”, andassero, più umilmente, a prendere qualche lezioncina di diritto costituzionale dal professor Sergio Mattarella, il quale non perde mai occasione per ricordare a tutti come una politica estera seria ed autorevole dell’Italia non possa, in alcun modo, prescindere dall’adesione del nostro Paese all’Unione Europea ed all’Alleanza Atlantica.
    3 min
  • Europa dove vai? | Il Punto della Settimana
    La travolgente affermazione di Alternative für Deutschland nelle elezioni in Sassonia-Anhalt ha turbato profondamente la coscienza di gran parte della politica europea che, in molti casi, non ha esitato a denunciare il possibile ritorno di un passato dal quale la Germania sembrava aver preso drasticamente le distanze da ormai oltre ottant’anni. Tuttavia, pur non sottovalutando la serietà della situazione, ci pare abbastanza improbabile che a motivare l’elettorato (nella misura di oltre il 40%) a votare AFD, siano state soltanto alcune insane nostalgie per le croci uncinate, magari anche abbinate a sorprendenti amnesie per i bombardamenti anglo-americani sui tetti di Dresda, Amburgo o Berlino... Certo, nei programmi elettorali di Alice Weidel, ci sono aspetti decisamente ripugnanti per chiunque sia abituato a ragionare con mentalità democratica, ma se un partito che – almeno in teoria – dovrebbe raccogliere i suoi consensi prevalentemente in ambienti di piccola borghesia frustrata e incattivita, arriva, invece, ad essere votato anche dal 61% degli operai, allora significa che le ragioni del suo successo vanno cercate in ben altri fattori sociali ed economici. La Germania è oggi un Paese in cui le aree con una forte tradizione industriale hanno subito un grave ridimensionamento dell’occupazione manifatturiera e che, di conseguenza, vivono adesso in un delicatissimo stato di depressione: humus ideale per il proliferare di idee e movimenti che si fanno portatori di soluzioni tanto suggestive, quanto improbabili nella loro superficialità analitica. Ci viene in mente, a questo proposito, un detto che recita “chi è causa del suo male pianga se stesso”. E la causa del male, in questo caso, ci sembra proprio di poterla individuare nel Green Deal e nelle irresponsabili politiche ecologiste dell’Unione Europea. Stiamo, infatti, parlando di scelte che, negli ultimi anni, hanno dato luogo a crisi occupazionali e sociali senza precedenti. Basti pensare alla Volkswagen che annuncia il taglio di 100.000 posti di lavoro e la chiusura di quattro stabilimenti: un colpo al cuore dell’industria tedesca, sferrato – da Bruxelles con la colpevole complicità di Berlino - al solo scopo di inseguire la fantasia dell’auto elettrica (destinata, tra l’altro, ad essere sempre più cinese), abbandonando così ad un assurdo destino di estinzione proprio quella produzione di veicoli con motori endotermici di cui l’Europa deteneva un primato mondiale anche per quanto concerne la riduzione delle emissioni di CO2. Ma quante sono, in Europa, le situazioni simili a quelle dell’industria dell’auto tedesca? E come intende rimediare ai suoi sbagli Bruxelles? Continua, forse, a cullarsi nell’illusione che i guai svaniscano da soli? Oppure, incomincia finalmente a capire che, privo di industria, l’intero Vecchio Continente cesserà di esistere, perché senza crescita produttiva e innovazione tecnologica, si dovrà dire addio anche alla democrazia ed alla coesione sociale? Intanto, domenica prossima si vota di nuovo in altri due Lander: quelli di Berlino e di Maclemburgo – Pomerania. Staremo a vedere.
    4 min
  • Amicizie da evitare | Il Punto della Settimana
    Prima o poi, l’indagine della Procura sul caso Ranucci doveva, necessariamente, prendere una svolta: gli inquirenti si erano infatti, fin da subito, mossi con rara efficacia, arrestando gli attentatori ed individuando nel discusso ex giornalista (ed oggi ristoratore), Valter Lavitola, il presunto mandante. Un’operazione, indubbiamente, brillante, ma che era, tuttavia, parsa arenarsi proprio nel momento in cui erano affiorati i legami di collaborazione e di amicizia tra il faccendiere salernitano ed il notissimo giornalista televisivo. Altrimenti non ci sembrerebbe facile spiegare perché mai il sospetto mandante di un attentato abbia potuto girare liberamente, fino a ieri, per le strade di Roma, senza che a nessuno venisse in mente di chiamarlo a chiarire, una volta per tutte, la sua posizione rispetto all’azione dinamitarda avvenuta lo scorso 16 ottobre a Pomezia. E se, gli inquirenti, prima di procedere all’arresto di Lavitola, avessero avuto qualche attimo di esitazione e si fossero chiesti se non fosse il caso di archiviare l’inchiesta, riconoscendo di essere caduti in errore? Ovviamente non lo sapremo mai, ma ci pare abbastanza difficile negare il fatto che il coinvolgimento di Lavitola in questa oscura vicenda, stia creando serie difficoltà ai difensori ad oltranza di Ranucci, i quali cercano oggi di spiegarci come tutto il disegno criminoso sarebbe stato concepito autonomamente dal discusso “faccendiere” ed all’insaputa più completa del suo popolarissimo amico. Intendiamoci bene, l’ipotesi che l’attentato fosse il prodotto di un accordo inconfessabile tra Ranucci e Lavitola andrebbe, eventualmente, dimostrata con prove concrete , evitando cioè di adottare le superficiali modalità inquisitorie tipiche di certe trasmissioni televisive. E le prove acquisite – almeno fino ad oggi – ci dicono soltanto che Ranucci è persona offesa. Tuttavia, la stessa Procura lo descrive come un individuo “completamente manipolato” da Lavitola: e, se la cosa corrispondesse seriamente al vero, allora tutta questa storia porrebbe, senza ombra di dubbio, un problema non da poco sia sulla credibilità, che sull’indipendenza del giornalismo d’inchiesta.
    3 min
  • Da Gaza a Sofia | Il Punto della Settimana
    Abbiamo tutti letto di quanto è avvenuto a Sofia, lunedì scorso, quando un gruppo di neo nazisti ha cercato di forzare l’ingresso di un albergo che accoglieva alcuni adolescenti ebrei italiani, arrivati da Roma e da Milano. Con le braccia tese nel saluto di infausta memoria, urlavano “sieg heil”, senza alcun ritegno e non lo facevano nel cuore dell’Europa del 1939, ma in quella del 2026. La polizia ha dovuto intervenire due volte, perché i nipotini di Himmler non ne volevano proprio sapere di tornarsene a casa loro: anzi, hanno, ostinatamente, continuato a minacciare questi sventurati ragazzi, fino a che non sono stati definitivamente respinti. Questa volta, l’ennesimo episodio di antisemitismo non si è manifestato attraverso slogan urlati in un corteo o in qualche scritta sul muro di una sinagoga, ma si è concretizzato in una vera e proprio aggressione stile Anni 30 contro dei minori, colpevoli soltanto di essere ebrei. Purtroppo, si è trattato di un autentico salto di qualità – ovviamente in senso negativo – dal momento che, in questa circostanza, la soglia che separa l’intimidazione dalla violenza più becera e ignorante è stata ampiamente superata. Per fortuna, la politica italiana ha condannato questo vergognoso episodio con insolita compattezza, visto che, da destra a sinistra e dal Governo alle opposizioni, la voce di biasimo è stata univoca. Ma proprio da questa inusuale convergenza di atteggiamenti bisognerebbe trarre lo spunto per riflettere anche su un’ulteriore questione non altrettanto unificante. Infatti, a partire dal 7 ottobre 2023, il dibattito pubblico – e non solo in Italia - si è focalizzato quasi esclusivamente sull’antisemitismo di matrice filo palestinese: in sostanza, quello dei ristoranti chiusi ai turisti israeliani, quello dei boicottaggi economici e culturali o quello delle aule universitarie negate ai docenti che osino - anche solamente in minima parte - deflettere dalla prevalente vulgata che, su certi temi, è ormai praticamente divenuto obbligatorio accettare. L’odio anti ebraico è, infatti, un virus refrattario ad ogni tipo di vaccinazione: un virus drammaticamente insidioso, proprio perché riesce, come un camaleonte, a mutare aspetto e travestimento a seconda delle opportunità che gli vengono incautamente offerte. A Sofia non c’era Gaza e nemmeno il Libano: c’era, invece, tutta la simbologia delle SS. Ed a questo proposito, non sarebbe male se ognuno di noi si sforzasse di capire, una volta per tutte, che l’antisemitismo - sia esso di destra o di sinistra, religioso o politico - cambia ben poco per chi lo subisce. L’Europa intera ha un problema ancestrale con gli Ebrei: un problema che ha radici profonde e risale a tempi in cui la questione mediorientale era ancora lontana secoli e secoli a venire. I ragazzi aggrediti a Sofia non scontavano alcun crimine di guerra israeliano, ma – molto più semplicemente - pagavano la colpa di essere nati ebrei: ossia, di averlo fatto in un mondo che, a prescindere da quelle che possano essere le loro qualità morali o intellettuali, non è ancora (e, forse, non sarà mai) disposto a riconoscerne, serenamente, il diritto ad un’esistenza normale.
    4 min
  • Il Grillo sparlante | Il Punto della Settimana
    La settimana che ci siamo appena lasciati alle spalle ha segnato il ritorno sulla scena politica di Beppe Grillo, il quale, attraverso il suo blog, ha espresso un giudizio molto severo sull’attuale stato di salute di quel Movimento 5 Stelle dal quale, il 9 dicembre del 2024, era stato estromesso al termine di una votazione online degli iscritti che, con una percentuale dell’80% dei consensi, avevano approvato la cancellazione della figura del “garante” e la modifica dello statuto voluta da Giuseppe Conte. C’è da immaginare che il brillante attore genovese non l’avesse presa affatto bene, tanto è vero che è tuttora in corso una battaglia legale con lo stesso Conte per ottenere l’esclusiva del marchio Movimento 5 Stelle. Ora l’Elevato ricomincia a dire la sua e prende di mira, complessivamente, tutto quanto è avvenuto all’interno della propria creatura politica dopo il democratico, ma impietoso allontanamento che lo ha coinvolto. E lo fa denunciando, senza giri di parole, il tradimento compiuto dall’ex premier, il quale avrebbe portato una formazione politica, nata per contestare il sistema, a divenirne, invece, parte integrante. Puntuale è arrivata la replica di Conte, che ha ironizzato sul fatto che le critiche alla sua leadership arrivassero proprio da uno che era arrivato a definire “grillino” persino Mario Draghi... Ci chiediamo quale sia la ragione che abbia indotto Grillo ad uscire da un silenzio durato talmente a lungo da far pensare che avesse ormai deciso di rinunciare per sempre all’impegno politico per limitarsi, invece, al solo rivendicare, puntigliosamente, la titolarità del marchio da lui ideato in coppia con Gianroberto Casaleggio. Possibile che il rientro in campo del fu “padre padrone” del Movimento sia stato motivato solamente da un malcelato rancore nei confronti di chi gli avrebbe subdolamente sottratto il giocattolo di mano? Probabilmente dietro a certe scelte ci sono anche ambizioni e disegni di altra natura: e allora, il nostro pensiero si sposta, immediatamente, sulla figura di Alessandro Di Battista, che, col suo movimento “Schierarsi”, un pensierino alle prossime elezioni politiche lo sta facendo seriamente e che - magari anche con la benedizione del “Garante Fondatore”- potrebbe porsi se non proprio come una sorta di “Vannacci di sinistra”, almeno come un pericoloso guastatore nelle linee del Campo Largo: specialmente tra i nostalgici di Grillo ed i delusi di Conte. In altre parole, Di Battista potrebbe raccogliere parecchi voti tra gli elettori 5 Stelle (attuali o passati), rimasti mai del tutto persuasi dinanzi alla prospettiva di andare a confluire nel centro sinistra. E questo tipo di considerazione aiuta, forse, anche a capire perché Conte abbia cercato di ottenere, fin da subito, la guida della coalizione: nella consapevolezza che un’eventuale presenza, nei giochi, di Grillo e di “Schierarsi” gli complicherebbe maledettamente le cose. “Schierarsi”, quindi, ma con chi? Per ora il “Dibba” evita di pronunciarsi apertamente, ma la nostra impressione è quella che giocherà una partita solitaria contro tutti, proprio come faceva il suo mentore di Sant’Ilario. Una partita che potrebbe davvero trasformarsi in una doccia gelata sui sogni di chi – sia a destra, che a sinistra – al momento sta già facendo i suoi calcoli sul come raggiungere quella soglia del 42 per cento che - se fissata dall’eventuale nuova legge elettorale – consentirebbe di ottenere l’ambitissimo premio di maggioranza.
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  • Più in basso di così... | Il Punto della Settimana
    Negli ultimi giorni, ci è pure toccato di dover assistere alla penosa messa in scena, allestita da Matteo Renzi e da Roberto Vannacci, in merito alle loro rispettive capacità di resistenza fisica: sia in quanto a maratone, che a nuotate in mare aperto. Forse, se dovessimo scommettere - naturalmente non più di un centesimo - punteremmo maggiormente sul “vitalismo” dannunziano dell’ex generale della Folgore, piuttosto che sull’incerta prontezza atletica del furbo senatore di Scandicci, al quale, tuttavia, qualche partitella tra politici e cantanti va, comunque, pur sempre riconosciuta... Ma non è certamente su una allegra disputa balneare che intendiamo oggi richiamare la vostra attenzione, quanto, invece, su questa nuova forma di contrapposizione dialettica – che gli addetti ai lavori definiscono “social dissing” – e che mira, essenzialmente, ad incrementare l’audience digitale e mediatica di entrambe le parti. Spiace davvero constatare come la via della derisione dell’avversario – per quanto deprimente - giovi mediaticamente sia all’uno, che all’altro: tanto è vero che la provocazione da parte di Renzi nei confronti di Vannacci ha già fruttato - sull’account Instagram dell’ex premier - ben 2.9 milioni di visualizzazioni e circa 94 mila like, mentre le due risposte pubblicate sui suoi social dal generale hanno, addirittura, superato il picco dei 4 milioni di visualizzazioni e dei 175 mila commenti. Va detto che, in Italia – almeno per ora - questo è, in assoluto, uno dei primi episodi di social dissing tra leader politici di livello nazionale: e non a caso, la novità ha pure finito per turbare la suscettibilità di quanti ancora si ostinano a pensare che, in fin dei conti, un sia pur minimo di dignità culturale la politica dovrebbe, comunque, cercare di conservarlo... Tuttavia, se guardiamo un pochino anche al di fuori di casa nostra, sarà praticamente impossibile ignorare il modo in cui l’esigenza di dare, ad ogni costo, risonanza ai messaggi rivolti al grande pubblico stia rivoluzionando, radicalmente, tutta la comunicazione: compresa quella politica. Pertanto, la polemica dissing è, essenzialmente, diretta verso un’utenza che, oltre ad essere in continua espansione, è purtroppo anche ormai del tutto impreparata a comprendere i messaggi espressi con il linguaggio della politica tradizionale. Di conseguenza, possiamo pure cominciare ad abituarci all’idea di dover dimenticare la complessità dei ragionamenti - fondati su dati, riflessioni e considerazioni ideologiche – per sostituirli, invece, con i sarcasmi e gli sberleffi agostani di Renzi e Vannacci. E così, mentre bruciano Ucraina e Medio Oriente, chissà se, sotto l’ombrellone, ci capiterà persino di dover ammirare anche le foto dei due giullari toscani che, alla faccia dei problemi reali del Paese, si tuffano e si sfidano, goliardicamente, tra le acque di Forte dei Marmi o tra quelle dell’Argentario.
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Leggi e ascolta “Il Punto della Settimana" di Ferruccio Bovio ogni domenica mattina in esclusiva sul sito, in podcast e sui profili social di Giornale Radio, la radio libera di informare.…