Il Punto della Settimana

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Il Punto della Settimana episodes

  • Vieni, c’è una casa nel bosco | Il Punto della Settimana
    Nel seguire la vicenda della famiglia nel bosco – con tutte le discussioni che ha alimentato – ci siamo chiesti a chi, in definitiva, appartengano veramente quelli che noi siamo soliti considerare come i “nostri” figli. Certamente non allo Stato, ma nemmeno a noi. I bambini sono, infatti, esseri umani assolutamente liberi e nei confronti dei quali i genitori non possono vantare alcun diritto di “proprietà”, potendo, invece, accollarsi soltanto dei doveri di “responsabilità”, inerenti alle decisioni che si presume siano le più adeguate da prendere nel loro interesse. Tuttavia, se la famiglia manca a questo riguardo, qualcuno dovrà pure occuparsene e, allora, sembra quasi inevitabile che ad intervenire siano le istituzioni pubbliche. Anche se, a ben vedere, stabilire esattamente in che cosa poi davvero consista il meglio per un bambino, è un problema che lascia sempre aperto un certo margine di incertezza interpretativa. Quante volte, infatti, abbiamo sentito dire che quello del genitore è “il mestiere più difficile del mondo”, perché, in genere, per troppo amore, si finisce spesso e volentieri per sbagliare...Certamente, tanto per fare un esempio, quel padre e quella madre che hanno deciso di non mandare i propri figli a scuola non avranno agito nella consapevolezza che, una volta divenuti adulti e non disponendo di alcun titolo di studio legalmente riconosciuto, questi verranno a trovarsi, dall’oggi al domani, a dover fare i conti con una società che non potrà loro riservare altro che disoccupazione e gravi difficoltà di inserimento...No, quei genitori avranno senz’altro creduto di poter proficuamente investire, per i propri pargoletti, in un futuro nel quale ad un colloquio di lavoro sarà sufficiente raccontare di non essere diplomati o laureati, ma di avere, comunque, studiato lo stesso, in qualche modo, per conto proprio...E qui, pur non volendo affatto esprimere giudizi di merito su una questione così delicata, ci viene però spontaneo richiamare in causa quel concetto di “responsabilità”, cui abbiamo prima accennato. Quella responsabilità che non dovrebbe mai farci scordare il fatto che ogni scelta che noi compiamo liberamente – in mala o buona fede che sia – produce sempre delle conseguenze sugli altri. E, soprattutto quando si tratta dei figli, responsabilità significa essenzialmente comprendere che la nostra autonomia decisionale finisce proprio là dove a cominciare è il loro avvenire. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • L’incauto “scossone” | Il Punto della Settimana
    L’impressione che ci è rimasta - riflettendo sulla “querelle” sorta, in questa settimana, sulle parole che il consigliere della Presidenza della Repubblica per la Difesa, Francesco Garofani, si è lasciato incautamente sfuggire in merito ad un auspicato “scossone” in grado di far sloggiare Giorgia Meloni da Palazzo Chigi - è quella che il vero “bersaglio” del ragionamento di Garofani non fosse tanto la Premier, quanto la Segretaria del Partito democratico. Ed in effetti, a ben vedere, al di là delle intenzioni del quotidiano che le ha diffuse, si tratta di affermazioni che non paiono tanto orientate ad esecrare la presenza della Meloni al Governo, quanto, invece, a lamentare l’inadeguatezza di un’opposizione che - a meno, appunto, di uno “scossone” inviato dalla provvidenza - non sembra assolutamente in grado di rappresentare un’alternativa politica credibile (e, quindi, potenzialmente vincente) rispetto all’attuale maggioranza che guida il Paese. Pertanto, questo “scossone” della controversia riteniamo vada inteso – negli auspici di chi lo ha evocato - come un qualche cosa che dovrebbe cadere dal cielo proprio sul Campo Largo e possibilmente – considerato il passato politico, da ex democristiano, dello stesso Garofani - a favore dei Centristi che oggi militano, contando davvero pochino, nel PD. Intendiamoci, non è affatto normale che un consigliere di Mattarella faccia determinate esternazioni in un ristorante, facendo, di conseguenza, sorgere legittimamente dei dubbi circa il suo modo di essere “super partes”, ma è anche vero che stiamo pur sempre parlando di un personaggio che, avendo anche ricoperto cariche parlamentari nel PD, non lo si scopre certamente oggi...Impensabile, infatti, che, come per magia, una volta arrivato a frequentare le stanze del Quirinale, abbia improvvisamente subito una mutazione genetica tale da renderlo, del tutto, politicamente rigenerato. Ecco perché, nella sostanza (ma non nei modi irrituali), pensiamo che non ci sia poi da meravigliarsi troppo per quanto Garofani abbia detto in un momento trascorso con vecchi amici e parlando più che altro di calcio tra una portata e l’altra. Piuttosto, ci sarebbe stato da stupirsi se, da quella tavolata, fossero arrivati giudizi lusinghieri su Giorgia Meloni e sul suo Esecutivo... Invece, il dato politico più rilevante che ne è emerso è quello che, al Quirinale, c’è qualcuno che, evidentemente, non considera la candidatura della Schlein come una valida opzione da contrapporre a quella della Meloni.
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  • Contro natura | Il Punto della Settimana
    Se la morte di un figlio, già di per sé, rappresenta l’esempio più inequivocabile di ciò che possiamo considerare come un evento “contra naturam”, quando è poi addirittura un genitore a causarla intenzionalmente, allora ogni tipo di riflessione - morale o intellettuale – non può che lasciare spazio al più profondo e puro sgomento. Quello che avviene in questi casi è, infatti, il più drammatico ribaltamento di tutti i più basilari istinti amorosi e protettivi che si possa concepire. Giovedì scorso, abbiamo avuto notizia , contestualmente, di una madre che, a Trieste, ha ucciso con una coltellata alla gola il proprio bambino di nove anni e di un’altra che, a Bergamo, è stata giudicata penalmente irresponsabile (per incapacità di intendere e volere) in merito alla soppressioni di due figli: una quando aveva quattro mesi e l’altro quando ne aveva, invece, due. Per quanto incredibili ed assolutamente inaccettabili, i dati ufficiali ci rivelano che, in Italia, dal 2000 al 2023, sono stati 535 i genitori che hanno personalmente posto fine all’esistenza dei loro figli, con una prevalenza (nella misura del 60%) della componente materna. In genere, a commento di questi fatti, psichiatri, assistenti sociali e magistrati ci spiegano che tutto è stato reso possibile da stati di “profonda depressione” o da sensi di inadeguatezza di fronte ai compiti previsti da ogni percorso genitoriale. Sarà senz’altro così. Anzi, è senz’altro così. Tuttavia, noi ci chiediamo, profondamente angosciati, per quale ragione tutte queste argomentazioni vengano, solitamente, chiamate in causa quando oramai è troppo tardi per impedire il verificarsi di una tragedia. Possibile che il destino di un bambino o di una bambina - lasciati in balìa di soggetti spesso manifestamente inadeguati rispetto sia ai doveri, che alle gioie genitoriali - debba davvero significare così poco per la società in cui tutti viviamo? Possibile che la maggior parte di noi trovi sufficientemente rassicurante pensare che, per quanto si tratti certamente di accadimenti tristissimi, sono pur sempre cose che a noi non capiteranno mai? Possibile che le pareti delle nostre case siano talmente ovattate da risultare del tutto insonorizzate di fronte a certe grida di disperazione?
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  • L’esperimento di Mamdani | Il Punto della Settimana
    Il successo ottenuto dai democratici nella tornata elettorale del 4 novembre scorso, è un qualche cosa che, indubbiamente, è andato al di là delle più rosee aspettative che potessero nutrire i militanti di un Partito che, dopo la sconfitta di Kamala Harris alle ultime presidenziali, sembrava davvero brancolare nel buio. Invece, gli ampi margini di scarto ottenuti dai suoi candidati nei confronti dei loro avversari repubblicani – su tutti, il neo sindaco di New York, Zohran Mamdani, che ha preceduto di circa 200mila preferenze l’ex governatore Andrew Cuomo – stanno a rivelare che il suo encefalogramma era ancora ben lontano dall’essere divenuto completamente piatto. In particolare, le analisi post voto hanno registrato una recuperata capacità, da parte democratica, di raccogliere consensi anche presso alcune componenti sociali – come l’afroamericana e l’ ispanica – che, esattamente lo scorso anno, si erano, invece, espresse in favore di Donald Trump e del Grand Old Party. Forse, il deludente risultato ottenuto dai repubblicani, trae origine, in buona misura, dalla volontà di una fetta consistente dell’elettorato americano, di reagire dinanzi a certi aspetti arroganti e confusi della politica trumpiana. E forse, tra quelli che si sono recati alle urne, non sono stati in pochi a farlo pur di andare contro alla presidenza più istrionica e divisiva di cui si abbia memoria. Certo è che il Partito democratico non si è limitato soltanto a riprendersi dalla batosta del 2024, ma ha pure finito per stravincere il confronto con un Partito repubblicano che si è – come già si ipotizzava – confermato un po’ troppo dipendente dalla presenza o meno del suo leader sulle schede elettorali. Cosa che, soprattutto in vista delle prossime consultazioni di medio termine del 2026, farà squillare un campanello di allarme particolarmente sonoro nelle orecchie dei sostenitori dell’ideologia MAGA. Mattatore assoluto della giornata elettorale è risultato, senza dubbio, il giovane Mamdani che, pur partendo dalla scomoda posizione di perfetto sconosciuto, ha, comunque, saputo conquistare i favori di oltre il 50% dei votanti, grazie ad una campagna condotta prevalentemente sui social e ad un programma politico insolitamente “socialista” per la società statunitense. Il suo primo discorso, da sindaco della Grande Mela, ha assunto immediatamente toni di sfida nei confronti del Tycoon che, non a caso, è stato invitato ad “alzare il volume”, per meglio ascoltare la rivendicazione delle sue origini, della sua religione e delle sue posizioni politiche, intese come basi sulle quali costruire un meccanismo di assalto al sistema di potere trumpiano. Propositi, quindi, molto ambiziosi e determinati che, probabilmente, battezzano la nascita di un nuovo personaggio nella politica a stelle e strisce, anche se - almeno a nostro avviso - è ancora abbastanza prematuro consideralo come un vero e proprio punto di riferimento imprescindibile ed alternativo per una strategia politica nazionale. Mamdani rappresenta, infatti, un nuovo populismo di sinistra, in qualche modo, quasi speculare rispetto al populismo di destra che ha riportato Trump alla Casa Bianca. A ciò va aggiunto che, nello stesso martedì elettorale, i democratici, oltre al brillante risultato di New York, ne hanno anche ottenuti diversi altri, assai significativi: su tutti, i governatorati della Virginia e del New Jersey, andati a due donne moderate, Abigal Spanberger e Kikie Sherrill – entrambe con un passato nella CIA o nell’esercito – le quali hanno lasciato da parte i pregiudizi woke ed i sofismi del politically correct, per puntare molto più concretamente su temi che investono la vita quotidiana degli Americani come la sanità o il costo della vita. Al momento, all’interno del Partito Democratico, si fronteggiano, quindi, due anime che si auto candidano per recitare la parte di anti-Trump. E certamente - fermo restando che a Mamdani, non essendo nato negli USA, una eventuale corsa alla Casa Bianca sarà sempre impedita per legge - possiamo lo stesso immaginare che sulla scelta delle future candidature democratiche – siano esse per il mid term o per la Presidenza nazionale – inciderà moltissimo anche l’esito del suo esperimento newyorkese. Esperimento che però, oggi, appare ancora del tutto immerso nell’imponderabile: animato com’è da entusiasmi egualitari, non sempre così facili da tradurre in fatti concreti. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • Malumori sotto il Ponte | Il Punto della Settimana
    Vogliamo evitare – anche se, in verità, un minimo di tentazione ci sarebbe – di considerare l’intervento della Corte dei Conti sul Ponte di Messina come una sorta di bomba ad orologeria, il cui timer era stato posizionato proprio sulla data in cui il Senato avrebbe dato il via libera definitivo alla Riforma Nordio. Si sarà, senz’altro, trattato di una banalissima coincidenza, anche se resta il fatto che, comunque, i magistrati contabili hanno stoppato una grande opera per la quale era ormai tutto pronto, ignorando, tra le altre, anche le aspettative di migliaia di lavoratori che il cuore su questo travagliato Ponte lo avevano già messo sul serio, facendo affidamento, per se stessi e per le loro famiglie, su stipendi garantiti per diversi anni. Nel bocciare la delibera Cipess del 6 agosto che avrebbe segnato l’avvio operativo per il Ponte sullo Stretto, la Corte dei Conti ha, pertanto, deciso di fermare un progetto strategico già approvato da Parlamento, Governo e organi tecnici, pur nella consapevolezza – almeno si spera – di bloccare non soltanto la realizzazione di una straordinaria sfida ingegneristica, ma anche un’importante opportunità di sviluppo per l’intero Mezzogiorno. Aveva davvero il potere di farlo? In Italia si, a differenza di quanto accade nel resto d’Europa, dove – si vedano gli esempi di Francia, Germania e degli altri principali Paesi continentali – alle magistrature contabili vengono assegnate esclusivamente funzioni di revisione ed eventuali responsabilità ex post. Solo da noi la Corte può intervenire ex ante, inibendo così l’attuazione di decisioni politiche già deliberate e solo in Italia può, quindi, esercitare un controllo preventivo che non ha eguali nelle altre Nazioni europee. Del resto, di questa nostrana anomalia funzionale ne erano certamente già consapevoli i membri della Commissione Bilaterale per le Riforme Costituzionali presieduta da quel “bieco reazionario” di Massimo d’Alema, che, alla fine degli Anni 90, avevano addirittura concepito la soppressione della Corte dei Conti, distribuendo le sue funzioni giurisdizionali al Consiglio di Stato e quelle consultive all’Avvocatura dello Stato. E si trattava di una chiara presa di coscienza circa l’incompatibilità sussistente tra controllo preventivo e responsabilità politica. Poi, ovviamente, come di tante altre riforme italiane, non se ne fece più niente. In conclusione, ci pare che la Corte dei Conti vada profondamente riveduta, secondo criteri conformi alle esigenze del nostro tempo. Con ciò non intendiamo certo dire che i controlli non debbano rimanere puntigliosi e severi: tuttavia, bisogna assolutamente fare in modo che non possano più aprioristicamente frustare l’azione governativa. In altre parole, il controllo di legalità è una cosa, mentre l’interferenza sulla volontà politica è un’altra. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
    3 min
  • Le ragioni di Sinner e quelle di Vespa | Il Punto della Settimana
    In queste ultime ore, quello che, per la maggior parte dei media italiani, era diventato un modello assoluto ed inarrivabile di classe sportiva e di fair play - da esibire orgogliosamente al mondo intero quale massima gloria nazionale - è ritornato ad essere, improvvisamente, quell’ingrato “crucco” che, lo scorso anno, aveva già deciso di disertare i Giochi Olimpici di Parigi. E si, perché il fino a ieri tanto idolatrato, Jannik Sinner, ha pensato bene di ricordarci di non essere - contrariamente a quanto abbiamo sempre preteso da lui - un autentico semi dio, ma di appartenere, invece, molto più banalmente (e facciamocene una ragione) anch’egli alla specie umana. Niente finale di Davis, quindi, per la condanna corale pronunciata da una sbrigativa campagna di denigrazione giornalistica che, insolitamente, è riuscita nella non facile impresa di accomunare testate di tutti gli schieramenti politici. Si è chiesto, per primo, l’eterno Bruno Vespa perché mai un italiano dovrebbe tifare per Sinner. Per uno che è tedesco di lingua madre, che risiede a Montecarlo e che decide di non giocare per la nazionale in Coppa Davis solamente perché vuole prendersi una settimana di vacanza in più. Forse, la domanda Vespa la dovrebbe rivolgere ai milioni di Italiani che sono rimasti attaccati al televisore per oltre cinque ore, quando il fuoriclasse di San Candido era unanimemente percepito come l’eroe azzurro che, alla fine, trionfava là dove nessuno dei nostri tennisti era mai riuscito ad arrivare. Alla faccia - in quelle esaltanti giornate di Wimbledon o di Roland Garros - della sua germanica chioma fulva che ha finito per far piacere le carote anche a chi non le aveva mai mangiate o del suo modo di porsi garbato e distaccato che, certamente, ha ben poco di campano o di romagnolo. Meno male che tutti quelli che si intendono di tennis – compresi i mitici campioni della Davis del 76 Panatta, Bertolucci e Barazzutti – hanno evitato di buttare la croce addosso a Sinner, riconoscendo un certo fondamento alla scelta di rinunciare ad un trofeo divenuto ormai molto meno prestigioso che in passato, per rifiatare in attesa degli impegni che contano maggiormente. Del resto, anche Federer, per la storica Insalatiera, ha giocato, con la nazionale elvetica, una sola volta in tutta la sua carriera, privilegiando sempre i tornei individuali. Così come anche hanno, a loro volta, fatto pure Nadal e Djokovic. Il grande tennis oggi non è più quello di Pietrangeli o di Panatta, ma è un altro e l’Italia, in questo momento, sembra stranamente essere l’unico luogo al mondo a non essersene ancora accorto. Quello di Jannik Sinner non è, dunque, un tradimento della Patria, anche perché la Davis non è l’equivalente tennistico di un mondiale di calcio. Il tennis è uno sport individuale che, tra l’altro, negli ultimi anni, ha esasperato questa sua caratteristica, alimentando una distanza quasi abissale tra l’interesse che un qualsiasi giocatore professionista nutre per un ricco torneo dello Slam e quello che può, invece, provare verso un’Insalatiera d’altri tempi. Pertanto, in vista delle APT Finals che si giocheranno a Torino a novembre e degli Open di Australia in programma a gennaio, è più che comprensibile la scelta di Jannik e del suo team di saltare la Davis. Davis di cui, comunque, l’Italia ha vinto le due ultime edizioni anche grazie al contributo determinante fornito proprio dal nostro “ingrato crucco”. Saremmo, infine, anche curiosi di leggere le reazioni e i commenti di certi nazionalisti dell’ultima ora se, venendo incontro alle loro attuali pretese, Sinner ritornasse sui suoi passi, giocasse per la nazionale compromettendo la sua preparazione e poi, magari, disputasse una stagione deludente nel 2026. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
    4 min
  • Intanto Hamas continua a sparare | Il Punto della Settimana
    Sembra che il fragile “cessate il fuoco” che Donald Trump - con la sua solita faciloneria auto celebrativa - ha presentato “urbi et orbi” come fosse un autentico e consolidato piano di pace, stia, purtroppo, cominciando a rivelare i suoi limiti. Se, infatti, mettiamo da parte gli unici effetti immediati e davvero importanti dell’Accordo di Sharm el Sheikh – ossia il rilascio degli ostaggi vivi da parte di Hamas e la riapertura (almeno parziale) di Israele ai valichi che consentono l’ingresso a Gaza dei generi di prima necessità - per il resto, la situazione pare tutt’altro che rassicurante. Non soltanto Hamas resta ferma nella sua - del resto mai negata - intenzione di non rinunciare affatto ad una porzione della sua dotazione militare, ma ha pure continuato a farne ampiamente uso, lanciando una spietata caccia ai membri di altre organizzazioni gazawite rivali. Con tanto di esecuzioni pubbliche e sommarie, delle quali tutti noi abbiamo potuto comodamente prendere visione, attraverso foto e video che si direbbero realizzati apposta per ricordarci che, nella Striscia, a comandare sul serio è ancora chi, a partire dal 2007, non ha fatto altro che colpire a morte chiunque si azzardasse a contestarne il potere assoluto. Tra l’altro, il tutto avviene se non con il placet, almeno nel cinico e superficiale disinteresse dell’ottimo Trump, il quale, parlando con la stampa, ha liquidato le immagini di quelle esecuzioni, accennando ad “un paio di bande che erano particolarmente pericolose” e la cui eliminazione non gli ha, quindi, “dato molto fastidio”...Anzi, come è noto, il suo Piano di pace prevede pure che ad Hamas venga assegnato un controllo, sia pur temporaneo (ma staremo a vedere quanto) su alcune parti di Gaza, conferendo, di fatto, al gruppo terroristico una sorta di via libera ad operare come “forza di polizia” nella Striscia. Almeno fino a che non prenderà corpo quell’amministrazione transitoria, che dovrebbe essere costituita da un comitato palestinese tecnocratico e apolitico, responsabile della “gestione quotidiana dei servizi pubblici e dei municipi per il popolo”. Si fida, quindi, la Casa Bianca, fino al punto di individuare in un’organizzazione di barbari dal grilletto facile, un valido strumento di controllo territoriale. Poi chissà - in fondo siamo pur sempre in Terra Santa - un giorno o l’altro avverrà pure un miracolo e, magari, Hamas accetterà persino di disarmare spontaneamente... In un contesto di questo tipo, risulta alquanto assordante il silenzio generale delle Sinistre europee, dei centri sociali, dei gruppi pro-Pal (e magari anche dei maranza), in merito alle violenze esercitate da Hamas nei confronti di altri palestinesi. Strano che proprio coloro che dichiarano di avere così a cuore la causa del popolo palestinese non spendano neanche una parola per condannare il clima di terrore che, pure in queste ore, continua imperterrito ad imperversare su Gaza...Quasi esistessero vittime gazawite di categorie diverse: alcune da commemorare ed altre meno, a seconda di chi è il boia... E per la verità, almeno fino ad oggi, anche la Destra nostrana, adeguandosi al prevalere di un opportunistico senso di sudditanza trumpiana, ha preferito sorvolare sulla gravità di certi accadimenti, negando, a sua volta, a quelle sventurate genti, un sia pur minimo cenno di solidarietà umana. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • La prima fase | Il Punto della Settimana
    Si apre, dunque, la prima fase dell’accordo siglato a Sharm El Sheik tra Israele e Hamas dopo due divisivi ed interminabili anni di guerra. La firma arriva, in larga misura, grazie alla mediazione di Qatar e Turchia (che di Hamas sono sempre stati, notoriamente, sostenitori), oltre a quella decisiva dell’Amministrazione americana (soprattutto, nella persona di Jared Kushner, il brillante affarista, genero di Donald Trump). Tornano così finalmente a casa gli ostaggi – vivi o morti che siano - ancora imprigionati a Gaza, per la più che comprensibile felicità delle loro famiglie, rimaste per troppo tempo in uno stato di ansia crudele e logorante. Tornano – dovrebbero essere 48 – in cambio del rilascio di circa duemila attivisti palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, dei quali 250 sono ergastolani che scontano condanne per attentati terroristici. Un rapporto che potrà forse apparire piuttosto squilibrato, ma che, in realtà, rientra perfettamente nella tradizione che, fin dal 2011, aveva visto Hamas liberare il soldato israeliano Gilad Shalit (prigioniero da 5 anni) in cambio di 477 detenuti palestinesi. Gli obiettivi di questa guerra, per Tel Aviv, erano due: e cioè, l’eliminazione da Gaza del gruppo terrorista ed il ritorno degli ostaggi. Solo il secondo è stato – o almeno si spera – raggiunto, mentre il primo è, come del resto era prevedibile, fallito. La presenza di Hamas resta, infatti, se non militarmente, almeno politicamente tutt’altro che estirpata ed appare, quindi, ingenuo ipotizzare che, da parte sua, ci sia – come le chiederebbe il piano Trump - un’effettiva disponibilità al disarmo totale ed alla rinuncia ad esercitare un ruolo politico nella Palestina che verrà. D’altra parte, Israele – salvo, ovviamente, agire in modo tale da dare sul serio ragione a quanti lo accusano di genocidio – si era venuto a trovare in una situazione senza vie d’uscita: 24 mesi di uccisioni e di distruzioni nella Striscia non erano, infatti, bastati per vincere la guerra e la contrarietà stessa (più volte emersa) di buona parte dell’esercito e dei servizi segreti al proseguimento delle azioni militari, non poteva continuare ad essere ignorata “sine die” dal governo Netanyahu... L’idea di occupare Gaza – tanto cara agli elementi meno presentabili della politica israeliana - esigeva, infatti, un costo troppo alto sia in termini di vite umane, che in termini di isolamento internazionale. L’impressionante sostegno mediatico nei confronti della causa palestinese che, col passare del tempo, è pericolosamente divenuto un vero e proprio “placet” per Hamas, stava (e sta) infatti portando il mondo intero ad identificare Israele in uno Stato criminale. Può davvero un Paese democratico come Israele rinunciare ad avere scambi commerciali, diplomatici o culturali come fosse una Corea del Nord qualsiasi? Certo che no...e probabilmente un segnale inequivocabile, in questo senso, a Netanyahu è arrivato lo scorso settembre, quando l’attacco missilistico lanciato sul vertice di Doha è fallito proprio per il boicottaggio messo in atto dal Mossad. Tra l’altro, questo ennesimo e maldestro passo falso di Bibi ha pure sortito l’effetto – altro segnale che le cose in Medio Oriente erano in evoluzione – di indurre Trump a fornire al Qatar la garanzia di un intervento militare in suo favore in caso di nuove aggressioni. Un privilegio, finora, mai concesso ad alcun stato arabo ed al quale hanno fatto seguito le pubbliche (e certamente non spontanee) scuse di Netanyahu con l’emiro di Doha. Il Qatar e la Turchia sono stati – almeno sino a ieri e unitamente all’Iran – i santi protettori di Hamas e, in definitiva, forse continuano ancora ad esserlo, visto che, tutto sommato, i fondamentalisti di Gaza, hanno pur sempre ottenuto il tutt’altro che scontato impegno dello Stato ebraico a non riprendere la guerra. Israele esce, quindi, da questa “prima fase”, incassando il ritorno degli ostaggi e riportando molti successi tattici - ma non definitivi - quali possono essere considerati il ridimensionamento militare di Hamas, di Hezbollah o dell’Iran. Ma la strada per una sorta di palingenesi mediorientale resta ancora, indubbiamente, molto lunga ed accidentata. A Trump, nei confronti del quale non abbiamo mai nascosto la nostra disistima, va, comunque, dato atto di essere stato l’unico attore in grado di prospettare un concreto barlume di speranza per la fine di un conflitto che magari non sarà “millenario” come lo definisce lui (a proposito, qualcuno glielo spiega, una volta per tutte, che Israele è nato soltanto nel 1948?), ma che, comunque, di atrocità e di fanatismi ne ha già vissuti fin troppi.
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  • Due pesi e due misure | Il Punto della Settimana
    Mentre la Flottiglia andava incontro al suo tragico destino, tra la solidarietà violenta e settaria di tante nostrane anime pie, dall’Italia – nel disinteresse generale - partiva, alla volta dell’Ucraina, un’altra spedizione umanitaria composta da 110 nostri connazionali, più che mai determinati a mettere davvero a repentaglio la propria pelle, pur di portare soccorsi a quella “martoriata” (tanto per usare un aggettivo caro a Bergoglio, ogni volta che parlava di Ucraina) gente di Kharkiv che, in quanto a stragi e distruzioni, se ne intende un pochino anche lei... L’iniziativa è stata presa dal MEAN, Movimento Europeo di Azione Nonviolenta: un gruppo nato subito dopo lo sciagurato 24 febbraio e costituito da pericolose organizzazioni eversive di estrema destra come l’Azione Cattolica, Reti della Carità o Base Italia, fondata – quest’ultima - dall’ex segretario della FIM Cisl, Marco Bentivogli... E, tra l’altro, stiamo parlando della 13esima missione che il MEAN compie nel Paese di Zelensky. Dite la verità, quanti di voi ne avevano mai sentito parlare? Certamente ben pochi, visto che si tratta di attività che vengono sistematicamente ( e volutamente) ignorate da parte di tutti quei media che pure, per giorni e giorni, non hanno fattoo altro che esprimere apprensione ed ammirazione per le eroiche e quasi salgariane avventure della Flotilla... La missione a Kharkiv si svolge in una zona di guerra che risulta essere tra le più esposte all’offensiva russa: i missili e i droni fanno male anche lì, esattamente come fanno male a Gaza. Eppure, nessuno – ma proprio nessuno – si è degnato di augurarle almeno uno straccio di fortuna e tanto meno di assegnarle se non proprio l’appoggio della fregata Alpino, perlomeno quello di una scorta di reduci della Grande Guerra...Se poi qualcosa, in Ucraina, non dovesse andare propriamente per il verso giusto e qualcuno dei volontari italiani dovesse concretamente avere dei problemi di dialogo con gli aerei di Putin, allora state pur certi che né a Landini, né ai geniali strateghi del Campo Largo verrà mai in mente di indire scioperi generali o di scendere in piazza per, come si suol oggi dire, “bloccare tutto”. Anzi, pare quasi di vederli e di sentirli i giornalisti, i politici e gli ospiti dei talk show nostrani mentre “tirano le orecchie” agli attivisti del MEAN e li accusano di irresponsabilità politica, di “avventurismo” e, quindi, di essersela, in definitiva, anche andata a cercare... ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • “Giuristi per Gaza” | Il Punto della Settimama
    Abbiamo appreso, proprio in queste ore, che, da qualche giorno, circola nei Tribunali italiani un “appello dei giuristi per Gaza ” - promosso da due magistrati di Bologna – che, sul sito di “Giustiziainsieme”, ha già superato le 1300 adesioni. Scopo dell’iniziativa è quello di convincere il maggior numero di giudici possibile a far precedere l’inizio delle loro udienze da una sorta di preambolo che, ricalcando lo Statuto della Corte Penale Internazionale, dovrebbe ricordare agli amministratori della giustizia, ai cancellieri, agli avvocati ed alle parti in causa che “è dovere di ciascuno Stato esercitare la propria giurisdizione penale nei confronti dei responsabili di crimini internazionali”. Questo – sia chiaro – anche nei casi in cui l’oggetto del processo sia distante anni luce dalle questioni mediorientali. E non stiamo parlando di un colpo di genio isolato, perchè anche il consiglio nazionale di Magistratura Democratica ha incaricato i propri rappresentanti nell’Associazione Nazionale Magistrati di promuovere azioni di condanna sulla politica israeliana, suggerendo la lettura di comunicati analoghi a quello di cui si è detto sopra ed abbinandola all’affissione, presso ogni ufficio giudiziario, di manifesti che esprimano il “profondo sgomento per la sistematica violazione dei diritti attuato dallo Stato di Israele”. E per chi volesse meglio conoscere l’argomento, è in programma a Milano, a metà settimana, un convegno – organizzato sempre da Magistratura Democratica e da Area Democratica - su “Gaza l’umiliazione del diritto”: convegno che, tra l’altro, sarà pure culturalmente arricchito dal prezioso contributo ”super partes” graziosamente offerto dall’immancabile Francesca Albanese. Sia chiaro, qui nessuno intende assolutamente mettere in discussione la libertà di esprimere e manifestare – magari anche in modo settario – le proprie opinioni: tuttavia, poiché fin da quando eravamo ancora con il grembiule nero ed il fiocco azzurro, hanno cominciato a parlarci di “imparzialità della magistratura”, è abbastanza normale che, oggi, ci venga da chiederci dove diavolo questa sia finita... Provate a mettervi, anche solo per un attimo, nei panni di un imputato (ma anche di una parte lesa) di religione ebraica o di cittadinanza israeliana che spera di ottenere giustizia in tribunale, ma che, prima che il procedimento abbia inizio, debba sorbirsi un pistolotto a senso unico sulle malefatte di Netanyahu... Non avreste, forse, anche voi la sgradevolissima sensazione di essere finiti in una trappola insidiosa e con improbabili vie di uscita? Evitiamo, infine, di domandarci per quale recondita ragione, i diritti umani vengano sistematicamente chiamati in causa soprattutto quando si tratta di Israele e mai quando a violarli è, invece, una delle innumerevoli tirannie che pullulano su questo Pianeta. Tanto la risposta la sappiamo già: ed è la stessa da almeno duemila anni.
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