Il Punto della Settimana

Il Punto della Settimana

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Il Punto della Settimana episodes

  • Referendum dopo 7 giorni | Il Punto della Settimana
    Ad ormai una settimana dai referendum che, come forse era prevedibile, non hanno neppure sfiorato il raggiungimento del quorum, ci sembra di poter tranquillamente affermare che, se qualcuno li aveva organizzati sperando di potersi poi spendere i “si” o i “no” come se fossero voti raccolti dal proprio partito (o, comunque, dall’alleanza elettorale alla quale ritiene di appartenere), ha dato prova di non avere le idee abbastanza chiare. E’ vero che i referendum si indicono per contarsi, tuttavia il confronto, di regola, dovrebbe avvenire su un determinato tema e non per rivendicare un ipotetico consenso politico da parte di chi, diligentemente, si è recato ai seggi anche in presenza di una bella domenica di inizio estate. Pertanto, chi si era illuso di strumentalizzare questa consultazione referendaria ha finito, in realtà, per prendere un’autentica facciata, dal momento che, soprattutto su questioni complesse come erano quelle proposte da Landini, per provare a capirci qualcosa, i cittadini avrebbero dovuto sorbirsi almeno un arido testo universitario di Diritto del Lavoro... e così l’astensione si è saldata con i voti della destra... Pertanto, se questa doveva essere la campagna elettorale di Landini per la guida del centrosinistra, bisognerà che il pur simpatico sindacalista emiliano cominci a ridimensionare le proprie ambizioni... Il mondo del lavoro discute oggi di intelligenza artificiale, di come aumentare produttività o stipendi e non di come ripristinare uno “status quo ante”, rispetto ad una norma come il Jobs Act che, tra l’altro, da quando ha iniziato a funzionare, ha prodotto circa un milione e mezzo di occupati in più. In merito, invece, al quesito referendario sulla cittadinanza, non si è, probabilmente, fatto abbastanza per spiegare alla gente che non le si chiedeva di concederla indiscriminatamente anche agli immigrati irregolari, ma che, invece, l’opportunità era destinata a chi ha già un lavoro, una residenza stabile e paga anche le tasse allo Stato italiano. Si è, quindi, votato in un clima di confusione, nel quale, sullo sfondo, il tema della sicurezza ha giocato, senz’altro, un ruolo fondamentale nella distribuzione dei voti che, non a caso, hanno registrato una percentuale sorprendentemente alta di orientamenti contrari. A questo punto, il flop del quesito cittadinanza rischia, malauguratamente, di allontanare nel tempo la soluzione di un problema che pure meriterebbe di essere adeguatamente disciplinato: il fatto è che, d’ora innanzi, per chi la pensa come Salvini, diventerà molto più facile stoppare sul nascere ogni iniziativa parlamentare ad hoc, argomentando che tanto, su certe questioni, gli Italiani si sono già espressi… In conclusione, ci pare che l’istituto referendario, se lo si intende salvare, vada assolutamente riformato, aumentando considerevolmente il numero delle firme necessarie da raccogliere per ottenere l’omologazione: a meno che non ci si voglia rassegnare ad essere chiamati a votare – magari anche ripetutamente nell’arco di uno stesso anno – ogni volta che un qualsiasi capriccio vada ad impossessarsi della mente o delle aspirazioni del politicante di turno. In passato, gli Italiani hanno già risposto alle chiamate referendarie, accorrendo in percentuali che toccavano o superavano addirittura il 90%: ma erano domande chiare, secche, precise, inequivocabili e, soprattutto, alla portata di ogni livello culturale: vuoi la monarchia o la repubblica? Vuoi il divorzio o non lo vuoi? E il nucleare, ti fa davvero tutta questa paura? ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
    4 min
  • U “scannacristiani” | Il Punto della Settimana
    Dopo 25 anni di carcere e quattro di sorveglianza, l’uomo che azionò il telecomando della strage di Capaci - in cui persero la vita Giovanni Falcone, sua moglie e gli agenti della scorta - torna, dunque, ad essere un libero cittadino. Paradossalmente, Giovanni Brusca, uno dei capi più sanguinari che Cosa Nostra abbia mai conosciuto – autore personalmente, per sua stessa ammissione, di almeno cento omicidi – riacquista la pienezza dei suoi diritti proprio in virtù di quella normativa sui collaboratori di giustizia – la cosiddetta Legge Falcone – così fortemente voluta dal magistrato che, per ironia della sorte, ha lui stesso ucciso. Il nome del capo mandamento di san Giuseppe Jato acquista una grande, quanto terrificante notorietà – anche presso i non addetti ai lavori - soprattutto quando, nel 1996, viene accusato di avere ordinato il rapimento e l’uccisione del dodicenne Giuseppe Di Matteo, sciogliendolo nell’acido, dopo una prigionia durata 779 giorni. Il tutto per lanciare un segnale intimidatorio a chiunque fosse stato tentato dall’idea di ripercorrere la strada del’affiliato mafioso - padre dello sventurato bambino - divenuto collaboratore di giustizia. Maria Falcone, sorella del magistrato assassinato dal boss soprannominato, per la sua ferocia, “scannacristiani”, ha accolto con “dolore e profonda amarezza” questa notizia, ma, al tempo stesso, “come donna delle istituzioni”, ha pure riconosciuto che il percorso di collaborazione con la giustizia seguito dallo stesso Brusca “ha avuto un impatto significativo sulla lotta contro Cosa Nostra”. E’ stato lui, infatti, a fornire agli investigatori informazioni decisive per ricostruire la struttura di potere dei corleonesi di Totò Riina e per fare luce sulla inconfessabile ragnatela di rapporti che intercorrevano tra mafia e mondo politico. Adesso, tra i più che comprensibili malumori e frustrazioni che turbano, in queste ore, l’animo di tanti parenti e amici delle vittime di Brusca, l’ex braccio destro di Leonluca Bagarella potrà pure fruire di alcune misure a garanzia della sua incolumità personale, inclusa la scorta ed un programma di protezione estremamente riservato per se stesso e per i suoi stretti congiunti. Il giudice Giuseppe Ayala - amico di Falcone e Borsellino, nonché profondo conoscitore del fenomeno mafioso - si è detto convinto che la maggior parte dei pentiti non siano affatto animati da un effettivo rimorso per i delitti compiuti, ma cerchino, in realtà, di raggiungere un’intesa con lo Stato al solo fine di ottenere in cambio degli sconti di pena. Tuttavia, è lo stesso Ayala a sottolineare che se oggi è stato sensibilmente ridimensionato quello strapotere che, trent’anni fa, la mafia esercitava sentendosi quasi inattaccabile, la cosa è dovuta, in larga misura, proprio alle rivelazioni di Giovanni Brusca. Esistono – come è noto - ragioni di Stato per le quali, in certi casi, diventa lecito ricorrere a qualsiasi mezzo pur di conseguire uno scopo che sia di rilevanza vitale per la comunità nazionale. Tuttavia, noi saremmo curiosi di sapere quanti siano gli Italiani a non pensare che Giovanni Brusca avrebbe meritato di passare tutto il resto della sua vita in carcere. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
    3 min
  • Grazie, Michela Brambilla | Il Punto della Settimana
    È stata, dunque, finalmente approvata in Senato la cosiddetta “Legge Brambilla” - dal nome della parlamentare presidente della Lega Italiana Difesa Animali e Ambiente - che stabilisce un concreto inasprimento delle pene per chiunque compia reati contro gli animali: siano essi maltrattamenti, uccisioni, sevizie, abbandoni, combattimenti o traffico di cucciolate. A favore della nuova normativa si sono espressi Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, mentre gli altri partiti si sono astenuti oppure hanno votato contro. Peccato, perché ci sarebbe piaciuto che, almeno in presenza di un tema che in un Paese normale non dovrebbe per nulla risultare divisivo, si sia persa, invece, una validissima occasione per superare certe forme di puerile settarismo. Non entriamo nei dettagli per quanto concerne l’entità delle pene previste, ma ci limitiamo a segnalare che, per i casi più gravi, potranno arrivare fino ad una condanna a quattro anni di reclusione e ad una multa di 6omila euro. L’elemento giuridicamente più qualificante della Riforma Brambilla risiede nel fatto che, per la prima volta nell’ordinamento penale italiano, l’animale viene ufficialmente riconosciuto come soggetto titolare del diritto di protezione diretta. Fino ad oggi, infatti, tutti i reati del codice penale riguardanti gli animali avevano sempre avuto, come finalità specifica, quella di tutelare il sentimento umano nei confronti degli animali. In altre parole, si riteneva che meritevole di tutela fosse, essenzialmente, il turbamento causato alla sensibilità umana da un atto particolarmente efferato nei confronti di un animale. Ora è chiaro che cambia, invece, decisamente la prospettiva. Inoltre, la tutela non viene estesa non solo a cani, gatti o altri animali domestici che, di solito, rientrano nella categoria del “possesso di affetto”, ma viene riferita, in maniera molto più ampia, agli animali in generale . E qui ci dobbiamo aspettare che nascano non poche questioni di natura interpretativa, dal momento che il legislatore parla, appunto, indistintamente di animali e la cosa, volendo fare un po’ di sofismo, potrebbe indurre qualcuno a comprendere anche alcuni esseri animati pericolosi o, comunque, molesti. Diventa, pertanto, crudeltà anche l’uso di un insetticida per eliminare le zanzare in una notte insonne di luglio? Per ora, stando almeno al nuovo testo di legge, sappiamo che la rilevanza penale di una determinata condotta è esclusa soltanto quando si è in presenza di un’esigenza umana meritevole di tutela, come l’igiene, la salute o il pericolo per l'incolumità. Tutti concetti, questi, molto elastici (e, di conseguenza, potenzialmente molto vaghi), che speriamo non conducano a vanificare tutti gli sforzi della Brambilla: ed a questo proposito, ci viene, ad esempio, in mente il caso della Corte Costituzionale spagnola, la quale – in merito alla corrida - ha sancito il prevalere delle “tradizioni culturali” sui diritti degli animali. Un nostro particolare encomio va, quindi, senz’altro alla perseveranza con la quale Michela Brambilla ha sostenuto, per tanti anni, questa sua battaglia di progresso e d civiltà: adesso però, speriamo che inizi ad indirizzare la sua attenzione anche su alcune altre attività formalmente lecite (come allevamenti, trasporti, circhi o giardini zoologici), dietro alle quali, tuttavia, sovente si nascondono abusi e violenze che necessitano assolutamente di una rinnovata e rigorosa disciplina normativa. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
    4 min
  • Animali selvatici | Il Punto della Settimana
    Prima di pronunciarci in merito al nuovo disegno di legge sulla caccia elaborato dal Ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, aspettiamo fiduciosi di poterne prendere visione in maniera diretta: non vorremmo, infatti, accusare il governo sulla base di quelle che lo stesso ministro ha definito “fake news”, fatte circolare malignamente da certi ambienti politici e culturali a lui ostili. Tuttavia se, alla fine, gli allarmi che, in queste ore, sono stati lanciati da svariate organizzazioni ambientaliste dovessero poi risultare fondati, allora ci sarebbe davvero da inorridire. Infatti, dai vincoli territoriali ai divieti stagionali, fino alla possibilità di cacciare anche in aree protette e su terreni privati senza alcun consenso preventivo, questa riforma farebbe della caccia un’attività sostanzialmente priva di limiti, minacciando la biodiversità ed aprendo ad una liberalizzazione selvaggia. Uno degli aspetti della nuova normativa che dovrebbero turbare maggiormente – o almeno vogliamo sperarlo – la sensibilità della gente è quello che riguarda la legalizzazione dei richiami vivi: una ignobile usanza medievale che consiste nel rinchiudere in una gabbia un volatile, dopo averlo crudelmente accecato, in modo tale da far sì che il suo lamento disperato attiri sul luogo altri esemplari sui quali sparare. Sembra, inoltre, che il disegno di legge intenda anche estendere le aree sulle quali sarà possibile cacciare, consentendo così l’attività venatoria non più soltanto nelle campagne e nei boschi, ma anche “nei territori e nelle foreste del demanio statale, regionale e degli enti pubblici in genere”. In altre parole, la cosa significa che pure le zone, finora considerate protette (come le oasi naturalistiche, i sentieri escursionistici e persino le spiagge), diventerebbero luoghi accessibili ai cacciatori. Di conseguenza, i danni provocati dai pallini di piombo rischierebbero di ricadere non più soltanto sulla fauna, ma anche sui tanti ignari escursionisti, ciclisti o cercatori di funghi, la cui incolumità verrebbe, quindi, seriamente messa in forse dalla soppressione di una chiara divisione tra le zone antropizzate e quelle di caccia. Eppure, risale a poco più di tre anni fa, l’integrazione dell’articolo 9 della Costituzione, in base alla quale la Repubblica “tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali”. E ci viene da pensare che, usando genericamente l’espressione “tutela degli animali”, il legislatore non si riferisse esclusivamente ai gatti o ai cani di casa, ma intendesse, invece, adottare un’accezione molto più ampia, senza, pertanto, voler discriminare tra animali nobili ed altri di seconda categoria, in quanto selvatici… Per parte nostra, non siamo mai stati decisi oppositori dell’attività venatoria, ritenendo che sia pienamente titolato ad esserlo soltanto chi sia coerentemente vegetariano: troppo comodo, infatti, accusare i cacciatori di essere dei “senza cuore”, quando non si rinuncia ai vantaggi di avere, comunque, un macellaio o un pescatore che fa il “lavoro sporco” per noi, che non avremmo mai il coraggio di mettere nel mirino un animale, ma che, al tempo stesso, ci guardiamo bene dal nutrirci solo di legumi e verdure...Ciò nonostante, consideriamo la caccia come una pratica anacronistica e sanguinaria da disciplinare rigorosamente e, comunque, per nessun motivo inquadrabile in un ambito sportivo (come qualcuno pretenderebbe), poiché tra chi è armato e chi non ha altra scelta se non quella di fuggire, non potrà mai esserci una competizione credibile… Ad alcuni amici che amano addentrasi nei boschi impugnando il fucile, abbiamo invano - più volte ed ingenuamente - proposto di sostituire la carabina con una bella macchina fotografica per “colpire” simbolicamente ogni tipo di preda. Purtroppo però, dinanzi a certi divertiti rifiuti, altro non ci è rimasto se nonostante l’amaro constatare di come il loro presunto e tanto evocato amore per la natura, in realtà, risiedesse essenzialmente nell’uccidere. Non resta, dunque, che sperare che le nuove concessioni ai cacciatori, oggi paventate dagli animalisti, siano davvero – come dice Lollobrigida – delle fake news. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
    5 min
  • La diplomazia dei quattrini | Il Punto della Settimana
    Sebbene, a livello ufficiale, i rapporti tra Stati Uniti e Israele non stiano attraversando un momento di appannamento, in realtà – almeno a giudicare dalle tappe della prima sortita all’estero di Donald Trump, avvenuta proprio in Medio Oriente – viene, seriamente, da dubitare che, in questi ultimi tre mesi, l’interesse e la disponibilità del presidente americano nei confronti di Neatanyahu siano davvero rimasti inalterati. Pare, infatti, abbastanza strano che il programma di appuntamenti mediorientali del Tycoon non abbia previsto alcun incontro con il premier israeliano. Al contrario, tutte le attenzioni della Casa Bianca sono state dedicate ai Sauditi ed agli Emirati del Golfo, con i quali, non a caso, sono stati stipulati contratti stramiliardari a favore dell’economia statunitense e, perché no, magari anche a vantaggio dello stesso Trump che, come minimo, se ne torna a casa con un meraviglioso gioiellino volante da 400 milioni di euro. Robe da far apparire i conflitti di interesse di berlusconiana memoria come delle simpatiche furbatine tra i fraticelli di un convento ed i diamanti donati dal criminale Bokassa a Giscard d’Estaing come degli allegri scambi di figurine all’uscita di una scuola elementare. E certamente, faremo tutti bene ad entrare nell’ordine di idee che, per i prossimi quattro anni, le grandi questioni internazionali rimaste sinora irrisolte – dalla Palestina al confine russo/ucraino – saranno affidate alle manovre di qualche incallito affarista, magari abile nelle compravendite, ma totalmente privo degli strumenti concettuali che ci vorrebbero per proporre strategie politiche credibili, lungimiranti e, soprattutto, non improvvisate. Dimentichiamoci, pertanto, i Clinton, i Kissinger o i Kennedy, perché oggi a trattare con Putin o con Hamas ci va un certo Steve Witkoff, l’immobiliarista - amico personale del Presidente - formatosi nel Bronx, dove, agli inizi della sua ascesa commerciale, era solito sedersi al tavolo delle trattative portando una pistola legata alla caviglia...Sia lui che il suo potentissimo sponsor sembrano oggi muoversi perfettamente a loro agio tra le maniglie ed i rubinetti d’oro massiccio degli appartamenti, in stile “cafonal”, che i signori del petrolio mettono a loro disposizione per lusingarne il comprovato narcisismo. E così, come per incanto, di fronte alla magia dei quattrini, qualcuno in America si illude che spariscano nel nulla i tanti perniciosi problemi che, affondando le loro radici in insanabili differenze culturali e contrapposizioni storiche, sono all’origine delle odierne crisi internazionali. Vorremmo tutti bastasse distribuire denaro a destra e a manca per garantire pace e stabilità al mondo intero...Purtroppo però, troppo spesso occorre, invece, confrontarsi con fanatismi ideologici o con atavici rancori che che nessuna moneta è in grado di poter comprare... E’ realmente convinto Trump che lo sceicco del Qatar, Tamim al – Thani, da lui stesso definito otto anni fa “un finanziatore del terrorismo ad altissimo livello”, sia improvvisamente diventato quell’ uomo “di pace” al quale, tre sere fa, ha chiesto aiuto per aiutarlo a risolvere la “questione iraniana”? E che dire di Al Jolani, il nuovo leader siriano sul quale, fino a ieri, proprio Washington aveva addirittura messo una taglia di dieci milioni per le sue attività jihadiste e che, comunque, non più tardi di un paio di mesi fa, ha ancora spietatamente sterminato gli ultimi suoi oppositori alawiti? The Donald lo ha incontrato a Riad e lo ha giudicato “un tipo tosto e attraente”. Insomma un tipo di quelli che piacciono a lui e dei quali ci si può, quindi, fidare. Ma basta sul serio presentarsi ad un appuntamento in giacca e cravatta e con la barba curata per cancellare anni di militanza quedista e per fugare ogni sospetto di doppiezza intenzionale? L’attuale inquilino della Casa Bianca incontra, forse, grosse difficoltà nel realizzare che qualcosa possa esulare dalla sua visione economicistica della vita e sembra, pertanto, non prendere neanche in considerazione il rischio che i suoi nuovi amici russi e arabi siano molto più abili di lui nelle arti del doppiogiochismo e della dissimulazione. Ne farà le spese – e lo diciamo con profonda preoccupazione - l’intero Occidente. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
    5 min
  • Prima del 9 maggio | Il Punto della Settimana
    4mila aerei; 45mila jeep; 3mila mezzi anfibi; 12mila blindati da combattimento; 136mila pezzi di artiglieria leggera; 140 cacciatorpedinieri; 35mila postazioni radio; 2mila locomotive e 10mila vagoni; 5 milioni di tonnellate di derrate alimentari per salvare la popolazione dalla fame; 14 milioni di scarponi. No, non è la letterina inviata da Zelensky a Babbo Natale, ma è, invece, l’impressionante fornitura militare che, a partire dall’11 marzo del 1941 (cioè ben 9 mesi prima che gli Stati Uniti entrassero in guerra), il Presidente Roosvelt decise di mettere a disposizione dell’Unione Sovietica, emanando il provvedimento noto come “Land Lease act” che, tra l’altro, consentiva ai Paesi beneficiari di estinguere, comodamente, il loro debito monetario in trent’anni. Debito al quale il Cremlino farà poi fronte soltanto nella striminzita misura del 10%. Naturalmente, nel corso della parata militare celebrativa dell’ottantesimo anniversario della vittoria sovietica sulla Germania nazista, Vladimir Putin si è ben guardato se non dal ringraziare – non pretendiamo tanto – almeno dal fare un minimo cenno storico anche a quell’America che pure aiutò non poco Stalin a non soccombere del tutto dinanzi alla sfuriata iniziale di Hitler...Anzi, figuriamoci, è stata l’Armata Rossa a fare tutto da sola e a liberare l’Europa dalla “peste bruna”...Ed a questo proposito, sarebbe magari interessante andare anche a chiedere ai Paesi del Patto di Varsavia quanto si siano realmente sentiti liberi per oltre quarantanni… Anche venerdì scorso, quindi, l’immancabile e tradizionale “smemoratezza” del 9 maggio ha finito per avvolgere, nella sua tendenziosa vulgata di stampo nazionalista, tutti i cortei e le sfilate che si sono svolti in Russia. Ovviamente, qui nessuno intende disconoscere l’impressionate tributo di vite umane (almeno 20 milioni di morti) eroicamente fornito alla causa anti nazista dall’Unione Sovietica: tuttavia, stupisce abbastanza il fatto che, per registrare le prime storiche ammissioni sugli aiuti ricevuti in tempo di guerra, si siano dovute aspettare le memorie di Kruscev o l’intercettazione, da parte del KGB, di una telefonata del 1963, nella quale il mitico maresciallo Zukov ammetteva testualmente che “senza gli americani non avremmo vinto la guerra”. Ma c’è anche un altro aspetto della cosiddetta “Guerra Patriottica” sul quale Putin evita sempre e sistematicamente di soffermarsi: ed è quello che dovrebbe riportalo indietro a quel 23 agosto del 1939 – sei anni prima cioè, del glorioso 9 maggio 1945 – in cui Hitler e Stalin firmarono il famoso “patto decennale di non aggressione”, che conteneva, come è noto, anche un “protocollo segreto” nel quale si stabiliva la spartizione della Polonia tra Mosca e Berlino. Non aspettiamoci però che sia l’attuale leader del Cremlino – con tutto il bagaglio di sogni di restaurazione zarista che si porta dietro – a riconoscere che se, se alla fine del conflitto, l’URSS si trovò dalla parte giusta della storia, il merito vada attribuito esclusivamente al caso. Infatti, senza il tradimento di quel patto della vergogna da parte di Hitler, Stalin, con ogni probabilità, se ne sarebbe rimasto tranquillamente in disparte a godersi lo spettacolo dei Paesi capitalisti in guerra tra di loro, in attesa di trarne i suoi vantaggi… Mancano, quindi, due capitoli fondamentali per completare seriamente il racconto della “Grande Guerra Patriottica”. Ma sono capitoli che la Russia di oggi non intende affatto inserire nelle sue narrazioni, mentre i putiniani di casa nostra si rifiutano ostinatamente di leggerli o spesso ne ignorano addirittura l’esistenza. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • Cento Giorni | Il Punto della Settimana
    I primi cento giorni di Donald Trump non saranno magari stati così catastrofici, come lo furono, invece, quelli che segnarono la fine dell’epopea napoleonica: tuttavia, possiamo immaginare che un minimo di contrariata delusione stia vagando, in queste ore, per le stanze della Casa Bianca.   Gli indici di gradimento sono, infatti, i più bassi tra quelli registrati da un presidente nel suo trimestre iniziale, col il solo 45% degli elettori intervistati che continua ad approvare l’operato del Tycoon: e si tratta di una percentuale sensibilmente inferiore a quelle di cui avevano goduto sia Obama, che Biden. A incrinare un rapporto di fiducia che sembrava destinato a durare un pochino più a lungo, può senz’altro aver contribuito anche la frenesia dalla quale The Donald si è lasciato trascinare, emettendo, da gennaio ad oggi, ben 139 ordini esecutivi che, al di là della smania di voler dimostrare chissà quale dose di efficientismo, in realtà hanno sovente finito per finire nelle sabbie mobili dei conflitti tra i poteri dello Stato. E stiamo parlando di uno Stato che, tra l’altro, si sta rivelando niente affatto  rassegnato dinanzi alla prospettiva di dover sottostare alle regole imposte dal pressapochismo e dall’ improvvisazione. Sono così fioriti, come le margherite a primavera, i ricorsi che molte corti giudiziarie hanno presentato contro i provvedimenti unilaterali del presidente: magari nell’illusoria speranza di indurlo a dare un’occhiatina al vecchio e basilare “Spirito delle Leggi” di Montesquieu. Tuttavia, presso l’elettorato americano, a determinare i cambiamenti di opinione più repentini, in genere è soprattutto l’andamento dell’economia. Ed a questo proposito, non c’è dubbio sul fatto che, in questi  primi tre mesi di Amministrazione Trump, della tanto preannunciata “età dell’oro” non si sia vista neanche l’ombra... Una confusa strategia sulla politica commerciale ha, infatti, ottenuto il solo effetto di alimentare l’incertezza sui mercati finanziari internazionali (compresa Wall Street), facendo bruciare decine di miliardi di dollari ed allarmando gli investitori pubblici e privati circa la tenuta e l’affidabilità dei buoni del tesoro di Washington. Di conseguenza a calare sono state sia la fiducia delle imprese, che le prospettive di crescita del Pil Usa le quali, non a caso, per il 2025 sono scese all’1,8%, rispetto al +2,7% stimato alla fine del 2024. Che dire poi se, dall’imposizione dei nuovi dazi, dovesse derivare – come è assai probabile che succeda – anche una ripresa inflattiva?   Ma se sulla politica economica trumpiana è, forse, meglio stendere un velo pietoso, non troppo esaltanti  sono pure i risultati ottenuti a livello di quella estera, dove le tante e roboanti promesse avanzate in campagna elettorale, alla prova dei fatti si sono in realtà convertite in problemi molto più complessi e delicati di quanto potesse immaginare chi, professionalmente, era più che altro abituato a condurre trattative di compravendita immobiliare.  Le famose “24 ore” riguardanti l’Ucraina sono ormai passate da qualche minuto, senza che però droni e missili abbiano cessato di fare stragi; il progetto di fare della Striscia di Gaza una sorta di Costa Azzurra mediorientale sembra essere - per fortuna - finito nel dimenticatoio (unitamente a quel ridicolo video che lo aveva  presentato) ed il Canada, votando per il liberale Mark Carney, pare non avere nessuna voglia di diventare la 51esima stelletta della “Stars and Stripes”. Tutta questa confusione generata dal metodo di governo approssimativo adottato dall’attuale Casa Bianca, non può, quindi, che minare la credibilità stessa degli Stati Uniti, indebolendoli soprattutto dinanzi alla Cina, la quale, essendo retta da un governo che non deve rendere conto dei suoi risultati immediati ad alcuna opinione pubblica (e tanto meno ad alcun elettorato), molto meglio di qualsiasi democrazia occidentale sarà sempre in grado di elaborare ed imporre strategie - magari anche lunghe e dolorose – alla sua popolazione. E francamente, l’idea trumpiana di sfidare Pechino sul terreno dei dazi, proprio mentre sta rinnegando (e talvolta insultando) le più antiche e consolidate alleanze occidentali, a noi sembra veramente una scelta irresponsabile. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • Un 25 Aprile orfano di certezze che parevano consolidate | Il Punto della Settimana
    Non c’è dubbio sul fatto che l’ottantesimo anniversario del 25 Aprile, che l’Italia ha celebrato venerdì scorso, sia andato a collocarsi in uno scenario internazionale profondamente modificato rispetto a quello sul quale le generazioni formatesi dopo la fine della Guerra si erano, da sempre, comodamente adagiate. Per la prima volta, infatti, il sodalizio politico e militare tra gli Stati Uniti e l’Europa conosce uno stato di crisi che ne sta minando – o, forse, ha già del tutto compromesso – la saldezza e l’unità di intenti storicamente impiegate a tutela dei valori liberali e democratici delle società occidentali. A voler essere onesti, il disimpegno dell’Amministrazione Trump dal teatro europeo - soprattutto se visto alla luce della crescente necessità, da parte di Washington, di concentrare risorse finanziarie e militari sullo scacchiere indo  pacifico -  può magari anche apparire come un’opzione quasi obbligata per una Casa Bianca che non intenda cedere il passo dinanzi ad un’avanzata cinese che ormai, a livello globale, ne minaccia seriamente sia il primato economico, che quello strategico. Sappiamo, ad esempio, che gli Americani contribuiscono alle spese della NATO superando, ogni anno, i 700 miliardi di dollari: e non a caso, anche presidenti certamente meno rozzi e brutali di Donald Trump – come Biden ed Obama – hanno spesso ricordato agli alleati europei l’esigenza di addivenire ad una più equa ripartizione degli sforzi finanziari tra i Paesi membri dell’Alleanza Atlantica. Tuttavia, per chi come noi si è formato nella consapevolezza del fatto che oggi, se non fossero esistiti gli Stati Uniti, da Parigi a Mosca si marcerebbe ancora al passo dell’oca, il trauma risulta essere tutt’altro che leggero...Ciò nonostante, poiché non sempre tutto il male viene per nuocere, può anche darsi che, alla fine, i toni ed i modi decisamente bruschi usati da Trump, servano almeno per dare una scossa provvidenziale ad un’Europa che, forse, solo oggi inizia finalmente a capire che, se vuole davvero avere un futuro all’altezza del suo passato, deve allora cominciare ad occuparsi sul serio della propria difesa. Visto e considerato che, oltre tutto, dalle parti del Cremlino, l’atavica propensione all’imperialismo mostra una sorta di continuità genetica che non conosce battute d’arresto, partendo da Pietro il Grande per arrivare fino ai giorni nostri, come la vicenda ucraina sta a testimoniare.  Pertanto, una difesa europea autonoma ed efficiente  è quanto mai indispensabile proprio per difendere quei principi di libertà e democrazia che animarono la Resistenza al nazi-fascismo. Purtroppo però, in merito a questo tipo di esigenze, nel nostro Paese - tra i distinguo ipocriti di chi si arrampica sugli specchi per cercare di eludere il problema in nome di una velleitaria politica comune militare europea e le svariate prese di posizione apertamente anti occidentali – si affermano spesso (ed  in maniera davvero preoccupante), le istanze di coloro che, in pratica, non fanno altro che portare acqua al mulino di Putin. Ed a questo proposito, ci viene in mente l’atteggiamento contraddittorio assunto dalla presidenza dell’ANPI la quale, facendo finta di non sapere che la lotta partigiana al nazifascismo non fu condotta con le pistole ad acqua o con i mortaretti, ma con le armi fornite dagli anglo – americani, ha messo in discussione, fin dall’inizio, le ragioni della resistenza ucraina e si è ridotta persino a trovare giustificazioni storiche al neo-imperialismo russo. Si tratta di una forma di pacifismo che, in Italia, trae origine da una tradizione comunista che, per oltre quarant’anni, ha costantemente sostenuto la causa  della pace ad ogni costo, specialmente quando la cosa  faceva comodo agli interessi dell’Unione Sovietica. Ed il voto di una larga parte del gruppo del PD al Parlamento Europeo contro il piano di difesa presentato dalla presidente Von der Leyen, altro non fa che testimoniare in che misura – al contrario di quanto avviene nelle altre famiglie del Socialismo europeo – questo retaggio di natura comunista sia ancora ben radicato nella Sinistra italiana. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • La confusione regna sovrana | Il Punto della Settimana
    Non possiamo certo dire che la settimana che abbiamo appena archiviato sia trascorsa all’insegna della routine e del quieto vivere. Gli annunci di Trump sui dazi relativi ai beni importati negli USA – tra l’altro in percentuali notevolmente superiori rispetto a quanto ci si potesse aspettare - unitamente alle contro misure adottate (o, comunque, minacciate) dagli altri partner commerciali (in particolare dalla Cina), hanno, infatti, provocato uno tsunami che ha travolto i mercati finanziari di ogni continente, causando clamorosi crolli in tutte le maggiori Borse mondiali. A preoccupare sia gli addetti ai lavori, che i semplici risparmiatori è soprattutto la totale mancanza di chiarezza per quanto riguarda le prospettive dell’economia globale: mancanza ultimamente accentuata, nella sua gravità, dal venir meno, sullo scenario internazionale, di alcuni punti di riferimento istituzionali - credibili ed affidabili - ai quali, in passato, i mercati si aggrappavano per poter nutrire qualche certezza circa loro futuro. E in effetti, non ci pare, al momento, di poter osservare in giro qualcosa che possa, in qualche modo, richiamare l’autorevolezza dimostrata dall’Amministrazione Obama all’epoca della grande crisi dei mutui “sub prime”, oppure, nel 2012, dalla BCE di Mario Draghi dinanzi alle difficoltà del debito sovrano europeo. Al contrario, l’impressione sgradevolissima che, in questi ultimissimi giorni, abbiamo tratto dal comportamento ondivago della Casa Bianca, ci induce a pensare che ad alimentare la crisi che stiamo vivendo sia proprio – non si capisce se inconsapevolmente o proditoriamente - uno di quei centri di potere che, normalmente, dovrebbero, invece, costituire una sorta di garanzia estrema (o come si dice di “ultima istanza”). Ed anche l’improvviso rinvio di 90 giorni dell’entrata in vigore dei dazi, subito dopo averne annunciato la partenza, non si comprende bene se sia stato dettato dal panico di un incompetente apprendista stregone di fronte alle non calcolate reazioni dei mercati, oppure dalla mossa azzardata di un pokerista abituato a tenere una pistola sul tavolo verde, per ricordare agli altri giocatori che, comunque andranno le carte, alla fine la partita l’avrà vinta lui. Possibile che la prima potenza economica e finanziaria del mondo, scegliendo la politica delle barriere doganali, non si accorga di essersi, tafazzianamente, incamminata lungo la strada dell’auto penalizzazione? Possibile che a Washington non ci sia proprio nessuno che se la senta di ricordare al Presidente che, in un’economia globale profondamente interconnessa come quella attuale, diventa praticamente impossibile isolarsi, resuscitando teorie mercantilistiche che affondano le loro radici addirittura nella Francia del Re Sole... L’odierna industria americana compra, in larga misura, i componenti essenziali per la fabbricazione dei suoi prodotti al di fuori dagli Stati Uniti. Lo stesso Elon Musk, di recente, è stato polemicamente definito un “assemblatore” di automobili, piuttosto che un “costruttore”...Ora non c’è chi non veda che l’applicazione di pesanti dazi su questi componenti di provenienza estera non potrà fare altro che creare grossi problemi – facendole perdere competitività ed alimentando l’inflazione - proprio a quella manifattura Usa statunitense che Trump afferma, invece, di voler rilanciare. Ed a questo proposito, un po’ tutti i giornali, in queste ultime ore, hanno presentato come emblematica la situazione di Apple che, tra un dazio e l’altro, rischia di vedersi costretta ad aumentare i prezzi dei suoi iPhone nella misura del 43%, facendoli pagare 2.300 dollari al consumatore finale... A noi non resta che rimanere in attesa per vedere quali saranno le reazioni di quella comunità finanziaria americana che tanto aveva sponsorizzato l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Per ora - salvo l’epiteto di “cretino” affibbiato da Elon Musk al teorico dei dazi (nonché ispiratore della Presidenza), Peter Navarro – i muri dello Studio Ovale sembrano presentare ancora poche crepe, ma si sa che, di solito, nessuno è disposto a perdere i suoi miliardi per pura osservanza politica... ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • I dazi che fanno figli e figliastri | Il Punto della Settimana
    Avete notato che nel lunghissimo elenco di Paesi che l’Amministrazione Trump ha deciso di “daziare”, spiccano per la loro assenza nomi tutt’altro che marginali come Russia, Cuba e Corea del Nord? Come mai gli Stati Uniti mostrano – ad esempio - maggiore clemenza per l’invasore che per l’aggredito, visto che l’Ucraina, è stata, comunque, assoggettata alla tariffa del 10%? La risposta risiede, essenzialmente, nel fatto che, dal momento del suo ritorno alla Casa Bianca, Donald Trump ha modificato radicalmente l’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti di Mosca, riaprendo un dialogo nel corso del quale – come è noto - non si è mai neanche sognato di mettere in discussione le imperialistiche rivendicazioni di Putin sulla nazione confinate. Arrampicandosi sugli specchi il segretario del Tesoro americano, Scott Bessent, ha cercato di motivare l’assenza della Russia dalla lista dei Paesi a cui gli Stati Uniti imporranno dazi reciproci, affermando che la cosa è dovuta alla circostanza che, praticamente, al momento non sussistono relazioni commerciali tra Mosca e Washington. Ed effettivamente, il valore degli scambi tra le due super potenze nucleari, dal 2021 ad oggi, è crollato dai 35 miliardi di dollari iniziali agli attuali 3,5 miliardi, come conseguenza delle penalità approvate dalla presidenza Biden all’apertura del conflitto ucraino. Tuttavia, sebbene si parli di numeri oggettivamente piuttosto modesti, anche con Mosca gli Americani versano, comunque, in una condizione di deficit commerciale, che è pari, nel 2024, a 2 miliardi e mezzo di dollari: un dato che costituisce, pur sempre, uno squilibrio dei conti ben superiore rispetto a quello che hanno, invece, tanti altri Paesi ( magari semi sconosciuti), i quali possono vantare, nei confronti degli USA, dei surplus commerciali di pochi ed irrilevanti milioni di dollari, ma le cui merci sono egualmente sottoposte alle tagliole trumpiane in una misura che oscilla dal 30 al 50%. Forse non avete nemmeno mai sentito nominare la repubblica di Nauru o il regno del Leshoto, ma sappiate che si tratta di piccolissimi Stati “furfanti” che, annualmente, “derubano” l’America per due o trecentomila dollari e che, quindi, andavano assolutamente rimessi in riga a dovere dalle bacchettate sulle mani, distribuite dal severissimo gendarme statunitense. Se poi vogliamo farci anche quattro risate, non abbiamo che da pensare al caso delle isole Mc Donald, sulle quali pende un dazio del 10%, nonostante siano completamente disabitate da oltre dieci anni... A sentire l’Economist, se si applicasse - anche agli scambi avvenuti con Mosca nel 2024 - la formula (a detta degli esperti ben poco scientifica) adottata dal Tycoon per la definizione dei suoi dazi, ne verrebbe fuori una percentuale del 35% da addossare anche ai Russi... Ma l’idea non sembra affatto ispirare le scelte che si fanno, in questo periodo, dalle parti della Washington che comanda. La verità è quella che Trump ha cambiato schieramento nel conflitto globale tra democrazia e autocrazia, allineandosi dalla parte degli autocrati, nel non ancora apertamente espresso desiderio di poter presto diventare uno di loro. Tuttavia, come ogni apprendista stregone, anche lui finirà per fallire, facendo precipitare il suo Paese (e purtroppo anche il resto del mondo) in uno stato di gravissima recessione. Poi, arriveranno, se Dio vuole, le elezioni di mid term nel novembre del prossimo anno: è lì si spera che gli Americani dimostrino di aver, finalmente, imparato (a spese loro) a diffidare di chi promette l’avvento di una “nuova età dell’oro” senza neanche sapere di che cosa stia parlando. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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