Il Punto della Settimana

Il Punto della Settimana

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Il Punto della Settimana episodes

  • Da che parte stare? | Il Punto della Settimana
    In Italia, durante la Prima Repubblica, le scelte di politica estera hanno spesso diviso i partiti e condizionato sia le coalizioni di governo, che le alleanze internazionali: ricordiamo, ad esempio, come le opposizioni, nel 1949, si schierarono contro l’ingresso del nostro Paese nella NATO o come, nel 1957, dissero di no alla sottoscrizione dei Trattati di Roma e come, nel 1979, lo fecero nei confronti dell’adesione della lira allo SME, il Sistema Monetario Europeo. Ma anche negli ultimi trent’anni, non sono mancati argomenti che sono risultati profondamente divisivi (si pensi all’euro si – euro no, o all’accettazione del Meccanismo Europeo di Stabilità). Adesso, in un momento storico in cui l’assetto geopolitico viene sconvolto da un rimescolamento di carte che disconosce le alleanze più consolidate e tradizionali, che sbeffeggia le regole del diritto internazionale, che mette in discussione i principi della globalizzazione dell’economia e che minaccia la sicurezza dei popoli, l’Italia non perde, purtroppo, l’occasione per confermarsi proprio in quella sua cronica incapacità di esprimere una linea omogenea di politica estera, andando, invece, a dividersi in almeno due filoni molto lontani fra di loro. Ma la particolarità che ci colpisce, risiede soprattutto nel fatto che i diversi orientamenti non segnano uno spartiacque ben preciso (e, tutto sommato, anche parzialmente giustificabile) tra maggioranza e opposizione, ma tracciano, invece, una demarcazione all’interno stesso dei due schieramenti. Salvini e Conte – magari con sfumature diverse – la pensano, infatti, sostanzialmente allo stesso modo sulla questione cruciale che riguarda la funzione che deve svolgere l’Europa nei nuovi contesti mondiali...ma le loro convergenze di vedute – già, comunque, sperimentate e naufragate ai tempi del governo giallo/verde – finiscono, in realtà, per obbligare le coalizioni di cui fanno rispettivamente parte, a cercare punti di mediazione che danneggiano - soprattutto sul piano internazionale – la credibilità e la coerenza  delle loro posizioni politiche. E così, Palazzo Chigi, per non lasciare campo troppo aperto alle manovre del leader leghista, procede a “passi tardi e lenti” sulla strada che dovrebbe, invece, rapidamente condurlo a quei livelli di autorevolezza politica e morale che spetterebbero, senz’altro, ad un grande Paese come l’Italia. A sua volta, sul versante opposto, il Pd di Schlein – costantemente impegnato nella costruzione di una vasta alleanza elettorale che vada dai 5 Stelle ad Alleanza Verdi Sinistra – ha le sue belle patate bollenti da sbucciare quando, per cercare di non scontentare troppo nessuno, è costretto ad assumere degli atteggiamenti che lo portano persino ad isolarsi dal resto del Partito Socialista Europeo, al Parlamento di Strasburgo. Pertanto, non ci meraviglieremmo affatto se, nel medio termine, con l’incalzare di problemi che imporranno scelte di campo sempre più univoche ed affidabili, un governo che si illudesse di reggere a lungo in una condizione di ambiguità come quella in cui versa la nostra attuale maggioranza, finisse poi per dover alzare bandiera bianca dinanzi all’inesorabile richiesta di chiarezza che sarà, inevitabilmente, pretesa da tutti i suoi interlocutori internazionali. Sia da quelli di cui fosse timidamente nemico, che da quelli di cui fosse ambiguamente alleato. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
    4 min
  • Ventotene
    Probabilmente, buona parte di coloro i quali si sono accapigliati, in questi giorni, sui concetti e sui principi che ispirarono, nel 1941, gli autori del “Manifesto per un’Europa libera”, in realtà il testo scritto da Ernesto Rossi e da Altiero Spinelli, durante il loro soggiorno coatto a Ventotene, non lo hanno neanche mai letto. Altrimenti, difficilmente si comprenderebbe tanto accanimento, da una parte e dall’altra, per glorificare o per denigrare un progetto politico che, avendo ormai varcato la soglia degli 84 anni, andrebbe invece – come si usa dire oggi – seriamente “contestualizzato”. Male ha fatto, a nostro avviso, Giorgia Meloni a cercare di demolirne la credibilità democratica, andando ad estrapolare – qua e là – alcune affermazioni che, comunque e per nostra fortuna, ben poco hanno inciso sull’approccio che, successivamente, sarebbe stato adottato dai padri costituenti quando si trovarono a dover varare la nostra carta costituzionale nell’immediato Dopo Guerra. Tuttavia, male hanno fatto anche alcuni esponenti della Sinistra a considerare le parole pronunciate dalla nostra premier in Parlamento alla stregua di una disgustosa profanazione compiuta nei confronti di un mito sacro e inviolabile, quasi si trattasse del “patrio suolo” o del “core de mamma”...No, signora Schlein, Giorgia Meloni non ha bestemmiato dinanzi all’altare maggiore della cattedrale di San Pietro...anche se va detto che certe stilettate ad un documento storico che, nel complesso, presenta pur sempre il merito di essere stato tra i primi a tracciare il profilo di uno stato unitario europeo, la nostra premier avrebbe potuto francamente risparmiarsele. L’idea europeista – naturalmente per chi ci crede – è senz’altro quanto di buono e di attuale conserva ancora l’ottuagenario Manifesto che però, in non pochi dei suoi passaggi, denuncia pure tutta la sua appartenenza ad un tempo ormai davvero lontano, ricordando molto da vicino - per la sua impostazione rivoluzionaria - un altro Manifesto (ancora più famoso): e cioè, quello pubblicato, nel 1848, da Marx ed Engels. Certo, l’approdo finale internazionalista di Rossi e Spinelli non è propriamente quello che prevale nella Sinistra continentale degli Anni 40, ancora così fideisticamente orientata verso quel Comintern che Stalin governa con spietato rigore. Ciò nonostante, chi ha avuto modo di leggere Lenin troverà che il metodo operativo al quale si rifanno gli anti fascisti confinati a Ventotene sembra ricalcare, senza troppa fantasia, proprio le linee di condotta tracciate, nei suoi scritti, dal massimo leader comunista di sempre. Ci pare, quindi, che meglio sarebbe limitarsi oggi a condividere lo spirito e le finalità del Manifesto (come, appunto, lo Stato federale europeo), stendendo, tuttavia, un velo se non pietoso, almeno storico su un testo che, ad esempio, seguendo la moda del suo tempo, auspica beatamente l’azione di un partito rivoluzionario, che sia finalmente capace di imporre la sua volontà sulle masse, le quali, non essendo ancora in grado di distinguere i propri interessi, devono, pertanto, necessariamente assoggettarsi alle logiche di una élite illuminata che “attinge la visione e la sicurezza di quel che va fatto non già dal consenso popolare – si, dice proprio così - ma dalla coscienza di rappresentare le esigenze profonde della società moderna”. Ed a questo punto, viene pure spontaneo domandarsi a chi spetti, in definitiva, il compito di stabilire in che cosa poi consistano realmente queste “esigenze della società moderna”...non certo a qualche forma di consultazione democratica, dal momento che è già stato premesso che il “popolo è immaturo”: anzi, spiegano sempre gli Autori di Ventotene, si tratta di un’ipotesi da escludersi assolutamente poiché – citiamo testualmente - “la metodologia politica democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria”. In conclusione, la settimana che ci siamo lasciati alle spalle ha vissuto momenti di alta conflittualità dialettica tra le nostre maggiori forze politiche che però a noi è parsa ingiustificata, perché oggettivamente fondata su aspirazioni e ragionamenti di ottant’anni fa...Pertanto, pur non volendo certamente negare la rilevanza culturale che può assumere un dibattito in chiave storica, riteniamo anche che chi crede davvero negli Stati Uniti d’Europa e nel metodo democratico, è meglio che incominci a farlo rinunciando a trarre la propria ispirazione da manifesti, proclami o bibbie che ci parlano da un passato divenuto ormai troppo remoto. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
    5 min
  • Io so io e voi nun ziete un c… | Il Punto della Settimana
    Non sappiamo quale sia il senso dell’autoironia che alberga nella mente di Vladimir Putin, ma è certo che le sue parole - pronunciate a commento della proposta di tregua in Ucraina scaturita dall’incontro di Gedda - lasciano intendere che debba essere particolarmente spiccato. Infatti, il dichiararsi favorevole ad un cessate il fuoco soltanto se questo “fosse tale da portare ad una pace a lungo termine, affrontando le cause di fondo del conflitto”, non può che, implicitamente, comportare anche l’onesto riconoscimento del fatto che la vera “causa di fondo del conflitto” risiede proprio in quel moto di revanscismo di stampo neo zarista che ormai permea, sistematicamente, ogni aspetto del regime che si è affermato nella Russia post sovietica e del quale Putin stesso è, oggi, la più coerente espressione… Sì continua a parlare di pace con estrema superficialità e limitandosi ad invocare genericamente la cessazione dei combattimenti, senza tuttavia mai andare ad indagare seriamente su quali siano la natura stessa di questa guerra e le ragioni che la alimentano: forse nell’ipocrita timore di doverle individuare nelle mire imperiali di Mosca e nella sua storica pretesa di sottomettere l’Ucraina ai propri interessi, negandole qualsiasi forma di autonomia politica o culturale. Vorremmo tanto che Putin ci spiegasse che tipo di “pace giusta”, secondo lui, possa mai sussistere quando uno Stato ne invade un altro, sottraendogli dei territori ed ignorandone sia la sovranità, che l’ indipendenza. E la domanda andrebbe posta anche al signor Trump: certo, lui, probabilmente, non ha neanche mai sentito parlare di “Holomodor” e dei milioni di Ucraini uccisi dalla fame dovuta alle carestie imposte da Stalin negli Anni Trenta... e si sa che l’ignoranza dei fatti, nelle relazioni internazionali, è spesso foriera di errori dalle conseguenze catastrofiche. Ciò nonostante, da un presidente americano ci saremmo francamente aspettati maggiori dignità e consapevolezze, almeno rispetto al fatto che una soluzione “giusta” non ha niente a che vedere con una compiaciuta e rinunciataria adesione a tutte le pretese di Putin: comprese quelle più irriverenti nei confronti di un Occidente liberal democratico del quale – almeno sino a ieri – pensavamo facessero parte anche gli Stati Uniti. La logica che muove sia Putin, che Trump è quella dell’arroganza di chi pensa che ogni volta che gliene capiti l’opportunità – si chiami essa Ucraina o Groenlandia – fa bene a prendersi tutto quello che vuole...oppure quella, ancora più spudoratamente schietta, ma così ben esposta dal sonetto romanesco di Giuseppe Gioacchino Belli, nella parte in cui recita “io so io e voi nun siete un c…”. Che amarezza, dunque, nell’osservare come oggi tutta la politica estera della Casa Bianca vada a rimorchio di quella del Cremlino, fondandosi entrambe su quelle stesse basi predatorie che purtroppo, da sempre, hanno cinicamente accompagnano quasi tutto il cammino della storia. Non ci resta, quindi, che concludere questo nostro appuntamento domenicale, ricordandoci di un grande pensatore del Seicento francese che, amaramente, scriveva “non avendo potuto far sì che ciò che è giusto fosse anche forte, si è fatto in modo che ciò che è forte fosse giusto”. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
    4 min
  • Fidarsi dell’ombrello anglo-francese? | Il Punto della Settimana
    Come è noto, nel 1968, è stato sottoscritto un Trattato di non proliferazione nucleare che, seppure poi ampiamente disatteso da alcuni Paesi, si proponeva inizialmente di limitare il possesso delle armi atomiche ai soli eserciti che già ne disponessero al momento della firma: e stiamo parlando di Stati Uniti, Unione Sovietica, Cina, Regno Unito e Francia.  Sappiamo bene che, purtroppo, le cose sono andate come sono andate e che, quindi, oggi, ogni mattina, il mondo si deve svegliare nella speranza che – tanto per fare un esempio – Kim Jong  Un non si sia alzato con la Luna di traverso...Per quanto però riguarda il nostro Vecchio Continente, va senz’altro detto che nessuna Nazione ha mai manifestato delle difficoltà nell’aderire al Trattato, dal momento che la sicurezza militare (compreso l’ombrello nucleare) erano – almeno formalmente – garantiti dagli alleati Americani. E lo erano soprattutto in virtù di quel famoso art.5 dello Statuto della NATO, che vincola gli Stati membri a valutare ogni attacco eventualmente ricevuto da un Paese sodale, esattamente come quello che potrebbe verificarsi nell’ambito dei propri confini. E fino a poco più di un mese fa, le dichiarazioni rassicuranti – rilasciate, in questo senso, da tutte le Amministrazioni succedutesi a Washington dal 1949 in poi - si erano rivelate sufficientemente credibili per garantire le frontiere orientali dell’Europa. Adesso, invece, lo scenario - estremamente vantaggioso e confortevole - nel quale noi Europei ci eravamo adagiati negli ultimi ottant’anni, sembra improvvisamente mutare senza lasciarci neanche il tempo di rianimarci per comprendere, fino in fondo, se quello che stiamo vivendo sia solamente un incubo oppure una sgradevolissima realtà. Infatti, nel momento stesso in cui gli  Stati Uniti lasciano intendere (o addirittura dichiarano apertamente) di non dare più assolutamente per scontato un loro intervento in difesa di una qualunque capitale europea aggredita, nascono, inevitabilmente, dei problemi enormi, in presenza dei quali  – come ha detto recentemente il futuro cancelliere tedesco, Friedrich Merz – “l’emancipazione dagli USA per quanto concerne la difesa nucleare diventa un obbligo”. Ed a questo proposito, il presidente Macron sembra aver colto la palla al balzo, facendo  prontamente balenare la propria disponibilità a fornire un suo ombrello nucleare protettivo a tutta l’Unione europea, meglio ancora se integrato da un qualificato contributo britannico. Londra e Parigi, messe insieme, formano una potenza nucleare che supera di una cinquantina di testate quella rappresentata dalla Cina che, pure, normalmente, siamo abituati a considerare come il terzo gigante atomico del Pianeta. Tuttavia, anche “l’ipotesi Macron” presenta dei limiti non indifferenti, essendo pur sempre fondata, esclusivamente, sulla concreta determinazione di Francia e Inghilterra a rischiare, sul serio, la loro stessa sopravvivenza per garantire un futuro a Roma o a Berlino...Per queste ragioni, a nostro avviso, pur non trovandosi affatto nella condizione di poter snobbare alcuna offerta di aiuto, è opportuno che comunque - se proprio non vuole trovarsi all’ultimo minuto sola e col cerino in mano - l’Unione europea un minimo di ragionamento sulla propria autonomia nucleare debba, suo malgrado, cominciare a farselo seriamente. Certo, per lei, fiorita nelle pacifiche e rassicuranti aspettative del Dopo Guerra occidentale, è chiaro come, fino a due mesi fa, l’ultima cosa al mondo che avrebbe mai pensato di poter prendere in considerazione fosse proprio quella di doversi dotare di un arsenale atomico...Ciò nonostante, i cambiamenti climatici che si registrano al Cremlino ed alla Casa Bianca, non prospettano nulla di buono per chi dovesse faticare ad intendere che – specialmente a Washington – la “voce del padrone” è ormai severamente cambiata: e non è più quella di chi ama i cani, ma è invece quella di chi preferisce tenerli stabilmente alla catena. Pertanto, in un mondo in cui temiamo sarà sempre più la deterrenza a decidere chi potrà disporre o meno del diritto di parola, sarà bene che anche Bruxelles si dia una bella regolata, se non vuole ridursi anche lei a contare meno della maglietta di Zelensky. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
    5 min
  • Una colonia americana | Il Punto della Settimana
    Quanto si è visto in mondovisione venerdì sera segna, probabilmente, se non la fine, almeno l’inizio di un lungo periodo di sospensione delle regole della diplomazia alle quali eravamo stati, da sempre, abituati. Non che, nelle stanze ovattate del potere mondiale, non siano mai avvenuti scontri particolarmente accesi:  vi ricordate la tradizionale formula che definiva “franchi e cordiali” certi incontri finiti a pesci in faccia? Tuttavia, questa volta, alla Casa Bianca, nessuno si è davvero minimamente preoccupato di provare a “salvare il salvabile”, in presenza di telecamere che  hanno trasmesso, in diretta mondiale, uno spettacolo davvero avvilente: soprattutto per chi si illudeva che il prestigioso Studio Ovale fosse ancora rimasto un ambiente ben distinto da quello dei saloons, frequentati da John Wayne o da Henry Fonda e nei quali Donald Trump deve avere, evidentemente, appreso le “buone maniere”. E così, dopo aver subito un processo sommario da parte del presidente americano e del suo vice, il povero Zelensky è stato liquidato con brutale “sei fuori”, proprio come quello con cui il palazzinaro newyorkese – non ancora entrato in politica – concludeva spesso il suo programma televisivo “The Apprentice”, quando bocciava le idee di qualche aspirante imprenditore che tentava la fortuna sui teleschermi. Solo che, in questo caso, non eravamo nè su “Masterchef”, né su “Scherzi a parte”, ma su quella che forse era (e speriamo sia ancora) la più delicata trattativa dalla crisi di Cuba in poi. Per la verità, nei giorni scorsi, non erano certo mancati dei segnali ben poco incoraggianti circa il buon esito della trattativa che aveva, come oggetto principale, la definizione di un accordo per lo sfruttamento del ricchissimo sottosuolo ucraino da parte delle imprese minerarie americane...era, infatti, abbastanza prevedibile che il presidente ucraino, nel consegnare al suo prepotente “padrone” un tesoro  stimato in quindicimila miliardi di dollari, gli avrebbe almeno chiesto - prima di apporre la sua firma sul contratto capestro - su quali garanzie di integrità territoriale il suo Paese avrebbe potuto contare in futuro. Insomma, possiamo immaginare che un rassegnato Zelensky si aspettasse, ragionevolmente, di sentirsi dire un qualcosina di più rassicurante, rispetto al “tu pensa a firmare e poi, per le garanzie, si vedrà dopo il negoziato con Putin”...E qui, pur considerando l’ascesa di Trump al potere come un’autentica sciagura planetaria, dobbiamo anche riconoscere che, per certi aspetti, il tycoon non dice cose insensate quando sostiene che, in fondo, per l’Ucraina non ci può essere protezione più salda di quella fornita da una capillare presenza sul suo territorio di aziende, tecnici e operai americani. Come è possibile non capire – pensa Trump – che a, quel punto, per Mosca, tornare ad aggredire Kiev significherebbe andare a toccare i fili dell’alta tensione su un territorio divenuto ormai, sostanzialmente, una colonia americana? Il ragionamento sembra filare con una certa coerenza, anche se presenta l’invalicabile limite di essere un po’ troppo fondato sugli interessi variabili, imprevedibili e persino umorali  delle parti potenzialmente contraenti. Quanti anni governeranno ancora gli ultrasettantenni Trump e Putin? Chi verrà dopo di loro? Siamo proprio sicuri che, considerati i tempi lunghi (forse addirittura vent’anni) ed i costi elevatissimi che comportano la ricerca e lo sfruttamento delle “terre rare ucraine”, si rivelerà poi così conveniente, per le imprese americane, investire in questa avventura? E se, un bel giorno, qualcuno scoprisse che anche il sottosuolo statunitense è ricchissimo di certi minerali, lasciando così lo Zio Sam cinicamente libero di abbandonare l’Ucraina al proprio destino? No, signor Trump, francamente, ci pare proprio  che Zelensky, respingendo – almeno per ora - la sua offerta e pretendendo garanzie più concrete, abbia proprio i suoi buoni motivi e stia realmente facendo, sia pure in condizioni disperate, l’interesse della sua gente. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
    4 min
  • E si, la colpa è proprio di Zelensky... | Il Punto della Settimana
    La presidenza Trump, perlomeno per quanto concerne la politica estera, ha iniziato andando ben al di là di quelle che potevano essere le nostre più fosche aspettative. Che dire, infatti, delle desolanti novità che sono emerse durante l’incontro che si è tenuto a Riad, sotto la graziosa ospitalità di un principe saudita noto, oltreché per i miliardi di dollari che – beato lui – movimenta in tutto il Pianeta, anche per aver fatto eliminare con una motosega un giornalista che gli dava fastidio? Che dire del vergognoso e distorto scenario geopolitico, in cui a recitare la parte del provocatore e del dittatore sarebbe adesso quel povero “attore comico di scarso successo” che, da tre anni, si batte come un disperato per garantire l’indipendenza e le libertà democratiche del suo Paese? Povero Putin, così pesantemente calunniato, in questi ultimi tempi, dalla propaganda di un’Europa illiberale che si è persino permessa di rinfacciargli i bombardamenti sui civili, le stragi come quella di Bucha o la deportazione di migliaia di bambini ucraini andati a finire chissà dove...Meno male che adesso, a ridargli una patente di rispettabilità internazionale, è arrivato il palazzinaro newyorkese, spiegandoci come l’alleato dell’Iran e della Cina - e cioè dei due peggiori nemici (almeno fino ad un momento fa) degli Stati Uniti - sia, in realtà, un interlocutore più che affidabile e col quale poter costruire un radioso futuro  fatto di pace e sicurezza. Apprendiamo, quindi – e, questa volta, non da Lavrov o da Peskov, ma direttamente da Washington - che è stata  l’Ucraina con le sue insane pretese a causare la guerra. Complimenti, dunque, alla macchina comunicativa del Cremlino se è riuscita, così rapidamente, a trasformare quello che, in teoria, dovrebbe essere l’uomo più autorevole del mondo in un penoso megafono di diffusione delle sue più colossali ed improponibili fandonie. È evidente che Trump, manifestamente inadeguato sul piano della cultura geopolitica,  non ha la minima idea di ciò che dice, non conoscendo affatto la storia russa e non avendo, evidentemente, al suo fianco nemmeno qualcuno che gliela racconti bene, illuminandolo sul come stiano veramente le cose. Purtroppo, l’improvvisazione ed il deficit culturale di questa nuova Amministrazione americana, non potranno che produrre conseguenze disastrose a livello planetario. Putin non sarà magari un raffinato intellettuale, ma, a differenza di Trump, conosce senz’altro la storia russa  ben più a fondo di quanto il suo nuovo sodale conosca quella degli Stati Uniti... e soprattutto, sulla falsa riga dei grandi leader sovietici del Novecento, è portato a pensare che il fattore politico debba prevalere su ogni altro tipo di considerazione. Ecco perché non si pone il benché minimo scrupolo nel mandare al macello migliaia e migliaia di suoi soldati come se nulla fosse. A lui non interessano i valori legati al rispetto della vita e della dignità umana, ma solamente gli obbiettivi che si è messo in testa di dover raggiungere. Di fronte a lui, un tipo come Trump più che rabbia, fa quasi tenerezza, come la farebbe un ladruncolo di periferia che si volesse mettere in affari con don Vito Corleone. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • Ottantasette anni dopo | Il Punto della Settimana
    La Conferenza di Monaco, giunta alla sua 61esima edizione, rappresenta solitamente un punto di riferimento per il dibattito sulle principali sfide di politica estera e di sicurezza a livello globale. Quest’anno però, assume, indubbiamente, un significato del tutto particolare, al punto che non pochi commentatori sono giunti persino a paragonarla a quella che, nel 1938, segnò – sostanzialmente – l’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Infatti, il contesto in cui si svolge l’ormai tradizionale appuntamento bavarese è oggi segnato dall’elettroshock che Donald Trump sta imponendo alla politica internazionale, dall’ancora balbettante avvio della nuova Commissione europea, dalla fragilità interna di Francia e Germania oltreché, ovviamente, dal conflitto in Ucraina. Quella Monaco di 87 anni fa si rivelò la sede in cui Parigi e Londra sacrificarono, di fatto, la Cecoslovacchia, alimentando le aspettative espansionistiche di Hitler: speriamo che quella del 2025 non venga ricordata, dagli storici del futuro, come l’appuntamento in cui l’America pose le basi per la fine dell’Occidente liberal democratico. Infatti, nel lasciare intendere che a decidere le sorti dell’Ucraina saranno essenzialmente – se non esclusivamente – Stati Uniti e Russia, Trump sembra farsi promotore di una visione di un mondo nuovo, in cui a vincere sarà sempre il più armato, il più arrogante e il più spregiudicato. Sia che si tratti di fare del Governo di Kiev un burattino nelle mani del Cremlino, oppure di accorgersi, da un momento all’altro, che, per la Groenlandia, è assolutamente necessario un cambio di passaporto. Dobbiamo, francamente, riconoscere di esserci sbagliati quando, subito dopo l’elezione del Tycoon alla Casa Bianca, avevamo sperato che la nuova Amministrazione americana avrebbe dato seguito e concretezza a certi riferimenti - fatti in campagna elettorale – in merito ad alcuni “rapporti di forza” fermi e chiari, che sarebbero stati gli unici argomenti in grado di condizionare il cinico pragmatismo di Putin. Invece, ci tocca adesso, purtroppo e a malincuore, prendere atto del fatto che, evidentemente, il primo soggetto a subire la legge della jungla è proprio il Presidente degli Stati Uniti: prepotente con gli amici (vedasi Canada e Messico) e servile con i nemici (anche storici) del suo Paese, come quel Vladimir Putin, ricercato dalla Corte Penale Internazionale, al quale ha incredibilmente riconsegnato il diploma di statista legittimato ed autorevole a livello mondiale, confessando candidamente di avere parlato con lui, per un’ora e mezza, non solo di Ucraina, ma anche “del grande beneficio” che un giorno avranno nel lavorare insieme...  Forse, nei confronti di un uomo che comunque – e guai a dimenticarlo - controlla pur sempre uno spaventoso arsenale nucleare,  era effettivamente eccessivo l’atteggiamento di chiusura assunto da Joe Biden, che lo definiva “un killer” e che si rifiutava persino di rivolgergli la parola: tuttavia, prima di arrivare alla “corresponsione di amorosi sensi” cui abbiamo assistito in questi giorni, pensiamo che  un minimo di cautela diplomatica in più – anche nel rispetto di Zelensky e degli Europei – sarebbe stata decisamente opportuna. Se Trump ed il suo sodale del Cremlino stanno davvero lavorando ad una sorta di spartizione di Yalta del terzo millennio (invitando, naturalmente, al banchetto anche la Cina), allora il Vecchio Continente – ispirato, ormai da lunghi decenni, più dall’osservanza dei migliori principi giuridici e umanitari, che dalle logiche tipiche dei due “raffa raffa” di turno - non pare, purtroppo, nella condizione di poterla impedire. Però, lasciateci concludere che, se dobbiamo sul serio ridurci a guardare a Xi Jinping come al meno peggio o, comunque, come all’unico membro della triade del potere globale in possesso di almeno una briciola di rispetto (sia pure ipocrita e formale) del diritto internazionale, allora vuol dire che stiamo entrando veramente nella fase più tragicomica della Storia universale. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • Monfalcone velata | Il Punto della Settimana
    Abbiamo letto, in questi giorni, che alcune studentesse musulmane di Monfalcone, prima di entrare in classe, ogni giorno vengono sottoposte, da parte delle loro insegnanti, ad una surreale operazione di riconoscimento per accertare se le ragazze siano effettivamente le allieve dell’Istituto “Sandro Pertini” che affermano di essere. Tutto ciò avviene in ottemperanza di quanto dispone la Legge 152 del 1975 che, emanata nel periodo buio degli “anni di piombo”, vieta a chiunque di poter comparire mascherato o, comunque, con il volto coperto in un luogo pubblico, salvo “giustificato motivo”. Chi sia, nella fattispecie scolastica in questione, abilitato a stabilire se un motivo sia “giustificato” o meno non appare chiaro, ma è piuttosto dubbio che il delicato compito debba davvero spettare proprio all’ autonoma iniziativa di qualche qualche preside in evidente imbarazzo ...E non a caso, lo stesso ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, ha sollecitato il pronto aggiornamento - alle esigenze del nostro tempo - di una normativa ormai prossima a spegnere la sua cinquantesima candelina... Sulla vicenda è intervenuta anche la giornalista Marina Terragni, fresca di nomina all’incarico di Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, esprimendo la sua preoccupazione “sulla libertà di queste ragazze e sulla loro effettiva integrazione nel contesto scolastico e sociale”, visto che - a suo parere - “talune pratiche contravvengono ai più elementari diritti e ostacolano il pieno sviluppo della personalità”. Tuttavia, come ha più volte ricordato l’ex sindaca di Monfalcone, Anna Maria Cisint (spesso gradita ospite su questa nostra emittente), il 25 per cento dei residenti a Monfalcone è musulmano e, quindi, non c’è affatto da meravigliarsi se le studentesse che indossano un  velo risultino essere assai numerose, anche se bisogna pure considerare che “c’è velo e velo”… Nel senso che un conto è portare uno “chador” che lascia il viso scoperto ed al quale, quindi, nessuno si oppone, mentre un altro è quello di pretendere di entrare in classe con un “niqab” che, consentendo di intravedere solamente solo gli occhi, mette la direzione scolastica nella sgradevole situazione di dover decidere se applicare rigorosamente la legge (vietando cioè l’ingresso alle giovani islamiche, con il rischio di provocarne l’abbandono degli studi), oppure provvedere, comicamente, alla loro identificazione tutti i giorni prima dell’inizio delle lezioni. Può rientrare un’esigenza di carattere religioso nell’ambito dei giustificati motivi? Nella vicina Francia – soprattutto dopo che le ostentazioni di alcuni simboli di fede a scuola (come una catenina cattolica con un crocifisso o una kippah ebraica sulla nuca) avevano dato origine ad alcuni episodi di inaccettabile odio razziale e culturale – si è deciso in senso negativo, volendo tutelare la laicità dello Stato e dei luoghi in cui si esercita la giustizia oppure si diffonde il sapere. E pure noi, probabilmente, non faremmo poi così male se – almeno in merito a questi temi – prendessimo esempio dai nostri cugini d’Oltralpe ed anziché costringere un’insegnante di matematica ad agire ogni mattina come se fosse una poliziotta, spiegassimo invece – ad ogni studente ed in modo ben chiaro – che, dalle nostre parti,  di esperienze simil Fra Girolamo Savonarola ne abbiamo già vissute anche troppe nel passato e che, pertanto, oggi la misura ci pare ormai - già di per sé - sufficientemente colma... ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • Ragione di Stato | Il Punto della Settimana
    Appare a tutti abbastanza chiaro come la liberazione e il rimpatrio di Nijen Osama Almasri - spietato capo della polizia giudiziaria libica - siano stati dettati da un interesse superiore che, normalmente, si definisce “ragione di Stato”. E’, infatti, più che probabile che, in questa intricata circostanza, il Governo abbia voluto agire badando, essenzialmente, agli aspetti geopolitici della questione, anche a costo di ignorarne le pur non marginali implicazioni di carattere etico. Fino a ieri non l’avevamo neanche mai sentito nominare, ma oggi tutti sappiamo che razza di individuo sia questo potentissimo ufficiale che, in terra di Libia, governa svariati luoghi di detenzione nei quali la tortura, le esecuzioni sommarie ed ogni altro tipo di violenza sono la norma quotidiana. E non a caso, sulla sua testa pende un mandato di arresto emesso, recentemente, dalla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja. Ciò nonostante, Palazzo Chigi ha, evidentemente, ritenuto che dal trattenere nelle patrie galere questo ingombrantissimo ospite, il nostro Paese avrebbe avuto senz’altro più da perdere che da guadagnare. Ad esempio, il flusso dei migranti che attraversano il Canale di Sicilia è, attualmente, diminuito, ma basterebbe poco per indurre la Libia a modificare quell’atteggiamento abbastanza collaborativo che – a modo suo, si intende – negli ultimi anni, ha adottato sul controllo delle carrette del mare. E poi, ci sono i grandi interessi dell’ENI da tutelare ad ogni costo, mettendoli al sicuro da certi sgambetti che magari potrebbero tentare qualche amico d’Oltralpe – vedi il gruppo Total – se pensasse di approfittare di un eventuale raffreddamento dei rapporti tra Roma e Tripoli. E’, quindi, nostro massimo interesse impegnarci per favorire un clima di stabile intesa nelle relazioni che intratteniamo con un Paese che, oggigiorno, appare talmente imprevedibile e diviso al suo interno da far, sinceramente, rimpiangere i tempi in cui l’interlocutore principe sarà anche stato una mina vagante per l’ordine nel Mediterraneo, ma almeno era uno solo. Gheddafi, tra le altre cose, fu il mandante di stragi come quella di Lockerby con tutte le sue 270 vittime, eppure nessuno si indignò più di tanto quando, nel 1976, la LAFICO – finanziaria della Banca centrale libica – acquisì una quota del 9% del capitale della FIAT, fornendo all’Avvocato Agnelli ossigeno fresco in una fase di grosse difficoltà aziendali. E ben pochi provarono un senso di vergogna quando, in uno slancio di penoso servilismo, Berlusconi arrivò addirittura a baciare l’anello del bizzoso colonnello di Tripoli. Dinanzi alla “ragione di Stato”, non ci sembra, quindi, il caso di arrampicarsi troppo sugli specchi per cercare di negare – come, stranamente, ha fatto Giorgia Meloni – il coinvolgimento del suo Esecutivo, addossando le responsabilità del salvataggio di Almasri ad inefficienze degli apparati della giustizia o, comunque, a cortocircuiti burocratici. La vicenda di queste ore non è poi così diversa da quella che ha portato, soltanto un mese fa, alla liberazione di un ingegnere sospettato di terrorismo, in cambio di quella di Cecilia Sala. Non abbia, quindi, la nostra premier alcun timore nel rivendicare, anche in questa fattispecie, il primato della politica, riconoscendo che, quando c’è di mezzo la “ragione di Stato”, non esiste alcun motivo per occultarne la presenza, ricorrendo goffamente a scuse alle quali tanto poi non crede davvero nessuno. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • L’Italia e l’uscita di Trump dall’OMS | Il Punto della Settimana
    Tra i primi provvedimenti urgenti appena firmati dal neopresidente americano, Donal Trump, figura anche un ordine esecutivo che sancisce l’uscita degli Stati Uniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il tycoon ha motivato la sua decisione criticando quella che – a suo parere – è stata una cattiva gestione della pandemia nata in Cina, unitamente “all’incapacità di dimostrare indipendenza dai condizionamenti politici inopportuni di alcuni Stati membri”. Ed il riferimento, in questo caso,  era diretto, in modo abbastanza chiaro al gigante asiatico. Inoltre, l’Oms sarebbe anche colpevole di avere ingiustamente approfittato della usuale generosità di Washington, chiedendole finanziamenti sempre eccessivamente onerosi. È in effetti, è giusto ricordare che gli Stati Uniti hanno rappresentato – almeno fino a ieri - il principale donatore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, coprendo una quota del il 16 % del finanziamento totale, corrispondente alla cifra di 1,284 milioni di dollari nel periodo 2022-2023. Nasce, quindi, adesso il rischio più che concreto che, senza il contributo degli Americani, l’OMS venga a trovarsi nell’impossibilità di rispondere alle emergenze sanitarie a livello globale, dovendo, tra l’altro, a questo punto, procedere (con ogni probabilità) anche ad una riduzione del suo personale scientifico. C’è da dire, inoltre, che l’impennata di Donald Trump ha finito per avere immediate ripercussioni anche nel nostro Paese, visto che due senatori della Lega – e cioè, gli immancabili Borghi e Bagnai, vecchi fautori dell’uscita dell’Italia dall’euro e, più o meno, da tutto quello da cui è umanamente possibile  uscire -   hanno prontamente depositato in Senato un disegno di legge affinché  anche il Bel Paese lasci l’OMS, etichettata come “un carrozzone che aiuta solo quelli che ci lavorano”. Peccato che, sul nostro territorio, siano presenti numerosi centri dell’Organizzazione, tutti impegnati in importanti attività di ricerca, di monitoraggio e di elaborazione dati. Ed è proprio il lavoro di questi nuclei scientifici – inseriti in un circuito internazionale che ne annovera quasi ottocento – a facilitare il conseguimento di risultati che, altrimenti, sarebbero irraggiungibili, vanificando, in tal modo, ogni tentativo di coordinare una politica finalizzata alla salute globale. L’agenzia delle Nazioni Unite è nata nel 1948, coinvolge oggi 194 Stati membri ed ha un raggio d’azione ampio e virtuosamente umanitario, poiché promuove la salute anche nelle aree più povere del Pianeta, dove agisce attraverso campagne di prevenzione e di informazione per la popolazione, cercando di evitare  la propagazione di focolai di malattie infettive e, più in generale, di emergenze sanitarie. Cerchiamo, quindi, di ignorare (per non indispettirci troppo) le voci di coloro che, proprio nel periodo della pandemia, sposarono - lancia in resta - tutte le più confuse teorie complottiste e negazioniste, nell’astruso tentativo di intralciare ogni provvedimento che comportasse azioni rapide ed efficaci di contrasto al virus. Insomma, volevano uscire dall’euro e dall’Unione europea e, visto che non ci sono riusciti, adesso si accontenterebbero di uscire almeno dall’OMS. A noi spiace solo che non vogliano invece uscire, una volta per tutte, dal Parlamento. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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