Il Punto della Settimana

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Il Punto della Settimana episodes

  • Tornare agli Accordi di Abramo | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Da quel poco che è filtrato circa gli incontri avvenuti tra Steve Witckoff (l’incaricato speciale di Donald Trump per il Medio Oriente) ed il premier israeliano Netanyahu (incontri che, tra l’altro, sembrano essere stati niente affatto rilassati, ma piuttosto  “franchi e cordiali”, con tutto quello che l’espressione significa ipocritamente nel linguaggio diplomatico), ci sentiamo incoraggiati a sperare che gli intendimenti del nuovo presidente americano vadano ben oltre i limiti di una sia pure urgente e necessaria tregua dei combattimenti nella Striscia di Gaza. Come è noto, il nuovo inquilino della Casa Bianca è un soggetto abbastanza imprevedibile, ma certamente non privo di una certa fantasia se non politica, almeno affaristica  che – sebbene molto lontana dai modi e dalle parole che generalmente definiscono l’agire di un capo di stato moderno – sarebbe sbagliato sottovalutare. Vogliamo, quindi, auspicare che - piaccia o non piaccia ai suoi interlocutori arabi o israeliani – questa nuova amministrazione USA sia orientata a ripartire proprio da quello che, probabilmente, possiamo considerare come l’unico momento degno di essere ricordato della precedente presidenza Trump:  e cioè, dal rilancio  degli Accordi di Abramo. Pertanto, nulla di particolarmente rivoluzionario, ma la ripresa, invece,  di quel piano di normalizzazione delle relazioni tra Israele ed Arabia Saudita, tanto osteggiato dall’Iran (e dai vari gruppi oltranzisti che vi fanno riferimento), in quell’area del mondo che, ironia della sorte, dovrebbe pure rappresentare la Terra Santa. E non a caso, il massacro del 7 ottobre è avvenuto proprio  quando  pareva ormai praticamente scelto l’inchiostro col quale sarebbe stata siglata la storica intesa tra lo Stato ebraico ed il Regno più ricco ed influente del  mondo musulmano.  Se, dunque, gli obbiettivi mediorientali di Donald Trump non sono cambiati, ma sono tuttora rimasti quelli fissati durante il suo primo mandato, allora ecco che, in cambio di una neutralizzazione delle aspirazioni nucleari iraniane (da ottenersi con le buone o con le cattive), Washington dovrebbe chiedere come contropartita, al potente principe saudita Mohammed Bin Salman, il riconoscimento ufficiale di Israele, dal quale, a sua volta, pretenderebbe, invece, un contestuale nulla osta verso la graduale costituzione di uno Stato palestinese, di cui l’Arabia diventerebbe il principale tutore politico ed economico. Aspetto, quest’ultimo,  che – dettaglio da non trascurare – andrebbe anche a meglio garantire la sicurezza di Tel Aviv, essendo il regime di Riad  uno dei più irriducibili nemici della “Fratellanza Musulmana”: e cioè proprio dell’organizzazione islamista da cui ha tratto origine Hamas. Ed è, quindi, chiaro che assegnare ai Sauditi la sovraintendenza sul novello Stato palestinese significherebbe anche escludere, quasi del tutto, il gruppo terrorista di Gaza dai futuri giochi politici.  Inoltre, facendo della nuova nazione palestinese una sorta di protettorato saudita – gestito magari anche d’intesa con altre potenze sunnite -  Trump immagina, con ogni probabilità, di poterla rapidamente trasformare in un’area ricca e produttiva e pertanto, come tale, anche molto meno disposta a  lasciarsi incantare – almeno così si spera - dalle sirene del fanatismo ideologico in chiave anti semita ed anti israeliana. In altre parole, la scommessa sarebbe quella di eliminare il terrorismo finanziando  investimenti in infrastrutture avanzate e garantendo il benessere per tutti. Naturalmente, non è detto che ciò che verrebbe accolto con favore in quasi tutto il resto del Pianeta debba funzionare bene anche per la Palestina, ma vale, comunque, la pena di provare a crederci. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • Le cose di cui essere orgogliosi | Il Punto della Settimama
    Francamente, abbiamo l’impressione che tutto quel piangersi addosso che, da alcuni mesi, sta permeando non poche analisi sullo stato dell’economia italiana, sia davvero ispirato da una forma di settarismo prevenuto ed autolesionista. Vero, è innegabile che vi siano settori della nostra industria che al momento - basti pensare all’automotive - versano in condizioni di gravi difficoltà: tuttavia, se andiamo invece ad esaminare, più serenamente, l’andamento complessivo della nostra vita produttiva, allora non potremo certo far finta di ignorare la presenza di determinati numeri che, al contrario, ci raccontano di come l’industria italiana – grazie anche ad alcune sue specificità – risulti essere, al momento, la più in salute d’Europa. Se analizziamo, infatti, i dati più recenti relativi all’export ed all’occupazione o se ci soffermiamo a prendere atto di come un tessuto industriale opportunamente diversificato come il nostro sappia sempre trasformarsi in un’inesauribile fucina di brillanti innovazioni e di inimitabili eccellenze, ecco che allora dovremo, senz’altro, riconoscere di trovarci in presenza di una realtà economica che ben poco ha a che vedere con certe narrazioni influenzate da un pessimismo pregiudiziale, se non addirittura da un subdolo malaugurio. Ed in verità, il nostro sistema industriale presenta tratti di un’originalità probabilmente unica al mondo e tale da renderlo resiliente persino dinanzi alle turbolenze geo politiche che stanno funestando il nostro tempo. Pertanto, pensiamo che dovremmo apprezzare compiaciuti il fatto che il nostro modello di creazione di ricchezza – pur se così distante da quelli di altre potenze industriali – si riveli stabilmente in grado di garantire dei risultati confortanti. Risultati che scaturiscono, in larga misura, da un fitto pullulare di iniziative vincenti, che altro non sono se non il frutto della brillante volontà di innovare che guida le imprese italiane. Sia le piccole e medie, che quelle più grandi. Stiamo, quindi, parlando, di un virtuoso modello di sviluppo che, non disponendo – come è noto - di particolari risorse naturali, investe prevalentemente nella sua fertilissima creatività e che, di conseguenza, va assolutamente tutelato a livello politico, nonché alimentato culturalmente con tutto l’ orgoglio che, di regola, dovrebbe caratterizzare quel grande Paese che spesso ci dimentichiamo di essere. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • La guerra del gas | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Volodymyr Zelensky dichiara che lo stop al transito del gas russo attraverso l’Ucraina rappresenta, senza dubbio, una importantissima vittoria sia per il suo Paese, che per quelli che, fino ad oggi, lo hanno sostenuto nell’opporsi all’invasione russa. Il presidente ucraino fa, infatti, notare che, quando Putin salì al potere 25 anni fa, “il pompaggio annuale di gas dall’ Ucraina verso l’Europa era di oltre 130 miliardi di metri cubi. Oggi il transito del gas russo è pari a 0”. E questa, sempre secondo il leader di Kiev, “è una delle più grandi sconfitte di Mosca”. Tuttavia, se, indubbiamente, qualche grosso problema al Cremlino ed al gigante energetico Gazprom questa scelta del governo Zelensky lo sta sicuramente creando, non è neanche detto che, per noi Europei, sia proprio il caso di affrettarci a stappare le nostre bottiglie migliori per brindare a questo evento così rivoluzionario nel campo delle forniture energetiche... Ad esempio, il fatto solo che la quotazione del gas sul mercato di Amsterdam registri, da tempo, dei lievi aumenti quotidiani, qualche dubbio sulle ricadute più immediate - riguardo almeno ai costi delle nostre bollette di luce e gas - sarebbe forse opportuno cominciare a nutrirlo...Certamente, Zelensky dice il vero quando sottolinea come, da ora in poi, al Cremlino verrà sicuramente a mancare uno dei principali canali di arricchimento,  tramite i quali non solo ha finanziato, da tre anni a questa parte, la cosiddetta “operazione militare speciale”, ma ha pure potuto condizionare, per quasi un trentennio,  i rapporti con i Paesi dell’Unione Europea, creando, talvolta, anche a delle vere e proprie dipendenze di natura economica ed energetica. Viene, quindi, ora a mancare, nella cassetta degli attrezzi di Putin, un grimaldello molto efficace e di cui il piccolo zar si è a lungo servito per penetrare nei palazzi del potere del Vecchio Continente, da Roma a Berlino. Per parte sua, Bruxelles si è però detta sicura di non rimanere con i caloriferi spenti e gli impianti industriali in panne, potendo oggi contare su alcune fonti di approvvigionamento alternative rispetto a quelle di Mosca, per altro ormai già ridotte ai minimi termini. Ciò nonostante, come si è accennato, sul mercato di riferimento per l’Europa (e cioè, quello di Amsterdam), il prezzo del gas ha ultimamente varcato la soglia dei 50 euro per megawattora: che, sia chiaro, non sono più i 135 del dicembre 2023, ma fanno lo stesso squillare un campanello di allarme che sarebbe bene non prendere troppo alla leggera.... Invece, sul piano più strettamente politico, Kiev, assumendo questa decisione, lancia  comunque un segnale molto chiaro non solo a Putin, ma anche a Trump ed agli Europei, circa il fatto che la resistenza ucraina è ancora assolutamente determinata ad andare avanti: anche a costo di danneggiare gli interessi economici di qualche suo alleato continentale. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • Lasciate i leoni a casa loro | Il Punto della Settimana
    Il caso del domatore del Circo Orfei che, lunedì scorso, ha cercato di colpire con la frusta un leone che, evidentemente innervosito, aveva quasi sfondato la gabbia che lo separava dal pubblico, ha riportato agli onori della cronaca l’annoso problema dello sfruttamento degli animali selvatici – se ne calcolano almeno duemila in Italia - negli spettacoli circensi. Esiste, tra l’altro, una norma, ferma in Senato da due anni, che ne proibirebbe l’impiego per scopi di divertimento o, comunque, di intrattenimento: tuttavia, l’8 agosto di quest’anno è stato deciso di rinviare di 12 mesi l’applicazione definitiva del suddetto provvedimento, per farlo coincidere con l’emanazione del nuovo Codice dello Spettacolo, che, tra le altre cose, prevede pure il “graduale superamento dell’uso degli animali nei circhi e negli spettacoli viaggianti”. Passaggio questo, in cui il nostro Paese risulta, purtroppo, colpevolmente attardato, rispetto a quanto già avviene in altri 25 Stati membri dell’Unione Europea: Italia e Germania sono, infatti, le sole due nazioni a non avere ancora introdotto limitazioni allo sfruttamento di animali a fini di spettacolo. Eppure, da ormai molti anni, gli Ordini dei Veterinari – sia italiani, che europei – hanno denunciato come nei circhi non esista alcuna possibilità che il benessere degli animali e il rispetto delle loro esigenze comportamentali siano garantiti: i metodi utilizzati per ottenere comportamenti innaturali sono, infatti, in larga misura “opposti alle caratteristiche di specie”. Inoltre, al di là dei sistemi di addestramento violenti e coercitivi, a condizionare negativamente l’equilibrio psichico degli animali è anche il contesto di luci e rumori in cui sono costretti ad esibirsi. Ed a questo proposito, la Lega Anti Vivisezione segnala anche altri gravissimi fattori di stress come la frequenza dei trasporti da una meta all’altra, la mancanza di ambienti termoregolati, l’inadeguatezza o la scarsità delle cure veterinarie specializzate e “le procedure di mutilazione per rimuovere gli artigli, i denti o le ghiandole”. A nostro conforto, restano, tuttavia, i dati riportati da un sondaggio Doxa abbastanza recente – ottobre 2023 – dal quale è emersa la più completa contrarietà all’utilizzo di animali a scopo divertimento, da parte del 76% degli intervistati. Inoltre, il 79% di essi si sono pure espressi a favore della riconversione dei circhi con animali in altre attività ludiche che non prevedano, assolutamente, il coinvolgimento di esseri senzienti che non siano quelli umani. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • Criminalità e immigrazione irregolare | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Creano forse un certo imbarazzo – almeno tra chi vorrebbe, ad ogni costo, vederli profondamente diversi – alcuni dati che, ultimamente, sono filtrati dal ministero degli Interni. Si tratta, infatti, di numeri scomodi poiché rivelano che la percentuale dei reati commessi da stranieri irregolari (intorno al 28%), è decisamente più elevata rispetto a quella relativa alla consistenza numerica degli irregolari stessi che, al momento, si attesta solamente all’1% della popolazione presente in Italia. Se poi si va ad osservare i dati relativi alle violenze sessuali, si apprende che, al 30 settembre di quest’anno, il 44% di questi crimini era stato commesso da stranieri (regolari e non), che, messi insieme,  costituiscono appena il 10% della popolazione. Sono elementi di valutazione dai quali gli esperti di statistica deducono innanzitutto che, purtroppo, la pericolosità attribuibile agli stranieri irregolari è circa 50 volte superiore a quella dei cittadini comunitari (italiani e stranieri) e che, in secondo luogo, circa un terzo dei posti disponibili nelle nostre carceri è occupato da individui stranieri, in larga misura irregolari. Viene, pertanto, da pensare che, se non ci fossero questi detenuti, il fenomeno del sovraffollamento carcerario subirebbe un netto ridimensionamento. La questione – almeno a nostro avviso – andrebbe affrontata con pragmatica oggettività ed evitando, quindi, di negarne l’esistenza. Certo, ci sarà sempre qualcuno che contesterà questi dati, contrapponendo ad essi il fatto che, nel nostro Paese, la maggior parte dei reati viene, comunque, commessa dagli Italiani e non dagli stranieri...ma si tratta di un’osservazione abbastanza miope, dal momento che è ovvio che, essendo gli Italiani 10 volte più numerosi degli stranieri regolari e 100 volte più di quelli irregolari, il loro contributo alla criminalità complessiva non potrà che risultare, in valori assoluti, indubbiamente superiore. Il fatto è che però, da soli, gli stranieri commettono un terzo dei reati e in generale – soprattutto gli irregolari – vengono percepiti dalla gente comune come una minaccia costante al proprio quieto vivere: ed a questo proposito, vi segnaliamo che ci sono quartieri nei quali il rischio (per chilometro quadrato) di subire un’aggressione si rivela superiore - rispetto ad altre zone di una stessa città - in percentuali talmente impressionanti (e forse incredibili) che preferiamo persino non pubblicarle in questo nostro intervento settimanale. In conclusione, i nuovi dati ministeriali confermano  l’esistenza di una situazione difficilmente tollerabile e noi vogliamo sperare che la politica italiana – specialmente quella tradizionalmente più ispirata a confidare nello “stellone italico” – non cada, per l’ennesima volta, nell’errore di rifugiarsi in un atteggiamento negazionista, nel vano tentativo di occultare  una realtà che richiede, invece, risposte  certamente umanitarie, ma anche severe e responsabili. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • Il passo più lungo della gamba | Il Punto della Settimana
    Dalla fine del regime della famiglia Assad la Russia esce notevolmente ridimensionata nelle sue ambizioni imperiali. Dal 2011 aveva puntato – inizialmente riuscendoci – ad affermare un proprio potere in Medio Oriente, investendo proprio in quella satrapia alawita che, già ai tempi dell’Unione Sovietica, si caratterizzava come il più affidabile baluardo moscovita in quella tormentata area del Pianeta. Con il pesantissimo e decisivo intervento a sostegno del traballante governo di Damasco, Vladimir Putin aveva dato a tutti l’impressione di aver riportato il suo Paese in una posizione di forza anche nello scacchiere mediorientale. Poi però, probabilmente abbagliato dai suoi sogni di grandezza, l’uomo del Cremlino ha finito per fare il cosiddetto “passo più lungo della gamba”, invadendo l’Ucraina , rivelatasi però, fin da subito, un boccone ben più indigesto di quanto l’ex colonnello del KGB avesse mai immaginato. Sono ormai quasi tre anni che sacrifica la vita di migliaia e migliaia di suoi soldati senza nulla ottenere di concreto, ma collezionando, anzi, una penosa serie di brutte figure che ne hanno ridimensionato clamorosamente il prestigio, l’autorevolezza e la credibilità a livello internazionale. E se si è ridotto persino a chiedere truppe ai nord coreani, figuriamoci se, in queste ore, avrebbe avuto ancora uomini in armi da mandare per puntellare il sistema del suo sodale siriano...L’impressione che abbiamo è quella che sia giunto, per Putin, il momento di darsi una bella regolata e di cominciare a rifarsi attentamente i conti in tasca. Conti che, tra l’altro, vanno fatti anche con un rublo che, da quello sciagurato febbraio del 2022, si è svalutato del 25% sul dollaro e che oggi comincia a non essere più accettato come moneta di pagamento neanche dalla Cina e dall’India… L’unica carta che gli resta in mano è quella dell’arsenale atomico, anche se – a meno che non siano completamente folli – anche a Mosca sanno molto bene che un conto e minacciare di usarlo ed un altro è farlo realmente, andando incontro ad un suicidio globale, dal quale la Russia raccoglierebbe soltanto le macerie delle proprie città. E adesso, tra l’altro, entrerà in scena un nuovo interlocutore abituato pragmaticamente a trattare qualsiasi questione – come faceva quando conduceva la trasmissione televisiva “The Apprentice” – prevalentemente sulla base dei profitti e delle perdite. Ai concorrenti che si sottoponevano al suo giudizio imprenditoriale, Donald Trump era spesso costretto a dire “mi dispiace, ma hai fallito”. E proprio riferendosi allo stato di salute del regime putiniano, recentemente il prossimo inquilino della Casa Bianca ha osservato che “Putin deve fermare la guerra perché ha perso” e perché “quando si perdono 700mila persone, è il momento della pace.” Chissà se, alla fine della favola, Trump si confermerà davvero - come sperato da Putin - un avversario più malleabile di Biden, oppure il piccolo Zar avrà la sgradevolissima sorpresa di sentirsi dire qualcosa del tipo “hai preso solo una piccola fetta di Ucraina e in Siria non conti più niente. Stando così le cose, non penserai mica di essere tu a dettare le condizioni che ti farebbero comodo...”. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • A trent’anni da Budapest | Il Punto della Settimana
    Nella settimana che ci lasciamo alle spalle, qualcuno ha voluto ricordare quel 5 dicembre del 1994 in cui, esattamente trent’anni fa, veniva sottoscritto dai massimi rappresentanti di Stati Uniti, Germania, Gran Bretagna, Francia e – ironia della sorte – Russia, il cosiddetto “Memorandum di Budapest”: l’accordo diplomatico con il quale i suddetti Paesi si impegnavano a garantire l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Ucraina, in cambio della cessione al Cremlino, da parte di quest’ultima, delle circa duemila testate nucleari strategiche (e delle altre tremila tattiche) rimaste in suo possesso dopo la fine dell’Unione Sovietica. Si, perché - anche se adesso la cosa può sembrare quasi incredibile - il Paese che attualmente, ogni giorno, per difendersi è costretto ad elemosinare aiuti militari da Londra a Washington, in realtà – se a Budapest non si fosse lasciato ammaliare da promesse pronunciate, evidentemente, con un eccesso di faciloneria – oggi sarebbe ancora la terza potenza nucleare del mondo...E certo - almeno pensiamo noi - prima di intraprendere “operazioni militari speciali” nei suoi confronti per “denazificarne” la classe politica, Vladimir Putin ci avrebbe pensato ben più di una volta… Non c’è che dire, dalla storia dobbiamo aver imparato davvero pochino se ci stupiamo nell’osservare un Paese nazista e guerrafondaio che rinuncia spontaneamente alla possibilità di minacciare o di aggredire popoli vicini o lontani facendo uso delle sue terribili armi atomiche… Comunque, a motivare anche i Paesi occidentali verso la definizione di un accordo come quello di Budapest, contribuì sicuramente il timore – a quei tempi abbastanza diffuso – che dal frazionamento dell’arsenale nucleare sovietico potessero nascere conflitti e situazioni politicamente ingestibili, qualora parti di esso fossero finite a disposizione di Stati disinteressati al mantenimento della pace mondiale. E forse, l’ingenuità, dimostrata in quei frangenti dai governi occidentali, può in qualche modo trovare una sorta di giustificazione pure nel fatto che il loro interlocutore moscovita allora si chiamava Boris Eltsin ed era un politico molto diverso da quello che c’è, invece, oggi. Per parte sua, Putin, da ormai una decina d’anni, al fine di giustificare le sue mire espansionistiche verso ovest, sostiene che l’Ucraina di oggi nulla abbia a che vedere con quella di trent’anni fa, essendo, al contrario, uno Stato nuovo e diverso e con il quale la Russia non ha mai firmato alcun documento vincolante. Insomma, considerato come sono andate e come stanno tuttora andando le cose, c’è forse da stupirsi se Zelensky continua a chiedere garanzie più credibili sul fatto che, in futuro, a nessuno verrà nuovamente in mente di invadere il suo Paese? Putin: “Un nuovo Stato sorge con cui non abbiamo accordi" Il 4 marzo dello stesso anno il presidente russo Vladimir Putin spiega che quella che all’epoca sta avvenendo a Kiev è una sorta di rivoluzione, tale per cui l’Ucraina del 2014 non è lo stesso Stato con cui la Russia aveva firmato il Memorandum 20 anni prima: “Un nuovo Stato sorge, ma con questo Stato e nei suoi confronti noi non abbiamo firmato alcun documento vincolante”. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • Frugali più degli altri | Il Punto della Settimana
    Consentiteci di godere del fatto che le nuove regole del Patto di Stabilità, giunte ormai alla loro prima applicazione, i maggiori problemi li stiano creando soprattutto ai cosiddetti Paesi “frugali”. Si, proprio a quelle Nazioni che tanto avevano insistito per introdurre misure di controllo sempre più severe per la sorveglianza dei conti pubblici. La Germania, innanzitutto, provata da una crisi politica ed economica senza precedenti negli ultimi cinquant’anni, non è nemmeno stata in grado di presentare alla Commissione europea il suo Piano strutturale di Bilancio: e vale a dire, il documento con gli impegni obbligatori di spesa da rispettare nei prossimi quattro anni. Ma come se non bastasse, Berlino si è vista persino respingere il Documento programmatico: in altre parole, la manovra di finanza pubblica per il prossimo anno, perché la spesa in esso indicata non è stata giudicata in linea con le direttive raccomandate da Bruxelles. Peggio ancora è andata per l’Olanda - altro Paese con ambizioni da primo della classe sul controllo dei conti pubblici – che ha dovuto addirittura incassare lo smacco della bocciatura del suo programma, perché sforava al rialzo le indicazioni sul contenimento dei costi. Ma poi, alla lista dei “discoli” si sono aggiunte anche altre presunte medaglie d’oro della contabilità pubblica come Lussemburgo, Finlandia, l’Estonia e Austria. Per la verità, anche l’Italia non ha certo mai mostrato di apprezzare particolarmente le rigidità del nuovo Patto: tanto è vero che, quando l’anno scorso fu approvato, furono soltanto tre i nostri europarlamentari a votarlo... Ciò nonostante, il Bel Paese, rispettando i suoi impegni “ con serietà e in silenzio” – tanto per citare le parole usate in proposito dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti - ha ottenuto una non del tutto scontata promozione da parte della Commissione europea. E sia chiaro che non si tratta affatto di impegni da prendere alla leggera, dal momento che il Governo si è vincolato, per il prossimo quinquennio, a non aumentare la spesa pubblica oltre l’1,5 % medio. Inoltre, ha messo nel dimenticatoio tante irrealizzabili promesse elettorali come il pensionamento con “Quota 41” o la “flat tax”, potendo però certamente contare sul contributo decisivo fornito da un sistema imprenditoriale dotato di spiccate attitudini alla resilienza e da un export che sembra non conoscere battute di arresto. Pertanto, il rispetto delle regole e la stabilità politica finiranno per conferire, con ogni probabilità, una maggiore autorevolezza alle opinioni dell’Italia che, ad esempio, in Europa da tempo si è fatta promotrice di istanze che potrebbero, oggettivamente, andare a favore anche della stessa Germania. Si veda - tanto per citare una delle questioni al momento più delicate - quella relativa ai veicoli green, sulla quale la richiesta (avanzata per primo dal nostro Paese) di rivedere le scadenze fissate per l’uscita dalla produzione del motore endotermico, potrebbe risultare un’ utile scialuppa di salvataggio non solamente per il comparto automobilistico tricolore, ma anche per le varie Mercedes e Volkswagen, oggi alle prese con dolorose chiusure di stabilimenti e preoccupanti tagli occupazionali. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • La transizione ecologica degli Europei e quella di chi se ne infischia beatamente | Il Punto della Settimana
    La 29esima Conferenze delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (appena conclusa a Baku), si è svolta in un clima di so-stanziale rassegnazione rispetto alla frustrante irrilevanza dei suoi contenuti, vista anche la mancata partecipazione ai lavori di tutti i grandi della Terra, evidentemente molto più attratti da quel contemporaneo G20 di Rio, in cui i temi ambientali non hanno certo conosciuto le luci della ribalta. E magari, a livello di grandi istituzioni internazionali, coordinare un po’ meglio i calendari delle varie iniziative globali non guasterebbe affatto... Ricordiamo, comunque, che l’argomento centrale di questa snobbata Cop 29 verteva sugli approvvigionamenti finanziari necessari per facilitare le transizioni energetiche, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Dalla Conferenza è emerso che per centrare certi ambiziosi obbiettivi occorrerebbe la bellezza di un trilione di dollari: e, per maggiore chiarezza, stiamo parlando di oltre mille miliardi di biglietti verdi che, possiamo immaginare, non saranno poi così facili da mettere insieme… Ma le note meno confortanti non sono, forse, nemmeno quelle inerenti l’improbabile manovra finanziaria che andrebbe affrontata, quanto quelle che riflettono, invece, il mutato atteggiamento - da parte di importanti economie planetarie - nei confronti dei percorsi da seguire verso una transizione ecologica che, al momento, appare sempre meno concreta. A parte l’Argentina che, nella persona del suo pirotecnico presidente, Javier Millei, ha addirittura usato il palcoscenico di Baku per negare che il cambiamento climatico sia un problema reale, le maggiori preoccupazioni sono, senza dubbio, quelle che ha de-stato la decisione dell’India di non utilizzare più fonti di energia rinnovabili, tornando - per sostituirne il contributo - al vecchio (e ben poco “green”) carbone... Un passo indietro davvero allarmante – sul piano del controllo delle emissioni – da parte di un Paese, le cui prospettive di crescita, da qui alla fine del 2027, sono calcolate nella misura dell’8% annuo. Ed anche la Cina, sebbene abbia recentemente diminuito il suo consumo di carbone, resta, comunque, refrattaria all’accettazione di qualsiasi limite alle produzioni di CO2. Cina, Stati Uniti e India, da soli, costituiscono il 43% delle emissioni mondiali, mentre la nostra Unione Europea, encomiabilmente prima della classe nel campo delle politiche ecologiche, presenta un dato complessivo che non va oltre il 6%... Un risultato che, indubbiamente, la premia sul terreno della responsabilità e della consapevolezza dei doveri che ogni Paese dovrebbe osservare pensando al futuro del Pianeta, ma che, purtroppo, dovrà adesso cominciare a fare seria-mente i conti anche con le varie Volkswagen, Stellantis o Mercedes che annunciano chiusure di stabilimenti e tagli all’occupazione. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • Non tutto il male viene per nuocere? | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Donald Trump torna, dunque, ad occupare le stanze della Casa Bianca e lo fa in virtù di una vittoria che è andata al di là di quella che, per lui, avrebbe potuto essere ogni più rosea aspettativa. Tra l’altro, il nuovo presidente, potendo adesso contare sulla duplice maggioranza repubblicana sia al Congresso, che al Senato verrà a fruire di una concentrazione di potere che lo porrà in una posizione  che ben si avvicina a quella di un monarca assoluto: cosa che, almeno in base a quanto ci risulta, non dovrebbe avere precedenti nella storia della democrazia americana. Resta il fatto che, sebbene questo indiscutibile successo elettorale  possa aver sorpreso molti di noi in Europa, una consistente maggioranza di cittadini americani si è schierata dalla parte di un candidato particolarmente discusso e divisivo e che, al di là delle numerose cause penali che lo vedono tuttora come imputato,   non ha neanche mai riconosciuto serenamente di aver perso le elezioni precedenti. Anzi, forse ha persino ispirato quella goffa imitazione dell’assalto a Palazzo d’Inverno che fu la penosa vicenda di Capitol Hill. Evidentemente - cosa che le forze anti sovraniste stentano a comprendere anche in altre parti del mondo - impostare una campagna elettorale privilegiando l’attenzione ai diritti civili, rispetto a quella orientata sui diritti e sui problemi sociali paga sempre meno...Quando, come è emerso in questi giorni, il consumatore americano scopre che una confezione di uova che, nel 2020, pagava un dollaro e qualcosa oggi ne costa più di tre, ogni considerazione di carattere etico, culturale, umanitario o filosofico va a farsi benedire, di fronte alle promesse di chi gli garantisce che la capienza del suo portafoglio tornerà ad essere quella dei bei tempi andati (che, comunque, a ben vedere erano quelli di Clinton e non quelli del primo Trump…). In questo momento, un po’ tutto il Vecchio Continente si domanda quali potranno essere le ripercussioni per i Paesi membri dell’Unione europea (ma anche per il resto del modo) se l’Amministrazione Trump darà sul serio concretezza alle battagliere strategie  preannunciate, in materia di commercio estero, durante la campagna elettorale. Francamente, temiamo che ci sia da aspettarsi ben poco di positivo... tuttavia, se l’introduzione, da parte di Washington,  di certe misure protezionistiche dovesse provocare, soprattutto a Bruxelles, qualche elettroshock in grado di farla rinsavire e finalmente comprendere che è forse giunto il momento di smetterla di recitare la parte della prima della classe - cercando, invece, di recuperare tutte le posizioni ultimamente perse nei settori innovativi rispetto a Usa e Cina – allora, forse, potremmo cominciare a pensare che, come ci ricorda l’antico motto, “non tutto il male viene per nuocere”. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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