Il Punto della Settimana

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Il Punto della Settimana episodes

  • Una riflessione ligure | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio La vittoria in Liguria di Marco Bucci scompagina i piani di quanti si erano illusi di andare a giocare una partita dall’esito già scontato in partenza. Una partita che, tra l’altro, prevedeva – come evidenziato da non pochi commentatori – anche la grande opportunità di poter calciare qualche rigore verso una porta vuota, visto che due o tre tifosi “amici” avevano già opportunamente provveduto ad ammazzare il portiere della squadra avversaria. L’improbabile coppia Schlein-Conte è riuscita, invece, a realizzare il capolavoro di far perdere il centro sinistra, nonostante il partito delle manette avesse predisposto le cose in una maniera così favorevole che più favorevole non si poteva… Noi, per parte nostra, vogliamo sperare che - al di là di certi errori di valutazione che hanno portato il Partito Democratico ad accettare una strategia elettorale sostanzialmente condizionata dalle pretese di un partner che, alla fine dei conti, si è poi rivelato molto più debole di quanto si potesse immaginare - a determinare l’esito di questa tornata elettorale sia stata, soprattutto, la fine di un’era: quella cioè, del populismo giudiziario che, in Liguria, ha subito una battuta d’arresto clamorosa e dalla quale certi signori romani che - da un palco di Piazza De Ferrari animato da  furori giacobini - invocavano (si è poi visto incautamente...) le dimissioni di Toti e le elezioni anticipate, dovrebbero, forse, iniziare a trarre qualche insegnamento... Insomma, puntare tutte le proprie “fiches” sui palazzi di giustizia o sulle trasmissioni (come Report) che vanno in onda nonostante siano  ancora in corso le votazioni, comincia finalmente a pagare pochino… Le elezioni in Liguria presentavano una valenza che andava ben oltre il rinnovo di un Consiglio regionale, assomigliando, invece, molto più da vicino ad un referendum in cui si chiedeva ai cittadini se fossero favorevoli a che i presidenti degli enti pubblici territoriali vengano nominati (ed eventualmente anche silurati) dalle procure: ebbene i Liguri hanno risposto di no, aggiungendo pure un chiarissimo basta ad ogni forma di pressapochismo giustizialista. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • Qualcuno ci spieghi i migranti in Albania | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Al di là delle rissose polemiche che la questione del centro di accoglienza migranti in Albania ha scatenato tra maggioranza e opposizione, c’è, comunque, un qualche cosa, in tutto il sistema architettato dal Governo, di cui sinceramente ci sfugge la ratio. Se non abbiamo capito male i meccanismi del giocattolo albanese, i migranti dovrebbero trovare soccorso in mare, grazie alle imbarcazioni della  Guardia Costiera o della Marina militare, per poi essere trasferiti nel Centro realizzato in Albania, dove si svolgerebbero le necessarie procedure di accertamento delle identità e dello stato di salute, cui farebbe seguito uno step di valutazione inerente i requisiti previsti per la concessione di asilo e di protezione umanitaria. Chi risulta disporre di tali requisiti viene trasferito in Italia, mentre chi ne è privo dovrebbe, almeno in teoria, essere rimpatriato nel Paese di origine. Opzione, quest’ultima, abbastanza improbabile, considerato che il rimpatrio di un individuo presuppone non solo la conoscenza effettiva del suo Paese di origine (e spesso i migranti arrivano sulle nostre coste senza documenti), ma esige anche che, con quel determinato Stato, sussista  un “accordo di riammissione”. E non è neppure detto che il Paese estero chiamato in causa sia sempre disposto a riaprire le porte di casa a tutti i suoi cittadini.  Naturalmente, il suddetto rimpatrio deve potersi considerare “sicuro” sulla base di criteri che sono stati esplicitati da una Direttiva europea, alla quale, non a caso, hanno fatto riferimento proprio i magistrati che hanno bloccato il trasferimento dei primi migranti al centro albanese. A questo punto, se non andiamo errati, ci risulta pure che, comunque, l’intesa con l’Albania preveda che chi è ospitato nel Centro in questione non possa rimanervi per oltre 30 giorni, trascorsi i quali deve lasciare il Paese balcanico. Ciò significa però, che chi viene a trovarsi nella infelice condizione di dover essere rispedito verso la terra di provenienza sarà, per forza di cose, condotto in Italia, in attesa di un improbabile rimpatrio che chissà se potrà mai avvenire... Ma allora, la cosa va a finire che tutti i migranti ospitati temporaneamente in Albania, in un modo o nell’altro, prima o poi devono arrivare in Italia...Ma allora non è vero che l’iniziativa del Governo serve a limitare gli sbarchi incontrollati sulle nostre coste...Ma allora c’è qualcuno che riesce a spiegarci le ragioni per le quali è stato ideato un percorso così intricato e costoso, quando, molto più semplicemente, sarebbe bastato portare direttamente i migranti soccorsi in Italia, controllando così – nei nostri uffici già esistenti - chi ha diritto all’accoglienza e chi, invece, deve essere sottoposto a procedura di rimpatrio? Francamente, abbiamo la sgradevolissima impressione che qualcuno a Roma abbia cercato di venderci molto bene la propria merce... ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • La Relatrice speciale | Il Punto della Settimana
    Uno “special rapporteur” è un consulente indipendente che prende parte a gruppi di lavoro che, su mandato del Consiglio per i diritti umani dell’ONU, sono impegnati in “procedure speciali” come, ad esempio, quelle che riguardano la fame nel mondo, il razzismo oppure i martoriati territori palestinesi, sempre al centro non solo di violenti combattimenti militari, ma anche di accese polemiche a livello di diritto internazionale. Di solito, questi team operativi sono composti da cinque membri, in rappresentanza delle diverse aree del Pianeta. A rappresentare – non abbiamo ancora capito bene se l’Italia, l’Europa o solamente se stessa – nel gruppo di analisi che riferisce su Gaza e Cisgiordania è, dal 2022, una giurista campana che si chiama Francesca Albanese, la quale, ogni volta che rilascia dichiarazioni sulla questione mediorientale, non si può certo dire che faccia sfoggio di quell’imparzialità che ci si potrebbe, invece, aspettare da chi agisce nell’ambito delle Nazioni Unite. Schierata su posizioni decisamente ostili a Israele, già nel suo primo rapporto, la Albanese ha raccomandato agli Stati membri delle Nazioni Unite di sviluppare “un piano per porre fine all’occupazione coloniale israeliana ed al regime di apartheid”, descrivendo, inoltre, gli Stati Uniti come “soggiogati dalla lobby ebraica”. Insomma, concetti che ci sembrano andare d’amore e d’accordo con quelli contenuti nei “Protocolli dei Savi di Sion”: un falso inventato e pubblicato dalla polizia zarista, nel 1903, per diffondere l’odio anti ebraico tra la popolazione russa. Un falso che, non a caso, nei Paesi arabi gode ancora oggi di ampio apprezzamento e di indiscussa credibilità. Francesca Albanese non ha mai fatto mistero di considerare legittima la “resistenza” di Hamas, sebbene ogni tanto – vedi il 7 ottobre – quei birbanti dei suoi miliziani si lascino prendere un tantino la mano dalla voglia di affermare le proprie ragioni...Anzi, essendo Israele quella che lei definisce una “forza occupante”, non ha alcun diritto di difendersi dagli attacchi provenienti dalle zone occupate, Gaza compresa. Peccato che Gaza, prima del terribile pogrom dello scorso autunno, fosse talmente occupata da non conoscere più la presenza di neanche un soldato israeliano dal 2005: anno in cui il governo Sharon aveva deciso non solo il ritiro unilaterale dell’esercito di Tel Aviv, ma anche lo sgombero – con le buone o con le cattive – di tutti gli insediamenti ebraici che, nel corso degli anni, si erano radicati proprio nel territorio della Striscia… Forse, vi stiamo dando l’impressione di accanirci su un argomento che, in fondo, non è poi di così vitale importanza...Il fatto è che certe affermazioni tipiche dell’antisemitismo più classico, già ci danno fastidio quando provengono da sprovveduti manifestanti che ripetono lo slogan “dal fiume al mare” (senza neanche sapere di quali fiumi e di quali mari si tratti), ma ancora di più ci sbalordiscono se a pronunciarle è addirittura una consulente diplomatica dell’ONU, per giunta di nazionalità italiana... Un aspetto, quest’ultimo, che qualche domandina su come venga selezionato il personale diplomatico nel nostro Paese dovrebbe pure stimolarla… Comunque, lascia sinceramente un certo amaro in bocca il dover subire l’assordante silenzio che la politica e la stampa di casa nostra osservano dinanzi all’imbarazzante partigianeria di questa signora. ______________________________________ Per i notiziari sempre aggiornati ascoltaci sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • 7 Ottobre | Il Punto della Settimana
    Domani è il 7 ottobre. Ed è una ricorrenza che – per chi scrive - si presenta incomprensibilmente accompagnata da tutta una serie di sondaggi che testimoniano della presa di distanza (se non addirittura della condanna) che le opinioni pubbliche occidentali hanno assunto nei confronti di Israele. Si dirà che, in fondo, non c’è nulla di nuovo...chi di voi, infatti, ricorda un governo israeliano – di destra o di sinistra che fosse – il quale non sia stato, sistematicamente, oggetto di critiche da parte dei media europei qualunque iniziativa prendesse? Abbiamo letto, in queste ore, anche di un autorevole commentatore di casa nostra che, in un suo pamphlet, ha recentemente rimproverato agli Israeliani di essere molto più bravi a muoversi sui campi di battaglia, di quanto lo siano su quelli della comunicazione: forse, a suo giudizio, se avessero pubblicato integralmente i video in cui si vedono dei terroristi esaltati che decapitano bambini e li “cucinano” al forno, certi spiriti sensibili di casa nostra ci avrebbero pensato due volte prima di lasciarsi andare a parlare incautamente di “genocidio” a Gaza. Noi, invece, siamo più pessimisti e, come abbiamo già detto più volte in questa rubrica, pensiamo che per il cittadino medio europeo Israele abbia sempre e comunque torto qualunque cosa faccia, compresa quella che magari egli maggiormente gradirebbe. D’altra parte, circa duemila anni di deicidio, di pozzi avvelenati e di diffusione di pestilenze e malanni di ogni genere, non devono poi risultare così facili da rimuovere dai nostri DNA… Certo la popolazione araba che vive nella Striscia di Gaza (ma pure quella di Cisgiordania), negli ultimi dodici mesi, ha dovuto subire indicibili lutti e sofferenze ed ha pertanto, giustamente, beneficiato di una vastissima solidarietà politica e morale. Sul versante opposto, invece, spiace riscontrare come siano state ben poche le voci pacifiste e umanitarie che – almeno nel nostro Paese – si sono levate per deplorare la pessima abitudine di Hamas di utilizzare i civili come scudi umani per barricare istallazioni militari e depositi di armi che vengono, infatti, quasi sempre collocati in prossimità di scuole ed ospedali. Molto più comodo paragonare Netanyahu a Hitler, mostrando, invece, il più completo disinteresse per i circa cento ostaggi israeliani che, da ormai un anno, sono rinchiusi nei sotterranei di Gaza a fungere da pesantissima moneta di scambio, tenuta nelle sue tasche, dal leader palestinese Yahya Sinwar. Sia chiaro, riteniamo più che legittime le pressioni che Europa e America esercitano su Tel Aviv affinché vengano limitati al massimo i danni a civili ignari ed innocenti, ma – per una più giusta ripartizione dei torti e dei meriti – ci piacerebbe anche che certi estremisti pro-pal, quando indicono una manifestazione, dedicassero un minuto di raccoglimento non soltanto alla memoria di Nasrallah, ma anche a quella delle migliaia di civili siriani che le sue milizie di Hezbollah – unitamente a quelle di Putin – hanno sterminato quando, pochi anni fa, si trattò di sostenere e mantenere in vita quel fulgido esempio di democrazia che è il regime di Bashar el Assad. Ma si sa, nei confronti dell’ebreo, pesa sempre un pregiudizio ancestrale che, forse, non sarà mai estirpato dalle nostre coscienze. __________________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • A trent’anni dall’autogol di Budapest | Il Punto della Settimana
    Mentre, anche ai massimi livelli di responsabilità politica, le minacce di fare ricorso all’uso di armi nucleari si stanno facendo sempre più frequenti, si avvicina – ormai è solo questione di due mesi – il giorno in cui, se il Pianeta fosse abitato da individui meno irresponsabili, si dovrebbe celebrare il trentennale del cosiddetto Memorandum di Budapest. E stiamo pensando a quel 5 dicembre del 1994 in cui, per cercare di mettere sotto un controllo unico quella parte dell’ex arsenale atomico sovietico che era rimasta al di fuori dei confini russi, Stati Uniti e Gran Bretagna convinsero l’Ucraina a smantellare le proprie testate (per l’esattezza erano cinquemila e costituivano all’epoca il terzo arsenale presente sulla faccia della Terra) ed a consegnarle alla Russia. In cambio le due potenze anglofone si facevano garanti, unitamente - vi preghiamo di non ridere – alla Russia, dell’indipendenza e dell’integrità territoriale del Paese. In questo modo, tutto il formidabile potenziale distruttivo che Kiev aveva ereditato dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, fece ritorno, nel giro di due anni, a quella che, in linea di massima, poteva essere considerata la “casa madre” moscovita. Strana – non c’è che dire – questa remissività da parte di una Nazione nazista e guerrafondaia come quella che i missili di Putin, da oltre trenta mesi, stanno cercando invano di “denazificare”, liberandola dal giogo immorale (e, si dice, addirittura satanico) impostole dalla cricca di Volodymiyr Zelensky... Col senno del poi, possiamo oggi affermare che il Memorandum del 1994 riveste, comunque, una certa importanza, se non altro perché aiuta a smentire certe argomentazioni del Cremlino, in base alle quali l’ Operazione Speciale Militare sarebbe essenzialmente scaturita da un’esigenza di autotutela - sentita “obtorto collo” dalla pacifica Federazione Russa - dinanzi alla crescente aggressività dell’Occidente. In realtà, a ben vedere, nonostante qualcuno (anche particolarmente autorevole) abbia, ultimamente, avuto l’impressione di udire “la NATO abbaiare al confine russo”, saremmo davvero curiosi di farci spiegare – soprattutto dai putiniani di casa nostra – per quale motivo chi avesse veramente voluto creare un grosso problema militare al Cremlino, lo avrebbe fatto arricchendolo di migliaia di bombe atomiche aggiuntive...In altre parole, ci pare che, vista la piega che hanno preso nel tempo i rapporti russo – ucraini, oggi il governo di Mosca dovrebbe soltanto ringraziare di cuore sia la Casa Bianca, che la dimora di Downing Street per l’incauto autogol che esse stesse si fecero a Budapest trent’anni fa. Pensiamo, infatti, che, se gli Ucraini rappresentassero ancora la terza potenza nucleare del mondo, ben difficilmente qualcuno si sarebbe sognato adesso di andarli ad attaccare. La verità è, quindi, quella che se, in questo momento, Putin si è trovato nella condizione di poter dare impunemente il via libera alle sue aspirazioni di carattere imperiale, lo deve proprio al fatto che la NATO intera, per troppi anni, ne ha frainteso le reali intenzioni, arrivando persino a disarmare un Paese dai confini fragili come l’Ucraina. __________________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • Chirurgia e guerra | Il Punto della Settimana
    Un atto di guerra è un atto di guerra e, sebbene gli eserciti di alcuni Paesi si sforzino (o, comunque, dichiarino) di condurre delle operazioni militari che siano il più possibile “chirurgiche”, quasi sempre sul campo rimangono anche molte vittime civili, bambini compresi. Persino quell’incredibile capolavoro di abbinamento tra le potenzialità del sapere tecnologico e le esigenze belliche - compiuto in questi giorni dai servizi segreti israeliani - qualche vita innocente l’ha purtroppo sacrificata. Certamente niente in confronto alle carneficine alle quali assistiamo quotidianamente a Gaza o in Ucraina, ma - tanto per fare un esempio - una bambina, che ha avuto il solo torto di trovarsi vicino al padre nel momento in cui è esploso il suo cerca persone, non giocherà mai più. Tuttavia, anche chi da sempre è schierato pregiudizialmente contro le ragioni di Israele, dovrebbe avere l’onestà intellettuale di riconoscere che raramente (o, forse, mai) ci è stato dato di osservare un’azione di guerra portata a termine con una precisione così stupefacente e millimetrica: in questo caso, ad essere colpiti sono stati infatti, in maniera pressoché esclusiva, proprio e soltanto i militanti di quell’ organizzazione sciita che, tempestando da anni i confini a nord dello Stato ebraico (con missili di provenienza iraniana), ha costretto la bellezza di 60mila suoi cittadini ad abbandonare le loro case per non fare anch’essi una fine “simil 7 ottobre”...Si, perché non va dimenticato che sia gli ayatollah di Teheran, che i loro amichetti di Hezbollah e di Hamas non fanno affatto mistero di puntare inesorabilmente alla distruzione dello Stato di Israele e allo sterminio della sua popolazione. Ma su questo tema, ci siamo già intrattenuti in passato. L’aspetto che ci interessa oggi segnalare è, invece, quello che riguarda le innumerevoli voci critiche che si sono levate, in svariati ambienti politici e culturali di tutta Europa, per deplorare un’operazione militare che, in realtà, si è rivelata talmente “chirurgica” che più “chirurgica” non si poteva neanche immaginare... E dietro a questo atteggiamento che va dalla plateale alla velata condanna di tutto ciò che fa Israele – anche se ci regalasse un milione di euro a testa – ci sembra difficile non scorgere il pregiudizio anti semita secondo il quale non importa quali mezzi Tel Aviv adotti per difendersi, perché, alla fine della favola, quello che si vuole veramente negare è proprio il diritto stesso di Israele a reagire ed in definitiva ad esistere. Il tutto in un contesto geopolitico che ben poco assomiglia ad un salotto del Settecento, ma riproduce, invece, molto da vicino, un’arena – quale da sempre è quella mediorientale – in cui a prevalere non è esattamente la capacità di farsi amare, quanto quella di farsi temere e rispettare. E se Paesi come l’Egitto e la Giordania, dopo decenni di conflittualità, hanno poi deciso di riconoscere diplomaticamente lo Stato ebraico - rinunciando così a combatterlo - non è certo perché si siano sinceramente ricreduti sulla legittimità storica e politica di Israele, ma molto più semplicemente perché hanno dovuto fare buon viso a cattivo gioco, dinanzi alla sua superiorità militare. Questa è, pertanto, la logica cinica, ma irrinunciabile che presiede allo spettacolare gioco di prestigio che, in queste ore, ha lasciato completamente sbigottito tutto lo scacchiere mediorientale.
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  • Agire in fretta, a prescindere da Draghi | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio La chiusura di stabilimenti di produzione in Germania - fatta recentemente balenare dalla Volkswagen - suona come una sorta di assordante campanello di allarme circa lo stato di profonda crisi in cui troppi anni di politiche velleitarie e ideologizzate (praticate nell’Unione europea) hanno precipitato vasti settori dell’industria comunitaria. Di questi, quello dell’automotive è certamente uno dei casi più inquietanti. I Tedeschi hanno accolto questa eventualità con grande stupore, poiché sarebbe, infatti, la prima volta che, in 87 anni della sua storia, la Casa di Wolfsburg procederebbe alla chiusura di una fabbrica in patria. D’altra parte, i vertici dell’ Azienda - che comprende anche marchi quali Audi, SEAT, Skoda, Bentley, Lamborghini, Porsche e Ducati - hanno testualmente affermato che “la Germania come sede di produzione di auto sta perdendo terreno in termini di competitività e che il clima economico è diventato ancora più difficile, mentre nuovi operatori stanno entrando in Europa”. Ed è proprio quello della “perdita di competitività” dell’industria continentale  l’argomento che non possiamo ulteriormente trascurare o sottovalutare, senza rischiare una completa debacle delle nostre economie e dei nostri modelli sociali. Di conseguenza, è pertanto altamente sperabile che, anche a prescindere dalle raccomandazioni di Mario Draghi, qualcuno a Bruxelles incominci a riflettere seriamente sui guai in cui ci siamo cacciati e su come pragmaticamente cercare di porvi rimedio. Ed a questo proposito, giudichiamo positivo il fatto che, proprio in Germania, non pochi esponenti della CDU (il partito di orientamento cristiano – moderato che esprime, tra l’altro, anche la stessa Ursula von der Leyen) abbiano cominciato ad avanzare richieste affinché l’Unione Europea ripensi la scadenza – prevista per il 2035 - relativamente all’eliminazione delle auto con motore endotermico. Effettivamente, la crociata condotta contro le motorizzazioni tradizionali può, senz’altro, essere considerata come un esempio tipico dei guasti causati da quell’estremismo ideologico / ambientalista che ha guidato almeno dieci anni di decisioni europee, incurante delle conseguenze catastrofiche che da esse sarebbero derivate a tutto il comparto della produzione automobilistica. E non è che i costruttori di auto europei siano diventati improvvisamente degli incapaci...piuttosto dobbiamo, invece, denunciare i contesti penalizzanti in cui, loro malgrado, sono costretti ad operare. Davvero possiamo pretendere che rimangano competitivi anche di fronte ad una concorrenza asiatica che - proprio come avviene per i veicoli elettrici - può sistematicamente contare sulla distribuzione di sussidi e aiuti pubblici di ogni genere? Per molti settori dell’industria europea servono, dunque, misure urgenti e concrete di protezione, se si vuole evitare che questi spariscano in pochi anni, con tutte le conseguenze economiche e sociali che non è difficile immaginare... E, nel sostenere la necessità di introdurre alcune forme di tutela delle nostre produzioni industriali, ci sentiamo autorevolmente confortati anche da quanto, a inizio settimana, abbiamo potuto leggere nel Rapporto sul rilancio dell’economia continentale, la cui stesura, nei mesi scorsi, la  Commissione UE aveva affidato proprio all’uomo del “whatever it takes”, destinato, evidentemente, a dover recitare ancora una volta la parte del “salvatore della patria”...
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  • Più concretezze e meno sogni a Bruxelles | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Come è noto, la presidenza uscente della Commissione europea, prima di dirci addio (anche se, forse, sarà un arrivederci) ha affidato a Mario Draghi l’incarico di elaborare una strategia volta al recupero della competitività dell’economia comunitaria sugli scenari globali. E da alcune premesse che l’ex governatore della BCE ha lasciato filtrare in tempi recenti, possiamo ipotizzare che il farmaco sul quale si baserà la sua terapia sarà, essenzialmente, quello che si prepara utilizzando una molecola chiamata “crescita”. Può sembrare ovvio e banale il pensare che, per progredire e per realizzare anche i suoi progetti più ambiziosi (come la decarbonizzazione o il mantenimento di elevati standard di welfare), un Continente abbia soprattutto bisogno di crescere economicamente...  purtroppo però – almeno negli ultimi anni – le istituzioni europee hanno, frequentemente, dato l’impressione di non riuscire più a comprendere questa cosa in maniera adeguata. Da un lato, infatti, le politiche dell’Unione sono state, spesso e volentieri, troppo condizionate dall’ossessivo richiamo all’ austerità finanziaria ed agli inflessibili equilibri di bilancio imposti dai cosiddetti “Paesi frugali”, mentre dall’altro, a far loro smarrire la strada del pragmatismo e del buon senso, ha disastrosamente contribuito l’affermarsi – a livello sia politico, che tecnocratico - di un estremismo ambientalista, per il quale ogni ragionevole richiamo alle normali esigenze di crescita industriale sembrava assumere i connotati di un’autentica bestemmia. Intendiamo dire che, almeno nell’ultimo  quinquennio, associare le attività industriali all’inquinamento o alla distruzione della natura sembrava essere divenuto l’argomento più scontato ed incontestabile d’Europa...Al punto che qualche cervello particolarmente acuto si è spinto fino ad auspicare, per il nostro futuro, una sorta di  “decrescita felice”... Di conseguenza, considerato il contesto tutt’altro che agevole in cui dovrà muoversi la prossima Commissione UE, ci pare opportuno che essa ricominci, finalmente, a guardare alla crescita economica ed industriale come ad un fenomeno oggettivo, indispensabile e privo di colorazioni politiche, trattandosi, in realtà, dell’unico strumento efficace di cui possiamo, eventualmente, disporre per contrastare una decadenza europea che è in fase già ben avanzata e che, se lasciata indisturbata, ad altro non porterà se non a disoccupazione e miseria. Smettiamo, quindi – e lo chiediamo soprattutto ad una Sinistra che pare infischiarsene beatamente di quello che sta capitando alle imprese e di riflesso ai lavoratori – di inseguire certi sogni (per ora irrealizzabili) tipici del green deal, per concentrarci, invece, sulla prova di sopravvivenza che il Vecchio Continente è oggi chiamato ad affrontare se non vuole rimanere del tutto soffocato dal gap industriale che, dall’inizio del nuovo Millennio, ha colpevolmente accumulato nei confronti di Cina e Stati Uniti. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • Franz Kafka sotto la Lanterna? | Il Punto della Settimana
    È, dunque, stata respinta l’istanza di revoca degli arresti domiciliari avanzata da parte del legale di Giovanni Toti. Nell’ordinanza con la quale il gip del capoluogo ligure, Paola Faggioni, boccia la richiesta depositata dall’avvocato Srefano Savi il 10 giugno scorso, si argomenta, infatti, che “è evidente, anche alla luce dei recenti sviluppi investigativi, la permanenza del pericolo che ‘indagato possa reiterare analoghe condotte - peraltro ritenute pienamente legittime e corrette dal predetto - in vista delle prossime competizioni elettorali regionali del 2025 “. Inoltre, aggiunge la dottoressa Faggioni, lo stesso Toti “continua tuttora a rivestire le medesime funzioni e le cariche pubblicistiche, con conseguente possibilità che le stesse vengano nuovamente messe al servizio di interessi privati in cambio di finanziamenti”. In sostanza, il giudice per le indagini preliminari condivide – scusate il gioco di parole – “in toto” le posizioni già espresse dalla Procura di Genova, secondo cui la revoca dei domiciliari consentirebbe al governatore della Regione di riprendere indisturbato ad inquinare le prove o a ripetere i reati che gli vengono attribuiti, proprio in virtù della funzione pubblica che – cerchiamo di non dimenticarlo – gli deriva dal voto espresso dalla maggioranza dei Liguri. In altre parole, Giovanni Toti, una volta tornato libero, potrebbe riprendere la sua presunta attività delinquenziale proprio governando...Ne consegue che, se il malcapitato uomo politico desidera tornare a “riveder le stelle”, non può fare altro che dimettersi e rinunciare così alla sua carica elettiva. E qui però, ci vengono spontanee un paio di riflessioni, poiché se davvero i magistrati genovesi considerano la rinuncia alla presidenza della Regione Liguria come la condizione sine qua non per sanare una situazione che impone il ricorso alle misure cautelari, allora vuol dire che per loro le scelte dei cittadini che votano contano veramente poco...Anche perché – e, per favore, non dimentichiamolo – stiamo ancora parlando di “ipotesi di reati” e non di reati effettivamente accertati, dal momento che, in circa quattro anni di indagini, non è ancora stata rinvenuta alcuna “pistola fumante”...Stiamo, quindi, provando la sgradevolissima sensazione di trovarci in presenza di un possibile attacco, nei confronti della politica, da parte di una magistratura che sembra arrogarsi il diritto di determinare gli assetti delle istituzioni pubbliche. Pertanto, Giovanni Toti, se vuole riacquistare la sua libertà, deve necessariamente dire addio alla vita politica...Poi, magari tra dieci anni, uscirà da questa kafkiana vicenda con una bella assoluzione in ogni grado di giudizio, ma intanto, se rimane fermo nei suoi convincimenti e nelle sue posizioni, i domiciliari, per lui, dureranno ancora lungo, almeno fino alle Regionali del 2025...e poi chissà... gli venisse mai in mente di candidarsi alle Politiche del 2027? _______________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • Carlo Nordio apprendista stregone? | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Non è detto che la riforma della giustizia approvata nell’ultimo Consiglio dei Ministri sia destinata a diventare realmente operativa nel prossimo futuro. Il percorso - sia sul piano parlamentare, che, eventualmente, poi su quello referendario - si preannuncia, infatti, già fin da ora, piuttosto lungo e accidentato, viste le reazioni immediate delle associazioni dei magistrati e di alcuni partiti, i quali difficilmente rinunceranno ad alzare le loro barricate contro le innovazioni introdotte dal ministro guardasigilli Carlo Nordio, al fine di modificare sensibilmente il nostro ordinamento giudiziario. Tuttavia, in ogni situazione, se nessuno si decide mai a compiere un passo d’avvio, è chiaro che lo status quo finirà per rimanere tale fino alle calende greche... E a Nordio ed al Governo in generale, va, appunto, dato atto di avere iniziato un percorso, al termine del quale una nuova legge costituzionale sancirà la separazione delle carriere tra i magistrati giudicanti e quelli requirenti. Naturalmente, in questi ultimissimi giorni, siamo stati un po’ tutti bombardati dagli allarmismi e dai disperati S.O.S. di quanti – politici, magistrati e giornalisti – ci hanno chiamati alle armi per difendere l’indipendenza della magistratura e, quindi, in definitiva, anche il fondamento stesso della democrazia in Italia. Per colpa di un ministro che si comporta come un apprendista stregone, il nostro Paese starebbe prendendo una pericolosa deriva autoritaria (o, comunque, caotica), contro la quale chiunque abbia a cuore le sorti della patria deve assolutamente mobilitarsi, manifestando la propria contrarietà. Noi però, ci permettiamo di dissentire da tutta questa ostilità preconcetta nei confronti di una riforma che, in fondo, a ben guardare, non fa altro che avvicinare la nostra macchina giudiziaria a quella di altri Paesi incivili o tirannici come Svezia, Regno Unito, Germania, Stati Uniti, Portogallo o Canada...Paesi nei quali, molto semplicemente, a livello processuale, PM e avvocati giocano a parità di condizioni, poiché la funzione di chi giudica è distinta in modo chiaro da quella di chi, invece, rappresenta l’accusa. Ci congediamo da voi, proponendovi questo breve estratto che abbiamo ripescato da una mozione congressuale di un partito italiano di qualche anno fa: in esso si legge che “il tema della separazione delle carriere appare ineludibile per garantire un giudice terzo e imparziale”. Bene, il congresso era quello del PD e, tra i firmatari del documento, figurava anche Deborah Cerracchiani, oggi responsabile per la giustizia di quel Partito.… __________________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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