Il Punto della Settimana

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Il Punto della Settimana episodes

  • Per favore, nessun tribunale a Montecitorio | Il Punto della Settimana
    In questi giorni siamo rimasti sinceramente infastiditi nell’osservare le reazioni, di stampo pericolosamente forcaiolo, che sono emerse, in certi ambienti della destra politica nostrana, alla notizia che la Camera aveva dato il via libera alla Commissione d’inchiesta “sull’operato del Governo e sulle misure da esso adottate per prevenire e affrontare l’emergenza epidemiologica del COVID-19”. Sia i più incalliti sostenitori delle posizioni no vax, che i vertici di Lega e Fratelli d’Italia sembrano, infatti, avere accolto come fosse la manna dal cielo l’opportunità di poter dare, spietatamente, addosso – e non soltanto a parole - alla sinistra, a Giuseppe Conte ed a Roberto Speranza. Avranno, probabilmente, stappato le bottiglie migliori che avevano in cantina, pregustando i guai giudiziari ai quali sarebbero, finalmente, andati incontro l’ex premier ed il suo fido ministro della Salute. Per contro, abbiamo anche sorriso ironicamente nel vedere, per la prima volta nella loro (per la verità breve) storia, i 5 Stelle costretti a recitare la parte dei bersagli e non quella dei giustizieri un tanto al chilo...Tuttavia, forse perché ci piace illuderci di vivere ancora in un Paese in cui alla fine a prevalere sono le ragioni del diritto e quelle dell’equilibrio istituzionale, vogliamo augurarci che i membri della Commissione sulla pandemia siano pienamente consapevoli del fatto che il loro compito non sarà quello di sostituirsi ad una Procura della Repubblica, ma sarà, invece, quello – molto meno inquisitorio – di esaminare l’azione e le scelte adottate dall’esecutivo Conte in quello sventurato periodo. Stiamo, quindi, parlando di un organismo che non è chiamato a scoprire ed a reprimere eventuali reati, perché – sia chiaro ad ogni giustizialismo di qualsiasi colore – le autorità giudiziarie esistono già da secoli ed a prescindere dalle indagini parlamentari. Ci aspettiamo, invece, che il lavoro della neo costituita Commissione possa risultare utile per evidenziare possibili errori o approcci sbagliati rispetto a quelle che avrebbero potuto essere le strategie più idonee per affrontare la devastante crisi sanitaria nel suo complesso. Pertanto, avrete senz’altro compreso che ci riferiamo ad aspetti di rilevanza squisitamente tecnica, politica (o amministrativa), ma certamente non penale. Vista in quest’ottica, l’istituzione di una Commissione di inchiesta sul covid assume indubbiamente una dimensione più che opportuna, poiché analizzare gli sbagli del passato - magari dovuti all’incompetenza o alla disorganizzazione degli organi delegati a decidere – non può che rivelarsi utile nella malaugurata ipotesi di nuove emergenze sanitarie. Ma sulle eventuali inadeguatezze di Conte e Speranza che potranno affiorare dal lavoro dei commissari, a decidere dovrà essere l’elettorato e non certo la ghigliottina...Altrimenti, dato che le commissioni parlamentari sono, inevitabilmente, il riflesso dell’orientamento politico che prevale in un determinato momento della vita politica nazionale, si finirebbe sempre per sopravvalutare i poteri decisionali di un organo parlamentare necessariamente ballerino, in quanto destinato a mutare i suoi orientamenti in base ai risultati scaturiti, di volta in volta, dalle urne elettorali. Il tutto, alla faccia della certezza del diritto. Insomma, lasciamo che certe cose, se proprio devono avvenire, accadano in Paesi che con la patria del diritto non hanno - purtroppo per loro - niente a che vedere. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • Sionismo e antisionismo | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio La parola “Sionismo”, soprattutto a partire dalla Guerra dei Sei Giorni, ha assunto, in certi ambienti politici (sia di destra, che di sinistra), una valenza trasversale e negativa, che riflette, in buona sostanza, un orientamento ideologico ostile all’esistenza stessa dello Stato di Israele. In generale, gli antisemiti che proprio non se la sentono di essere messi sullo stesso piano dei peggiori criminali nazisti, utilizzano il concetto di “antisionismo” per fornire a se stessi una sorta di giustificazione politica, che renda più presentabile quella che, purtroppo, è invece una loro vera e propria forma di avversione (quasi epidermica) verso tutto ciò che sa di ebraismo. Tanto è vero che è piuttosto frequente imbattersi in qualcuno che esprime la propria opposizione nei confronti del Sionismo, ma aggiunge di non avere, comunque, nulla contro chi è di origine israelita...Tuttavia, l’argomentazione appare subito piuttosto fragile, non appena si considera che nel mondo i sionisti – tranne qualche eccezione come chi sta scrivendo queste righe – sono in larghissima misura Ebrei ed è, quindi, piuttosto difficile fare certe distinzioni...Certo, c’è sionismo e sionismo...c’è quello delle origini – laico e liberal socialista – e c’è quello di chi oggi, irresponsabilmente, pretende di colonizzare tutta la Cisgiordania sulla base di chissà quali riferimenti biblici… Storicamente, il movimento sionista nasce verso la fine dell’Ottocento e, nell’accezione del suo massimo esponente, l’ungherese Theodor Herzlel, è concepito come un filone di pensiero che propugna il ritorno – certamente non in maniera violenta – degli Israeliti, sparsi un po’ in tutto il mondo, nella Terra delle loro origini. Sia che vi giungano animati da uno spirito laico oppure da un fervore religioso, quasi tutti i primi Ebrei che, agli inizi del secolo scorso, arrivano in quell’area dimenticata da Dio e dai santi dell’allora Impero Ottomano, lo fanno con l’intenzione di vivere in pace con i loro vicini Arabi, dai quali acquistano – pagandoli, tra l’altro, anche profumatamente – i primi terreni sui quali, nel corso degli anni, prenderanno corpo quelle originali esperienze di agricoltura socializzata che tutti riconosciamo oggi nei kibbutz. Ed a questo proposito, ricordiamo anche come il laburista Ben Gurion, fondatore dello Stato di Israele, già nel 1918 dichiarasse che l’idea stessa di espellere i residenti arabi da quei territori era “un miraggio reazionario e dannoso”. Sfortunatamente, non sapremo mai se questo ideale di coesistenza pacifica tra Arabi ed Israeliani avrebbe potuto funzionare, visto che, respingendo la risoluzione 181 delle Nazioni Unite del novembre 1947 - che suddivideva la “Terra Santa” in due nazioni distinte (Israele e Palestina) - ed attaccando subito militarmente il neonato Stato ebraico, le leadership arabe di allora segnarono, fin dagli inizi, le sorti che, da ormai 75 anni, accompagnano il vivere di due popoli destinati, assurdamente, a scontrarsi in modo reciproco. Pertanto, il sogno di Theodor Herzl si è realizzato sul piano del diritto internazionale nel 1948, ma per affermarsi concretamente ha dovuto, suo malgrado, inserirsi in un contesto fatto di lutti e rancori e, quindi, ben lontano da quello che il suo profeta aveva teorizzato. A malincuore dobbiamo, infine, prendere atto del fatto che il Sionismo viene oggi seriamente minacciato non più soltanto negli ambienti che, tradizionalmente, lo hanno sempre avversato, ma anche all’interno dello stesso Stato israeliano, dove la sua dignità culturale rischia di essere davvero profanata da forze politiche e religiose che agiscono in nome di una presunta superiorità ebraica e che risultano, purtroppo, sempre più spesso determinanti quando si tratta di formare una maggioranza di governo. E la cosa non può che creare un profondo disagio in chi ha sempre guardato ad Israele come all’unico faro di democrazia presente in tutto il Medio Oriente. Ascolta e leggi “Il Punto della Settimana” ogni domenica mattina in esclusiva sul sito e sui profili social di Giornale Radio. ________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • Biden, lo Stato palestinese e il no di Gerusalemme | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Sembra che gli Stati Uniti siano sempre più convinti della necessità di realizzare, concretamente ed urgentemente, un piano definitivo per il futuro dei rapporti israelo–palestinesi, da delinearsi già prima che l’attuale conflitto armato sia concluso. Per la verità non c’è nulla di ufficiale e si tratta, più che altro, di indiscrezioni che però non vengono smentite dai principali centri di comando di Washington, nella consapevolezza del fatto che il raggiungimento di una pace duratura si renderà possibile solamente attraverso cambiamenti radicali e, pertanto, potenzialmente sgraditi ad entrambe le parti in causa. D’altronde, è indispensabile che, almeno tra le componenti più ragionevoli in campo, si faccia strada, una volta per tutte, l’idea che l’alternativa al dialogo è quella di dover rivivere, prima o poi, un nuovo 7 ottobre, al quale farebbe, inevitabilmente, seguito  l’ennesima reazione massiccia e cruenta da parte di Israele. Certo, nel caso in cui il piano di pace (che si dice stia maturando presso l’Amministrazione Biden) prendesse veramente corpo, gli interlocutori al tavolo delle trattative non andrebbero ovviamente cercati tra i leaders di Hamas (dediti, da sempre, alla logica del “tanto peggio, tanto meglio”) e nemmeno tra gli esponenti della destra religiosa e nazionalista israeliana che, nella migliore delle ipotesi, non hanno in testa alcuna soluzione negoziale spendibile e, nella peggiore, sognano, invece, di “ risolvere” la questione palestinese occupando direttamente non solo Gaza, ma anche l’intera Cisgiordania… Comunque sia, dalle notizie che giungono da qualificate fonti d’Oltreoceano, pare che la Casa Bianca, probabilmente indispettita dall’atteggiamento sostanzialmente inaffidabile assunto negli ultimi anni da Netanyahu, sia entrata nell’ordine di idee di dover procedere - magari anche unilateralmente - verso il riconoscimento di uno Stato (sia pure demilitarizzato) palestinese. Si tratterebbe di una decisione di assoluta rilevanza storica e destinata a ridisegnare completamente tutta la mappa dei fragili equilibri mediorientali. E’ noto che, se in Israele la soluzione dei due stati non ha mai suscitato particolari entusiasmi, oggi è divenuta quasi del tutto impopolare: e la cosa è, probabilmente, il riflesso delle cocenti delusioni  che l’opinione pubblica israeliana deve aver provato in due occasioni del passato. La prima è quella che ci riporta agli incontri di Camp David (avvenuti con la mediazione di Bill Clinton) nel 2000, quando  l’allora premier Barak offrì a Yasser Arafat la possibilità di dare vita ad un nuovo Stato nazionale arabo in cambio della pace. La seconda è, invece, quella – del tutto analoga – in cui, nel 2008, fu il nuovo premier Ehud Olmert a proporre ad Abu Mazen - sempre in cambio del riconoscimento reciproco - la cessione del 93% della Cisgiordania, la quale – unitamente al territorio di Gaza che era già stato abbandonato da Israele nel 2005 – avrebbe dovuto   delimitare i confini della tanto agognata patria palestinese. Purtroppo, in entrambe le situazioni, i due rais arabi rifiutarono - in maniera che al mondo parve addirittura inspiegabile - le proposte ricevute. A meno che - pensarono allora in Israele - una ragione (sebbene inconfessabile) per il sorprendente diniego in realtà ci fosse e affondasse ancora le sue radici nell’ancestrale ed ostinato rifiuto islamico di riconoscere il diritto di esistere allo Stato ebraico. Tuttavia, al di là di queste titubanze israeliane (che, a nostro avviso, sono, comunque, piuttosto comprensibili in chi, da 75 anni, anni è obbligato a vivere con la paura di salire su un autobus o di entrare in un ristorante), a noi non resta che scommettere sulla parte meno “messianica” della società israeliana (la quale, al momento, è grazie al cielo ancora maggioritaria), sperando si riveli politicamente ed emotivamente pronta per digerire il riconoscimento americano di uno stato autonomo palestinese, accentandolo come un passaggio divenuto oramai inevitabile. Soprattutto se la cosa dovesse significare – ma questa volta però sul serio - la fine di una sequenza infinita di rancori, di lutti e di violenze. 4 Febbraio 2024 _______________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS – App Store – https://apple.co/2uW01yA Android – Google Play – http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • Fatevene una ragione: il privato è privato… | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Mercoledì scorso, intervenendo alla Camera per rispondere alle domande del “question time”, la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, non ha perso l’occasione per ritornare su un tema che, negli ultimi tempi, sembra coinvolgerla particolarmente. E stiamo parlando dei rapporti piuttosto tesi che sussistono tra il suo Governo ed il Gruppo editoriale GEDI della famiglia Agnelli – Elkann, cui appartengono giornali come Repubblica e La Stampa i quali, di solito, non usano certamente i guanti di velluto quando parlano delle politiche di Palazzo Chigi. Nello specifico, la nostra premier se la prende con le critiche che – soprattutto da parte di Repubblica – le sono piovute addosso in merito alle privatizzazioni che l’esecutivo di destra - centro avrebbe in programma di attuare nei prossimi mesi. La Meloni non accetta, infatti, in questo campo, alcun rilievo alle sue intenzioni se ad avanzarlo è proprio chi ha “venduto ai Francesi” il conglomerato Fiat – Chrysler. E qui però, ci pare che il suo ragionamento non sia del tutto corretto, perché un conto sono le vendite che avvengono tra privati (e sulle quali nessuna forza politica può porre dei veti) ed un altro sono quelle che possono riguardare l’alienazione di beni pubblici (come ad esempio il 10% di Poste Italiane), sui quali i governi di qualsiasi colore sono, invece, tenuti a rendere conto. Pertanto, attaccando in maniera così esplicita la proprietà di Stellantis e le testate che, in qualche misura, fanno parte della sua galassia, Giorgia Meloni – a nostro parere - non ha solamente messo in discussione la libertà di stampa, ma anche quella di fare impresa. E pensare che le accuse di avere sacrificato, sull’altare delle opportunità fiscali o delle delocalizzazioni, l’italianità dell’impero creato dagli Agnelli nel Novecento, vengono controbattute, con fastidio, da non pochi ambienti d’Oltralpe, dove, al contrario,  si ritiene che la fusione con la Fiat  abbia comportato un chiaro ridimensionamento della francesità di PSA – Peugot…. E’ vero che - si argomenta sotto la Torre Eiffel - lo Stato francese (come, non a caso, lamenta Giorgia Meloni)  ha un suo rappresentante nel Consiglio di Amministrazione di Stellantis, mentre l’Italia non lo ha... ma è altrettanto vero che ciò avviene perché la mano pubblica era entrata a far parte del board di Psa già dal 2012: da quando cioè, aveva rilevato una quota del 6,2% nell’azionariato della grande società automobilistica per far fronte ad alcune perdite accumulate allora dalla famiglia Peugeot. Questo per dire che la partecipazione di un consigliere di nomina statale alle riunioni del CDA di Stellantis non significa  affatto che il governo francese abbia poi tutta questa voce in capitolo sulla gestione del gigante dell’ automotive sorto, il 16 gennaio del 2021, dall’alleanza tra due delle principali  famiglie industriali europee. Tanto per fare un esempio, non troppo tempo fa il ministero dell’economia transalpino aveva esortato Stellantis a privilegiare l’interesse nazionale, riportando in Francia la produzione di piccole auto elettriche come la Peugeot 208: tuttavia, questo appello di natura patriottica a nulla è valso per smuovere i programmi aziendali, visto che lo stabilimento in cui si fabbrica quel tipo di veicolo è rimasto saldamente in territorio spagnolo, a Saragozza... E la cosa rappresenta un’ulteriore conferma del fatto che Stellantis è essenzialmente un gruppo privato e che sarà, quindi, sempre molto improbabile che il signor Agnelli o  il signor Peugeot si lascino incantare dalle sirene dell’Eliseo o di Palazzo Chigi, anteponendo gli interessi pubblici a quelli del proprio portafoglio. 28 Gennaio 2024
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  • L’Europa e il Mar Rosso senza lo Zio Sam | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Dovrebbe essere chiaro a tutte le persone di buon senso quanto sia importante ed urgente, per l’Europa, il dotarsi di una strategia unitaria per fronteggiare la crisi che sta sviluppandosi nel Mar Rosso, dove gli Houthi hanno seriamente messo in discussione il diritto alla libera navigazione. E non a caso, proprio in questi giorni, cominciamo già a dover fare i conti con il costo dei noli che, per i trasporti che vanno dall’Asia verso il Vecchio Continente, sono ultimamente triplicati. Il rischio molto concreto è quello che, per evitare le trappole tese alle navi dalle milizie sciite yemenite, le compagnie di navigazione si vedano in gran parte costrette a deviare la rotta delle proprie flotte, imponendo loro il periplo dell’Africa, con inevitabili aggravi dei costi ed allungamenti dei tempi di consegna. Pensiamo, ad esempio, anche soltanto a quali difficoltà potrebbe andare incontro il nostro Paese, che oggi vede transitare circa il 40% del suo import/export proprio dal canale di Suez... Ecco perché, se vogliamo scongiurare il pericolo che le attuali incertezze sul movimento delle merci finiscano per farci ricadere in una penuria di approvvigionamenti persino peggiore di quella che abbiamo conosciuto durante la pandemia, faremmo bene ad agire in tempo – prima cioè, che le scorte di cui disponiamo diventino insufficienti – per organizzare una forza navale europea, che si ponga a tutela delle navi commerciali che solcano quelle acque divenute oggi così perigliose. Per ora, quello che sta avvenendo nel Mar Rosso non ha fatto altro che riproporre lo scenario classico che vede l’Unione Europea affidarsi, per la sua sicurezza, all’intervento militare dei soliti Stati Uniti, ai quali si è aggiunta, in questo caso, anche la Gran Bretagna, la quale va, comunque, ormai, pure essa, annoverata tra le potenze extra comunitarie. Tuttavia, soprattutto in vista di una possibile svolta isolazionista di Washington (magari nell’ipotesi in cui Donald Trump dovesse tornare alla Casa Bianca), l’Europa, se non vorrà proprio farsi trovare sistematicamente impreparata ogni volta che il prepotente di turno alza la voce, dovrà finalmente imparare a recitare anche una parte diversa da quella di chi subisce – sempre e soltanto - i ricatti senza nulla obiettare. Il problema che ci stanno creando gli Houthi in queste ore è, sostanzialmente, un esempio di come anche gli scambi internazionali possano essere usati come armi: e purtroppo, nel momento stesso in cui viene impedita la navigazione in un tratto di mare che normalmente è attraversato dal 12 % del commercio globale - se le viene a mancare l’ombrello protettivo dello Zio Sam - l’Europa non può fare altro che rassegnarsi a soccombere, scontando gli inevitabili effetti recessivi sulle economie dei suoi Paesi i quali, sostanzialmente impotenti, devono comunque, loro malgrado, vedersela con le minacce piratesche sui traffici. _______________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS – App Store – https://apple.co/2uW01yA Android – Google Play – http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • I Curdi e i Palestinesi: all’ONU due pesi e due misure | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Due giorni fa, la Corte Internazionale dell’Aia si è riunita per valutare l’accusa – avanzata dal Sudafrica - di genocidio nei confronti di Israele. Un’accusa, in teoria, tutt’altro che facile da sostenere, poiché per configurare il crimine di genocidio, non basta trovarsi in presenza di un numero rilevante di vittime civili, ma occorre anche riuscire a dimostrare la sussistenza di un elemento soggettivo che consiste nella volontà di “distruggere, in tutto o in parte, un determinato gruppo di persone che si identifichi per la propria nazionalità, etnia, razza o religione”. Tuttavia, se andiamo a vedere quali Paesi siano rappresentati nel Collegio che avrà il compito di pronunciarsi sulla questione, notiamo che è piuttosto folta la partecipazione di Stati della cui sensibilità, in merito al rispetto dei diritti umani, è lecito dubitare. E stiamo parlando di Cina, Russia, Somalia, Uganda o Libano...Possiamo, quindi, aspettarci di tutto… D’altra parte, lasciando adesso  a margine la contesa israelo – palestinese, stiamo pur sempre parlando di un Tribunale che è espressione di quell’ONU che non tradisce il benché minimo cenno di imbarazzo o di vergogna nell’attribuireall’Iran la presidenza del Consiglio per i Diritti Umani, che ha sede a Ginevra... Siamo del parere che l’Organizzazione del Palazzo di Vetro abbia ormai esaurito del tutto quella spinta ideale – magari anche velleitaria – che, originariamente, aveva portato gran parte dell’umanità ad illudersi che fosse sempre possibile risolvere anche i problemi più spinosi, affidandosi alla diplomazia e, soprattutto, al ripudio delle armi. Che le cose non siano andate in questo modo e che  quasi tutte le pronunce delle Nazioni Unite siano il frutto di maggioranze “bloccate” e precostituite è, infatti, sotto gli occhi di tutti. Ci chiediamo, tanto per fare un esempio scandaloso, per quale motivo nessuno all’ONU si prenda mai la briga di occuparsi un po’ anche dei poveri Curdi: anch’essi – come i Palestinesi – un popolo senza patria, ma, evidentemente (purtroppo per loro ) con meno santi in paradiso.. . Eppure, fecero comodo a tutti quando si trattò di andare a stanare, casa per casa, i miliziani dell’ISIS...per un paio d’anni ebbero gli onori delle prime pagine di tutti i giornali del mondo che ne esaltavano l’eroismo e lo spirito di sacrificio... salvo poi, a missione compiuta, liquidarli dicendo loro “grazie ragazzi, è stato bello conoscervi, ma adesso con l’aviazione di Erdogan ve la vedete voi”... Come mai nei programmi delle Nazioni Unite non si parla mai della creazione di uno Stato per il popolo curdo? E' forse un popolo di serie B rispetto a quello palestinese? Che cosa ha da suggerire in proposito il segretario generale Antonio Guterres? E poi, lasciatecelo dire, saremmo anche tanto curiosi di sapere che cosa ne pensino, in Italia, i vari Orsini and company? 14 Gennaio 2024 _______________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS – App Store – https://apple.co/2uW01yA Android – Google Play – http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • Le bombe del Califfato | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio La propaganda del regime iraniano, per un paio di giorni, deve aver tanto sperato di poter attribuire ad Israele la responsabilità del terribile attentato terroristico che ha causato quasi cento morti tra la folla che si era radunata sulla tomba del generale Qassem Soleimani, per celebrare il quarto anniversario della sua uccisione, avvenuta il 3 gennaio 2020, a seguito di un attacco mirato portato a termine da un missile americano. Naturalmente, nei palazzi del potere di Teheran, chiunque capisca qualcosa di politica ed abbia un minimo di dimestichezza con la storia degli ultimi anni, sapeva benissimo che la strage di Kerman aveva una matrice decisamente estranea rispetto a quello che, solitamente, è il modo di agire dei servizi segreti israeliani, i quali tendono, per prassi, a privilegiare sempre le esecuzioni mirate. Non si ha, infatti, notizia che abbiano mai fatto esplodere bombe in luoghi affollati, se non nel lontano 1946, allorché il gruppo paramilitare ebraico “Irgun” fece saltare in aria l’hotel King David di Gerusalemme, che ospitava il quartier generale britannico, durante il periodo del Mandato per la Palestina. A nulla è, pertanto, servito che alcuni giornali vicini al potere sciita siano arrivati in edicola con titoli – in certi casi stampati addirittura in ebraico – che preannunciavano una feroce vendetta contro il nemico sionista, poiché la rivendicazione ufficiale di tutto quanto era successo veramente, è puntualmente giunta da un comunicato dell’ISIS che, mostrando le foto dei due fanatici sunniti autori della strage, invitava le masse islamiche a colpire gli ebrei - ovunque essi si trovino – e tutti i nemici comuni dell’Islam. Nemici che – si badi bene - non sono solamente Stati Uniti, Europa ed  Israele, ma comprendono pure l’universo sciita di Iran e Hezbollah. E non a caso, il comunicato di rivendicazione prosegue precisando che quella del Califfato islamico “non è una guerra per il territorio o di frontiera, ma è una guerra di religione”. Una guerra che – ci pare di capire – non fa, dunque, alcuna distinzione tra i mali assoluti da combattere: siano questi rappresentati da cristiani, da ebrei o da musulmani scomunicati perché portatori di una “empietà massima”, per la quale è prevista la pena di morte. Viene, comunque, spontaneo domandarsi per quale ragione l’ISIS abbia deciso di colpire proprio in prossimità della tomba di Soleimani. Proviamo allora a darci una risposta, andando a ricordare come il generale iraniano - in qualità di comandante delle Guardie della Rivoluzione  – si fosse, a suo tempo, distinto per l’efficace azione di coordinamento delle milizie sciite irachene che, pur macchiandosi di crimini orrendi nei confronti della popolazione sunnita locale, combatterono accanitamente lo Stato islamico, contribuendo, in modo significativo, alla sua sconfitta. Soleimani non è stato, quindi, soltanto l’uomo che l’Occidente ha sempre individuato come il principale burattinaio di tante violenze perpetrate dall’Iran, ma è stato pure lo stratega militare di un raggruppamento sciita che, per tre anni, ha combattuto l’ISIS, dando vita, di fatto, ad una oggettiva – per quanto politicamente impresentabile – alleanza sul campo con una coalizione di altre forze irachene guidate – guarda caso – proprio dai “satanici” Stati Uniti... E stiamo semplicemente parlando  di uno dei tanti casi in cui, a condizionare le politiche mediorientali, sono state (e continueranno ad essere) anche le più inconfessabili convergenze di interessi. 07 Gennaio 2024 _______________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS – App Store – https://apple.co/2uW01yA Android – Google Play – http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • I bambini più sfortunati | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio In questo nostro ultimo appuntamento dell’anno, vogliamo fermare l’ attenzione su quelle che, loro malgrado, risultano essere le vittime più innocenti e indifese di tutta la barbarie alla quale l’attuale “guerra mondiale a pezzi” (di bergogliana definizione) rischia, purtroppo, di assuefarci cinicamente. E stiamo pensando, innanzitutto, ai bambini israeliani barbaramente fatti a pezzi nel pogrom del 7 ottobre ed agli almeno 5.300 piccoli palestinesi che, secondo le stime dell’UNICEF, sono rimasti uccisi sotto le macerie provocate dai bombardamenti su Gaza. Ma è doveroso ricordare anche i 19.000 minori ucraini - certificati dal governo di Kiev – che, negli ultimi due anni,  i soldati di Putin  hanno deportato in Russia: si tratta, in sostanza, di “bambini rubati” alle loro famiglie, attraverso una pratica che costituisce un vero e proprio crimine di guerra e che, al leader del Cremlino, è, infatti, costata  una imbarazzante incriminazione dinanzi al Tribunale penale internazionale dell’Aja. Una deportazione di massa talmente grave da rasentare l’incredibile: al punto che, quando se ne ebbero le prime notizie, le nostre ormai troppo ingenue mentalità occidentali stentarono persino a prenderne atto...Invece, i numeri forniti dalle autorità ucraine parlano chiaro e noi pensiamo che ai dati resi noti da un Paese europeo e democratico si debba riconoscere almeno la stessa credibilità che viene, solitamente, attribuita – magari anche con un po’ troppa generosità - a quelli diffusi da un’organizzazione terroristica come Hamas... Le modalità con le quali sono state realizzate queste sottrazioni di bambini al proprio Paese ed alla propria cultura, hanno spaziato da quelle che ricordano tristemente l’esperienza sovietica degli Anni 30 a quelle che, invece, molto più subdolamente si avvicinano alle moderne iniziative promozionali: come nel caso i cui, a Kherson – nel periodo di occupazione russa – i militari di Mosca proposero alle famiglie ucraine di mandare i loro figli in “colonie estive” in Crimea... La data in cui ebbe luogo questa crudele beffa della vacanza senza ritorno per oltre 500 minori fu, ancora una volta, quella del 7 ottobre. Una data, evidentemente, sciagurata: solo che, in questa circostanza, era il 2022. La ratio di tutto ciò risiede, chiaramente, nel disegno di privare l’Ucraina di un proprio futuro: i minori non vengono, infatti, solamente allontanati dal loro Paese natio, ma devono sottostare anche ad un programma “full immersion” di revisione culturale, che comprende l’apprendimento sia della lingua, che della storia russa, vista però alla luce della propaganda putiniana. I bambini ucraini devono, quindi, diventare russi: tanto è vero che, per i più grandicelli di loro, è previsto pure l’ inizio di un sommario addestramento militare, che potrà magari venire utile in futuro se, ad esempio,  tra tre o quattro anni, la cosiddetta “operazione militare speciale” non avesse ancora portato alla completa “denazificazione” della “diabolica” Ucraina…  Che il 2024 possa, dunque, vedere il ritorno a casa di tanti bambini sfortunati. 31 Dicembre 2023 Credits: Agenzia Fotogramma _______________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS – App Store – https://apple.co/2uW01yA Android – Google Play – http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • Ratifica del MES: chi ne capisce qualcosa è bravo… | Il Punto della Settimana
    Normalmente, un Paese importante come il nostro rispetta gli impegni firmati anche dai governi che abbiano preceduto quelli che sono al momento in carica. Non dobbiamo, quindi, fare un grosso sforzo di immaginazione per immedesimarci nell’imbarazzo che deve vivere, in queste ore, il ministro Giorgetti. Uomo notoriamente di poche parole e, comunque, restio ad apparire oltre lo stretto necessario, il leghista che piaceva tanto a Mario Draghi e che, di tutto l’esecutivo Meloni, era l’esponente più apertamente favorevole a chiudere, in modo positivo, la questione della la ratifica del MES, rischia ora di veder calare la sua credibilità in Europa, dal momento che deve, suo malgrado, accettare lo scomodo compito di rappresentare, in sede finanziaria, una nazione della cui affidabilità, d’ora in poi, a livello comunitario si comincerà a dubitare seriamente. Chi ha avuto modo di avvicinare Giorgetti in questi frangenti non lo ha trovato certo di buon umore, ma lo descrive, invece, allarmato dall’idea che, prima o poi , Bruxelles ce la farà pagare...E in effetti, dopo il raggiunto accordo di mercoledì sul Patto di Stabilità, la scelta italiana di non ratificare il MES ha suscitato, ovunque, un notevolissimo stupore: al punto che il presidente dell’Eurogruppo – l’irlandese Pascal Donohoe – si è spinto fino a definire “deplorevole” il fatto che non sia ancora stato possibile realizzare – senza il sostegno dell’Italia - “una pietra miliare importante verso il completamento dell’Unione bancaria nell’Unione Europea”. Il nostro è rimasto, quindi, l’unico Paese della zona euro ad impedire la finalizzazione di una riforma sulla quale tutti gli Stati europei che aderiscono alla moneta unica si erano impegnati a confluire già dal 2021. E’, pertanto, più che comprensibile il fastidio con cui la presa di posizione di Roma è stata accolta nelle altre capitali europee...In fondo, quella del nostro Parlamento è una decisione che, più che andare a riflettersi sulla politica economica di casa nostra, va, invece, ad incidere proprio su quelle di altri Paesi che magari vorrebbero anche usufruire dei fondi del MES, ma non possono farlo perché condizionati dal poco ragionevole blocco imposto dal Bel Paese. In altre parole, l’Italia appare oggi come un cliente che, entrando in un ristorante, dichiara non solo di non gradire un certo piatto presente nel menu, ma, di fatto, impedisce pure che venga servito a tutti gli altri avventori del locale… A questo punto, la ratifica potrà, comunque, essere riproposta tra sei mesi: e vale a dire, dopo le elezioni per l’Europarlamento. Tuttavia, non sarà facile per nessuno dei nostri politici giustificare una eventuale disponibilità a rivedere il proprio giudizio su quello stesso MES, che, da sempre, descrivono come una sorta di trappola concepita – poi da chissà chi - per limitare la sovranità politica ed economica dell’Italia, sottomettendola al vaglio degli organismi comunitari. Francamente, stentiamo a comprendere le ragioni che hanno indotto Giorgia Meloni a deviare così clamorosamente da quella linea di avvicinamento alle istituzioni europee che, da quando ha fatto il suo ingresso a Palazzo Chigi, le aveva – magari anche un po’ a sorpresa – consentito di stabilire ottimi rapporti con Ursula von der Leyen, di ottenere buoni risultati col Pnrr e di dialogare costruttivamente con almeno una parte del Partito Popolare Europeo. Si è trattato forse di una ripicca indispettita alla trattativa “tete – à – tete” con cui Francia e Germania hanno chiuso l’accordo definitivo sulla riforma del Patto di Stabilità, mettendo l’Italia dinanzi al fatto compiuto? Oppure, in vista dei prossimi appuntamenti elettorali, la Meloni non se la è sentita di lasciare alla Lega di Salvini la guida esclusiva delle rivendicazioni sovraniste? Certo è che se oggi la nostra premier volesse riproporre alla Von der Leyen una nuova gita a Tunisi per omaggiare il discusso presidente Kais Saied, ben difficilmente potrebbe contare su quella generosa disponibilità che le era stata concessa lo scorso giugno... Pertanto, l’impressione che abbiamo adesso è quella che, purtroppo, il giocattolo si stia rompendo sul serio.
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  • I cinquant’anni di una strage di serie B | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Oggi vogliamo celebrare i 50 anni esatti che sono trascorsi da quel 17 dicembre 1973 in cui il nostro Paese fu teatro di uno dei più gravi attentati terroristici mai avvenuti sul suo territorio. E stiamo parlando della strage - perpetrata dal gruppo armato palestinese “Settembre Nero” - all’Aeroporto di Fiumicino, nella quale 34 persone persero la loro vita, probabilmente a causa di un “regolamento dei conti” tra i nostri servizi segreti e quelli libico-palestinesi. Tra le vittime ci furono anche sei nostri connazionali, con una bambina di nove anni. Non aspettiamoci oggi di trovare ampi spazi dedicati a questo tragico evento, né sulla carta stampata, né sui telegiornali: è, infatti, non solo politicamente corretto, ma anche furbescamente opportuno soffermarsi il meno possibile su certi aspetti legati alla politica estera italiana di quegli anni tormentati. Forse, l’azione di Settembre Nero – che, tra l’altro, era anche tragicomicamente espressione del Partito del premio Nobel per la pace Arafat e che aveva già, comunque, presentato il suo biglietto da visita in occasione delle Olimpiadi di Monaco del 72 – potrebbe collegarsi al tentativo sponsorizzato dal colonnello Gheddafi (ma poi fallito grazie alla parte più sana della nostra intelligence) di assassinare la premier israeliana Golda Maier, in visita in Italia nel gennaio del 1973. Possiamo, quindi, credibilmente pensare che il nostro Paese - agli occhi di chi avrebbe preteso di fare il bello e il cattivo tempo non solo nel deserto del Sahara, ma anche nella Pianura Padana - meritasse una severa lezione... e così, in quell’infausta mattina di mezzo secolo fa, un commando palestinese prese in ostaggio sei agenti della Polizia aeroportuale, i quali – udite, udite ! - erano, incredibilmente, tenuti a svolgere il loro servizio senza avere il colpo in canna… Settembre Nero, muovendosi così quasi del tutto indisturbato, lanciò prima alcune bombe contro un aereo americano, uccidendo più di venti persone e ferendone quindici, dopo di che si impossessò di un velivolo della Lufthansa, dirottandolo verso il Kuwait e portandosi dietro gli ostaggi in divisa ed ovviamente il personale dell’aereo. Gli unici ad opporsi alla ferocia dei terroristi furono, cercando di agire senza poter contare su alcun coordinamento dall’alto, il finanziere Antonio Zara (rimasto purtroppo steso a terra) ed il poliziotto, Antonio Campanile, che riuscì a contrastare, almeno in parte, la violenza di quelli che allora si chiamavano “feddayn”. Come si è detto, nonostante l’alto numero di vittime questa strage è finita in qualche archivio nascosto delle cose dimenticate: tanto è vero che l’Italia non ha neanche mai provato a chiedere l’estradizione degli autori del barbaro eccidio. Inconfessabili ragioni di opportunità politica spingevano, evidentemente, in senso contrario. Il governo di allora (ma anche quelli successivi), per motivi soprattutto di carattere economico – non dimentichiamo la grave crisi petrolifera vissuta in tutta Europa con l’embargo delle forniture decretato dall’OPEC proprio nel 1973 – era, in qualche modo, obbligato a trattare con particolare riguardo gli interlocutori arabi e palestinesi. Ed è proprio in quella fase storica che sembra sia stato stipulato un accordo – il cosiddetto “Lodo Moro” – in base al quale Palazzo Chigi e la Farnesina si sarebbero impegnati a garantire il libero transito di armi e miliziani palestinesi, purché – naturalmente – non compissero attentati: unica eccezione erano gli obbiettivi israeliani (o, comunque, accostabili al sionismo) presenti sul nostro territorio. Colpissero pure altrove, ma non da noi...Non c’è che dire: la solidarietà verso gli altri Paesi europei scendeva, a questo punto, decisamente sotto lo zero... Del “Lodo Moro” si è sentito parlare, per la prima volta, solo negli anni Duemila, quando Francesco Cossiga, ipotizzò che la strage di Bologna del 2 agosto 1980 fosse stata una ritorsione per l’arresto, per traffico d’armi, di un militante palestinese nel 1979. Tuttavia, in questo caso, la “pista palestinese”, non ha mai trovato conferma in sede giudiziaria. Almeno a tutt’oggi. E’ probabile che il “lodo” abbia, comunque, funzionato fino alla data del 27 dicembre 1985, quando – sempre a Fiumicino – un altro commando palestinese aprì il fuoco indiscriminatamente sui passeggeri in coda per imbarcarsi su un aereo della compagnia israeliana El Al e su un altro dell’americana Pan Am: in quella circostanza, rimasero uccise 13 persone ed altre 76 furono ferite. _______________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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