Il Punto della Settimana

Il Punto della Settimana

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Il Punto della Settimana episodes

  • Uno spot divisivo | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Lo spot pubblicitario di un’importante catena di supermercati sta suscitando reazioni contrastanti, soprattutto a livello politico. La storia della bambina che compra una pesca e poi la consegna al padre separato - fingendo sia un regalo che la mamma ha scelto per lui - si sofferma delicatamente sul dolore e sul senso di impotenza che i figli solitamente provano di fronte alla separazione dei genitori. Si tratta di immagini che staccano decisamente rispetto alle usuali rappresentazioni di quelle allegre famigliole sedute ad una tavola natalizia oppure beatamente rilassate in un villaggio vacanze...Immagini di una serenità idealizzata alle quali la pubblicità ci ave-va abituati fin dai tempi di “Carosello”. Qualcuno si è commosso e qualcun altro si è, invece, scagliato contro un messaggio che, a suo dire, tenderebbe a colpevolizzare le coppie separate ed a lanciare, quindi, un monito implicito contro il divorzio. Ad esempio, c’è chi accusa lo spot di strumentalizzare la sofferenza dei bambini per fini commerciali o chi sottolinea come, in realtà, l’infelicità possa riguardare non solo i figli dei genitori divorziati, ma anche quelli delle coppie che vivono insieme. Nel complesso, gli esponenti dei partiti di Destra – a partire dalla stessa Giorgia Meloni che ha definito lo spot “bello e toccante” – sembrano apprezzare il video in questione, mentre da Sinistra si sono levate non poche voci che ne hanno denunciato la natura retrograda e tradizionalista. Quanto ai social, la maggioranza dei commenti – confermando, probabilmente, un “sentiment” più in sintonia con quello delle forze di Governo - si esprimono in senso favorevole, se non addirittura di totale adesione . A nostro parere, il sostanziale successo di questi due minuti di messaggio pubblicitario è dovuto alla sua capacità di porre chi lo guarda dinanzi alla quotidianità di quel dolore che investe, per svariati motivi, molte migliaia di case italiane. Non si tratta, in questo caso, di essere più o meno orientati verso un determinato modello di famiglia...non c’entra niente con la fotografia di una realtà sociale che vede ormai separazioni e divorzi eguagliare, numericamente, il trend dei nuovi matrimoni. C’entra però con il fatto che, nelle cause di separazione o divorzio, è sempre più consolidata la scelta dei tribunali di affidare i minori ad entrambi i genitori, creando, in tal modo, situazioni che spesso si rivelano perfettamente sovrapponibili proprio a quella che lo spot della pesca ci raccon-ta in maniera così emozionante. Esiste, dunque, un pericoloso salto di incomunicabilità tra una certa percezione “eburnea” della normalità di tutti i giorni, che distingue élite intellettuali e politiche, da quella molto più concreta del cittadino medio che, non a caso, esprime il suo disagio frequentando sempre meno le urne elettorali? È una domanda che ci permettiamo di rivolgere soprattutto ai partiti ed agli opinionisti di Sinistra.
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  • “Razzismo contro gli Italiani?” | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Si chiama Christian Greco ha passato 17 anni in Egitto in qualità di insigne archeologo, ha insegnato in università estere e, dal 2014, dirige il Museo Egizio di Torino che, tra l’altro, sotto la sua guida, ha amplificato notevolmente la propria capacità di attrarre visitatori da ogni parte del mondo. Peccato che, cinque anni fa, abbia commesso l’ingenuità – per alcuni imperdonabile – di lanciare una promozione destinata a persone che, altrimenti, difficilmente si sarebbero avvicinate al suo Museo: e tra i beneficiari dell’offerta, erano comprese anche le coppie di lingua araba residenti nel capoluogo piemontese. Coppie, si intende, non necessariamente musulmane, visto che il Medio Oriente è popolato anche da qualche milione di cristiani...A suo tempo ne era sorta una polemica che aveva visto tra i protagonisti anche la non ancora presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, la quale era giunta proprio a Torino per partecipare ad una manifestazione contro Christian Greco. Adesso, sulla controversa conduzione del Museo Egizio di quest’ultimo decennio, ha pensato bene di dire la sua anche il vice segretario della Lega, Andrea Crippa, secondo il quale la prestigiosa Istituzione torinese viene pagata dai cittadini e gestita da un direttore che “ascolta esclusivamente la sinistra” e si rivela “razzista contro gli Italiani”, avendo “fatto sconti solo per i musulmani e mai per chi professa altre religioni”. Dopo di che l’esponente del Carroccio si è spinto fino a chiedere l’intervento diretto del ministro Sangiuliano, ignorando, evidentemente, che i poteri di quest’ultimo, in merito alla nomina od alla revoca di un direttore di museo sono pressoché nulli. Il Museo Egizio, dal punto di vista giuridico, è, infatti, una Fondazione privata, come stabilito dalla legge 491 del 2001: pertanto, i soci fondatori (che sono il Ministero, la Regione, il Comune, la Compagnia di Sanpaolo e la Fondazione Crt) nominano il Consiglio di Amministrazione che, a sua volta, sceglie insindacabilmente la figura del direttore che, comunque, nel caso in questione, vedrà scadere il proprio mandato il 30 giugno del 2025. Cerchiamo di non scordare che quella di Torino non è una realtà qualunque, ma è il più antico museo egizio del mondo. Vogliamo lasciare che a dirigerlo sia un egittologo di fama internazionale che, tra l’altro, legge correntemente anche la lingua dei faraoni? Vogliamo riconoscere l’esistenza di settori - che vanno dal sapere umanistico a quello scientifico – nei quali è quanto meno auspicabile che ad essere privilegiati siano gli anni trascorsi nei laboratori e nelle biblioteche, piuttosto che quelli passati a svolgere lavori di segreteria per qualche personaggio politico? Francamente, resteremmo sorpresi se un Governo che tra i suoi dicasteri ne annovera addirittura uno dedicato “al merito”, non rinunciasse al classico “spoil system”, almeno quando si parla di cultura: si eviterebbero certe brutte figure ed a guadagnarne sarebbe l’immagine dell’intero Paese (o Nazione, come, ultimamente, si preferisce dire).
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  • Un testimone venuto da molto lontano | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Per una volta, proviamo anche noi ad avventurarci – da perfetti ignoranti – in campo scientifico. E’ di questa settimana la notizia sorprendente, secondo cui circa il 15% dei decessi dovuti al covid, potrebbero avere un’origine genetica. In particolare, ad essere più colpiti dal virus letale sarebbero stati quei soggetti rimasti, in qualche modo, geneticamente meno distanti dall’Uomo di Neanderthal. A rivelarlo è lo studio denominato “Origin”, che l’Istituto Mario Negri ha condotto coinvolgendo la provincia di Bergamo, nel tentativo di comprendere se e quali fattori potessero avere influito, a livello genetico, sul così pesante manifestarsi della malattia in alcune zone specifiche, come quelle di Nembro, Albino e Alzano Lombardo. I responsabili della ricerca definiscono “sensazionale” il fatto che 3 dei 6 geni che si associano al rischio di maggiore predisposizione al contagio siano arrivati alla popolazione moderna dai Neanderthal: in particolare dal genoma di Vindija, che risale a 50 mila anni fa e che, a quei tempi, probabilmente proteggeva i Neanderthal dalle infezioni. Oggi però, a causa di un eccesso di risposta immune, non solo non protegge più l’uomo contemporaneo, ma lo espone addirittura ad una malattia più severa. Pertanto, si stima che le vittime del cromosoma di Neanderthal nel mondo siano state forse un milione e “potrebbero essere – si legge nella ricerca - proprio quelle che, in assenza di altre cause, muoiono per una predisposizione genetica”. Secondo gli scienziati dell’Istituto Negri, il 7% della popolazione italiana presenta una serie di variazioni dei nucleotidi - vale a dire delle singole componenti che costituiscono la catena del DNA - che vengono ereditati insieme e che formano un “aplotipo”, ovvero l’insieme di queste variazioni. Ebbene, spiegano gli Autori dello studio, “chi è stato esposto al virus ed è portatore dell’aplotipo di Neanderthal aveva più del doppio del rischio di sviluppare Covid grave e quasi il triplo di quello di aver bisogno di terapia intensiva”. Nella tragica vicenda pandemica che ha funestato il mondo intero e che, nel nostro Paese, ha pure alimentato infinite polemiche (soprattutto per quanto riguarda gli alti tassi di mortalità registrati in val Seriana), giunge, quindi, adesso - inatteso e da molto lontano - un testimone d’eccezione a discolpa dei tanto bistrattati Conte, Speranza e Fontana, che forse non erano allora poi così incapaci...Certo, è un testimone che non parla più da migliaia di anni e poi, se anche potesse farlo, chissà con quali grugniti si esprimerebbe... Tuttavia, esiste un linguaggio ancestrale e suggestivo che ci consente ancora di comunicare con lui: ed è quello della genetica. Quello cioè, capace di richiamare in noi la consapevolezza di rappresentare solamente un deterministico momento di passaggio nel flusso di una continuità infinita.
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  • Salvate il soldato Gentiloni | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Non sappiamo se certe affermazioni avventate – di cui abbiamo letto in questi giorni - siano il frutto di uno stato di confusione mentale oppure di una tragicomica inadeguatezza politica: tuttavia, se avessimo potuto, ci saremmo volentieri risparmiata la lezioncina di correttezza istituzionale che la portavoce della Commissione europea, Dana Spinant, è stata costretta a dare alla nostra solita “Italietta”, apparsa in così evidente difficoltà nel comprendere il banalissimo concetto in base al quale, nel momento stesso in cui un qualunque cittadino europeo assume la carica di Commissario a Bruxelles, deve anche garantire che le sue scelte non saranno mai condizionate dagli interessi particolari del suo Paese di provenienza. E così, dinanzi alle recentissime critiche rivolte al Commissario agli Affari Economici, Paolo Gentiloni, da parte dei tre massimi esponenti dell’esecutivo Meloni (insoddisfatti per la scarsa attenzione che – a loro dire – Gentiloni presterebbe alle esigenze dell’economia italiana), Dana Spinant ha ricordato a tutto il Bel Paese quali debbano essere i compiti di un commissario europeo e come “i commissari europei rappresentino l’interesse europeo che portano avanti nei loro portafogli in modo collegiale”. Pertanto, le esternazioni del vice premier, Matteo Salvini, che, in questo periodo, ha avuto l’impressione di vedere “un commissario europeo che giocava con la maglietta di un’altra nazionale”, sarebbe stato meglio non fossero mai uscite dalle stanze più segrete di via Bellerio...Così come ci saremmo aspettati una maggiore conoscenza dei meccanismi di funzionamento della macchina europea almeno dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani (se non altro per la lunga esperienza che questi, almeno in teoria, dovrebbe aver maturato ai vertici del Parlamento di Strasburgo). Invece no, anche il numero uno di Forza Italia si augura che Gentiloni lavori tenendo conto di essere il commissario italiano e di avere, pertanto, una visione che “non sia quella dei Paesi rigoristi per quanto riguarda la riforma del Patto di stabilità e crescita”. Ed a chiarire in maniera inequivocabile quale sia la posizione del suo Governo sull’autonomia dei commissari europei, ci ha pensato direttamente la stessa Giorgia Meloni, ricordando che “da quando ogni nazione ha un suo commissario, accade che questo abbia per lei un occhio di riguardo”. Di conseguenza, Meloni ritiene che ciò sia “normale e giusto” e sarebbe, quindi, contenta “se accadesse di più anche per l’Italia”. La nostra impressione è quella che, dinanzi agli scenari tutt’altro che allegri che si delineano all’orizzonte per il nostro Paese, stia salendo forte la tentazione di trovare un comodo capro espiatorio e di dare la colpa a qualcuno che agisca al di fuori dei palazzi romani. Tuttavia, non è colpa di Gentiloni se l’Italia si sta allontanando da alcuni parametri di bilancio, fissati tra l’altro non certo da lui, ma dall’Unione Europea. Francamente, ripercorrendo la strada seguita da Gentiloni da quando è alla guida degli Affari Economici della Commissione UE, non ci pare proprio che egli abbia voluto ignorare (o, comunque, sottovalutare) la portata dei nostri interessi nazionali. Anzi...Però, non si deve assolutamente equivocare sulla sua funzione, che non è affatto quella di essere l’ avvocato di Palazzo Chigi a Bruxelles, ma è, invece, quella – sicuramente meno agevole - di dover arbitrare seriamente una partita che vede ben altri 26 giocatori in campo.
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  • Addio a Timmersmans senza tanti rimpianti | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Frans Timmersmans, il vice presidente olandese dell’Unione Europea con delega alla transizione ecologica, ha deciso di lasciare il suo incarico comunitario per candidarsi al premierato nel suo Paese, che è ormai prossimo alle elezioni politiche. Per parte nostra, non lo rimpiangeremo certamente, limitandoci a pensare “meglio tardi che mai”. Il suo mandato a Bruxelles è stato, infatti, caratterizzato da un impegno spinto ai confini del fanatismo in favore dell’approvazione del maggior numero possibile di norme concernenti la transizione energetica ed i cambiamenti climatici... e, pur non volendo noi assolutamente sottovalutare la portata epocale di questi problemi, più di una volta siamo rimasti perplessi dinanzi all’approccio ideologico ed integralista che ha ispirato, sotto la guida di Timmersmans, tutta la politica europea degli ultimi anni in materia di decarbonizzazione ed emissioni di CO2. Un approccio velleitario (perché basato su traguardi ben difficilmente raggiungibili) ed al tempo stesso quasi neutro rispetto alle conseguenze economiche, industriali e sociali che, seguendo certi orientamenti aprioristicamente diffidenti verso il progresso economico e tecnologico, si vanno inevitabilmente a provocare. Non a caso, nell’ambito dell’industria europea, si avverte sempre di più la presenza di timori e consapevolezze in relazione ai danni provocati da una visione troppo rigida della transizione. Sia chiaro, nessuno (o quasi) si sogna di assumere posizioni negazioniste, ma è indubbio che le voci di tante imprese - che pure si fanno carico, responsabilmente, di decarbonizzare al massimo i loro processi produttivi - si fanno sempre più alte e numerose, segnalando come la Commissione Europea, con le tappe forzate imposte a tutti dal suo Green Deal, stia minando la competitività delle aziende manifatturiere del Vecchio Continente. E qui – e scusateci se ripetiamo una considerazione già espressa su questa rubrica chissà quante altre volte – ma non possiamo fare a meno di domandarci per quale ragione l’Europa che è responsabile di neanche l’8% delle emissioni globali di CO2, debba poi optare per scelte così incaute e pericolose per il suo futuro economico e sociale quando, a livello mondiale, le emissioni aumentano, di anno in anno, spinte soprattutto dalle esigenze di sviluppo (e, quindi, di energia) che riguardano essenzialmente Paesi di altri continenti. Se anche – ragionando, si intende, per assurdo - tutta l’industria europea, da un momento all’altro, dovesse scomparire nel nulla, in termini di emissioni di CO2 il resto del pianeta non se ne accorgerebbe quasi... Se potessimo rivolgere una domanda a Frans Timmersmans, gli chiederemmo, ad esempio, di spiegarci il motivo per cui l’Europa sia l’unica tra le grandi aree industriali ad aver vietato dal 2035 la produzione di auto a combustione interna, puntando tutto sull’elettrico, anziché prendere in esame anche l’uso di altri combustibili come biocarburanti o carburanti sintetici...Ha mai pensato il Commissario olandese che, tra i riflessi di un’opzione così assurdamente orientata verso una sola tecnologia, c’è anche quello di andare a creare una preoccupante dipendenza strategica dalla Cina la quale, oltre ad essere il primo produttore mondiale di auto elettriche, è anche praticamente monopolista nel controllo di tutte le materie prime necessarie alla produzione di batterie? Pertanto, caro Timmersmans, con queste premesse si prospetta sciaguratamente, nel prossimo futuro, una perdita grave (e forse irrimediabile) di quote di mercato dell’industria dell’auto europea a favore di quella cinese.
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  • Il cambiamento climatico e le buone intenzioni europee | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Sembra che neanche le sciagure climatiche che si stanno abbattendo sul nostro Paese in questi giorni abbiano la capacità di ricondurre il dibattito politico interno nell’ambito di una maggiore unità di intenti e di una più diffusa consapevolezza tra i vari partiti. Ad esempio, Elly Schlein crede davvero che si possano seriamente attribuire delle colpe ai nove mesi di governo Meloni per quanto è successo in Romagna o in Lombardia negli ultimi tempi? Speriamo francamente di no, altrimenti ci sarebbe veramente da chiedersi “in che mani siamo finiti”... L’Italia non potrà mai da sola risolvere problemi che forse sono addirittura insolubili a livello planetario...Ciò nonostante, a prevalere, sui media, continua ad essere la solita tendenza nazionale a ridurre anche le questioni di un’importanza che potremmo addirittura definire “epocale” nel banalissimo ed ormai più che bollito ping pong di battute e risposte sterili e settarie. E’ probabile (ma non certissimo) che chi sostiene che il cambiamento climatico sia, in larga misura, il frutto amaro delle attività dell’uomo si avvicini di più alla verità rispetto a chi controbatte che, in fondo, si tratta essenzialmente di fenomeni ciclici che, nella storia della meteorologia, sono sempre stati tutt’altro che infrequenti. Tuttavia, se anche riconoscessimo pienamente la fondatezza delle teorie ambientaliste più intransigenti, ci troveremmo pur sempre a dover fare i conti con una realtà globale che colloca non solo la nostra martoriata Italia, ma anche l’Europa intera nella frustrante situazione di poter incidere ben poco sul piano delle produzioni inquinanti, di fronte ai guasti provocati, invece, da India, Cina o Stati Uniti che sono – loro si - i veri e grandi avvelenatori del mondo. E considerato che il monossido di carbonio e tutte le altre sostanze alteranti del clima non si fermano certo agli uffici doganali posti ai confini degli Stati europei, occorre serenamente prendere atto del fatto che, se anche all’improvviso si decidesse di fermare del tutto l’economia del Vecchio Continente, lo stato di salute del pianeta ne beneficerebbe in maniera quasi irrilevante. A peggiorare (drammaticamente) sarebbero, invece, le condizioni di vita dei cittadini europei che si troverebbero ad essere incredibilmente più poveri. Sia chiaro, con queste considerazioni non intendiamo affatto dire che non si debbano adottare politiche adeguate contro ogni forma di inquinamento, poiché la salvaguardia del Pianeta non può che essere un obbiettivo assolutamente condiviso da tutti. Solo che, come in tutte le cose umane, occorre agire facendosi ispirare da lucidità e pragmatismo, nella consapevolezza che il mondo si trova alle prese con un problema che non può essere risolto soltanto dall’impegno e dalla buona volontà di pochi Paesi più virtuosi di altri...La Cina, da sola, produce il 27% del monossido di carbonio che circola sulla Terra, mentre tutti insieme i 27 Paesi europei ne generano il 6,4%. Forse basterebbe riflettere su questo semplice dato per capire che le risposte che cerchiamo si trovano senz’altro più a Pechino che a Bruxelles. Intanto però, ci sono cose che possiamo – anzi dobbiamo – assolutamente fare, creando strutture adeguate e sistemando i nostri territori in modo tale che, in futuro, gli eventuali (e assai probabili) eventi catastrofici possano arrecare danni molto meno devastanti e, soprattutto, non mettano più a rischio la vita di nessuno.
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  • Chi è Igor Girkin e perché è finito in prigione | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio La notte dell’ammutinamento di Prigozhin, a Mosca era entrato in funzione un piano - denominato, non a caso, “Fortezza” – che predisponeva tutte le misure necessarie per impedire qualunque attacco alla Capitale. E’ difficile credere che la colonna di miliziani della Wagner che avanzava verso il Cremlino ne ignorasse l’esistenza, ciò nonostante procedeva imperterrita, probabilmente conscia di poter contare sull’appoggio di almeno una parte dell’esercito regolare e dei servizi segreti. Tra l’altro, in quelle stesse ore, i vertici delle istituzioni russe stavano dando a tutto il mondo la netta sensazione di preoccuparsi essenzialmente del proprio destino e della propria sopravvivenza politica, se non addirittura di quella biologica. E’, quindi, impossibile che, in quei tormentati frangenti, un uomo notoriamente freddo e diffidente come Vladimir Putin non abbia preso atto di quanto si stesse rivelando facile orchestrare e poi porre in atto un complotto militare contro il suo potere. Il tutto con tanto di proclami apertamente ostili ed alla luce del sole. Da qui nasce, evidentemente, l’esigenza - per lui ormai di vitale importanza - di circondarsi soltanto di elementi fedelissimi (a prescindere dalle loro reali capacità) e di reprimere in anticipo chiunque possa, anche solo eventualmente, pensare di poter ripercorrere la strada già tracciata da Prizoghin. Ecco perché è appena stato arrestato Igor Girkin, soprannominato “Strelkov”, cioè il “cecchino”: e stiamo parlando di un ex ufficiale dei servizi segreti, che ha comandato reparti di mercenari, che si vanta di aver sparato il primo colpo nella guerra del Donbass del 2014 e che è stato condannato all’ergastolo, come criminale di guerra, dal tribunale dell’Aja per l’abbattimento, nove anni fa, del Boeing malese, colpito nel cielo del Donbass da un missile russo che causò 298 vittime innocenti. Girkin è oggi un blogger, seguito da 900 mila follower da individuarsi, in larga misura, tra quegli ultra nazionalisti storici che danno vita a svariati gruppi di eternamente insoddisfatti che si definiscono “patrioti arrabbiati”. L’improvvisa carcerazione di questo popolare, ma scomodo personaggio ci segnala, quindi, che è in corso a Mosca una svolta profonda nella definizione di chi è amico e di chi non lo è. Dopo la rivolta dei Wagner, i nemici più insidiosi del presidente Putin non sembrano, infatti, più essere i liberali (che, tra l’altro, sono già stati quasi del tutto cancellati dalla scena politica moscovita), ma sono divenuti, invece, proprio quei sostenitori del suprematismo russo, dell’ortodossia religiosa e del militarismo nostalgico (non importa se sovietico o zarista) che, fino a pochi mesi fa, avevano, invece, sempre appoggiato - o addirittura sostenuto entusiasticamente - tutta la politica putiniana, con particolare enfasi sulle sue mire espansionistiche. In sostanza, con l’arresto di Girkin, l’autocrate che, sia pure traballando, comanda ancora al Cremlino pare volerci dire che, d’ora in poi, “si cambia musica” e che anche un vecchio “amico” come Girkin – sulla base dell’ormai famoso art.282 del codice penale – può oggi essere tranquillamente accusato di “estremismo” e magari prendersi anche lui una condanna a 20 anni di carcere, proprio come è successo, in settimana, al liberale Alexey Navalny.
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  • Padre nostro, madre nostra, esso nostro | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Il furore iconoclasta che, sulla spinta della cosiddetta “cancel culture”, sta imperversando su quasi tutto l’Occidente, ha finito per occuparsi persino del “Padre Nostro”: e vale a dire, della preghiera cristiana più antica ed universalmente riconosciuta proprio come quella tramandataci personalmente dallo stesso Gesù Cristo. A sollevare il caso, non è però stata – come si potrebbe immaginare - un’associazione di intransigenti atei dissacratori, ma molto più sorprendentemente l’arcivescovo anglicano di York, il quale ha osservato come il testo recitato dai credenti di tutto il mondo affondi, indiscutibilmente, le sue radici in un humus culturale anacronistico e, comunque, troppo legato a concezioni patriarcali e maschiliste. E in effetti, il “Pater Noster” si rivolge direttamente ad un Padre e non ad una madre o ad un genitore A oppure B… L’alto prelato inglese, Stephen Cottrel, ritiene che la parola “padre” sia “problematica per coloro la cui esperienza con i padri è stata distruttiva o abusiva e per tutti noi che abbiamo operato secondo una visione tradizionale oppressivamente patriarcale”. A condividere l’opinione del reverendo Cottrel è soprattutto la componente femminile del clero anglicano, dalla quale, in più di un’occasione, è stato, infatti, domandato se veramente Dio pensi che gli esseri umani maschi riflettano la Sua immagine in modo più completo e accurato rispetto a come possano farlo le donne. Ovviamente no, si rispondono le diacone e le pastore d’Oltremanica. Intanto, sembra stia per essere costituita, tra i vescovi, una commissione specifica per individuare i criteri idonei alla definizione di un linguaggio di genere più politicamente corretto, con particolare riferimento all’uso dei pronomi personali da usarsi quando si parla di Dio: lui, lei o un neutro? Ma il mondo anglicano è agitato anche da altre questioni attinenti le parità di genere ed i diritti di chi non è etero: ad esempio, in autunno, si terrà una Convocation (assemblea generale) dei vescovi, che sarà chiamata a decidere se debba confermarsi o meno il divieto per il clero di coltivare relazioni omosessuali. Noi, per parte nostra, ci permettiamo di suggerire all’arcivescovo di York che il Pater Noster – a voler ragionare secondo una certa logica oggi di moda - presenta note stonate non soltanto nel suo incipit, ma anche nel suoi passaggi successivi. Ha riflettuto, Stephen Cottrel, sul fatto che la nostra vecchia e cara preghiera, mostra i segni del tempo anche sul piano politico e istituzionale? Perché si auspica che “venga il Tuo Regno” e non una molto più moderna e democratica repubblica parlamentare? E quel richiamo alla Sua volontà, senza prevedere alcuna possibilità di sostenere un civile ed equilibrato contraddittorio? Se poi ci allarghiamo un po’ più in là nel Vangelo, che dire della “moltiplicazione dei pesci” che non tiene conto delle recentissime sensibilità vegane o del vino bevuto nell’Ultima Cena, in così palese contrasto rispetto alle attuali disposizioni del Codice della Strada?
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  • “Arridatece Forlani!” | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio “È lecito domandarsi se una fascia della magistratura abbia scelto di svolgere un ruolo attivo di opposizione. E abbia deciso così di inaugurare anzitempo la campagna elettorale per le elezioni europee”: con questa nota di Palazzo Chigi, prende corpo all’interno del Governo (ma soprattutto del suo partito egemone) il sospetto che esista una sorta di macchinazione orchestrata dalle procure della Repubblica per mettere in difficoltà l’esecutivo Meloni. I casi della ministra Santanchè - chiamata in Senato a fornire lumi circa la presunta scorretta amministrazione delle sue aziende – e quello del sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, per il quale il GIP ha disposto l’imputazione coatta per rivelazione di segreto d’ufficio, costituirebbero, indubbiamente, una imbarazzante spina nel fianco per qualunque governo, ma sono appunto una spina e non una ferita letale da arma da fuoco. Con questo, intendiamo dire che per spuntare le armi ad una eventuale operazione politico/giudiziaria e per gettare un secchio di acqua gelata sugli ardenti entusiasmi di un’opposizione ormai capace soltanto di vivacchiare in attesa di poter sfruttare qualche assist offerto dalla magistratura, non serve evocare chissà quali trame occulte, ma basterebbe, invece, procedere a qualche rimpasto rapido e sostanzialmente indolore. Siamo, infatti, in presenza di due vicende che forse potranno anche essere suscettibili di ulteriori sviluppi in sede penale, ma la cui rilevanza, almeno per ora, si manifesta essenzialmente a livello politico. Quale può essere, infatti, la credibilità istituzionale di una ministra che, accusata dai propri dipendenti di non aver pagato le liquidazioni, ritagliava, comunque, per se stessa elevatissimi compensi o che, pur opponendosi alle misure anti covid, nulla aveva poi da obiettare quando si trattava di incassarne i sussidi? Ancora più inspiegabile è il motivo per cui a Delmastro non sia ancora stato imposto di rassegnare le sue dimissioni. Un sottosegretario alla Giustizia consente ad un altro parlamentare di Fratelli d’Italia, Giovanni Donzelli - con cui condivide un appartamento a Roma - di venire a conoscenza di alcune carte segrete del Ministero di via Arenula: carte che perderanno, poco dopo, la loro segretezza nel momento in cui Donzelli non si farà scrupolo di parlarne apertamente alla Camera. Delmastro si difende sostenendo di avere ignorato che si trattasse di informazioni top secret…Un autogoal quasi incredibile, perché, se le cose stanno realmente così, come si può giustificare la permanenza di un sottosegretario alla Giustizia che ammette, candidamente, di non essere in grado di distinguere tra un documento riservato ed uno pubblico? Ecco perché riteniamo che, a prescindere da tutto quello che potrà succedere o non succedere nelle aule giudiziarie, questa è la fase in cui il Governo non deve avventurarsi in una dispersiva caccia ai fantasmi, ma deve piuttosto agire secondo buon senso e pragmatismo. Anche a costo di dare il benservito ad amici di vecchia data. Poi certo, ad aggravare il senso di accerchiamento in cui, al momento, sembra vivere Giorgia Meloni, è arrivata venerdì pomeriggio anche la notizia che riguarda il figlio di Ignazio La Russa...Ma anche qui, soprattutto se papà Ignazio si asterrà dal fare troppo l’avvocato del suo bizzarro pargoletto, è difficile ipotizzare l’esistenza di disegni oscuri e inconfessabili presso la Procura della repubblica di Milano… Ieri è morto Arnaldo Forlani: come si sente, in questa estate italiana del 2023, la mancanza di personaggi politici del suo livello...
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  • Una pericolosa ingenuità | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Bruciare pubblicamente i libri sacri di alcune religioni può dare luogo a violente reazioni che possono addirittura minacciare la sicurezza di persone e cose che magari si trovano a distanza di migliaia di chilometri. Per molti di noi europei non è cosa facile da accettare, dal momento che, da ormai molti anni, viviamo in una società in cui a dominare sono i valori tipici del laicismo, mentre le religioni tendono ad essere sempre più relegate negli spazi meno importanti dei nostri pensieri. Ci pare, quindi, piuttosto surreale che, in qualche altra parte del mondo, ci siano milioni di persone pronte scendere in piazza ed a manifestare (magari non usando solo le parole) per questioni che in Europa, da tempo, interessano solamente una percentuale trascurabile della popolazione. Eppure, tre giorni fa, non pochi musulmani osservanti hanno fatto irruzione nell’ambasciata svedese a Baghdad, per protestare contro il governo scandinavo e la sua decisione di consentire lo svolgimento di una manifestazione a Stoccolma, nel corso della quale è stata data alle fiamme una copia del Corano. Ad ordinare l’irruzione nella sede diplomatica svedese è intervenuto il potente leader sciita Muqtada al Sadr: per chi non lo conoscesse ancora, non stiamo parlando di un mite fraticello di Assisi, ma di un autoritario personaggio che, oltre ad essere a capo di un partito, dispone anche di milizie personali, pronte ad immolarsi stoicamente in nome di un fanatismo religioso che a noi potrebbe ricordare, molto da vicino, le gesta sconsiderate del predicatore quattrocentesco, Girolamo Savonarola. Ma a preoccupare le capitali europee non sono solamente le potenziali intemperanze che possono sempre scaturire da una massa di scalmanati, quanto – e soprattutto – le reazioni che, non a caso, si sono già registrate a livello diplomatico, in un momento storico nel quale sarebbe più che mai opportuno che tutti i Paesi del pianeta tenessero bene i loro nervi a posto. Proteste ufficiali sono così arrivate alla Svezia non solo dall’Iraq, ma anche da Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Marocco, Giordania e Turchia. In particolare, a destare apprensione sono le ricadute politiche che l’episodio può avere sui delicati equilibri che, attualmente, stanno segnando i rapporti tra il governo di Stoccolma e quello di Ankara, il quale ha, fino ad oggi, posto il suo veto all’ingresso della Svezia nella NATO. Il presidente Recep Erdogan ha, infatti, sempre accusato il Paese scandinavo di offrire asilo politico e sostegno materiale agli esuli del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, che il “sultano” neo - ottomano ha sempre giudicato come un’organizzazione terroristica. Il caso vuole che l’incauta profanazione religiosa di mercoledì scorso sia avvenuta proprio in una fase in cui lo stesso Erdogan, parlando con il cancelliere tedesco Olaf Scholz, aveva appena finito di ammettere che, adottando una nuova normativa sul terrorismo, il governo svedese aveva compiuto dei passi “nella giusta direzione” rispetto alle richieste turche. Speriamo, quindi, che adesso non si debba ricominciare tutto da capo, a causa di un gesto che a noi può sembrare una banalissima goliardata, ma che altrove viene, invece, interpretato come se fosse un’autentica soffiata del demonio. L’autore della irresponsabile bravata è un iracheno che vive a Stoccolma con lo status di “richiedente asilo” ed ha dichiarato di aver dato alle fiamme il Corano, poiché costituisce “un pericolo per le leggi democratiche e per i valori svedesi e umani”. Ci troviamo, pertanto, in presenza di un fatto legale, ma inopportuno. Legale perché in nessun Paese europeo si va in prigione per aver bruciato un libro, un disco, un film o qualche altro oggetto simbolico. Inopportuno perché, potrebbe rivelarsi foriero di un mare di guai o, perlomeno, di complicazioni a livello internazionale. Quanto è capitato a Stoccolma pone delle domande – destinate forse a rimanere senza risposta – e che riguardano la compatibilità tra la libertà di espressione individuale e l’ esigenza di fare in modo che essa non vada mai a compromettere i rapporti diplomatici più complessi. D’altra parte la differenza fondamentale che esiste tra le società democratiche e quelle teocratiche risiede proprio nel fatto che nelle prime non esistono leggi contro la blasfemia che impediscano di bruciare un libro in piazza (fosse anche la Bibbia). Nelle seconde, invece, chissà come mai, prospera indisturbata quell’intolleranza religiosa che arma la mano di chi uccide i vignettisti di Charlie Hebdo o accoltella quasi a morte lo scrittore Salman Rushdie.
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