Il Punto della Settimana

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Il Punto della Settimana episodes

  • Due parole sul “tramonto dell’Occidente” | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Da più parti si sostiene, ormai da tempo, la tesi secondo la quale l’Occidente si starebbe trasformando in un circolo ristretto ed isolato di Paesi ricchi ai quali il resto del Pianeta - guidato soprattutto da economie emergenti come Cina, Brasile e India - non sarebbe più disposto a riconoscere alcun predominio politico, economico e militare. Nuovi equilibri multipolari starebbero inducendo la stragrande maggioranza delle nazioni della Terra a prendere definitivamente le distanze da quello status quo che, almeno dalla fine della Guerra Fredda, era parso affermarsi come immutabile. Tuttavia, se prendiamo, ad esempio, in considerazione l’atteggiamento prevalentemente assunto dalla maggioranza dei governi mondiali sulla questione ucraina, forse possiamo anche avanzare qualche dubbio circa l’effettiva fondatezza di questa “vulgata” che ci racconta di un rassegnato avviarsi dell’Occidente sul viale del tramonto. A ben vedere, infatti, non è stato soltanto il decrepito e rassegnato Occidente a condannare la guerra di Putin, ma, come è emerso chiaramente all’Assemblea delle Nazioni Unite, i voti che hanno sanzionato l’invasione russa (esprimendosi, quindi, a favore dell’integrità territoriale dell’Ucraina), sono risultati addirittura 143. Il tutto a fronte di 35 astensioni e di solo 5 voti contrari. Tra l’altro, se andiamo a vedere quali Paesi hanno votato contro, non possiamo che prendere atto del fatto che la bella compagnia è composta da un gruppetto di trasparenti democrazie come Corea del Nord, Siria, Nicaragua, Russia e Bielorussia... Persino la Cina, nonostante i frequenti e roboanti proclami che pure ribadiscono l’esistenza di un’amicizia “senza limiti” tra Mosca e Pechino, non ha ritenuto di potersi spingere oltre l’astensione. E sempre all’ONU, anche altre nazioni – come Brasile o Argentina – che pure ambiscono, certamente, a dare vita ad un mondo molto più multipolare di quello attuale, hanno, comunque, finito per accomunare i loro consensi a quelli degli Stati nei quali, per fortuna, si rispettano ancora fermamente i diritti politici e quelli civili, senza discriminazioni di sesso, cultura, religione o altro orientamento ideologico. In sostanza, ci pare che quella del multipolarismo sia oggi più che mai una questione estremamente complessa, nel senso che ci domandiamo se poi, in realtà, un mondo in cui gli Stati Uniti non fossero più la potenza egemone (perché magari prevalgono al loro stesso interno quelle pulsioni isolazioniste, da sempre così ben radicate nella tradizione americana) non finirebbe per cedere il passo ad uno scenario molto più pericolosamente anarchico, brutale e conflittuale.
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  • Integralismo laico | 09/04/2023 | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio In genere, il sostantivo “integralismo” viene abbinato all’aggettivo “religioso” per indicare le tante forme di oppressione sociale e culturale che, purtroppo, in nome di una determinata fede, vengono ancora oggi esercitate in svariate aree del Pianeta. Tuttavia, anche da parte di certi ambienti laici non vengono certo a mancare inaccettabili esempi di intolleranza e di discriminazione nei confronti di chi non condivide una certa visione delle cose del mondo: e spesso si tratta del frutto di atteggiamenti pregiudiziali che noi non esitiamo a definire “integralismo laico”. Tutta questa premessa prima di soffermarci su un fatto - avvenuto recentemente in provincia di Oristano - che ci ha lasciati veramente desolati. E vi stiamo parlando del caso di un’insegnante di scuola primaria che – udite, udite! - è stata sospesa per 20 giorni per aver recitato alcune preghiere con gli alunni e aver fatto realizzare loro un mini rosario. La sospensione è scattata a fine marzo, ma l’episodio risale, invece, allo scorso mese di dicembre. La docente si trovava in una classe per sostituire un collega assente e, vista la vicinanza del periodo natalizio, aveva pensato di esercitare la manualità dei bambini, chiedendo ad essi di mettere insieme alcune perline per farne un piccolo rosario a forma di braccialetto. Dopo di che, terminata la lezione, ha recitato insieme agli alunni due preghiere: il Padre nostro e l'Ave Maria. E’ bastato questo per scatenare la reazione di due famiglie che si sono rivolte al dirigente scolastico, affinché convocasse l’incauta maestra e ne ottenesse le scuse da rivolgere personalmente a quei genitori arsi dal fuoco laico. Cosa che è poi regolarmente avvenuta. Quando però tutta questa evitabilissima controversia sembrava ormai archiviata, è giunta a sorpresa la notifica che sospendeva dalle lezioni, per 20 giorni (e cioè fino al 16 aprile), la sfortunata insegnante, riducendole, inoltre, pure lo stipendio. L’eco di quanto avvenuto in questa scuola elementare della Sardegna si è, inevitabilmente, propagato anche a livello politico con il presidente della Commissione Affari Sociali e Salute della Camera dei Deputati, Ugo Cappellacci, che, annunciando un’interrogazione al ministro della Pubblica Istruzione, ha parlato di un “caso grave di integralismo laico”. A portare un po’ di chiarezza e di equilibrio nella questione è poi però arrivato – a nostro avviso opportunamente - anche l’intervento dell’Associazione nazionale dei presidi, che ha definito “eccessivo” il provvedimento disciplinare in esame, ma che, al tempo stesso, ha anche criticato come “inadeguata l’azione della maestra”, dal momento che la scuola è laica e non deve portare gli alunni a professare alcuna religione, qualunque essa sia. L’atto – sempre secondo l’Organizzazione dei dirigenti scolastici – andava, quindi, effettivamente contestato, anche se, comunque, non si giustifica assolutamente una sanzione di tale portata. In sostanza, la morale di questa storia ai confini dell’assurdità, ci racconta che la laicità dello Stato - che noi, sia chiaro, pretendiamo in tutte le sue componenti (compresa quella scolastica) - si tutela anche con atteggiamenti che siano, appunto, “laici” ed in grado, cioè, di dare, in modo responsabile, la rilevanza che effettivamente possono avere ad un giochino manuale e a due distratte Ave Marie dette nella trepidante attesa che squilli la campanella del fine lezioni...
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  • Sovranità Alimentare | 02/04/2023 | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Il Consiglio dei Ministri, martedì scorso, ha adottato un testo di legge che mira ad impedire la produzione e l’importazione di cibi sintetici in Italia. Le motivazioni del provvedimento sono essenzialmente due: da un lato la tutela della salute e dall’altro la difesa del Made in Italy. Il Governo, così come del resto la premier Meloni aveva indicato già nel corso della sua campagna elettorale, è pertanto deciso a contrastare quel tipo di alimentazione di origine sintetica che pure in altri Paesi (tra i quali, soprattutto, gli Stati Uniti) risulta, invece, da alcuni anni, oggetto di studi approfonditi e di investimenti assai rilevanti. A preoccupare è principalmente la creazione di carni in laboratorio: pratica che ha già cominciato a fornire i suoi primi confortanti risultati e che, dopo aver ottenuto il nulla osta da parte della Food and Drug Administration americana, potrebbe adesso, da un momento all’altro, ricevere pure il placet dell’EFSA (l’Autorità per la Sicurezza Alimentare europea). Ecco perché l’esecutivo Meloni ha scelto di giocare d’anticipo vietando la circolazione di questi prodotti sintetici e prevedendo sanzioni pecuniarie molto elevate (fino al 10% del fatturato aziendale) per chi li importa o li produce. In questo modo, il ministro per la Sovranità Alimentare, Francesco Lollobrigida, ha potuto orgogliosamente proclamare che l’Italia era la prima Nazione “libera dal rischio di avere cibi sintetici”, salvaguardando così la salute dei suoi cittadini: anche se lo scopo fondamentale di questa normativa a noi sembra essere quello – ovviamente più che legittimo - di difendere la produzione agroalimentare Made in Italy, con particolare riferimento al comparto degli allevamenti di animali. E stiamo parlando di un settore (quello, appunto, delle carni e del latte) che dà lavoro complessivamente a 300mila addetti e genera annualmente un valore economico di circa 50 miliardi di euro: pari cioè al 25% dell’intero fatturato del nostro agroalimentare che, a sua volta, vale 200 miliardi e corrisponde al 2,5% del Pil italiano. Tuttavia, a voler essere pignoli, bisognerebbe anche suggerire al Ministro che, proprio nel settore della produzione delle carni, parlando di sovranità alimentare dell’Italia si rischia di dire qualcosa di inesatto, dal momento che – se si esclude l’avicoltura - in tutti gli altri rami produttivi si registra sovente una chiara dipendenza dalle importazioni estere. Ed a questo proposito, andando ad esaminare i dati pubblicati dall’ISMEA, si scopre subito che il nostro Paese esporta 147mila tonnellate di carne bovina, ma ne importa circa 374mila, dando luogo ad un saldo della bilancia commerciale che è tra i più negativi tra le filiere agricole, risultando nel 2021 in passivo di -2,48 milioni di euro. Come hanno sottolineato alcune tra le principali Associazioni nel nostro comparto agroalimentare, la politica si trova attualmente a dover decidere su un fenomeno del tutto nuovo e socialmente delicato come quello del cibo sintetico che, per la prima volta nella storia dell’umanità, interrompe l’atavico rapporto tra alimentazione e agricoltura, relegando nel dimenticatoio sia gli allevatori, che i pescatori. Inoltre, sempre secondo gli operatori italiani, gli effetti di questi alimenti sulla salute dei consumatori non sarebbero ancora stati chiariti a sufficienza. E ad essere obbiettivi, chi può escludere, nella maniera più assoluta, l’eventuale presenza di qualche rischio per la nostra salute nella carne sintetica? Certamente esiste però, un rischio di altra natura, ma ben più concreto e ravvicinato: quello cioè rappresentato dalla crisi alimentare che, complice anche la guerra in seno all’Europa, potrebbe presto prevalere, inesorabilmente, su ogni altro tipo di considerazione protezionistica o commerciale, obbligandoci a domandarci se, ad esempio, sia veramente il caso di continuare a diffidare delle coltivazioni ogm, nonostante queste rivelino, normalmente, rese superiori ed a minor costo rispetto alle tradizionali. Il tutto, tra l’altro, in nome di un salutismo pregiudiziale che magari, per evitare un caso di irritazione cutanea su centomila, lascia irresponsabilmente morire di fame milioni di persone in ogni angolo del Pianeta. Quanto poi alla carne ottenuta in laboratorio, sul piatto della bilancia si pone – almeno in una prospettiva di lungo termine - anche l’aspetto ecologico e morale legato alla fine degli allevamenti intensivi, dalla quale a trarre giovamento non sarebbero soltanto il benessere degli animali o i livelli di inquinamento atmosferico, ma anche la serenità di chi, pur essendo animato da una sensibilità animalista, stenta ancora a privarsi di una buona bistecca.
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  • Europa, Italia e nucleare | 26/03/2023 | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio In questo periodo, si sta delineando, tra dodici Stati europei, una proficua alleanza destinata ad operare nel campo del nucleare civile e finalizzata allo sviluppo numerico e qualitativo delle loro dotazioni di centrali. Si tratta, in sostanza, di attivare un meccanismo di collaborazione che consenta di coniugare le esperienze maturate da tutti i Paesi che aderiscono all’iniziativa, al fine di potenziare e perfezionare sempre di più la tecnologia in questione. Ed a questo proposito, sono ventinove le centrali che, nel prossimo futuro, saranno aperte nel Vecchio Continente e che andranno ad affiancarsi alle oltre cento che sono già attualmente in funzione. Alcune di queste avranno bisogno di interventi di modernizzazione che permetteranno loro di prolungare ancora nel tempo la loro esistenza: e non a caso, la Francia – tanto per fare un esempio - è, al momento, impegnata in uno sforzo di aggiornamento degli impianti nucleari di cui già dispone, oltre ad aver investito nella realizzazione del progetto di un innovativo reattore europeo, da inquadrare nella categoria dei cosiddetti “small modular reactors”. Categoria che rappresenta una rivoluzionaria e grande opportunità sulla strada che porta ad integrare il nucleare con le energie rinnovabili, rendendolo in tal modo complementare a queste ultime. Di conseguenza, anche a voler essere eccessivamente pessimisti e sostenere che il nucleare di quarta generazione ( quello cioè che eliminerà il problema delle scorie) sia ancora di là da venire, resta pur sempre il fatto che, a livello europeo, sta prendendo consistenza uno scenario di crescita tecnologica, economica e persino occupazionale dal quale, per il nostro Paese, sarebbe un grave errore restare fuori. E non a caso, i nostri principali Gruppi del comparto energetico – dall’Eni, all’Enel o all’Ansaldo – sono particolarmente attenti a tutto quello che si muove in questo settore della ricerca. È auspicabile ( ma si dice che sia andata proprio così) che il recentissimo scambio di vedute, avvenuto tra Emmanuel Macron e Giorgia Meloni, abbia contemplato anche il tema dell’energia nucleare. Da molti anni, in Italia, si parla di nucleare e di approvvigionamento energetico lasciandosi guidare più da pregiudizi ideologici e disinformati, che da ragionamenti scientifici e concreti. Pertanto, giunti a questo punto, ci sembra siano ormai maturate le condizioni oggettive affinché la politica nazionale cominci ad orientarsi seriamente verso scelte attuative che siano davvero in grado di valorizzare l’eccellenza di quella professionalità che, quando si parla di nucleare, ha da sempre contraddistinto la nostra industria ed i nostri centri di ricerca. Se poi diamo uno sguardo attento a ciò che succede fuori di casa nostra, non potremo che prendere atto del fatto che mentre la Francia, grazie al nucleare, riesce ad essere il Paese maggiormente in regola con gli obiettivi climatici europei (oltreché meno dipendente dalle importazioni di gas e petrolio), la Germania che, invece, di nucleare non vuole neanche sentirne più parlare, continua ad essere l’economia più inquinante del Continente e quella che maggiormente dipende dalle energie fossili.
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  • L’animalismo soltanto apparente del Parlamento spagnolo | 19/03/2023 | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Il Congresso dei deputati spagnolo ha approvato una nuova legge dedicata al benessere animale ed al contrasto al triste fenomeno del randagismo, prevedendo divieti e sanzioni che vanno indubbiamente nella direzione da molti di noi auspicata. Ad esempio, la pena pecuniaria fissata per il reato di abbandono sale fino ad un tetto massimo di cinquantamila euro, viene istituita una anagrafe completa degli animali domestici, così come diventa obbligatorio il microchip per il quattro zampe di casa. Inoltre, vengono vietate sia la vendita di animali nei negozi o nelle fiere, che il loro utilizzo in spettacoli che possano arrecare danni fisici o psicologici. Dovrebbe, quindi, finalmente chiudere i battenti la folle (ma radicata) tradizione dei crudeli combattimenti tra galli, che verrà sanzionata con una multa che potrà raggiungere anche i 200.000 euro. Fin qui, dunque, tutto bene e pensiamo, anzi, che il Parlamento di Madrid abbia ottimamente operato. Tuttavia, il discorso cambia sensibilmente se andiamo ad analizzare certe lacune che la normativa appena varata lascia inaccettabilmente scoperte. Sì perché, come confermato dal testo - che non a caso è stato subito contestato dalle associazioni animaliste - la legge in questione si dimentica del tutto dell’allucinante destino che, in Spagna, viene ogni anno riservato a decine di migliaia di cani da caccia, ritenuti dai loro proprietari non più adeguatamente idonei per le attività venatorie. E stiamo parlando, essenzialmente, dei “galgos”, i tipici levrieri spagnoli che, alla fine della stagione di caccia, vengono spietatamente soppressi - da chi li considera né più, né meno che una cartuccia ormai sparata – attraverso rituali che comportano indicibili sofferenze. Si va dalla lapidazione all’annegamento oppure al rogo: il tutto non mancando mai di legare un bastone in bocca agli sventurati levrieri, affinché non possano abbaiare ed urlare al mondo la loro ultima disperazione mentre subiscono simili torture. Sembra impossibile, ma questa sorte raccapricciante viene riservata, tutti gli anni, ad almeno cinquantamila cani spagnoli. Nei giorni scorsi, per protestare contro questa grave “dimenticanza” da parte del legislatore iberico, l’associazione Animal Rescue Espana ha deposto, proprio di fronte all’ingresso del Parlamento, la carcassa di un galgo, volendo con ciò simboleggiare “ le migliaia di cani da caccia umiliati, maltrattati, abbandonati e uccisi dai cacciatori”. Purtroppo però, sembra piuttosto difficile parlare di sbadataggine o, appunto, di “dimenticanza”, dal momento che prima della definitiva approvazione della norma, si era fatta sentire molto alta anche la voce dei cacciatori che, scesi in massa nelle piazze principali del Paese, avevano preteso l’esclusione dei loro segugi dalla sfera di competenze della nuova legge. E la Real Federacion Espanola de Caza, non si può certo dire che, sul piano politico, sia poca cosa, visto che può contare su una base di 337mila iscritti, che, in larga misura, significano anche 337mila famiglie di elettori...Numeri, questi, che evidentemente devono aver inciso non poco sulle decisioni dei parlamentari. E la corrida? Qualcuno di voi, probabilmente, se lo domanderà... Nessun pericolo, anche lei in Spagna non esiste.
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  • Un approccio post – ideologico | 12/03/2023 | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio È annunciata, per venerdì 17 marzo, la presenza di Giorgia Meloni al Congresso nazionale della CGIL, che quest’anno si tiene a Rimini. Tema centrale del dibattito sarà ”Il lavoro crea futuro”. Il fatto ha destato una certa sorpresa tra gli stessi organizzatori della manifestazione, dal momento che si tratta del primo capo di un governo di Centro Destra (anzi, in questo caso, di Destra e basta) ad intervenire ad un congresso del Sindacato tradizionalmente più schierato a Sinistra. E stiamo parlando di una partecipazione in merito alla quale lo stesso leader della CGIL, Maurizio Landini, non nasconde un certo compiacimento, giudicandola un segno di “rispetto e riconoscimento” nei riguardi di una componente sindacale che, oltre a rappresentare milioni di persone, può anche vantare una storia che risale addirittura al 1906. D’altra parte, Landini ci tiene anche a sottolineare l’atteggiamento pragmatico (e mai pregiudizialmente ostile) avuto sempre, dal suo Sindacato, nei confronti di tutti gli esecutivi che si sono succeduti negli ultimi anni, a prescindere dalle affinità o dalle divergenze politiche che potessero accomunare o allontanare. Comunque, la CGIL non ha mai mancato di invitare ai suoi congressi tutti i presidenti del Consiglio che al momento erano in carica: però, se la memoria non ci inganna, per rivedere qualche immagine di un capo del Governo che parla ai congressisti di questo Sindacato, bisogna risalire agli anni di Spadolini (1981), di Craxi (1986) e di Prodi (1996). Giorgia Meloni sta, quindi cercando, con ogni probabilità, di superare quella sorta di muro di incomunicabilità che aveva segnato i rapporti tra gli esecutivi di Destra del passato ed il maggiore sindacato italiano: basti ripensare a quando Silvio Berlusconi ebbe a definire la CGIL come la “fabbrica dell’odio”. Ma forse, per interpretare più correttamente questo atteggiamento di maggiore attenzione verso l’universo sindacale che distingue la Meloni dal suo ormai anziano predecessore, è opportuno ricordare che la formazione politico – culturale della nostra premier è quella tipica della destra sociale, così distante dal liberismo che ha, invece, sempre ispirato gli obbiettivi e le strategie del Cavaliere di Arcore. Pertanto, pensiamo che la fondatrice di Fratelli d’Italia si avvicini adesso alla kermesse di Rimini con l’intenzione di lanciare un messaggio di prudente apertura diretto a quella parte del mondo del lavoro che si riconosce nelle posizioni di Landini. Quel Landini che – cosa che non deve essere sfuggita a Palazzo Chigi - pur avendo, in questi mesi, sistematicamente criticato la politica economica dell’attuale Governo ha, tuttavia, sempre evitato di esasperare i toni del confronto: ad esempio, non ha mai indetto uno sciopero generale...
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  • Pacifismo (a senso unico) di casa nostra | 05/03/2023 | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Il nostro Paese, a dispetto dell’atteggiamento assunto dai due governi che si sono succeduti nell’ultimo anno (che, in verità, non hanno mai mostrato alcun segno di cedimento rispetto alla linea della fermezza tracciata dalla NATO sulla questione ucraina), registra invece – almeno stando ai sondaggi - un’opinione pubblica che in maggioranza è contraria all’invio di armi a sostegno della resistenza che il popolo guidato da Zelensky sta opponendo all’invasore russo. E stiamo, comunque, parlando di una componente della cittadinanza italiana che, oltre ad essere numericamente assai rilevante, risulta però anche sensibilmente disomogenea su quello che è il piano degli schieramenti politici. C’è, infatti, un’area di individui che pensano che la cosa non ci riguardi e che, sostanzialmente, sarebbe meglio cominciare a dedicarci esclusivamente agli affari nostri, dopo aver pagato già a sufficienza il prezzo del nostro aiuto a Kiev negli ultimi mesi. Si tratta di una posizione che, al di là di ogni eventuale giudizio di merito, ci appare piuttosto ingenua perché non prende minimamente in considerazione il fatto che il benessere economico di cui gode oggi l’Italia non può assolutamente prescindere da quella che è la sua attuale collocazione internazionale. E questa è la fascia di elettorato nazionale alla quale ammiccano, prevalentemente, sia alcuni esponenti della Lega, che – a livello più personale - Silvio Berlusconi. Poi però, a fianco di questa fetta dell’opinione pubblica politicamente orientata verso il Centro Destra, ne è presente anche un’altra – immaginiamo più ampia – che affonda le sue radici nell’atavico pregiudizio anti occidentale che tuttora alberga presso settori tutt’altro che irrilevanti della Sinistra e del mondo cattolico. E stiamo parlando di riflessi condizionati che spingono ancora oggi molti nostri connazionali a schierarsi, sempre e comunque, dalla parte di Mosca, da essi percepita con una profonda nostalgia per quell’Unione Sovietica che – a parer loro – rappresentava il più importante baluardo di opposizione all’imperialismo americano. Nei fatti, queste correnti di pensiero, pur non rendendosene magari neanche pienamente conto, finiscono per non operare alcuna distinzione tra le ragioni di chi aggredisce e quelle di chi reagisce, dimenticando che esistono armi usate per bombardare pure i bambini ed altre che servono, invece, ad impedire che ciò avvenga. In altre parole, gli sventurati Ucraini sarebbero vittime, al tempo stesso, sia di Putin, che di Biden...sia dei sogni di ricostituzione della potenza zarista, che dell’Unione Europea… Non ci resta, pertanto, che concludere il nostro consueto appuntamento domenicale ponendoci una domanda: che cosa sarebbe successo se, ottant’anni fa, le generazioni che ci hanno preceduto avessero rifiutato l’invio di armi da parte degli Alleati e provato ad andare contro i panzer di Hitler armate solamente di fucili da caccia o di archi e frecce? Probabilmente, tutta Europa marcerebbe ancora al “passo dell’oca”.
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  • Europa: non si vive di solo Green Deal | 26/02/2023 | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Il conflitto in Ucraina ha senza dubbio rappresentato una sveglia particolarmente squillante per i Paesi dell’Unione Europea, presentando loro una nuova realtà, fondata su equilibri purtroppo ben distanti da quelli agiati e sereni sui quali si erano abituati a vivere. Fino alla data cruciale del 24 febbraio scorso, i cittadini europei, forti delle loro ormai profondamente radicate tradizioni democratiche, si erano, infatti, illusi di poter costituire un modello di riferimento per tutto il resto del mondo in quanto ad organizzazione sociale e di essere, inoltre, ormai in grado indicare a tutto il Pianeta – grazie al tanto strombazzato Green Deal - quale sia la strada più rapida ed efficiente da percorrere verso la transizione ecologica. Se osserviamo la risposta che il nostro Continente è stato capace di dare alla pandemia e la fermezza unitaria con la quale ha mantenuto (almeno fino ad ora) le sue posizioni di sostegno -sia militare, che economico - all’Ucraina, non possiamo che esprimere il nostro compiacimento per la compattezza mostrata da pressoché tutte le capitali europee. Specialmente se consideriamo pure il fatto che gran parte delle conseguenze economiche negative portate dalla guerra hanno finito per gravare proprio sulle spalle dei cittadini europei. Tuttavia, se proviamo ad ipotizzare quali potranno essere il ruolo politico ed il peso economico globali dell’Unione Europea in un prossimo futuro, è difficile non profetizzare una pericolosa perdita di terreno, soprattutto nei confronti delle super potenze di Washington e di Pechino. L’impressione che abbiamo è quella che, mentre altre economie - di cui, in realtà, potremmo tranquillamente essere competitors - si stanno impegnando alla grande sui temi dell’innovazione tecnologica e della crescita industriale, Bruxelles stia, invece, concentrando le sue attenzioni prevalentemente sulla lotta al cambiamento climatico e sull’elettrificazione che ne discende direttamente: quasi fossero gli unici problemi veramente seri da affrontare. Ed a questo proposito, esattamente sette giorni fa, l’ex presidente di Confindustria, Antonio D’Amato, si è domandato come si possa, dinanzi all’enorme sviluppo industriale di Stati Uniti e Cina, trattare le produzioni manifatturiere europee come se fossero cosa ormai obsoleta, senza chiarire da dove, in un’eventuale alternativa, potrebbero scaturire il benessere e la ricchezza delle generazioni future. Non è qui il caso di soffermarci sui danni socio - economici che il precipitoso stop alla produzione di veicoli a combustione interna nel 2035 rischia di arrecare alla componentistica italiana, ma riteniamo che la discutibile scelta del Parlamento di Strasburgo sia tipica di un certo modo di procedere poco pragmatico. Naturalmente, nessuno si sogna di sottovalutare l’importanza strategica di un piano come il Green Deal e tantomeno di ridimensionarne gli obbiettivi finali: però, per citare D’Amato, da troppi anni l’Europa “ha smarrito la strada della competitività, continuando ad inseguire una visione demagogica e populista che porta alla sostanziale deindustrializzazione del nostro Continente”. Occorre, pertanto - aggiungiamo noi - che qualcuno faccia capire a Bruxelles che anche la transizione energetica richiede, a sua volta, la presenza delle imprese e della loro capacità di innovazione: a meno che l’intenzione non sia quella di tornare ai livelli di ricchezza e di benessere che caratterizzavano le società pre - industriali.
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  • Superbonus | 19/02/2023 | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Anche questa volta, a finire nel mirino del Governo è un altro dei provvedimenti simbolo che vennero presi dagli esecutivi a trazione pentastellata. Infatti, dopo il reddito di cittadinanza, tocca ora al super bonus 110%, in merito al quale - con una decisione a sorpresa - nella giornata di mercoledì scorso l’esecutivo Meloni ha detto basta sia alla possibilità di cedere i crediti di imposta, che a quella di utilizzare lo sconto in fattura che di fatto azzerava le spese per chi commissionava dei lavori. Ricordiamo che, all’origine del super bonus, c’era l’apprezzabile finalità di migliorare l’efficienza energetica degli edifici italiani. Finalità che però, non ha tenuto conto di alcuni aspetti sperequativi, non facendo distinzioni tra le esigenze economiche dei proprietari di immobili di pregio e quelle di chi si accingeva a ristrutturare un piccolo appartamento. E di certe inadeguatezze della misura adottata dal governo Conte se ne era accorto anche Mario Draghi, il quale, pur non negando la validità dei suoi intenti, aveva cercato inutilmente di mettere le mani, in modo deciso, nei meccanismi del superbonus. Adesso, invece, Giorgia Meloni, potendo – a differenza del suo autorevole predecessore – fare affidamento su una maggioranza parlamentare più omogenea, ha scelto di agire con la risolutezza che, a questo punto, era ormai probabilmente divenuta necessaria. Il tutto anche a costo di scontentare gran parte dell’elettorato di centro destra: si pensi, ad esempio, alla reazione indignata che si è avuta da parte dei costruttori. D’altronde, se andiamo ad esaminare un po’di numeri, scopriamo che tra il superbonus 110% ed altri svariati bonus, lo Stato si è accollato un insostenibile impegno finanziario che ammonta addirittura a 120 miliardi di euro: e non a caso, il ministro Antonio Tajani ha parlato di una “lievitazione dei crediti senza controllo”, in grado di “minare la sostenibilità dei conti pubblici”. Si è detto, soprattutto da parte del Movimento 5 Stelle, che il superbonus è stato determinante per la crescita del PIL di questi anni: tuttavia, noi ci sentiamo di obiettare che un aumento del PIL si registrerebbe anche se un governo regalasse ad ogni cittadino l’arredamento completo della sua abitazione… Solo che si tratterebbe però, di un incremento fittizio dinanzi all’impossibilità da parte dello Stato di potervi poi fare fronte finanziariamente... Resta, comunque, in ballo il problema gravissimo (ed in molti casi drammatico) di chi, al momento, si trova alle prese con questi crediti ancora in pendenza. E’evidente che non si possono abbandonare al loro destino cittadini ed imprese che avevano contato sulla serietà e sulla credibilità dello Stato italiano...Forse, l’unica (anche se costosissima) soluzione che trapela adesso dai palazzi romani è quella di stabilire che il nuovo modo di contabilizzare a bilancio i crediti valga soltanto per i nuovi lavori e non per quelli vecchi...ma a questo proposito, qualcuno ne ha già parlato con l’Unione Europea per sapere cosa ne pensa?
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  • Il conflitto in Ucraina e il ritorno del carbone | 12/02/2023 | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Gli ultimi mesi si sono incaricati di ricordarci che l’obbiettivo della transizione energetica, al di là dei tanti facili ottimismi espressi soprattutto in seno all’Unione Europea, presenterà difficoltà ben più complesse di quanto si potesse immaginare. Tutti condividiamo, ovviamente, l’idea che il traguardo della decarbonizzazione sia un qualche cosa da non mettere assolutamente in discussione, ma è forse anche il caso di cominciare a riflettere sul fatto che sia ormai giunto pure il momento di prendere le distanze dalle posizioni dell’ecologismo più intransigente che, di fatto, tendono ad ignorare la portata di questioni fondamentali come la sicurezza energetica e la disponibilità delle materie prime indispensabili per la transizione stessa. Non a caso, gli Stati Uniti e l’ Europa – che poi sono le aree in cui sono stati effettuati gli investimenti più rilevanti per perseguire il target della transizione ecologica – stanno iniziando a comprendere che, in materia di energia, la diffusione e lo sviluppo delle nuove tecnologie richiederà un arco di tempo molto più ampio di quello che, soltanto due anni fa, era stato frettolosamente calcolato. E ciò perché, alla prova dei fatti (talvolta anche drammatici) degli ultimissimi anni, è emerso come le economie sviluppate non siano affatto in grado di passare, in tempi brevi, da un modello basato sugli idrocarburi ad un altro che faccia affidamento esclusivamente sulle energie rinnovabili. E la cosa è stata resa più che mai evidente soprattutto dal conflitto in Ucraina che ha portato, ad esempio, il mondo ad usare oggi una quantità di carbone che è addirittura il triplo rispetto a quella che si utilizzava dieci anni fa. La cosa può essere certamente attribuita al fatto che molte economie in via di sviluppo hanno individuato nel carbone la fonte energetica più conveniente, ma non bisogna neanche sottovalutare il dato che diversi Paesi europei - che pure avevano deciso di chiudere le loro centrali elettriche a carbone - hanno poi dovuto ritornare sui loro passi per ovviare, in qualche modo, alla carenza di gas ed al generale exploit dei prezzi energetici scatenato dalla crisi ucraina. Ed è il caso, tanto per esemplificare, di Germania e Italia. Sulla base di queste considerazioni, ci viene spontaneo domandarci per quali ragioni le famiglie e le imprese europee, che – non dimentichiamolo - sono responsabili di non oltre il 9% del totale delle emissioni di CO2 a livello planetario, debbano poi anche essere quelle destinate a sopportare l’onere più gravoso della transizione... In fondo, se tutta l’industria europea fermasse improvvisamente le proprie produzioni in maniera compatta, le conseguenze sulle emissioni mondiali (e, quindi, sulla causa principale dei cambiamenti climatici) risulterebbero sostanzialmente marginali. 12 Febbraio 2023
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