Il Punto della Settimana

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Il Punto della Settimana episodes

  • In memoria di Laika | 06/11/2022 | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio In questa settimana si è celebrato il 65° anniversario di un passaggio fondamentale nella storia che ci racconta la conquista dello spazio: e stiamo parlando del primo lancio in orbita di un essere vivente. Si noti “vivente” e non “umano”, perché figuriamoci se un sia pur straordinario esperimento, almeno per una volta, non doveva costare la vita ad un ignaro e sfortunato animale. E sfortunata possiamo dire che la cagnetta Laika – destinata al sacrificio sull’altare del nostro sapere scientifico e tecnologico – lo sia già fin dalla nascita, poiché la sua vita da randagia per le strade di Mosca, tra un pezzo di pane secco donato da qualche anima pia ed un calcio nel sedere tirato da qualche farabutto, non è pensabile che scorra granché bene...Comunque, per lei il peggio deve ancora arrivare, dato che la sua sventura, tra le altre, è anche quella di avere una taglia medio-piccola ed un carattere particolarmente docile: due caratteristiche che la fanno inserire nel gruppo dei cani che sono stati selezionati in vista della grande avventura prevista per il 3 novembre del 1957. Da quel momento in poi, per Laika, incomincia un incubo senza fine. Quando viene portata per la prima volta in un laboratorio, lei - che non è mai stata neanche da un veterinario – non lo sa ancora di cosa siano capaci quegli imprevedibili esseri a due zampe, se decidono di prepararla per una missione che interessa poi soltanto a loro... Iniziano così addestramenti durissimi che le impongono ogni sorta di costrizioni: vive, infatti, per settimane in una gabbia piccolissima e deve sopportare centrifughe simulate come quelle che avrebbe dovuto affrontare all'interno della navicella spaziale. Però, il fato ha già deciso il suo corso e, nei confronti della nostra piccola Laika, è talmente beffardo e spietato che la porta a superare la concorrenza di tutti gli altri suoi simili e ad indossare, di conseguenza, quella tutina spaziale che la avvolge ancora oggi nei francobolli dell’epoca. Dopo di che, l’assoluto protagonista diventa lo Sputnik 2 e di Laika non se ne parlerà quasi più...almeno fino al 2012, quando uno degli scienziati che si occuparono dell’impresa spaziale, spiegherà come le funzioni vitali della cagnetta si fermarono poche ore dopo il lancio. Laika, sarebbe, infatti, morta di paura, poichè le condizioni estreme ed il cattivo funzionamento della termoregolazione all’interno della navicella avrebbero provocato la fine della cagnetta terrorizzata. Lo Sputnik 2 rimarrà in orbita per circa sei mesi e tornerà sulla Terra il 4 aprile del 1959, con a bordo quello che è rimasto di quel povero corpicino. Se ci fermassimo, ogni tanto, a riflettere seriamente sui millenni di crudeltà, sacrifici e sfruttamenti che abbiamo inflitto ai nostri fratelli animali, forse cambierebbe anche il nostro modo di rapportarci con la natura in generale. Forse metteremmo, finalmente, in discussione l’arrogante pretesa di essere il centro e la misura di tutte le cose. E forse riusciremmo a dare inizio ad una nuova era, compiendo azioni riparatorie rispetto ai tanti crimini commessi fino ad oggi: magari potremmo cominciare con l’aprire le gabbie alle tante piccole Laika che, nei laboratori di cosmetica, muoiono ogni giorno tra atroci sofferenze soltanto perché qualcuno di noi sente l’esigenza di avere schiume da barba sempre più ammorbidenti o creme “anti age” per cullarsi nel fatuo mito dell’eterna giovinezza.
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  • Il ministro che piace all’opposizione | 30/10/2022 | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Ci siamo sempre chiesti, fin dal momento in cui lo candidò addirittura per la Presidenza della Repubblica, quale sottile affinità culturale o politica potesse accomunare Giorgia Meloni al neo ministro della Giustizia Carlo Nordio: un ex magistrato che, da diversi anni, non esita ad esprimere apertamente opinioni “garantiste”, che difficilmente paiono compatibili con quelle, invece, “manettare” e giustizialiste che storicamente hanno caratterizzato la politica giudiziaria della Destra italiana. Non che nel corso della sua carriera, vissuta alla procura di Venezia, il nuovo Guardasigilli non abbia mai calcato la mano sugli arresti preventivi o su altri provvedimenti restrittivi della libertà degli indagati, ma bisogna però riconoscergli l’onestà intellettuale di avere successivamente ammesso i suoi errori e di averne fatto intelligentemente tesoro. Ed a questo proposito, ci viene, ad esempio, in mente quando, nel 1993, conducendo un’indagine che partiva dal fallimento di alcune cooperative agricole venete, ipotizzò che si trattasse di strutture create ad arte per ottenere finanziamenti pubblici da dirottare poi nella casse del PDS. In quella occasione, Nordio cominciò a guadagnarsi una certa notorietà, andando a sequestrare tutti i bilanci delle Feste dell’Unità venete, in quella che venne allora ironicamente denominata “operazione braciola pulita”. Vennero chiamati in causa anche Achille Occhetto e Massimo D’Alema sulla base del famoso teorema – tanto in voga in quei mesi - del “non poteva non sapere”, anche se poi fu lo stesso Nordio a chiedere l’archiviazione dell’inchiesta per i vertici del PDS, riconoscendo testualmente che era “inaccettabile l’assioma che chi stava al vertice non potesse non sapere”. Una coraggiosa ammissione che lo porterà ad avere più di un contrasto con l’allora dominante protagonismo giustizialista della Procura di Milano. Ma c’è, inoltre, un episodio particolare nell’esperienza professionale di Carlo Nordio che lo indurrà, drammaticamente, a riflettere su quelli che egli stesso ha definito i suoi ”bravi errori giudiziari”. E si tratta della vicenda di un maestro elementare da lui arrestato e suicidatosi un mese dopo la scarcerazione: da quel momento, il procuratore veneto incomincerà a meditare su “quante misure cautelari potessero essere evitate” ed arriverà al punto di mandare alle stampe un volume intitolato ”In attesa di giudizio”, scritto a quattro mani con l’avvocato di sinistra Giuliano Pisapia, oltre ad un altro testo dedicato a “Calogero Mannino e alle altre vittime di errori giudiziari”. Resta, comunque, il fatto che, al di là di tutte queste prese di posizione di stampo garantista, Carlo Nordio non ha esitato ad accettare la candidatura al Senato offertagli da Fratelli d’Italia, con la concreta prospettiva di andare ad occupare le stanze del Ministero di via Arenula, dove adesso lo attende una spinosissima matassa di lavoro da sbrogliare. Immaginiamo che l’atteggiamento più volte assunto da Nordio sul carcere non debba certamente entusiasmare la premier Meloni, soprattutto quando il ministro sostiene – come ha fatto recentemente parlando agli studenti universitari romani - che “la condanna deve essere eseguita, ma questo non significa solo carcere e soprattutto non significa carcere crudele e inumano che sarebbe contro la Costituzione e i principi cristiani”. Il detenuto – sempre secondo Nordio – deve, quindi, essere aiutato nel suo recupero o “almeno a non farlo diventare peggiore di quando è entrato in prigione”. Parole, queste, che sembrano stridere in modo abbastanza evidente con quelle pronunciate dalla Meloni nel suo discorso programmatico alla Camera, quando ha ricordato, a chiare lettere, che il suo sarà un governo di destra e, pertanto, nessuno si aspetti che da esso possa scaturire un provvedimento “svuotacarceri”. Quella in carcere deve, dunque, rimanere la pena centrale, altrimenti – si pensa in via della Scrofa - si rischia l'impunità di massa. Come questi due approcci così distanti (se non del tutto contrapposti) al problema giudiziario siano coniugabili, non sarà agevole appurarlo. Sempre in tema di reclusioni, un potenziale elemento di disaccordo tra palazzo Chigi e dicastero della Giustizia rischia di affiorare proprio nel mese che sta per iniziare, nel momento in cui scadrà il termine che aveva fissato la Corte costituzionale per riformare l'ergastolo ostativo: e vale a dire, l'istituto che impedisce ai condannati per mafia e terrorismo, che non abbiano collaborato con la magistratura, di uscire dal carcere. Secondo Nordio, dovrebbe essere cancellato, così come – a suo giudizio - ogni altro tipo di ergastolo. Meloni la pensa, invece, in modo diametralmente opposto, come ha esplicitamente chiarito parlando martedì scorso alla Camera, quando ha espresso la speranza che si voglia aiutare il Governo, per impedire che venga meno quello che – a suo avviso - rappresenta “uno degli strumenti più efficaci per la lotta alla mafia”. Insomma, siamo proprio curiosi di vedere come un ministro che forse piace di più all’opposizione, che alla maggioranza (Renzi ha persino ringraziato la Meloni per aver scelto “il meglio che ci fosse”), riuscirà a non deludere tutte le aspettative che su di lui si stanno accentrando da una parte e dall’altra della politica italiana.
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  • E ora tocca alla Meloni | 23/10/2022 | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio È raro vedere un capo di governo darsi tanto da fare a poche ore dal passaggio delle consegne all’esecutivo successivo. Però, l’ultima apparizione di Mario Draghi a Bruxelles, nelle vesti di presidente del Consiglio, è stata caratterizzata da un “tour de force” straordinario nel tentativo (poi in parte riuscito) di smuovere i cosiddetti Paesi “frugali” del Nord Europa dalle loro solipsistiche posizioni sulla questione del prezzo del gas. E le ragioni di tanto impegno è stato lo stesso premier dimissionario ad illustrarle, dichiarando di voler favorire “una transizione serena”, in modo che Giorgia Meloni possa “rapidamente iniziare la sua attività”. Del resto, ad attendere al varco la nuova maggioranza di destra ci sono ostacoli molto insidiosi come, tra gli altri, la crisi energetica e l’attuazione del piano nazionale delle riforme. Relativamente al primo dei due problemi appena indicati, possiamo tranquillamente dire che, pur lasciando Draghi in eredità dei conti pubblici sostanzialmente in ordine, il nuovo governo verrà, comunque, a trovarsi in difficoltà quasi subito, proprio a causa della crisi energetica e dei sessanta miliardi già utilizzati da Palazzo Chigi per porvi un argine. Pertanto, al momento l’esecutivo Meloni è destinato a navigare tra le ristrettezze, potendo disporre, al massimo, di un “tesoretto” di circa dieci miliardi che basteranno soltanto per prorogare di altri tre mesi tutte le misure già in vigore contro il caro bollette. Dopo di che, la via di uscita apparentemente più facile da percorrere sembrerebbe quella della “finanza allegra” e degli scostamenti di bilancio più volte evocati da Salvini durante la campagna elettorale, ma che i recenti e clamorosi insuccessi di Liz Truss in Gran Bretagna sconsigliano decisamente di seguire: soprattutto in previsione di quali sarebbero le reazioni dei mercati sui nostri titoli di Stato. Di conseguenza, salvo miracoli che per ora non si intravedono all’orizzonte, nuove risorse per i prossimi mesi si potranno ricavare – con buona pace di quanto promesso incautamente agli elettori - solo da provvedimenti impopolarissimi, quali sono gli aumenti di tasse o i tagli alla spesa. Il secondo ostacolo fondamentale che il governo Meloni dovrà assolutamente superare consisterà, invece, nel portare a termine il regolare compimento del nostro Pnrr, a proposito del quale occorrerà presentare all’Unione Europea una riforma del codice degli appalti – unitamente all’effettiva attuazione della legge sulla concorrenza approvata in estate - che siano coerenti con quanto Bruxelles si attende dal nostro Paese prima di concedergli, a dicembre, quei venti miliardi di euro che rappresentano il valore della terza tranche di aiuti. Poi, una volta ottenuti i fondi, bisognerà anche dimostrare di essere in grado di spenderli correttamente: cosa di cui l’esperienza di quanto normalmente avviene in relazione a tutti gli altri fondi europei diversi dal Recovery Fund, induce a dubitare. Certo, chi, negli ultimi tre anni, è stato chiamato al governo di un Paese in una qualunque parte del mondo, è stato particolarmente sfortunato: gli avvenimenti che si sono succeduti in questo arco di tempo rischiano, infatti, di travolgere ogni tipo di certezza o di speranza. L’inflazione è ormai diffusa a livello globale come non lo era mai più stata da quarant’anni a questa parte ed è destinata a gravare seriamente sia sulle famiglie, che sui bilanci pubblici. Ne venivamo, soprattutto come Italia, da una fase storica in cui – per circa un decennio – la crescita economica non era stata propriamente esaltante, ma tuttavia un’inflazione bassissima aveva permesso anche ai Paesi più indebitati (come il nostro) di far fronte agli oneri debitori senza incontrare rilevanti difficoltà, oltre a garantire alle famiglie la stabilità del loro potere d’acquisto e quella dei loro redditi. Ma adesso quel periodo di calma piatta è finito e diventerà sempre più difficile finanziarsi, sia per le famiglie che per le imprese. I tassi di interesse a basso costo diventano così un beato ricordo, rendendo molto più difficoltosa l’iniziativa di chiunque intenda investire. E non ci vuole John Maynard Keynes per comprendere che dal calo degli investimenti discendono, inevitabilmente, meno reddito e meno occupazione. Purtroppo, almeno fino a ieri, l’Europa - che pure aveva reagito in maniera efficace e solidale dinanzi alla minaccia pandemica - sul versante della crisi energetica, condizionata come è stata per mesi e mesi da troppi conflitti di interesse tra i vari Stati membri, si è rivelata del tutto incapace di dotarsi di una politica energetica comune che sarebbe, invece, risultata quanto mai essenziale in questi frangenti. Vedremo adesso cosa succederà martedì 25 al prossimo vertice dei ministri europei dell’Energia. Pertanto, il cammino che la prima donna premier italiana si appresta a percorrere è tutt’altro che in discesa: la sua credibilità a livello internazionale è ancora tutta da guadagnare ed in questo senso alcuni alleati di maggioranza non le sono sicuramente d’aiuto... La nuova inquilina di palazzo Chigi, al di là delle diffidenze che politicamente può ispirare, sembra però, un tipo serio e pragmatico che, forse, ha già capito quanto siano ormai lontani i tempi della ”pacchia è finita” e quanto siano, invece, attuali quelli della prudenza, dell’ascolto, della riflessione e – perché no – anche dell’umiltà. Buon lavoro, Giorgia Meloni.
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