Il Punto della Settimana

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Il Punto della Settimana episodes

  • Il teatrino imbarazzante del MES | Il Punto della Settimana
    Non c’è dubbio sul fatto che l’atteggiamento poco chiaro che il nostro Governo continua ad ostentare nei confronti della ratifica del Meccanismo Europeo di Stabilità stia indispettendo notevolmente tutti gli altri Paesi che vi aderiscono, i quali, ormai da mesi, si domandano increduli quali possano essere concretamente i veri obbiettivi di Palazzo Chigi. Nessuno, al di fuori dei nostri confini nazionali, riesce, infatti, a spiegarsi di quale virus letale per l’economia italiana sarebbe portatore il MES: tuttavia, il problema più grave è, purtroppo, quello che una risposta seria e convincente a questa domanda non si è – almeno fino ad ora – trovata neanche tra le mura autarchiche di casa nostra... Ricordiamo, a questo proposito, che il Meccanismo Europeo di Stabilità è stato istituito attraverso un trattato intergovernativo – al di fuori del quadro giuridico della UE - nel 2012. La sua funzione fondamentale è quella di concedere, sotto precise condizioni, assistenza finanziaria ai Paesi membri che – pur avendo un debito pubblico sostenibile – trovino temporanee difficoltà nel finanziarsi sui mercati. Se, infatti, proviamo a risalire a come davvero abbia operato questo strumento nei pochissimi casi in cui è stato utilizzato negli anni scorsi, scopriamo che esso ha, appunto, fornito prestiti a quei Paesi per i quali il finanziarsi sui mercati era divenuto troppo oneroso, evitando loro di sprofondare nel buio della bancarotta. Certamente, in cambio del suo aiuto, il MES ha imposto condizioni spesso severe di politica economica, che sono inevitabilmente sfociate in misure di austerità e riforme quasi mai gradite ai cittadini dei Paesi chiamati in causa. D’altra parte, il MES si comporta esattamente come vi comportereste voi se decideste di prestarci del denaro: ben difficilmente, infatti, ci consegnereste un assegno in bianco senza prima esservi informati sull’uso che noi intendiamo farne... Oggi, rivisitando le esperienze vissute da Grecia, Portogallo, Cipro e Irlanda nel momento in cui - per non morire - si videro costretti a ricorrere al MES, prevale generalmente (anche presso i suoi stessi organi direttivi che hanno sede in Lussemburgo) l’opinione che quei programmi di aiuto contenessero alcune idee sbagliate. Ad esempio, non si erano adeguatamente considerati i potenziali effetti negativi dei tagli alle spese e degli aumenti fiscali, così come si erano sovrastimati i benefici apportati da determinate riforme. Ragion per cui le cosiddette “condizionalità” previste da un eventuale programma MES odierno, sarebbero sicuramente diverse e, comunque, meno stringenti. Tanto è vero che persino la Grecia, che pure non può certo avere un ricordo esaltante del suo periodo MES, ha ratificato il trattato senza fare troppe storie. Pertanto, fermo restando che attualmente di aiuti dal Meccanismo salva stati l’Italia non sembra avere alcun bisogno, è, comunque, importante sottolineare il dato che, anche in futuro, nessun governo potrà mai essere costretto a farvi ricorso, essendo la sua volontà condizione “sine qua non” di qualsiasi scelta. Fatichiamo, quindi, a capire le prese di posizione di chi persiste nel descrivere il MES come una sorta di invenzione architettata da chissà quali poteri occulti per imporre sacrifici ed austerità alle sventurate popolazioni europee... Il Governo italiano non può non sapere che il nostro Paese, ratificando il MES, non andrebbe incontro ad alcun pericolo. Sta, quindi, forse cercando di utilizzare l’apposizione della sua firma come moneta di scambio per ottenere qualche concessione in più su altre questioni in ballo, come magari le modifiche al Patto di stabilità? Può darsi, ma, in tal caso, farebbe bene a domandarsi quanto la logica ricattatoria del “soli contro tutti” possa risultare effettivamente produttiva o quanto, invece, finisca solamente per esasperare gli animi dei nostri partners.
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  • Il ministro Nordio batte un colpo | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Francamente, ci pare che giudicare la proposta di riforma della giustizia avanzata dal ministro Nordio come se si trattasse, più che altro, di un intervento teso a facilitare le cose per i “colletti bianchi” che commettono dei reati, sia un atteggiamento politicamente prevenuto e giuridicamente infondato. Dopo ormai molti anni in cui abbiamo spesso avuto l’impressione di dover assistere ad azioni penali motivate prevalentemente dalla volontà di fare dello spettacolo o da altre inconfessabili finalità, non possiamo che accogliere con favore l’introduzione di norme che costituiscono dei progressi significativi verso una più ragionevole organizzazione del nostro sistema giudiziario. Ad esempio, l’abolizione dell’oscuro reato di abuso d’ufficio è un’istanza che era pervenuta anche da molti amministratori locali in quota al Partito Democratico che, infatti, si guardano bene anche oggi dal prenderne le distanze. Per abuso d’ufficio sono stati avviati numerosissimi procedimenti che si sono poi conclusi in condanne definitive solo nel 5% dei casi...Un ben modesto risultato, ottenuto, tra l’altro, passando attraverso lungaggini procedurali, costi economici e danni reputazionali causati da iniziative inquisitorie sovente superficiali, ma capaci, comunque, di sconvolgere le esistenze di tanti soggetti rivelatisi alla fine innocenti. Naturalmente, non c’è da stupirsi del fatto che adesso una parte della magistratura inquirente – perlomeno quella più abituata alla visibilità - si riveli ben poco propensa a privarsi di alcuni strumenti (quale, appunto, può essere l’abuso d’ufficio) che le hanno, talvolta, consentito di mettere in pratica determinate forme di giustizialismo avventuriero. Ed è altrettanto normale che questo malumore trovi conforto in svariati settori mediatici, da ormai troppo tempo adagiatisi sulla comoda modalità di fare più audience e di vendere più copie di giornali sbattendo il mostro in prima pagina, piuttosto che riportando gli eventi in maniera rigorosamente documentata. E da qui, la “liaison” con l’avversione nei confronti di un altro contenuto qualificante del progetto Nordio si verifica in modo assolutamente conseguenziale. E stiamo parlando delle nuove norme con le quali il ministro intende finalmente disciplinare l’uso delle intercettazioni, soprattutto per quanto riguarda la loro pubblicazione. Si denuncia, specialmente da parte dei soliti noti, un attentato alla libertà di informazione. Tuttavia, nessuno – tanto meno Nordio – pensa di nasconderci la realtà di un qualunque procedimento penale e neppure di rendere top secret i nomi dei relativi inquisiti. Si tratta, invece, molto più banalmente di evitare quelle sgradevolissime strumentalizzazioni di pettegolezzi o di altri particolari che sono irrilevanti ai fini delle indagini, ma che, comunque, si confermano sempre molto efficaci quando si devono incrementare le vendite oppure alzare gli indici di ascolto. Possiamo serenamente dire che, nel nostro Paese, la giustizia spettacolo ha affondato le sue radici in maniera così profonda, da apparirci ormai come una presenza quasi scontata. Una presenza per alcuni di noi imbarazzante e sgradita, ma di vitale importanza per chi, invece, ritiene che quella divisione dei poteri tanto cara a Montesquieu sia ormai roba buona soltanto per la rottamazione. I linciaggi mediatici e le indagini fondate sul “non poteva non sapere” sono meccanismi che funzionano molto bene quando si tratta di alimentare delle passioni popolari...tuttavia, al tempo stesso, non possono che nuocere profondamente alla credibilità di tutto il sistema giudiziario italiano.
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  • Una candidatura scomoda | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Viene da chiedersi come sia possibile che un uomo che – come Donald Trump - è stato rinviato a giudizio con accuse così gravi possa ancora essere in corsa per la presidenza degli Stati Uniti. I reati che gli vengono attribuiti vanno, infatti, dalla cospirazione alla detenzione illegale di documenti top secret: inoltre, lo scorso 15 marzo è stato pure incriminato, a New York, per aver falsificato i registri contabili della sua azienda al fine di nascondere un pagamento illecito a una pornostar... Ma quest’ultima vicenda, sebbene renda piuttosto chiara la disinvoltura con la quale l’ex inquilino della Casa Bianca è abituato a muoversi, è tuttavia, politicamente e giuridicamente, ben poca cosa rispetto ai due altri reati federali per i quali è finito nel mirino del FBI e che potrebbero costargli fino a 75 anni di carcere. Comunque, siccome i processi richiederanno molti mesi di attività istruttoria, appare ben difficile che possano arrivare in aula prima del 2024. Inoltre, non è neppure da escludere che lo stesso Trump finisca per essere rinviato a giudizio anche per l’incitamento alla violenza ed all’insurrezione, a causa dei tafferugli provocati, in Campidoglio, dai suoi sostenitori il 6 gennaio del 2021. È chiaro, quindi, che se The Donald riuscirà a prevalere nelle primarie del Partito Repubblicano, dovrà affrontare tutta la sua campagna elettorale nella non facile condizione di individuo sotto processo. Potrà magari anche vincere sul candidato democratico ed in tal caso tornerà ad essere presidente: e potrà – qui sta il paradosso - diventarlo anche da condannato. Infatti, chi scrisse la Costituzione americana verso la fine del Settecento, pur facendo anche il più estremo sforzo di fantasia, ben difficilmente avrebbe potuto immaginare che, un giorno o l’altro, avrebbe potuto delinearsi una candidatura come quella di Donald Trump... di conseguenza, i requisiti che la Carta fondativa degli Stati Uniti prevede per chiunque voglia ambire alla presidenza del Paese sono solamente tre: e vale a dire, l’essere nati negli USA, l’avere almeno 35 anni e l’aver mantenuto la propria residenza per non meno di 14 anni sul territorio statunitense. Detto questo, dobbiamo registrare il fatto che, al momento, l’imprevedibile immobiliarista newyorkese non sta certo dando l’impressione di aver accusato troppo il colpo, ma, al contrario, ha subito colto al volo l’occasione per presentarsi all’elettorato americano come una sorta di perseguitato politico, vittima innocente di una macchinazione giudiziaria costruita, a suo danno, dall’establishment vicino al Partito Democratico. A noi sembra però che, giunti a questo punto, il vero nodo politico da sciogliere riguardi, adesso, essenzialmente il partito Repubblicano e la sua disponibilità a rinnovare la fiducia ad un candidato discusso come Donald Trump. Ufficialmente, tutti i concorrenti alle primarie del “Grand Old Party” esprimono la loro solidarietà allo scomodo avversario e parlano di una vera e propria ingiustizia commessa nei suoi confronti...ma si sa, una cosa sono le dichiarazioni formali ed un’altra sono poi le ambizioni dei singoli. Certo è che chiunque sarà il designato a sfidare Joe Biden alla Casa Bianca, non potrà, comunque, assolutamente prescindere anche dal sostegno elettorale di quella componente complottista e radicale che continua a guardare all’ex presidente come ad uno straordinario leader geniale e carismatico. Pertanto, quale che sia l’esito della battaglia interna al suo Partito, Donald Trump è destinato a contare ancora abbastanza a lungo nella vita politica americana.
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  • Vince “facile” una Destra che corre da sola | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio I risultati emersi dalle urne elettorali di lunedì pomeriggio, raccontano di una disparità di consensi e di accortezza politica che giocano incredibilmente a favore della coalizione che rappresenta la maggioranza di governo. I ballottaggi che si sono tenuti nello scorso fine settimana – per quanto segnati da una scarsissima affluenza al voto - non lasciano, infatti, alcun dubbio in merito a chi, tra Meloni e Schlein, sia uscita vincitrice da questa non marginale tornata elettorale. Si è votato anche in Sicilia – lì al primo turno – dove il successo del Destra - Centro è stato, in alcuni casi, talmente schiacciante da eleggere dei sindaci senza neanche bisogno di aspettare lo svolgersi di un turno successivo. Sappiamo tutti come le elezioni amministrative, per quanto territorialmente estese, possano talvolta non fotografare correttamente gli umori politici del Paese, per via dei possibili (o spesso immancabili) condizionamenti di carattere locale che le rendono non pienamente idonee a delineare un nuovo quadro nazionale. Tuttavia, a soli otto mesi dalla vittoria della Destra alle Politiche del 25 settembre, è difficile negare che una tendenza favorevole all’esecutivo guidato da Giorgia Meloni si stia confermando in maniera molto netta e sia, forse, addirittura in crescita. Se si esclude la conquista del Comune di Vicenza da parte di un candidato che, comunque, aveva chiarito ad Elly Schlein ed agli altri leaders del Partito Democratico che avrebbe preferito condurre la sua campagna elettorale facendo a meno del loro sostegno, la sconfitta di lunedì pomeriggio appare persino più grave di quella che, ad inizio autunno, costò la segreteria del PD ad Enrico Letta. L’idea che, alla Sinistra, per recuperare consensi bastasse contrapporre una nuova leadership a trazione femminile a quella costituita dalla prima donna che occupa le stanze di Palazzo Chigi si è rivelata, infatti, illusoria ed ingannevole. Così, sono arrivate alcune debacle di carattere storico come quella di Ancona, dove il Centrosinistra è stato battuto non solo nel suo tentativo di mantenere l’amministrazione della Città, ma anche in quello di lanciare un segnale di recupero in una Regione storicamente schierata a Sinistra ed oggi guidata, invece, da una giunta di Centrodestra. Le stesse delusioni sono arrivate anche da Pisa, Siena e Massa(dove il Pd puntava a riprendersi i sindaci, secondo una tradizione che risale agli anni lontani della Prima Repubblica) e da Brindisi, dove un netto 54% espresso a favore del nuovo sindaco di Centrodestra frustra sul nascere anche le più rosee aspettative che pure si erano create nei confronti di una delle poche alleanze elettorali che avevano visto confluire insieme al PD anche il Movimento 5 Stelle. Può anche darsi che l’esito di queste Amministrative sia, in generale, da inquadrarsi in quel flusso di orientamenti elettorali che al momento - come del resto confermano pure le elezioni appena svoltesi in Spagna - tende a privilegiare decisamente gli schieramenti conservatori o sovranisti non solo in Italia, ma anche in diversi altri Paesi europei. La nostra impressione è però quella che le difficoltà che da noi Meloni ed alleati devono affrontare siano, comunque, notevolmente semplificate dall’assenza di una credibile forza di opposizione politica: al punto che, dopo ormai quasi trent’anni caratterizzati da una forte impronta bipolarista, si direbbe che la Destra si trovi oggi a poter prevalere senza nemmeno porsi il problema di provare, in qualche modo, almeno a nascondere i limiti e le contraddizioni che pure sono così ben presenti al suo interno...Tanto la Sinistra sembra pensare ad altro...
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  • Giorgia Meloni cambia idea su Bonaccini | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Era parso, almeno inizialmente, che Giorgia Meloni fosse orientata a conferire l’incarico di Commissario alla ricostruzione in Emilia Romagna al Presidente della Regione, Stefano Bonaccini. Tutto sommato, la premier aveva probabilmente ritenuto che dinanzi a interventi emergenziali (come quelli che ci sono da affrontare adesso), non dovessero esserci pregiudiziali di carattere politico e che, comunque, la figura di un governatore o di un sindaco meglio soddisfacesse - rispetto ad un estraneo al territorio devastato - quelle esigenze di capacità e rapidità decisionale che, solitamente, vengono poste dagli eventi catastrofici. Inoltre, se poi qualche cosa avesse dovuto andare sciaguratamente male, ci sarebbe pur sempre stata, per il Governo, la scialuppa di salvataggio costituita dalla possibilità di condividere gli eventuali ritardi o le inadempienze anche con un autorevolissimo esponente del PD. Poi però, qualcuno deve aver convinto Palazzo Chigi del fatto che la soluzione Bonaccini non fosse propriamente quella politicamente più vantaggiosa per i partiti che formano la maggioranza di governo. Il primo ad esprimersi in questo senso sembra essere stato Matteo Salvini, seguito a poche ore di distanza anche da non trascurabili settori di Fratelli d’Italia. La questione è che chi otterrà l’incarico di Commissario si troverà a dover gestire tra i 5 e i 10 miliardi di euro, in un arco di tempo che precede immediatamente gli appuntamenti elettorali rappresentati dalle Europee del 2024 e dalle Amministrative del 2025, alle quali saranno chiamati, circa quattro milioni e mezzo di cittadini emiliani. Pertanto, se la sente davvero Giorgia Meloni di lasciare in mano la gestione di tutto questo fiume di denaro proprio a quel Bonaccini che ormai, a Bologna, anche i muri danno per sicuro candidato al Parlamento Europeo? Evidentemente no, visto che il nome del governatore emiliano non è nemmeno più stato preso in considerazione nell’ultima riunione del Consiglio dei Ministri. E questo, nonostante la netta presa di posizione assunta da parte di alcuni suoi colleghi di centrodestra, come il ligure Giovanni Toti, il veneto Luca Zaia ed il calabrese Roberto Occhiuito: tutti perplessi davanti alla prospettiva che quell’automatismo che, ad esempio, così bene ha funzionato nel caso del sindaco di Genova Marco Bucci (nominato nel 2018 Commissario straordinario per il Ponte Morandi), venga ora messo in discussione, aprendo, tra l’altro, le porte al rischio di favorire il sorgere di frequenti conflitti amministrativi tra Regioni ed autorità commissariali. In particolare, è il governatore della Calabria a sottolineare come le cose abbiano “ funzionato meglio quando sono stati nominati come commissari i presidenti di Regione” ed a ricordare, inoltre, “i fallimenti di dodici anni di commissari esterni”. Tuttavia, a mancare in via Bellerio o in via della Scrofa non è certo la fantasia e così è stata prontamente studiata un’argomentazione “presentabile” per chiudere il “discorso Bonaccini”, estendendo l’area delle zone colpite dall’emergenza alluvionale anche ad alcuni territori delle Marche e della Toscana. Infatti, non riguardando più la decisione dell’Esecutivo la sola Emilia Romagna, cadono automaticamente le tutte le obiezioni di quanti si erano schierati a favore della candidatura Bonaccini e, più in generale, della omogeneità amministrativa.
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  • L’Autonomia Differenziata, tra malumori nella maggioranza e reali interessi del Paese | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Secondo un’indagine demoscopica condotta da Noto Sondaggi, l’autonomia differenziata tanto cara al ministro Calderoli non incontra i favori della maggioranza del Paese. Anzi, il 60% degli Italiani teme che si tratti di una riforma destinata ad aumentare il divario tra nord e sud, con picchi del 70% tra i giovani e del 76% fra i residenti nel Mezzogiorno e nelle Isole. Ma forse, a sorprendere maggiormente è il dato che anche la metà dei cittadini che abitano al nord la pensano allo stesso modo: solo il 31% ritiene, infatti, che ad essere agevolate sarebbero le cosiddette regioni “virtuose”, a prescindere dalla loro collocazione sulla cartina dello Stivale. Ed in effetti, indipendentemente dal fatto che si possa essere politicamente schierati da una parte o dall’altra, è un po’ difficile – a voler essere intellettualmente onesti – non domandarsi come potrebbe mai essere distribuito il costo (tutt’altro che irrilevante) che la finanza pubblica dovrebbe sobbarcarsi per garantire gli ormai famosi LEP (Livelli Essenziali di Prestazioni) anche nelle Regioni che, per motivi di insufficienza fiscale, non riescono a produrli, autonomamente, da sole. Inoltre, non ci pare che si debba essere delle sibille cumane per prevedere la quasi inevitabile esplosione di tensioni sociali che si verificherebbe nel momento stesso in cui alcune aree del nostro territorio si accorgessero di essere state chiaramente penalizzate... considerato che il reperire le risorse finanziarie necessarie per favorire la parità dei LEP in ogni Regione risulterebbe una ben ardua impresa, viste le difficoltà che il Governo dovrà affrontare nei prossimi anni per contenere il deficit pubblico e per rimborsare i prestiti ricevuti attraverso il Pnrr. Ed è questo, tra l’altro, il tipo di riflessioni che, in settimana, sono state messe nero su bianco da un documento del Servizio di Bilancio del Senato, che ha infastidito non poco sia Calderoli, che alcuni altri autorevoli esponenti del suo Partito, come il governatore del Veneto, Luca Zaia, il quale è giunto addirittura a subordinare la tenuta della maggioranza di governo all’approvazione dell’autonomia differenziata, così come l’ha concepita il ministro e senza una virgola in più o in meno. La situazione, a livello governativo, si è fatta pertanto piuttosto tesa, proprio mentre Giorgia Meloni si trova impegnata all’estero: di conseguenza, qualcuno a Roma – soprattutto in Fratelli d’Italia – ha cercato di calmare le acque, dichiarando che, in fondo, si stava ragionando soltanto su una bozza e non su un testo definitivo. Resta, comunque, il fatto che ormai il dossier è circolato, è stato letto e contiene tutta una serie di osservazioni tecniche che diventa difficile ignorare. Possiamo, quindi, a questo punto immaginare che non solo dall’opposizione, ma anche dall’interno della maggioranza, non tarderanno a levarsi voci che metteranno in guardia l’Esecutivo dall’avventurarsi in una riforma che rischia di manomettere il sistema di coesione nazionale e che, se anche venisse approvata, finirebbe poi, con ogni probabilità, per essere egualmente affossata da un referendum abrogativo. Ci viene da chiederci se con tutti i problemi che, da un lato, l’Italia deve risolvere (a partire da quello drammaticamente rappresentato dall’inadeguatissimo assetto idraulico del territorio) e con tutte le opportunità che, invece, dall’altro le vengono offerte dai fondi del Piano di Resilienza, valga davvero la pena di far saltare baracca e burattini per imporre al Paese intero una riforma che, probabilmente, interessa esclusivamente ad un Partito solo...
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  • Una domenica di affanno per il “sultano” Erdogan | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Oggi, in Turchia, sessanta milioni di elettori sono chiamati alle urne per eleggere il nuovo Parlamento, ma soprattutto per pronunciarsi sulla conferma o meno di Recep Erdogan alla carica di capo dello stato: anche se, probabilmente, per conoscere davvero il nome di chi guiderà la Repubblica presidenziale di Ankara nei prossimi cinque anni, bisognerà attendere la data del 28 maggio: quando cioè, dovrebbe tenersi il ballottaggio, nel caso in cui nessuno degli attuali candidati avesse varcato, nella consultazione odierna, la soglia del 50%. Per la prima volta, da circa vent’anni a questa parte, il presidente uscente non è dato dai sondaggi come sicuro vincitore: anzi, stando almeno agli ultimi dati demoscopici raccolti, il candidato delle opposizioni Kemal Kilicdaroglu – detto anche il “Gandhi turco” - sembra addirittura in lieve vantaggio sul “sultano” Erdogan, il quale non è certamente abituato a condurre campagne elettorali in affannosa rincorsa. Ma chi è lo sfidante che insidia così da vicino una leadership che eravamo tutti abituati a considerare particolarmente salda? Di lui sappiamo che ha 74 anni e che, pur partendo da condizioni sociali umilissime che lo hanno obbligato a lavorare nei campi fin da ragazzino, è riuscito egualmente ad affermarsi nel mondo accademico, raggiungendo una cattedra di Economia. Oggi è il capo del Partito Popolare Repubblicano - lo stesso fondato dal padre della patria Mustafa Kemal Ataturk - e guida una coalizione di sei formazioni che sono accomunate tra di loro dalla sola volontà di dare una spallata definitiva al regime erdoganiano. Promette dialogo e democrazia, in contrapposizione alla concezione autoritaria del potere tipica di Erdogan ed esprime, inoltre, una visione molto più laica della società turca, rispetto a quella imposta, invece, dal Partito della Giustizia e dello Sviluppo, attualmente al governo e decisamente più orientato verso la costruzione di un Paese fondato essenzialmente sui principi islamici. Non capitano certamente nel momento migliore per Erdogan queste elezioni che vedono il “sultano” in una chiara difficoltà dovuta sia all’inflazione ormai arrivata al 50%, che alle profonde ferite (cinquantamila morti) lasciate tra la popolazione dal terribile terremoto del febbraio scorso. Da notare che, in suo favore, Kilicdaroglu potrà contare anche sull’appoggio esterno dell’elettorato curdo che, da solo, vale il 10% circa dei voti e che, indubbiamente, rappresenta un grosso contributo per le ambizioni del candidato laico. Comunque sia, chiunque vinca si troverà a dover gestire una situazione interna particolarmente complicata: basti pensare ai 100 miliardi di dollari da trovare per ricostruire le zone devastate dal terremoto. Oppure all’inflazione che, come già detto, viaggia stabilmente sopra il 50%, con punte del 156% per i prezzi della frutta e del 279% per quelli della verdura, mentre la lira turca, negli ultimi dodici mesi, si è svalutata del 60% sia sul dollaro, che sull’euro. Tuttavia, Erdogan non è uomo che si arrenda facilmente e non va sottovalutato il fatto che, al momento, egli esercita ancora un controllo pressoché assoluto sull’esercito e sui servizi di sicurezza. Pertanto, se – cosa, tra l’altro, assai probabile - il risultato elettorale non dovesse apparire assolutamente chiaro e finisse magari per sfociare in proteste di piazza, la Turchia rischierebbe di andare incontro a pericolosi momenti di tensione. Speriamo, dunque, di non dover nuovamente rivedere le immagini che, nel 2016, seguirono al presunto tentativo di colpo di stato che, allora, la propaganda di Erdogan attribuì al politologo Fethullah Gulen, esule negli Stati Uniti. In quei giorni di violenta repressione, si contarono, infatti, 290 morti, 1440 feriti, 2893 arresti e vennero colti i più svariati pretesti per legittimare ulteriori restrizioni alle libertà civili e per imporre centinaia di epurazioni sia nella magistratura, che nell’esercito.
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  • La fine della pandemia | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Il Comitato Tecnico dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha, dunque, decretato ufficialmente che il Covid 19 ha cessato di rappresentare una minaccia pandemica. In sostanza, per gli esperti dell’OMS, il virus che tanto ha mietuto vittime negli ultimi due anni, non costituisce più un pericolo tale da giustificare l’adozione di provvedimenti straordinari. Tuttavia, la direzione generale dell’Agenzia sanitaria delle Nazioni Unite invita anche a non abbassare la soglia di attenzione nei confronti di altre possibili pandemie, che oggi siamo senz’altro in grado di fronteggiare più efficacemente, ma che, in mancanza di un’azione coordinata a livello globale, potrebbero nuovamente coglierci di sorpresa. Pertanto, sempre secondo l’OMS, l’errore più grave che il mondo possa al momento commettere è quello di ridimensionare quel sistema di prevenzione che è stato faticosamente realizzato, lanciando alla gente “il messaggio che il Covid non è più qualcosa di cui doversi preoccupare”. Venti milioni di morti stimati dall’Organizzazione che ha sede a Ginevra restano, infatti, impressi a futura memoria affinché nessun Paese dimentichi le drammatiche lezioni che il virus ci ha imposto di apprendere. L’impressione che abbiamo è quella che questa dichiarazione di fine pandemia l’OMS l’abbia ufficializzata più per ammonire i politici ed i governi a non deflettere da una linea di attento monitoraggio, che per la gente comune che probabilmente la viveva già come un fatto scontato e, pertanto, si è comportata in questi ultimi tempi come se nulla fosse mai stato. E non a caso, sono tornati a manifestarsi in modo assai disinvolto gli assembramenti, mentre sono quasi scomparse del tutto le mascherine...In altre parole, per le strade si avverte da tempo la gradevole (ma speriamo non illusoria) sensazione che tutto sia ormai un ricordo lontano o addirittura soltanto un brutto sogno. Eppure, nel malaugurato caso del riproporsi di una nuova emergenza sanitaria, siamo proprio sicuri di non dover rivivere le esperienze del recentissimo passato? Siamo consapevoli del fatto che ancora oggi tutte le popolazioni a basso reddito una dose di vaccino che sia una non l’hanno praticamente mai vista? E per quanto riguarda più nello specifico il nostro Paese, abbiamo predisposto strutture di emergenza adeguatamente munite di ambienti, mascherine, ossigenatori e di tutto quello che occorre per non farci trovare un’altra volta impreparati e per non essere obbligati ad utilizzare e ad intasare quegli ospedali che, invece, dovrebbero continuare ad occuparsi di tutte le altre patologie? E poi non sarebbe forse anche il caso di cominciare a dotarci di un’autonomia nazionale anche in relazione alla produzione dei vaccini per non dipendere più dalle forniture e (soprattutto) dai prezzi che vengono ancora e sempre fissati dall’industria farmaceutica d’Oltreoceano?
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  • Accadde il 30 aprile del 1993 | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Sono trascorsi esattamente trent’anni da quella sera del 30 aprile 1993 in cui a Roma, davanti all’Hotel Raphael (residenza fissa di Bettino Craxi nella Capitale), qualche centinaio di persone si radunarono per manifestare tutto il proprio livore nei confronti del segretario del Partito Socialista Italiano. Possiamo tranquillamente affermare che era la prima volta, nella storia della nostra Repubblica, che una folla composta sia dai nipotini di Togliatti, che da quelli di Mussolini, trovava un suo quanto mai imprevedibile terreno di intesa politica: e lo trovava proprio nell’avversione comune nei confronti del personaggio scomodo - detto anche “il cinghialone” - che, in quei giorni, era ormai divenuto una sorta di “nemico pubblico numero uno”. I fatti li ricordiamo bene perché, per puro caso, ci capitò di transitare nelle vicinanze del mitico albergo di Largo Febo e di osservare, sia pure da una certa distanza, lo sviluppo degli eventi. Era successo che, al termine di un comizio che il leader del PDS, Achille Occhetto, aveva tenuto in piazza Navona per protestare contro la mancata autorizzazione a procedere nei confronti di Craxi che era stata negata dalla maggioranza della Camera, un centinaio di militanti aveva deciso di correre verso l’hotel Raphael per aspettare l’ingresso o l’uscita del “mostro” da svergognare. Venutolo a sapere, il parlamentare del Movimento Sociale, Teodoro Bontempo (conosciuto anche come “er pecora”), pensò bene di mettere il proprio cappello sull’iniziativa e, dopo essersi fatto cambiare qualche banconota con monetine spicciole, si presentò alla piazza che scandiva slogan anti socialisti, distribuendo a destra e a manca tutte le dieci e cinque lire che era riuscito a mettere insieme. Quando, poi il “cinghialone”, ignorando le raccomandazioni della Digos che gli suggeriva un’uscita secondaria, decise invece spavaldamente di varcare la soglia dell’ingresso principale dell’albergo, incominciò a piovergli addosso di tutto: non solo le ormai storiche monetine, ma anche bottiglie e colpi di casco contro la carrozzeria dell’auto che lo stava conducendo verso uno studio televisivo nel quale ad attenderlo c’era un’intervista di Giuliano Ferrara. Indubbiamente, oltre un anno di indagini portate avanti dalla magistratura milanese sul sistema di corruzione che coinvolgeva tutti i partiti nazionali, avevano contribuito pesantemente ad avvelenare gli umori che caratterizzavano, in quei momenti, il clima nel nostro Paese...E Craxi – che certamente non era mai stato un personaggio che ci tenesse ad apparire simpatico od a coltivare rapporti di fair play con gli avversari politici - si prestava come nessun altro ad interpretare perfettamente la parte del malvagio da eliminare ad ogni costo. Tanto per rendere meglio l’idea a chi quei giorni non li può ricordare, ci viene in mente l’esito di un sondaggio, condotto tra gli studenti di un liceo milanese, che domandava ai ragazzi chi fosse stato il “più cattivo” della Storia: ebbene, il nome di Bettino Craxi veniva immediatamente dopo quello di Hitler, ma precedeva, comunque, sul podio quello del Conte Dracula...Non male come medaglia d’argento... Ecco perché, in quella tumultuosa sera di fine aprile, qualcuno decise di mettere da parte cinquant’anni di contrapposizioni non solo politiche, ma anche militari per immolare sull’altare di una chissà poi quanto effettiva pulizia morale, il capro espiatorio rappresentato da quello che era allora l’uomo più scomodo della vita pubblica italiana. Nell’assistere a quella incivile piazzata, provammo la sensazione che qualche meccanismo si fosse rotto definitivamente: le nostre idee erano frastornate, ma ci era, comunque, chiaro che avevamo assistito, in presa diretta, ad un fatto che avrebbe segnato una svolta destinata a mutare profondamente lo svolgersi della politica, così come l’avevamo conosciuta ( e personalmente vissuta) fino a quel momento. Fu quello l’inizio della stagione dell’antipolitica, del trionfo del populismo italiano e dell’avvento della Seconda Repubblica? A distanza di tanti anni è oggi lo stesso Achille Occhetto a parlare di “un esempio di barbarie innescata dal furore giustizialista”: quella notte – commenta l’ultimo segretario del PCI - “ fu senza dubbio aperta la via per il populismo”. Grazie Achille, meglio tardi che mai.
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  • Una Venere influencer? | Il Punto della Settima
    A cura di Ferruccio Bovio Una Venere di Botticelli che assomiglia un po’ tanto ad una celebre influencer è l’immagine scelta dal ministero per il Turismo e dall’Enit per promuovere l’attrattività del nostro Paese all’estero. La campagna è stata studiata dalla storica agenzia pubblicitaria Armando Testa (quella di Caballero e Carmencita tanto per intenderci), che ha ridisegnato la Venere vestendola con abiti moderni ed inserendola - ora con un telefonino ed ora con una fetta di pizza in mano - nelle cartoline raffiguranti i luoghi più famosi d’Italia. Realizzata con il contributo del Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria della Presidenza del Consiglio, la nuova iniziativa promozionale comporterà, da parte di Enit, un investimento complessivo di nove milioni di euro, sarà destinata a tutti i principali mercati internazionali e diffusa sulla base delle stime relative ai flussi turistici già consolidati ed a quelli attesi. Tuttavia, nonostante l’autorevolezza professionale di chi la campagna l’ha ideata, il risultato sta alimentando molte critiche: e non soltanto da parte dei partiti che si oppongono all’esecutivo Meloni, ma anche da parte di voci – come quella di Vittorio Sgarbi - che pure appartengono all’area governativa. Proprio il notissimo critico d’arte (nonché sottosegretario alla cultura dell’attuale Governo) si è, infatti, lasciato andare a commenti tutt’altro che lusinghieri sulla campagna dell’Enit, esprimendo tutte le sue perplessità nel vedere la Venere di Botticelli in tuta da ciclista dinanzi al Colosseo, accompagnata da una scritta in inglese maccheronico ( e cioè “open to meraviglia”). Poichè la Venere è nuda – argomenta Sgarbi - “sarebbe stato meglio vederla così, senza bisogno di travestirla in quel modo: è una roba da Ferragni”. Eppure, a noi questa sorta di “influencer botticelliana” non spiace affatto perché, in fondo, ci rappresenta un po’ tutti, con il nostro atavico imbarazzo nei confronti delle lingue straniere e con le conoscenze abbastanza superficiali che spesso riveliamo quando si tratta di parlare sul serio delle nostre grandi tradizioni culturali, artistiche e musicali. Come in molti hanno osservato, è vero che per far sapere al mondo che in Italia ci sono Piazza San Marco, il mare o la pizza non occorre certamente alcuna campagna promozionale, però, probabilmente, non guasta nemmeno ricordare ai turisti stranieri che il nostro Paese è anche sempre in grado di accoglierli e di accompagnarli in un clima di autoironica e leggiadra armonia. Fonte immaggine: ANSA "Quattro delle immagini scelte per la campagna “Italia Open to Meraviglia”"
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