Il Punto della Settimana

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Il Punto della Settimana episodes

  • Medio Oriente: cercasi pragmatismo disperatamente | Il Punto della Settimana
    Se il presidente Biden disponesse di una bacchetta magica, assisteremmo subito alla sconfitta di Hamas con il minor numero possibile di vittime civili a Gaza, alla fine del premier israeliano Benjamin Netanyahu e del suo governo che si regge sul voto decisivo dei partiti della destra più oltranzista, alla liberazione di tutti gli ostaggi imprigionati dal 7 ottobre e ad un’Autorità Nazionale Palestinese che – come magicamente risorta dalle sue ceneri di corruzione e di ambiguità politica - riuscisse positivamente a riguadagnarsi la credibilità morale ed istituzionale necessaria per guidare i Palestinesi verso un futuro finalmente meno infausto. Secondo la Casa Bianca, il rilancio dell’ANP è, infatti, la condizione essenziale per normalizzare i rapporti tra Israele ed il mondo arabo sunnita, dando vita ad un solido schieramento – patrocinato dagli USA e dalla NATO – in funzione anti iraniana (e, quindi, in definitiva pure anti russa). Tuttavia, la realtà dei fatti è ben più complicata di come vorrebbe che fosse il presidente americano...Da un lato, ogni sincera aspettativa di pace deve, infatti, in questo momento, fare i conti con quell’estrema destra israeliana - di cui Nethanyau ha bisogno come dell’aria per tenere in vita il suo esecutivo - la quale vede come il fumo negli occhi l’idea stessa di un qualunque coinvolgimento dell’Autorità Palestinese a Gaza: ciò, nel timore che la cosa possa costituire la premessa per rivitalizzare l’ormai quasi del tutto dimenticata soluzione dei “due popoli e due stati”. Soluzione che scriverebbe la parola fine sul sogno messianico – e qui è, forse proprio il caso di usare questo aggettivo – di un unico “Grande Israele”, che comprendesse, oltre a Gaza, anche l’intera Cisgiordania. Dall’altro, non si può certamente far finta di ignorare che, quand’anche si riuscisse a porre in essere una qualsiasi forma di trattativa diplomatica tra le due parti in insanabile conflitto da 75 anni, a discutere con Washington e con Tel Aviv, attualmente, sarebbe un’organizzazione fanaticamente islamista e votata alla cancellazione totale di ogni presenza ebraica su un suolo che pure fu anche quello biblico. Siamo, pertanto, in presenza di una lettura dei fatti che, se vista da entrambi i fronti, ci appare come sostanzialmente speculare, con Hamas che parla di una guerra etnico-religiosa tra musulmani ed ebrei, il cui sbocco definitivo è la fondazione di un solo stato islamico che vada dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo. E con Israele in cui, invece, sulle scelte di Nethanyahu, sono al momento assolutamente condizionanti le posizioni dei partiti che sono espressione dei coloni suprematisti ebrei, i quali non distinguono tra arabi moderati ed arabi terroristi, poiché , a loro giudizio, c’è ben poco da distinguere dinanzi ad un disegno sacro e millenario che viene, addirittura, direttamente dalla volontà di Dio… D’altra parte, per formare il suo governo e per salvare se stesso da indagini per corruzione che ne avrebbero compromesso del tutto la carriera di statista, il premier israeliano non ha esitato a coinvolgere nella sua avventura anche forze politiche integraliste e nazionaliste, che adesso gli presentano il conto, ben sapendo che se l’intramontabile Bibi cercasse oggi di estrometterle dai giochi, oltre a perdere il potere rischierebbe anche il carcere. In questa fase, dunque, in entrambe le comunità a prevalere sono i cosiddetti “falchi”, fautori di uno “stato unico”. Tuttavia, specialmente in Israele, i sostenitori dei “due stati” esistono ancora, ma – proprio come Biden – sono consapevoli del fatto che la soluzione che loro propongono rischia di rimanere ancora a lungo nel campo delle teorie: almeno fino a quando gli arabi di Gaza e di Cisgiordania non si saranno dotati di una rappresentanza politica che sia realmente legittimata dal consenso popolare e, di conseguenza, risulti anche maggiormente credibile nel confrontarsi con Tel Aviv. Dato quasi per scontato che, prima o poi, la democrazia israeliana saprà scrollarsi di dosso il governo più impresentabile della sua storia, la partita più difficile sarà, pertanto, quella che disputeranno, sul proprio campo, i Palestinesi: sapranno rinunciare, una volta per tutte, ad anacronistici e fallimentari programmi di supremazia etnica e religiosa, per mobilitare, invece, la loro unità di intenti su obbiettivi che siano finalmente davvero ispirati ad un sano pragmatismo? Noi non possiamo che auspicarlo, associando la nostra speranza a quella di Joe Biden. _______________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • Ma non è una cosa seria | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio In questa settimana (e per la precisione lunedì 27 novembre), il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto-legge che introduce alcune disposizioni urgenti per la sicurezza energetica del nostro Paese, come la promozione del ricorso alle fonti rinnovabili di energia ed il sostegno alle imprese energivore. Il testo prevede, infatti, delle agevolazioni a favore delle imprese a forte consumo di energia elettrica, in modo da adeguare la disciplina nazionale a quella europea in materia di aiuti di Stato a favore del clima, dell’ambiente e dell’energia 2022. Inoltre, nel quadro delle riforme settoriali previste dal PNRR, si procede anche ad una semplificazione amministrativa di alcune procedure in materia energetica, in modo da rimuovere determinati ostacoli amministrativi e procedurali che possono condizionare negativamente le attività economiche. Tutto bene, quindi, salvo per un aspetto del decreto in questione che ha suscitato – soprattutto tra alcune categorie di consumatori – un forte disappunto. Nel testo che rinnova la disciplina energetica italiana non figura, infatti, la già preannunciata proroga del mercato tutelato dell’energia elettrica e del gas che, come è noto, è in prossima scadenza: proroga vista di buon occhio da quasi tutte le forze politiche, comprese quelle che compongono la maggioranza di governo, ma la cui attuazione avrebbe finito per mettere seriamente a rischio la credibilità dell’Italia nei confronti dell’Unione Europea. Giorgia Meloni non poteva, infatti, fingere di ignorare che il superamento del mercato tutelato dell’energia era stata una delle condizioni ( a suo tempo accettate anche dall’esecutivo Draghi) poste da Bruxelles per procedere linearmente verso la piena attuazione del PNRR, affermando definitivamente il principio del libero mercato dell’energia e del gas. Queste cose le sapeva senz’altro anche il vice premier Matteo Salvini che lunedì 27 ha tranquillamente approvato il decreto, salvo poi dichiarare la sua contrarietà 24 ore dopo...E queste cose le sapevano senza dubbio anche i partiti di opposizione, i quali non si sono certamente lasciati sfuggire l’occasione per denunciare, a gran voce, i gravi disagi economici ai quali, con la fine del mercato tutelato, sarebbero andate incontro circa dieci milioni di famiglie italiane che, fino ad oggi, si sono appunto servite proprio su questo mercato. Tuttavia, si tratta di proteste che ci convincono ben poco. Innanzitutto perché esistono studi qualificati che hanno evidenziato come spesso i prezzi in vigore sul mercato della maggior tutela siano risultati più alti di quelli che venivano offerti sul mercato libero. Poi perché ci pare difficile immaginare che PD e 5 Stelle si siano improvvisamente scordati di avere entrambi fatto parte della medesima coalizione di governo, proprio nei giorni in cui Mario Draghi impegnava il nostro Paese a porre termine al mercato tutelato entro la fine del 2023, accettando, in tal modo, una delle condizioni che l’Europa poneva per dare il via libera ai ricchissimi aiuti garantiti dal PNRR. Non vi pare che sarebbe stato quello il momento giusto nel quale, se qualcuno aveva qualcosa in contrario, avrebbe dovuto parlare? Vogliamo, quindi, sperare che il Maestro Luigi Pirandello ci scuserà se, per intitolare il nostro “Punto” di oggi, abbiamo tratto lo spunto da una sua famosa commedia: “Ma non è una cosa seria”.
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  • Caso Speranza: c’è ancora un giudice a Roma | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio La procura di Roma ha chiesto l’archiviazione per l’ex ministro della Salute, Roberto Speranza, indagato a seguito di alcune denunce in materia di vaccini. A darne in anteprima la notizia, è stato il suo avvocato, Danilo Leva, nel corso di una trasmissione televisiva. L’esposto era stato presentato nel maggio scorso da alcuni sindacati delle forze dell’ordine e dal comitato “Ascoltami”: le accuse a carico del povero Speranza erano addirittura quelle di omicidio, lesioni personali, falso ideologico e corruzione. Non male come esempio di rancorosa faziosità politica. Inoltre, come sappiamo, due settimane fa il Senato ha dato il via libera alla formazione di una commissione bicamerale, che avrà il compito di indagare sulla gestione dell’emergenza sanitaria durante la pandemia e sulle misure adottate per contrastare la diffusione del virus. Potrà farlo, esaminando documenti e verbali del Governo e dei vari organi competenti in materia sanitaria. In genere, le commissioni di inchiesta si concludono in una bolla di sapone: quella in questione, ci è parsa nascere sull’onda di una animosità forcaiola ben poco rassicurante... staremo, comunque, a vedere, perché nella vita (anche quella politica) può sempre succedere di tutto. Tuttavia, a prescindere dal fatto che si possa soffrire o meno di nostalgia per gli esecutivi Conte, non si può onestamente negare che sia “l’avvocato del popolo” ( suo malgrado catapultato, da un giorno all’altro, dal silenzio ovattato delle biblioteche universitarie agli strilli bisbetici dei talk show ), che il suo ministro Roberto Speranza, si siano entrambi trovati - stabilendo con ciò il record della sfortuna - a dover governare l’Italia proprio in quello che è stato certamente il periodo più difficile della sua storia repubblicana. Avranno sicuramente commesso errori – anche gravi – ma non ci pare che altre parti politiche, oggi così pronte a gettare la croce addosso al duo incriminato, disponessero allora di una provvidenziale bacchetta magica...Pensiamo, anche soltanto per un attimo, a certe “genialate” che scaturivano, in quei momenti, da alcuni partiti di opposizione: come quella di riaprire le chiese a Pasqua per consentire ai fedeli di riunirsi tutti insieme e magari anche di scambiarsi “un segno di pace”...Pensiamo ai disastri che certe leggerezze irresponsabili avrebbero potuto provocare e, forse, ci recheremo davvero in chiesa...ma per ringraziare il Cielo di averci affidati, in quei disorientanti frangenti, alle mani prudenti del devotissimo Conte e del laico Speranza. Comunque, al di là del fatto che un governo possa piacerci oppure infastidirci, ci troviamo questa volta – e non capita poi tanto spesso – assolutamente d’accordo con la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura di Roma, poiché crediamo che a giudicare le scelte di un governo – qualunque esso sia - non debba essere la magistratura, ma l’elettorato. Salvo, ovviamente, il caso in cui sia evidente che ad ispirare l’azione di un esecutivo sia stato il dolo. E questo è il confine che, secondo noi, dovrebbe separare, in modo chiaro ed inequivocabile, una repubblica parlamentare da una repubblica giudiziaria: un confine che però, il nostro Paese, da trent’anni a questa parte, tende a valicare con allarmante frequenza. _______________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • La carne in laboratorio: un cammino lungo e contrastato per una svolta potenzialmente epocale | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Da giovedì scorso, è, dunque, vietato produrre e commercializzare, in Italia, “carni” di tipo diverso da quelle che siamo stati abituati a conoscere fin dai tempi più remoti. Il drastico provvedimento legislativo, fortemente voluto dal ministro Lollobrigida, non aveva neppure emesso il suo primo vagito che già si fronteggiavano con piglio molto deciso – vedasi il filmato con lo scontro quasi fisico che avviene tra il presidente della Coldiretti ed il segretario di +Europa – due schieramenti pronti a litigare su una questione che, nella sua complessità, spazia dai temi legati alla produzione industriale a quelli più prettamente etici. E stiamo parlando della profonda divergenza di opinione che contrappone chi parla di “carne artificiale” (richiamando, con questa definizione, la non chiara immagine di un prodotto costruito in laboratorio dalla sola sintesi chimica) a chi, invece, usa l’espressione di “carne coltivata”, intesa come alimento che nasce indubbiamente “in vitro”, ma pur sempre da cellule animali. Oltre ai due divieti appena citati, la nuova normativa ne introduce anche un altro assai restrittivo, relativamente all’utilizzo, sulle confezioni dei prodotti, di terminologie che, evocando il concetto di carne, possano trarre in inganno il consumatore: pertanto, spariscono dagli scaffali dei nostri supermercati, denominazioni come “polpette di mais” o “hamburger di verdure”. E possiamo, a questo proposito, immaginare con quanta gioia abbiano accolto queste ultime disposizioni legislative le aziende italiane che lavorano in un mercato – fino ad oggi in forte espansione – come quello dei cibi vegetali... La norma non scherza e prevede, infatti, per i trasgressori, multe che vanno dai 10 mila ai 60mila euro (oppure fino al 10% del fatturato totale annuo realizzato, anche se entro un massimo di 150mila euro). E’ chiaro che, in prospettiva, la possibilità di prelevare alcune cellule da animali reali (e non virtuali) per usarle come basi per la produzione di carne al di fuori dell’animale stesso, non può che allarmare il comparto intero degli allevamenti, poiché, in concreto, si consentirebbe all’uomo di continuare a cibarsi di carni , eliminando però – finalmente, aggiungiamo noi – gli animali dal processo produttivo. Tra l’altro, secondo i fautori della carne in laboratorio, quella appena approvata dal Parlamento italiano sarebbe anche una legge superflua poiché vieta un qualcosa che, comunque, a livello comunitario non è mai stata autorizzato: infatti, l’Unione Europea, almeno fino ad oggi, è rimasta ancora ferma ad un regolamento del 1997 che nega il diritto non solo alla vendita, ma persino al consumo di prodotti nati in laboratorio, se non al termine di un rigoroso percorso di analisi che, finora, non ha neanche mai avuto inizio. D’altra parte, nel caso in cui Bruxelles dovesse, un domani, autorizzare la commercializzazione di questo tipo di carni, l’Italia altro non potrebbe fare se non adeguarsi alle limitazioni vigenti sulla circolazioni delle merci nei Paesi UE. Alcuni scienziati sottolineano, inoltre, gli effetti positivi che la “carne coltivata” potrebbe avere sulla difesa dell’ambiente e della salute pubblica, visto che il 90% della carne che viene consumata nei Paesi sviluppati (come l’Italia) proviene da allevamenti intensivi, i quali figurano notoriamente tra le principali minacce ecologiche. Tuttavia, è veramente solo un opportunistico ed ottuso atteggiamento retrogrado quello di chi ha brindato tre giorni fa con il ministro Lollobrigida? Francamente, pur auspicando noi da sempre il superamento di ogni forma di sfruttamento animale, non ci pare che si possa affermare una cosa del genere. Intanto perché i costi di produzione della bistecca “in vitro” sono ancora decisamente proibitivi per le capacità di spesa del consumatore medio europeo: basti pensare che il primo hamburger che fu consumato nel 2013 in America venne pagato ben 330mila dollari...La ricerca, nel frattempo, è andata senz’altro molto avanti, ma è chiaro che siamo ancora piuttosto lontani dal momento in cui questa nuova opportunità di alimentarsi sarà divenuta una cosa alla portata delle nostre tasche...E poi, si pone anche un altro ed ancor più serio problema: ed è quello della eventuale nocività della carne creata in laboratorio per la salute umana. Il fatto che, ad esempio, in un ristorante di Singapore, in cui vengono serviti alcuni piatti a base di carne “in vitro”, sia richiesto al consumatore di firmare una manleva che esclude ogni responsabilità del ristoratore per addirittura cinque anni, induce a credere che, al momento, nessuno possa ancora serenamente mettere la mano sul fuoco circa la salubrità di questi alimenti. In conclusione, è bello poter pensare ad un futuro in cui anche chi, per ragioni etiche, ha fatto una scelta vegetariana potrà rivedere il suo orientamento di fondo senza dover disturbare la propria coscienza. Meno bella sarebbe, invece, sicuramente la sorte delle migliaia di allevatori che vedrebbero svanire nel nulla le loro attività: tuttavia, stiamo parlando di una svolta che, pur essendo epocale, non è affatto cosa di domani mattina. Non manca, quindi, il tempo necessario per gestire il passaggio delle consegne nel modo meno traumatico possibile. D’altra parte quante sono le figure professionali che il progresso economico e tecnologico hanno reso obsolete? Dove è finito, ad esempio, il vecchio postiglione che guidava la diligenza con l’arrivo dei più moderni mezzi di locomozione? _______________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • Professione reporter | Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio In questa settimana, abbiamo appreso dal sito americano “Honest Reporting” che, ad immortalare le immagini delle atrocità compiute dal terrorismo palestinese lo scorso 7 ottobre, non c’erano soltanto i miliziani di Hamas, ma a dare il loro fattivo contributo partecipavano anche alcuni fotoreporter ingaggiati dalle principali testate internazionali. La notizia è stata poi ripresa da giornali prestigiosi – come il Washington Post – ed ha, inoltre, cominciato a girare, su internet, anche il filmato di un collaboratore della “CNN” e del “New York Times” che racconta – come fosse una telecronaca – l’esultanza dei fondamentalisti islamici dinanzi ad un carro armato israeliano incendiato. E si tratta, tra l’altro, di un signore che, pochi giorni prima, non aveva avuto problemi a farsi fotografare in atteggiamento amichevole con Yahya Sinwar, l’uomo che guida Hamas nella Striscia di Gaza. Altre immagini riprendono, invece, come se nulla fosse, il rapimento di una donna, avvenuto in un kibbtz. Non possiamo nascondere che il venire a conoscenza di certi fatti, ci ha stupiti, ma solo fino a un certo punto. La vera novità del “caso 7 ottobre” è senz’altro quella che, per la prima volta, i terroristi che volevano documentare le loro gesta disumane, non si sono limitati ai soliti cinegiornali “fai da te” - ai quali Isis e Talebani ci avevano ormai abituati da oltre vent’anni - ma hanno deciso di portare al proprio seguito anche giornalisti che avrebbero poi raggiunto, con i loro reportage, ogni angolo del Pianeta. Ma tutto ciò, se non andiamo errati, significa pure, in modo chiaro, che questi professionisti dell’informazione dovevano necessariamente sapere, con un certo anticipo, quello che sarebbe capitato, da un momento all’altro, oltre il confine israeliano. Possiamo, quindi, sospettare una complicità politica e ideologica da parte dei fotoreporter presenti sui luoghi delle stragi? Non sarebbe, a dire il vero, un fatto così straordinario, visto che, di solito, nei territori controllati da Hamas o dall’Autorità Nazionale Palestinese, la stampa internazionale è spesso costretta a servirsi di collaboratori che le vengono direttamente “suggeriti” dai poteri locali, i quali, ovviamente, li scelgono non in virtù delle loro capacità professionali, ma piuttosto in base a criteri di affidabilità politica. Ma non sono neanche così rari i casi in cui sono gli stessi media occidentali a censurare notizie o video che potrebbero nuocere alla buona immagine dei taglia gola di turno. Ed a questo proposito, ci viene in mente una vicenda che riguarda da vicino proprio il nostro Paese. Era il 12 ottobre del 2000, quando due camionisti israeliani, sbagliando strada, entrarono a Ramallah venendo subito arrestati dalla polizia di Arafat. Purtroppo per loro, le carceri, in certe zone del mondo, non sono posti poi tanto sicuri e così gli sventurati prigionieri caddero, dopo pochissime ore, nelle mani di una folla di scalmanati che, dopo averli orribilmente mutilati, li fece a pezzi, scaraventando giù dalla finestra i brandelli di ciò che restava di loro. Il caso vuole che una troupe di Mediaset abbia assistito a questi eventi, filmandone la ferocia e rendendola, pertanto, pubblica a livello mondiale, tra l’inevitabile ed infastidito imbarazzo della “moderata” ANP. Interessante è però anche ricordare, a questo punto, quale fu, in quei giorni, la reazione della RAI che, trovandosi spiazzata da una divulgazione senza filtri di quello che i “pacifici” e oppressi palestinesi erano, in realtà, capaci di fare, si preoccupò immediatamente di scrivere al quotidiano locale “Al-Hayat al-Jadida”, una lettera di scuse e presa di distanza dalla TV concorrente, che a noi pare addirittura imbarazzante. Vi salutiamo leggendovene qualche riga, affinché voi oggi possiate trarre le vostre conclusioni. “Cari amici di Palestina, ci congratuliamo con voi e crediamo che sia nostro compito mettervi al corrente degli eventi che hanno avuto luogo a Ramallah il 12 ottobre. Una delle reti private italiane, nostra concorrente, e non la rete televisiva ufficiale italiana RAI, ha ripreso gli avvenimenti... e in questo modo l’impressione del pubblico è stata che noi, cioè la RAI, avessimo filmato quelle immagini. Desideriamo sottolineare che le cose non sono andate in questo modo, perché noi rispettiamo sempre e continueremo a rispettare le procedure giornalistiche dell’Autorità Palestinese per il lavoro giornalistico in Palestina e siamo attendibili per il nostro lavoro accurato. Vi ringraziamo per la vostra fiducia e potete stare certi che questo non è il nostro modo di agire”. Buona domenica. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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  • Se Hezbollah, nei fatti, si dissocia | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Il tanto atteso (e temuto) discorso di Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, si è poi rivelato, essenzialmente, come una controllata sequenza di minacce e di proclami anti occidentali, ben attenta però, a non oltrepassare il limite delle parole per passare a quello dei fatti. L’amico più fidato dell’Iran ha, dunque, mostrato una certa dose di pragmatismo, comprendendo che oggi, nonostante il ricchissimo arsenale di missili messogli a disposizione da Teheran, il Libano, nella fase di drammatica crisi economica che il Paese sta attraversando, tutto può permettersi tranne che di entrare in guerra con Israele o – peggio ancora - con gli Stati Uniti. E non è, quindi, un caso se, dopo quanto è avvenuto il 7 ottobre scorso, per lo Stato ebraico non si sia aperto un fronte militare anche a nord del Paese. Tranne, si intende, qualche sporadico scambio di artiglieria: tanto per permettere al movimento sciita di Beirut di salvare le apparenze e non perdere del tutto la faccia dinanzi ai miliziani sunniti di Hamas che – immaginiamo – siano rimasti piuttosto delusi dal modestissimo contributo fornito alla loro causa da quelli che comunque – in attesa di regolare, prima o poi, i conti per quanto concerne l’interpretazione dell’Islam – sono ancora, per il momento, i loro più convinti sodali nel portare avanti il disegno ferocemente antisemita. Prendiamo, pertanto, positivamente atto di come - sebbene nelle parole di Nasrallah non sia certo mancata la presenza di tanta retorica - alla fine ed in concreto, a prevalere siano state, soprattutto, la prudenza e la politica. Non va, ad esempio, trascurato il fatto che, mentre il capo degli sciiti libanesi esaltava gli uomini di Hamas definendoli “martiri pronti al sacrificio” e ribadiva che l’obiettivo finale restava “l’eliminazione del nemico sionista” fantoccio di Washington, al tempo stesso si preoccupava anche di mettere ben in chiaro che il “merito” dell’attacco terroristico del 7 ottobre andava attribuito esclusivamente ai Palestinesi. Un atteggiamento, quindi, abbastanza “cerchiobottista, per sottolineare la completa estraneità del suo movimento (e dell’Iran) rispetto alla mattanza verificatasi in quello sciagurato sabato di inizio Autunno, senza per altro rinnegare, ufficialmente, la sua appartenenza al fronte dell’intransigenza e del rifiuto. Non sappiamo quanto i contenuti del sermone - tenuto da una località ignota - riflettano realmente i convincimenti personali di Nasrallah o quanto, invece, siano stati ispirati dall’Iran: tuttavia, in questa seconda ipotesi, chiunque di noi auspichi il successo delle ragioni della diplomazia su quelle del fucile, non potrà che prendere atto, con favore, della scelta che sembra ora indirizzare Teheran verso la rinuncia ad estendere, in modo azzardato, un incendio dalle conseguenze potenzialmente devastanti ed imprevedibili.
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  • Guterres e le origini diplomatiche dello Stato di Israele | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Le polemiche suscitate dalle parole pronunciate, mercoledì scorso, da Antonio Guterres, Segretario Generale dell’ONU, in realtà non dovrebbero destare un particolare stupore, dal momento che altro non fanno se non andare ad inserirsi in quella linea di continuità anti israeliana che ha sempre caratterizzato l’orientamento delle Nazioni Unite, perlomeno dalla fine della Guerra dei Sei Giorni del 1967. Da allora, infatti, lo stato di Israele è stato oggetto di un inaccettabile tiro al bersaglio che gli è costato, dal 2016 al 2022, ben 140 risoluzioni di condanna, a fronte delle altre 68 che hanno, invece, riguardato l’insieme di tutti gli altri 194 Paesi rappresentati nel Palazzo di Vetro. Particolarmente clamorosa – oltreché assurda – fu la risoluzione del 10 novembre 1975, con la quale l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite definì il sionismo come “una forma di razzismo e di discriminazione razziale”. Risoluzione che fu tardivamente cancellata solamente 16 anni dopo, nel dicembre 1991. E stiamo, purtroppo, parlando di un Organismo che, tanto per fare un esempio, lo scorso maggio, ha tragicomicamente assegnato proprio all’Iran la presidenza del Forum Sociale del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite… Il tutto, facendo naturalmente finta di ignorare, le 582 condanne a morte comminate negli ultimi 7 anni e le repressioni oscurantiste di cui sono sistematicamente oggetto, nella repubblica islamica, le donne e gli omosessuali. Ricordiamo che Guterres, dopo aver espresso la sua formale e scontata condanna per la strage perpetrata da Hamas il 7 ottobre, ha poi aggiunto che, comunque, non si è trattato di una violenza nata dal nulla, ma di una conseguenza maturata in un quadro che, da 56 anni, vede “il popolo palestinese sottoposto ad una soffocante occupazione”. Difficile credere che il massimo funzionario dell’ONU ignori il fatto che, in realtà, è dall’estate del 2005 che il piano di disimpegno unilaterale israeliano ha smantellato i 17 insediamenti ebraici presenti nella Striscia di Gaza, trasferendone altrove gli abitanti e consegnando l’intero territorio all’Autorità Nazionale Palestinese. Peccato invece che, una volta raggiunta la piena autonomia gestionale, tra Hamas e Fatah non abbiano saputo fare altro che scannarsi tra di loro, fino alla presa del potere da parte del movimento fondamentalista ed alla cancellazione umana di ogni eventuale residuo di opposizione politica. In sostanza, la posizione assunta ufficialmente dall’ONU ricalca quella di tanti politici e commentatori che, dopo aver deplorato l’inqualificabile eccidio commesso da Hamas, si sono poi però anche subito affrettati a chiarire che, in fondo in fondo, quello che è successo Israele se lo era pure andato a cercare...Siamo così in presenza di una forma di giustificazionismo che, se rigorosamente adottata, porta, inevitabilmente a legittimare ex post ogni sorta di violenza, poiché, se andiamo a cercare a ritroso nel tempo, troveremo sempre un pretesto per incolpare qualcuno di cui intendiamo disfarci. Nel caso in questione, la “colpa” ancestrale risiede nella presunta “occupazione”, da parte di Israele, di territori che da sempre sarebbero appartenuti al popolo palestinese: e qui ci addentriamo in un argomento che richiederebbe uno spazio ben diverso da quello di cui dispone questa nostra rubrica, poiché, in realtà, il cosiddetto “popolo palestinese” è stato inventato, negli Anni 60, in funzione anti occidentale, dai servizi segreti sovietici che, a tal proposito, formarono un ingegnere – sia chiaro egiziano e non “palestinese” – di nome Yassir Arafat, spiegandogli, per filo e per segno, cosa avrebbe dovuto dire e fare per accreditarsi come leader di una nazione che, fino a quel momento, non era mai esistita, se non come un povero territorio dell’impero ottomano dimenticato da Dio e dai santi. Impero ottomano che, dopo la Prima Guerra Mondiale, venne smembrato dalle potenze vincitrici, le quali ridisegnarono anche l’assetto del Medio Oriente destinando, tra l’altro, al popolo ebraico un’area ben più ampia di quella che costituirà l’Israele fondato nel 1948. Questo per dire che, a voler essere pignoli, lo Stato ebraico, sulla base di quanto stabilito dalla Conferenza di Sanremo - che si tenne, nel 1920, tra Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Giappone - e da quelle successive di Sevres (1922) e Parigi (1924), avrebbe oggi titoli adeguati per rivendicare – anche se non lo ha mai fatto – la propria sovranità persino sulla Cisgiordania governata da Abu Mazen. E’ infatti del 1922, il testo fatto proprio (e mai abrogato) dalla allora Società delle Nazioni – e cioè dall’ONU di oggi - che stabilì, inequivocabilmente, che agli ebrei sarebbero spettati tutti i territori a occidente del fiume Giordano. In quella fase storica, si posero, quindi, quelle basi costitutive di Israele che verranno poi confermate e realizzate dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1947. Come è noto, in quell’occasione, l’organizzazione sionista – pur rinunciando a vaste aree territoriali previste dalle intese degli Anni 20 - accettò, comunque, la divisione concepita dall’ONU, dando così vita al primo autentico Stato ebraico della storia recente. Gli Arabi, invece, la rifiutarono e scesero in campo per distruggere Israele: e si sa come andarono, per fortuna, le cose nella prima guerra di indipendenza israeliana del 1948. Ma, sulla base del diritto internazionale, la legittimità dello Stato di Israele – piaccia o non piaccia a Guterres ed a quelli come lui - nasce proprio dalla Conferenza di Sanremo e dai suoi sviluppi successivi.
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  • L’arma della propaganda | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Sinceramente, ci è parso veramente molto strano, fin dall’inizio, che l’esercito israeliano potesse aver bombardato intenzionalmente l’ospedale di Al Ahili a Gaza proprio alla vigilia del viaggio di Biden in Medio Oriente. Certo, l’errore umano è sempre nell’ordine naturale delle cose che possono succedere, ma, al di là di questa eventualità, è difficile credere che questi Ebrei – oltre ad essere “deicidi” ed avvelenatori di pozzi – siano poi anche davvero così fessi da offrire su un piatto d’argento un argomento talmente scioccante alla propaganda araba e, soprattutto, a quei media occidentali che, da sempre, non vedono l’ora di poter disporre di un qualche pretesto interessante per poter denunciare un crimine di Israele. Un crimine che, tra l’altro, proprio in questo momento, sarebbe risultato addirittura provvidenziale per distogliere, in qualche modo, l’attenzione delle nostre opinioni pubbliche dai crimini che, invece, sono stati effettivamente commessi sabato 7 ottobre. E infatti, pressoché tutti i nostri mezzi di informazione – tranne ci pare la lodevole eccezione de “Il Foglio” - non hanno esitato neanche un attimo ad attribuire la responsabilità di quanto tragicamente avvenuto ad un bombardamento israeliano, accettando acriticamente (o privilegiando) la versione dei fatti che veniva data da quella fonte cristallina di notizie veritiere che si chiama Hamas. Ora, l’atteggiamento pregiudizialmente anti-israeliano delle società europee non lo scopriamo certamente in queste ore, ma ci stupisce il fatto che sia anche così profondamente radicato da far perdere completamente la testa persino a chi gestisce giornali e televisioni. Chi, senza neanche farsi scrupolo di usare il condizionale, ha pubblicato titoli che davano per scontata la ferocia israeliana dietro le cinquecento vittime che sarebbero rimaste sotto le macerie dell’ospedale, non si è, infatti, minimamente preoccupato di ascoltare anche la versione fornita da Tel Aviv e, soprattutto, di analizzare seriamente le documentazioni audiovisive prodotte a suo sostegno. E stiamo parlando di una disparità di valutazioni che, già in passato, è stata capace di produrre alcune macroscopiche brutte figure sul piano della professionalità giornalistica. Esattamente come sta succedendo oggi con i nostri media che, sebbene senz’altro a malincuore, man mano che la ricostruzione dei fatti diventa meno propagandistica, stanno cominciando ad ammettere che “forse si è trattato di un missile palestinese sparato male”, che l’ospedale è rimasto intatto nella sua struttura perché ad essere colpito è stato, invece, il posteggio circostante e che i morti non sono 500, ma al massimo 50...Ed a questo proposito, ci viene in mente l’ingresso dell’esercito israeliano a Jenin nel 2002: anche allora, fu subito presa per buona la narrazione dell’Autorità Nazionale Palestinese che parlò di migliaia di morti che poi, in realtà, a conteggi ultimati, risultarono essere 53. Sia chiaro, se anche si fosse trattato soltanto di uno, ci saremmo, comunque, sicuramente trovati di fronte ad un evento tragico e deplorevole, ma non c’è dubbio sul fatto che, in quanto ad ingigantire le cose, la propaganda anti israeliana, da Gaza a Roma, abbia ben pochi rivali. Andiamo un attimo, in conclusione, a leggere lo Statuto di Hamas nella parte in cui, all’art.7, recita testualmente “l’Ultimo Giorno non verrà, finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei e i musulmani non li uccideranno, e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra o l’albero diranno: o musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me – vieni e uccidilo…”. Siamo, quindi, in presenza di un pregiudizio fanaticamente religioso che non lascia alcuno spazio alle intenzioni dei cosiddetti “uomini di buona volontà” che parlano di “due stati e due popoli”. Non mi importa se sei disposto a concedermi più di quanto io stesso potessi immaginare...io ti uccido perché sei ebreo. Del resto, nessuno è mai riuscito a spiegare al mondo per quale ragione Arafat, nel 2000, rifiutò di firmare i famosi accordi di Camp David, attraverso i quali, con la mediazione del presidente Clinton, il premier israeliano di allora, Ehud Barak, aveva offerto alla controparte palestinese tutti i territori contenuti nella Striscia di Gaza, il 91% dell’area della Cisgiordania e l’amministrazione palestinese sulla parte Est di Gerusalemme. Fu una scelta – quella di Arafat - che stupì la diplomazia internazionale, poiché Barak era venuto incontro a tutte le richieste ufficiali dei Palestinesi. Richieste evidentemente pretestuose e che, non a caso, sono rimaste le stesse fino ad oggi.
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  • Le scommesse illegali di un ricco ventenne | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Il fenomeno delle scommesse illegali esiste da tantissimo tempo, ma è una di quelle cose che restano sostanzialmente ignorate sino a che non viene colto con le mani nel sacco qualcuno che, per la sua notorietà, finisce per accendere i riflettori su certi giri d’affari milionari che sono illecitamente gestiti dalla malavita organizzata. E’ il caso dell’indagine condotta dalla procura di Torino che vede coinvolti tre notissimi calciatori professionisti ai quali – a dire il vero - l’art.24 del Codice di giustizia sportiva federale farebbe espresso divieto di “effettuare o accettare scommesse, direttamente o indirettamente, anche presso i soggetti autorizzati a riceverle, che abbiano ad oggetto risultati relativi ad incontri ufficiali organizzati nell’ambito della Figc, della Fifa e della Uefa”. Tutto ha avuto inizio con le rivelazioni di Fabrizio Corona che, lo scorso 4 agosto, rese noto l’altissimo indebitamento del centrocampista juventino, Nicolò Fagioli, il quale, a quanto pare, avrebbe accumulato perdite per addirittura un milione di euro in dodici mesi. Il personaggio è famoso, ma il suo – per quanto sia eclatante – altro non è se non un tipico coinvolgimento, in qualità di vittima, in quel mercato illegale del gioco online, il cui valore è stimato in Italia in oltre 18 miliardi di euro. Un mercato che di solito sfugge ai controlli delle autorità competenti, ma che rappresenta, invece, una ben concreta e triste realtà nella vita di tante persone che, puntando sui cavalli sbagliati, arrivano a perdere sino al loro ultimo centesimo: il tutto, ovviamente, attraverso transazioni in contanti che bypassano tutte le normative nazionali ed internazionali sulle forme di riciclaggio. Viene da domandarsi per quale ragione dei ventenni che dispongono di conti correnti milionari, che godono di grande popolarità e nei confronti dei quali la fortuna sembra essere stata particolarmente generosa, sentano questa insana esigenza di mettere a rischio il proprio destino con azzardi che potrebbero anche compromettere del tutto la loro carriera. E ad allarmarci c’è pure la percezione di non essere in presenza di pochi casi isolati, ma piuttosto della punta di un iceberg dietro cui si nasconderebbero non soltanto le responsabilità dei calciatori, ma anche quelle di società e dirigenti che – a vario titolo – poco o nulla avrebbero fatto per contrastare questa pericolosa tendenza ludopatica. Avrete probabilmente notato come pressoché tutti i giocatori, quando arrivano allo stadio, scendano dal pullman della loro squadra con quelle cuffiette incollate alle loro orecchie che sembrano isolarli da tutto e da tutti, quasi come vivessero in una dimensione personalissima ed inviolabile, nella quale sta forse diventando sempre più difficile distinguere il confine tra il lecito e l’illecito. 15 Ottobre 2023 Il Punto della Settimana di Ferruccio Bovio Leggi e ascolta “Il Punto della Settimana" di Ferruccio Bovio ogni domenica mattina in esclusiva sul sito e sui profili social di Giornale Radio.
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  • Sul concetto di imparzialità | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Sta facendo molto discutere un video diffuso da Matteo Salvini, nel quale, tra i manifestanti filmati mentre protestavano, nel 2018, contro il divieto di sbarco dei migranti dalla nave Diciotti, compare anche la giudice Iolanda Apostolico: la stessa che, pochi giorni fa, non ha convalidato il trattenimento di alcuni migranti tunisini nel Centro di Permanenza per Rimpatri di Pozzallo, definendo “illegittimo” il decreto governativo che prevede l’applicazione di questa misura. Naturalmente, ognuno è libero di frequentare le compagnie che preferisce, ma forse fa un po’ strano rilevare la presenza di un magistrato in un corteo di persone che gridano “assassini” e “animali”, rivolgendosi alle Forze dell’Ordine... Le immagini in questione hanno destato reazioni che vanno dallo stupore all’indignazione non solo presso i partiti che sostengono l’esecutivo Meloni, ma anche tra alcune forze politiche di opposizione che hanno sottolineato come un giudice debba non soltanto essere imparziale, ma apparire anche tale. A difesa della collega finita nell’occhio del ciclone è intervenuta l’Associazione Nazionale Magistrati che, nella persona del suo presidente, Giuseppe Santalucia, ha invitato a valutare “la terzietà dei magistrati sulla base dei provvedimenti e delle loro motivazioni" e non su altri ordini di considerazioni, poiché – a suo dire - l’atteggiamento più corretto da assumere dovrebbe essere sempre quello di analizzare tecnicamente i provvedimenti giudiziari, piuttosto che “fare lo screening al passato, alla vita privata del magistrato”. Tuttavia, ci pare oggettivamente difficile sostenere che la partecipazione ad eventi pubblici, come una manifestazione avvenuta alla luce del sole nel porto di Catania, possa rientrare nella categoria degli atti la cui diffusione potrebbe violare la privacy di chiunque fosse stato presente… Non da oggi, il problema della “terzietà” di chi ha il compito di giudicare o di arbitrare qualcosa costituisce un enigma davvero inquietante per l’individuo che si venga a trovare nella ben poco rassicurante condizione di dover dipendere dalle decisioni di un altro essere umano, del quale ignora del tutto la capacità di saper discernere senza lasciarsi troppo condizionare dal suo background culturale. E non parliamo esclusivamente di procedimenti giudiziari, ma anche di altre svariate situazioni che, per essere risolte, richiedano l’intervento di un soggetto che, almeno in teoria, dovrebbe presentarsi come super partes. E’, ad esempio, credibile che l’arbitro che si accinge a dirigere una partita sia un uomo che, per quanto appassionato di calcio, abbia sempre resistito alla piacevolissima tentazione di fare il tifo per una determinata squadra? Il concetto di imparzialità – così come quello di perfezione di cui, a ben vedere, è parente stretto – comporta un assoluto distacco dalle passioni, dai pregiudizi e dai convincimenti personali e rappresenta, pertanto, un’astrazione che magari potrà anche far parte di altri mondi, ma sicuramente non del nostro. Poi, per fortuna, chissà quanti sono i giudici, gli ispettori, i preti o gli arbitri che mettono tutto il loro più convinto impegno per agire secondo imparzialità, ma ciò non toglie che la certezza di andare incontro ad un giudizio completamente sereno non l’avremo mai. Almeno in questa vita. II magistrato, come ogni altro cittadino, è un personaggio che non può non avere idee politiche, filosofiche o religiose: un personaggio che, tra l’altro, negli ultimi trent’anni, ha manifestato una tendenza sempre più spiccata ad esprimerle apertamente, senza farsi troppi scrupoli circa la compatibilità tra certe sue prese di posizione e le aspettative di chi, legittimamente, fa affidamento su provvedimenti che non siano viziati da alcun tipo di preconcetti. Però forse, in fondo in fondo e a voler essere ottimisti, una speranza neanche tanto remota di assoluta oggettività di giudizio esiste: ed è quella che risiede nelle immense potenzialità che l’Intelligenza Artificiale metterà sempre più a nostra disposizione. Ed in questo senso, l’applicazione sui campi sportivi di una tecnologia come il VAR che, affiancando l’azione dell’arbitro ne ha limitato la tradizionale e spesso fastidiosa onnipotenza, può già indicarci una strada da seguire per garantire maggiori certezze anche in altri ambiti di valutazione.
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