Il Punto della Settimana

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Il Punto della Settimana episodes

  • Gli aiuti di Biden all’economia americana e l’incerta risposta di Bruxelles | 05/02/2023 | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio La Commissione europea, per rispondere all’Inflation Reduction Act degli Stati Uniti, è orientata a consentire un ulteriore allentamento delle regole concernenti gli aiuti di stato. E di questo argomento se ne occuperà il Consiglio europeo che si terrà dal 9 al 10 febbraio. Si tratta, in sostanza, di adottare una contro misura rispetto al piano di 369 miliardi di dollari - a favore di aziende e famiglie - che l’amministrazione Biden ha, da poco tempo, varato per accelerare la transizione energetica e per sostenere la competizione con la Cina. Non c’è dubbio, quindi, sul fatto che l’Europa debba, in qualche modo, intervenire a tutela delle sue produzioni, al momento seriamente minacciate dalla concorrenza americana che gode, appunto, di straordinari aiuti pubblici. Tuttavia, basandosi sulle esperienze più recenti, le intenzioni che sembrano maturare a Bruxelles agitano non poco i sonni dell’imprenditoria e del Governo italiani. Infatti, negli ultimi due anni - sia a causa della crisi sanitaria, che del conflitto in Ucraina – nel Vecchio Continente abbiamo assistito ad un significativo allentamento delle regole comunitarie in merito all’autorizzazione degli aiuti di Stato da parte della Commissione UE: cosa che però è andata, con ogni probabilità, a svantaggio dei Paesi che, per via dei loro bilanci fragili e indebitati, non hanno potuto competere con le risorse messe in campo da altre nazioni finanziariamente più stabili come, ad esempio, Germania e Francia. Per averne conferma, basta esaminare i dati sui 672 miliardi di euro di aiuti di Stato per l’industria approvati dalla Commissione Europea nell’ultimo biennio: ne emerge che il 53,02% è stato notificato dalla Germania (pari a quasi il 9,24 % del PIL), il 24,06% dalla Francia (pari al 6,13 % del PIL) ed il 7,65% dall’Italia (2,69 % del PIL). Sono numeri che inducono a qualche riflessione, poichè evidenziano il rischio di una chiara penalizzazione competitiva dell’industria italiana rispetto a quella tedesca o francese. Questi aiuti di Stato si traducono, infatti, in una disponibilità eccessivamente diversa da Paese a Paese e che varia in funzione della forza dei rispettivi bilanci nazionali nel mettere a disposizione delle proprie aziende più fondi mirati per investimenti, innovazione, ricerca: e cioè per tutti quei fattori che, nel lungo periodo, promuovono la solidità e la ricchezza delle imprese. Per queste ragioni, l’Italia – in questo, a dire il vero, appoggiata da esponenti importanti della Commissione come il francese Thierry Breton ed il nostro Paolo Gentiloni – gradirebbe che la risposta all’iniziativa statunitense avvenisse attraverso uno specifico fondo di solidarietà europea: ma forse, anche al di là delle scontate opposizioni dei vari partners “frugali”, l’idea è stata avanzata ormai fuori tempo massimo. Se pensiamo che dell’Inflation Reduction Act americano se ne parla dalla scorsa estate, è chiaro che molti Paesi membri (tra i quali certamente anche il nostro) hanno lasciato colpevolmente trascorrere troppi mesi senza studiare adeguate contro misure, per poi ridursi a dover prendere, all’ultimo minuto, una decisione con l’acqua alla gola e destinata, comunque, a deludere la maggior parte delle capitali europee. Purtroppo, mentre Washington rimpinguava generosamente le casse dei suoi attori economici, qualcuno a Roma aveva puntato le sue attenzioni su temi di così decisiva rilevanza internazionale come il tetto al contante o qualche centesimo in più o in meno sul costo della benzina… Viene quasi da pensare che a questo punto, per difendere al meglio le proprie imprese dalla concorrenza dei competitors più danarosi, al nostro Paese convenga addirittura che vengano ripristinate le vecchie regole rigide sugli aiuti di Stato, visto che i dati che abbiamo appena letto ci dicono che la situazione odierna favorisce solamente la Germania e la Francia.
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  • Il Piano Mattei | 29/01/2023 | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Continua a pieno regime la campagna d’Africa di Giorgia Meloni. Dopo avere ampliato recentemente gli accordi che già ci legavano all’Algeria facendone, attualmente, il nostro maggiore fornitore di gas, la presidente del Consiglio è da ieri a Tripoli, dove l’ENI ha in programma di firmare un nuovo contratto da otto miliardi di dollari, destinato allo sfruttamento di due giacimenti di gas al largo delle coste libiche. Tutto questo impegno del governo italiano va ad inerirsi nell’ambito di quello che la Meloni stessa ha, più volte, definito come il “Piano Mattei”, dal nome del padre fondatore di tutte le nostre strategie energetiche. E si tratta di un disegno molto ambizioso che, nelle intenzioni di Palazzo Chigi, dovrebbe portare il nostro Paese a recitare una parte da assoluto protagonista sullo scenario internazionale, trasformandolo in uno snodo essenziale, attraverso il quale far transitare la porzione più rilevante di quei 400 miliardi di metri cubi di gas all’anno che risultano indispensabili al normale funzionamento di quasi tutto il continente europeo. Inoltre, su questi tavoli di discussione nord africani, vengono affrontati anche altri temi di notevolissima rilevanza prospettica, come quelli relativi all’elettricità ed all’idrogeno che Algeria, Libia ed Egitto intendono produrre ed esportare grazie all'energia solare. Tutto benissimo, quindi, anche se, per la verità, un paio di domande ci vengono in mente. La prima riguarda l’affidabilità geo politica dell’area in cui l’Italia andrà ad investire risorse gigantesche: dobbiamo, infatti, augurarci che i nostri nuovi interlocutori energetici si confermino partners più stabili ed affidabili di quanto si sia rivelata, nel tempo, la Federazione Russa. Oggi, tanto per fare un esempio, chi se la sente di scommettere davvero qualcosa di importante su una Libia che è sostanzialmente stata smembrata in due da Erdogan e da Putin? La seconda osservazione che ci viene da fare è, invece, di un’altra natura e concerne la composizione stessa del nostro modello energetico che continua, comunque, a dipendere dall’importazione di gas. Restiamo strategicamente deboli ed in balia di eventi naturali, politici ed economici che difficilmente saremo in grado di controllare. Il tutto mentre persino nei Paesi mediterranei che ci venderanno le materie prime, si assiste ad una fioritura di progetti relativi all’energia nucleare. Non sarà che sulla sponda meridionale del “Mare Nostrum”, qualcuno incomincia ad essere un po’ più lungimirante di noi?
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  • Carlo Nordio ed il garantismo al Governo | 22/01/2023 | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Nella settimana appena terminata, il ministro Guardasigilli, Carlo Nordio, ha avuto modo di chiarire e ribadire, dinanzi al Parlamento, le linee guida che caratterizzano la giustizia che ha in mente lui. La sua affermazione secondo cui “se non interverremo sugli abusi delle intercettazioni cadremo in una democrazia dimezzata”, è stata accolta da un caloroso applauso che non è venuto soltanto dai partiti della maggioranza di governo, ma ha coinvolto anche i banchi occupati dai deputati del Terzo Polo di Calenda e Renzi. E molto probabilmente – aggiungiamo noi – non pochi cenni di approvazione saranno giunti segretamente pure dai rappresentanti del PD, i quali, come è normale che sia per una componente di opposizione, hanno preferito non esprimere francamente il proprio punto di vista. Nessun ripensamento e, quindi, nessun dietro front da parte di Nordio che è parso, invece, rimanere imperturbabile dinanzi alla valanga di critiche che gli erano appena piovute addosso sia dalle forze politiche di opposizione, che da una larga fascia della magistratura che vede, nell’annunciata stretta sulle intercettazioni, un sostanziale indebolimento di uno degli strumenti più efficaci tra quelli che sono attualmente a disposizione dei pm che indagano su mafia e terrorismo. A chi, opportunamente, gli faceva notare che abolendo le intercettazioni per reati come la corruzione - che spesso sono strettamente connessi all’azione della criminalità organizzata - si finisce, in definitiva, per facilitare il gioco dei mafiosi, il ministro ha però risposto che le intercettazioni rimarranno in vigore (oltrechè, naturalmente, per fatti di mafia e terrorismo), anche per quei reati “ che sono satelliti di questi fenomeni perniciosi”. Poi però, ha voluto togliere ogni incertezza rispetto a quali debbano essere, a suo avviso, i rapporti tra politica e giustizia, pronunciando queste inequivocabili e testuali parole: “l’Italia non è fatta di pm e questo Parlamento non deve essere supino e acquiescente a quelle posizioni”. Troppi sono stati, secondo Nordio, i casi in cui, in questi ultimi trent’anni, sono finite sui giornali notizie tratte da intercettazioni (sfuggite, in qualche modo, alla riservatezza che pure dovrebbe blindare le indagini) che hanno diffamato e ferito l’onore di privati cittadini, riportando particolari che, tra l’altro, nulla avevano a che vedere con il reato che era oggetto dell’indagine. In sostanza, il ministro Carlo Nordio sembra porsi finalmente il problema delle persone che finiscono in quel tritacarne che nasce, quasi inevitabilmente, dalla complicità silenziosa di una magistratura insofferente ad ogni sorta di limitazioni con quella di una stampa cinica e priva di scrupoli, che non vede l’ora di poter sbattere ogni giorno un nuovo mostro in prima pagina. Eppure, esiste un articolo della nostra Costituzione – si, proprio quella a cui giuristi di ogni tendenza si appellano spesso e volentieri – che stabilisce che nessun individuo può essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa e nella sua corrispondenza. Nè possono essere violati i suoi diritti alla tutela del proprio onore e della propria reputazione. Che cosa c’è, dunque, di tanto sovversivo nel progetto di riforma della Giustizia che sta prendendo corpo nelle stanze di via Arenula? Non va forse nel senso indicato dall’art.12 della nostra Carta Costituzionale? Non a caso, nel discorso con cui Renzi negò in Senato la sua fiducia all’attuale governo, diede atto, comunque, a Giorgia Meloni di aver compiuto, per il delicato dicastero della Giustizia, “la scelta migliore”. A questo punto, a noi non resta che sperare che, dopo tre decenni di linciaggi morali, mediatici e – purtroppo – talvolta anche giudiziari, sia ormai giunto il momento in cui questo Paese possa, provvidenzialmente, riscoprire la positiva importanza di valori liberali e democratici come il garantismo e la serenità di giudizio.
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  • Un terremoto europeo sulle case italiane? | 15/01/2023 | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Desta preoccupazione in Italia (almeno tra i partiti di Governo) l’accelerazione che la presidenza svedese dell'Unione Europea intende imprimere all’iter che porta all’attuazione definitiva della Direttiva UE sull'efficientamento energetico delle abitazioni. Il documento comunitario prevede che entro il 2030 le case debbano rientrare almeno nella classe energetica “E”, per poi gradualmente salire di classe e raggiungere l'obiettivo delle emissioni zero entro il 2050. Il problema è che, per fare in modo che i loro immobili risultino essere pienamente in regola entro quella data, i proprietari saranno costretti a ristrutturarli pagando di tasca propria. E purtroppo, si tratta di una misura che è destinata ad incidere in particolar modo sul patrimonio immobiliare italiano che è costituito, prevalentemente, da case vecchie. Basti pensare che, secondo le stime fornite dall'Ance, (l'Associazione nazionale dei costruttori), c'è il rischio che a dover essere ristrutturati risultino addirittura i 2/3 degli edifici italiani. Per la precisione – spiega sempre l’Ance - il 74% dei nostri immobili è stato realizzato prima dell'entrata in vigore della normativa completa sul risparmio energetico e sulla sicurezza sismica. Ciò significa che, su 12,2 milioni di edifici, oltre 9 milioni sono particolarmente inquinanti. Di conseguenza, per poter accogliere, senza eccessivi patemi d’animo, la Direttiva europea, occorrerebbe che questa fosse accompagnata anche da una illuminata politica industriale, in grado di garantire un’adeguata serie di incentivi mirati a coinvolgere la più ampia platea possibile. Altrimenti, il provvedimento di Bruxelles si rivelerà decisamente punitivo per milioni di cittadini italiani, anche perché – come osserva la Confedilizia - i tempi ridottissimi previsti dalla Direttiva provocheranno una tensione senza precedenti sul mercato, caratterizzata da un aumento spropositato dei prezzi e dalla difficoltà nel reperire materie prime, ponteggi o manodopera qualificata. Pesa, inoltre, come un macigno sulle aspettative delle famiglie italiane anche la proposta di subordinare la possibilità di vendita o di locazione di un immobile all’appartenenza ad una classe energetica alta: e stiamo parlando di un’ipotesi che oltre a paralizzare, quasi del tutto, il mercato immobiliare, comporterebbe pure una riduzione inevitabile del valore dei beni, oltre a rappresentare un grave pericolo per gli istituti di credito, i quali vedrebbero, in tal modo, diminuire sensibilmente la consistenza delle garanzie poste a tutela dei finanziamenti concessi ad una clientela ormai decisamente impoverita. Per fortuna, nulla è già stato deciso e ci sono, comunque, ben 1.500 emendamenti che, al Parlamento Europeo, gravano su questa proposta di legge e che ci auguriamo finiscano per attenuarne la severità. Ben venga, quindi, ogni passo in avanti sul cammino della sostenibilità ambientale, purché però, non ci si scordi del fatto che di sostenibilità ne esiste anche un’altra: ed è quella sociale. 15 Gennaio 2023 Il Punto della Settimana di Ferruccio Bovio Leggi e ascolta “Il Punto della Settimana" di Ferruccio Bovio ogni domenica mattina in esclusiva sul sito e sui profili social di Giornale Radio.
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  • Un paio di cose che vorremmo suggerire al Governo | 08/01/2023 | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Con il gas che viaggia intorno ai 65 euro al megawattora possiamo dire di esserci riavvicinati di molto alle quotazioni che si registravano nel periodo pre - pandemico. Tutto bene, quindi, purché non ci si lasci affascinare troppo da ingannevoli illusioni capaci di orientare nuovamente il nostro Paese verso la conferma del modello energetico conosciuto negli ultimi decenni: magari positivamente aggiornato da investimenti effettuati nel campo delle energie rinnovabili, ma pur sempre basato sull’apporto decisivo del gas. Decisivo soprattutto per garantire livelli energetici sempre adeguati alle esigenze di famiglie ed imprese, colmando così, attraverso il suo utilizzo, le lacune dovute a quella intermittenza che è tipica dell’eolico e del solare. Speriamo, infatti, che l’Italia non commetta l’errore di pensare che, grazie ai rigassificatori ed al perfezionamento della rete dei metanodotti, i suoi problemi di approvvigionamento siano ormai definitivamente archiviati, poiché si tratterà, anche in futuro, di gas che sarà, comunque e sempre, importato. E, di conseguenza, temiamo che la nostra indipendenza energetica sia destinata a rimanere condizionata da fattori che, in larga misura, continueranno a dipendere dagli atteggiamenti produttivi e commerciali di altri Paesi. Inoltre, l’attuale abbassamento della quotazione del gas è dovuto ad una serie di concause, quali le temperature di un inverno finora particolarmente mite ed il calo della domanda da parte dell’industria più energivora. Dobbiamo, quindi, essere consapevoli del fatto che, nel momento in cui certe attività ripartiranno a pieno ritmo, anche i prezzi del gas torneranno a salire rapidamente. Pertanto, se potessimo parlare con chi occupa attualmente le stanze di Palazzo Chigi, ci permetteremmo di suggerirle non solo la diversificazione – che già avviene - delle fonti dalle quali acquistiamo oggi il gas, ma anche quella che riguarda il vero e proprio mix energetico, ridimensionando sensibilmente la portata del gas, a vantaggio di altre risorse in grado di integrare le lacune delle rinnovabili. E stiamo parlando – pronunciamola pure la parola “incriminata” – di quel nucleare di cui siamo, praticamente, l’unico Paese industrializzato che si ostina ancora a voler fare a meno… Un’altra questione che ci pare andrebbe affrontata con maggiore concretezza è quella che concerne lo stato del nostro servizio Sanitario Nazionale il quale, come è noto, ha subito negli ultimi anni dei bruschi tagli nei finanziamenti. Tagli che ne hanno, inevitabilmente, ridotto l’efficienza e l’aggiornamento: basta, infatti, avere la sfortuna di doversi recare in un pronto soccorso per essere costretti a fare i conti con liste lunghissime di pazienti in attesa di un intervento medico o con reparti che non dispongono di un numero sufficiente di letti. I dati che ci è capitato di leggere, spiegano che al Servizio Sanitario Nazionale mancano 20.000 medici e 60.000 infermieri che, demotivati da stipendi poco remunerativi, finiscono per trasferirsi all’estero dove le retribuzioni sono più gratificanti. Tra l’altro, un servizio pubblico inadeguato rappresenta anche una inaccettabile ingiustizia sociale, poiché è evidente che ad esserne penalizzati sono soprattutto quei cittadini che non hanno la disponibilità finanziaria per rivolgersi alla sanità privata. L’Italia necessita, dunque, di interventi immediati e radicali in quello che è forse il comparto più delicato, al fine di garantire a tutti un livello di assistenza sanitaria che sia efficiente e che allontani, in tal modo, il rischio di uno sgretolamento della coesione sociale. In un contesto caratterizzato da esigenze così gravi ed urgenti, stentiamo veramente a capire per quale motivo il Governo continui imperterrito ad opporsi all’utilizzo di quei 37 miliardi di euro che il MES (a tassi molto bassi) metterebbe a disposizione del nostro Paese, consentendogli di rilanciare la sua sanità in grande stile. Francamente, la scusa delle cosiddette “condizionalità” che, generalmente viene tirata in ballo dagli oppositori del MES, ci convince ben poco, dal momento che anche il Recovery Fund ne prevede: eppure nessuno ha mai avuto niente da obiettare...Esistono, quindi, condizionalità buone ed altre cattive? Oppure esistono, più che altro, imbarazzanti ed inconfessabili pregiudizi ideologici?
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  • La manovra economica del Governo e l'assalto alla diligenza dei partiti | 11/12/2022 | Il Punto della Settimana
    A cura di Daniele Biacchessi Verso la metà di dicembre di ogni anno, il Governo in carica si avvia ad affrontare la parte finale della legge di bilancio: il passaggio parlamentare con l'approvazione o la bocciatura degli emendamenti presentati da maggioranza, Governo e opposizione. Sono i giorni del cosiddetto "assalto alla diligenza", dove i partiti chiedono di inserire piccoli e medi scostamenti di bilancio a favore di singole opere o settori del nostro Paese. Così avviene anche in queste settimane. 1003 su 3.024 emendamenti alla manovra depositati in commissione bilancio della Camera sono stati dichiarati inammissibili. 546 sono stati cassati per mancanza di coperture adeguate, altri perché microsettoriali, ordinamentali. Non superano lo scoglio imposto dalla Camera gli emendamenti che, in via transitoria, estendono al settantaduesimo anno il limite di età per il collocamento d'ufficio a riposo per il personale medico del Ssn in servizio presso strutture sanitarie pubbliche o convenzionate e per i docenti universitari laureati in medicina e chirurgia, limitatamente allo svolgimento di attività clinico assistenziali. Salta l’emendamento che istituisce una tassa sui marmi a favore dei comuni di Massa e Carrara. Viene cancellato l'atto che proroga per gli anni 2023 e 2024 il contributo, già concesso per gli anni 2020 e 2021, al Pistoia Blues Festival. Scatta anche l’inammissibilità delle disposizioni per il finanziamento delle celebrazioni per il 150esimo anniversario della nascita di Guglielmo Marconi, in materia di conferimento di incarichi dirigenziali presso il ministero della Cultura, di istituzione della fondazione di diritto privato “Fondazione Vittoriano”, di contributo per il sostegno delle attività di rievocazione storica de “La Girandola” di Roma. Non è passata l’istituzione di un “Garante Nazionale dei Diritti degli Animali”, così come non è stato ammesso l’emendamento che introduce il diritto per il lavoratore di usufruire di un permesso retribuito di due giorni lavorativi all’anno in caso di decesso o di documentata grave malattia dell’animale d'affezione convivente. Anche la proposta che prevede la possibilità per i comuni di vietare il servizio di piazza a trazione animale o con slitte, non supera la scure dell’inammissibilità. Sono tutte piccole misure che ogni esecutivo toglie in funzione della propria visione politica e culturale, lasciando intatto però l'impatto generale della manovra, calcolata intorno a 35 miliardi dal Governo e 39,2 miliardi da Bankitalia, e le linee d'indirizzo su tasse, pensioni, reddito di cittadinanza, superbonus edilizia, sgravi, cuneo fiscale, soppressione del bonus cultura.
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  • Ma è poi proprio così “cattivo” questo MES? | 04/12/2022 | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), detto anche Fondo salva Stati, è un’organizzazione internazionale nata come fondo di finanziamento europeo per la stabilità finanziaria della Zona Euro. È stato istituito con un trattato dagli Stati membri aderenti alla moneta unica ed è finalizzato alla costituzione di uno strumento permanente di assistenza finanziaria, destinato ai Paesi membri in difficoltà, con una capacità di prestito massima di 500 miliardi. Si tratta però – come, del resto, è logico – di un’assistenza che l’Unione economica e monetaria non mette a disposizione a titolo assolutamente gratuito, ma per la quale richiede, invece, che gli Stati che ricevono l’aiuto – oltre a pagare un certo tasso di interesse - adottino anche determinate misure di politica economica, ispirate da sani principi nella gestione delle loro finanze pubbliche. In sostanza, ci riferiamo alle tanto temute “condizionalità”. La struttura del MES ricalca quella della Banca Centrale Europea e, pertanto, tutti gli Stati posseggono delle quote in proporzione alla popolazione e alla ricchezza prodotta. Di conseguenza, la Germania è la prima azionista con il 26%, seguita dalla Francia con il 20 e, quindi, dall’Italia con il 17%. Appare, quindi, piuttosto evidente come il MES sia stato, almeno inizialmente, concepito come uno sforzo congiunto delle economie comunitarie (inclusa la nostra) per garantire maggiore stabilità finanziaria al Vecchio Continente. Tuttavia, proprio in questi giorni, alla Camera dei Deputati è passata una mozione presentata dalla maggioranza che “impegna il governo a non approvare il disegno di legge di ratifica della riforma del trattato istitutivo del Mes”. Una scelta, questa, che (soprattutto adesso che, a breve, arriverà la ratifica anche da parte della Germania) isola inspiegabilmente il nostro Paese, lasciandolo da solo a recitare l’imbarazzante parte di chi si ostina – anche a costo di non fare i propri interessi – a frenare il processo d’integrazione dell’Europa. Sinceramente, stentiamo a comprendere la ratio di un atteggiamento di così marcata diffidenza verso la riforma di uno strumento che, tra l’altro, nessuno ci obbligherebbe mai ad utilizzare...Proprio come avvenne all’inizio della pandemia, quando cioè l’idea di attingere ai 37 miliardi che il MES ci avrebbe messo immediatamente a disposizione per fronteggiare l’improvvisa impennata delle spese sanitarie, venne sdegnosamente respinta dal governo che c’era allora. Ed a questo proposito, è strano, ad esempio, osservare come le tanto demonizzate “condizionalità” previste dal MES, non siano poi così diverse da quelle che, successivamente, sono state imposte relativamente ai Piani nazionali di ripresa e resilienza che, invece, nessuno si è poi sognato di contestare. Viene, dunque, da domandarsi come mai, in Italia, le regole del MES siano state viste come il diavolo, mentre quelle legate al Next Generation EU come l’acqua santa...Forse a condizionare la linea di condotta dell’attuale maggioranza di governo è più che altro un moto di orgoglio che le impedisce di ammettere onestamente, dinanzi al Paese, che tutti i suoi pregiudizi in merito al MES sono stati, fin dall’inizio, solamente una serie di errori di valutazione dei quali, se a prevalere fosse veramente la serietà, bisognerebbe oggi riconoscere la responsabilità. E così, persistendo nel suo atteggiamento di chiusura, l’Italia sta privando l’intera Zona Euro, di un’opportunità fondamentale per contrastare o limitare, in futuro, eventuali nuove crisi finanziarie. Chi lo va a spiegare alle altre cancellerie europee?
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  • Non è "macelleria sociale" | 27/11/2022 | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio La manovra finanziaria del Governo sarà certamente criticabile (come lo sono tutte le cose umane), ma non è il caso di osservarla servendoci esclusivamente della lente del pregiudizio. In fondo, va ad inserirsi in un percorso di continuità rispetto all’esecutivo Draghi, nella parte in cui evita di fare scostamenti di bilancio (che avrebbero messo in allarme i mercati finanziari, aumentando lo spread) ed in quella in cui sceglie, comunque, di destinare 13 dei 21 miliardi di spesa disponibili all’emergenza bollette. Sui circa otto miliardi di manovra restanti, il governo Meloni ha optato per una serie (non troppo ampia) di piccoli interventi che anche se non seguono una linea di politica economica omogenea, cercano tuttavia di non scontentare troppo né le imprese e né i lavoratori. Comunque, ci pare apprezzabile il fatto che questa manovra non si sia dispersa nel dare risposte a centinaia di micro richieste, ma si sia, invece, concentrata sul problema dei problemi che, al momento, è quello del contenimento dei costi dell’energia per famiglie e imprese. Ed a questo proposito, bisogna riconoscere che l’apporto fornito dall’intervento pubblico non è poca cosa, come del resto sembrano testimoniare anche gli indici del clima di fiducia rilevati dall’ Istat per il mese di novembre, i quali sono sorprendentemente tutti in rialzo: quello dei consumatori sale da 90,1 registrato a ottobre a 98,1; quello delle imprese passa da 104,7 a 106,4, facendo segnare un’autentica inversione di tendenza rispetto ai quattro mesi precedenti. Pertanto, definire il piano presentato da Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti “massacro sociale”- come ha fatto Giuseppe Conte - risulta alquanto azzardato, se non addirittura completamente falso. Se andiamo, ad esempio, a vedere cosa prevede il Governo in merito a quel reddito di cittadinanza che rappresenta il cavallo di battaglia dell’ex premier, ci accorgiamo che, per il 2023, la manovra ritaglia un risparmio di 470 milioni su 8 miliardi di spesa, da ottenersi attraverso graduali provvedimenti restrittivi che coinvolgeranno solamente un terzo degli attuali percettori. In pratica ed in attesa che intervengano (se mai arriveranno) nuove riforme preannunciate per il 2024, per ora il reddito di cittadinanza viene modificato soprattutto a parole, dovendo pure i partiti di governo inventarsi qualcosa per salvare la faccia, dopo una campagna elettorale condotta prendendosela con quei “fannulloni sul divano” che se la spassavano tranquillamente in casa loro facendosi beffe dello Stato... Così come - sempre nella manovra - restano sostanzialmente ignorati i grandi temi delle riforme del fisco e delle pensioni che vengono, ancora una volta, rinviate ad un futuro che noi ipotizziamo piuttosto lontano. D’altra parte, ribadiamo che siamo in presenza di una manovra che viene, inevitabilmente, condizionata da una spinosissima situazione di emergenza energetica e di ristrettezze finanziarie. Manca di coraggio? Si poteva osare un pochino di più relativamente al cuneo fiscale? Forse si, ma dobbiamo dare atto al Governo del fatto che non era affatto facile varare una manovra finanziaria che, nella sostanza, rinuncia, sia pure facendo finta di niente, a mantenere gran parte delle demagogiche promesse con cui aveva sedotto la maggioranza degli elettori italiani, durante la campagna per il voto del 25 settembre... Adesso però, Giorgia Meloni è attesa ad un banco di prova che per lei potrebbe rivelarsi se non proprio un Vietnam, almeno una passeggiata su un terreno molto scivoloso: e stiamo pensando al dibattito che, a breve, si svolgerà in Parlamento. E’ in quella sede, infatti, che, soprattutto da Lega e Forza Italia, potrebbero arrivare insidiosi agguati: infatti, dalle pensioni minime che, con buona pace di Berlusconi, non sono affatto salite a mille euro, alle cartelle esattoriali che Salvini aveva assicurato di voler cancellare fino ai tremila euro, le occasioni per fare qualche sgradita sorpresa alla neo Presidente del Consiglio non mancherebbero di sicuro. Certo, il Governo, come extrema ratio, ha sempre la possibilità di porre alle Camere la fiducia su un testo onnicomprensivo che non consenta alcuna modifica, ma si tratterebbe, comunque, di un gran brutto iniziare.
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  • Il “discolo” Zelensky | 20/11/2022 | Il Punto della Settimana
    I missili che hanno provocato la morte di due persone sul suolo polacco - a prescindere da quale fosse la loro provenienza – vi sono finiti inavvertitamente. Sono ordigni utilizzati da entrambi gli eserciti in campo e, di conseguenza, i rilievi effettuati sul luogo del disastro dai tecnici della NATO per stabilirne l’origine, hanno presentato difficoltà oggettivamente innegabili. Noi pensiamo però, che da Washington a Varsavia o da Parigi a Londra, tutti i governi occidentali abbiano pregato ogni santo possibile ed immaginabile affinché, dalle indagini, non emergesse alcuna responsabilità certa da parte dei Russi. Sappiamo tutti cosa prevede, infatti, l’art.5 del Trattato Costitutivo della NATO, in caso di attacco esterno ad uno dei Paesi membri. Basta, quindi, uno sbaglio o una distrazione - che umanamente possono verificarsi in qualsiasi momento - ed ecco che quello che siamo sempre stati abituati a considerare come un rischio remoto, ci si manifesta, improvvisamente, dinanzi agli occhi in tutta la sua catastrofica realtà. Tuttavia, ci sembra di poter trarre almeno parziale conforto dal fatto che la spinosissima questione sia stata trattata con estrema prudenza da tutte le parti in causa: cosa, del resto, riconosciuta pure da Mosca. Abbiamo sempre pensato che a guidare tutte le azioni umane – anche le apparentemente più superficiali – sia un ancestrale istinto di sopravvivenza: ed i passi di piombo con cui si sono mossi gli Stati Uniti e la Polonia in questi giorni sembrano convalidare questa nostra percezione esistenziale. In altre parole, prima di avventurarsi in situazioni che li possano mettere frontalmente l’uno davanti all’altro, sia il Pentagono che il Cremlino ci penseranno qualche decina di volte...Come già avvenne esattamente sessant’anni fa, quando Kennedy e Kruscev ci fecero uscire tutti indenni dalla delicatissima crisi dei missili a Cuba. Tuttavia, in questo scenario saggiamente improntato al buon senso, ci è parso di poter cogliere una nota stonata nell’atteggiamento assunto dal presidente ucraino Zelensky, il quale, forse incurante dei rischi che corre l’umanità intera in questi frangenti, ha colto la palla al balzo per chiedere ai vertici della NATO di intensificare gli sforzi comuni contro la Federazione Russa. Sia chiaro, noi riteniamo che la guerra sia stata indiscutibilmente provocata dalla Russia e che l’Ucraina abbia il sacrosanto diritto di difendere la propria indipendenza e la propria integrità territoriale. Ciò nonostante, il governo di Kiev, in preda evidentemente all’euforia scatenata dagli ultimi successi ottenuti sul campo di battaglia, dà la netta sensazione di sorvolare su un dato essenziale: quello cioè che se oggi, dopo nove mesi di terribili combattimenti, esiste ancora uno Stato ucraino e lo stesso Zelensky non è finito fisicamente eliminato, lo si deve in larghissima misura al sostegno economico e militare che il Paese ha ricevuto dalle capitali occidentali. Intendiamoci, che non si possano mettere a rischio la sopravvivenza stessa del Pianeta o l’economia globale per un tratto di terra nel Dombass, è una cosa che andrebbe spiegata innanzitutto a Putin, ma anche a Kiev un bagno di sano realismo non farebbe affatto male. In effetti, Mosca ha ancora in mano importanti aree strategiche, come la centrale nucleare di Zaporizhzhya (la più grande d'Europa, la principale fonte di approvvigionamento energetico del Paese) o la città di Melitopol e pertanto, come ha evidenziato anche il capo di stato maggiore statunitense Mark Milley, una vittoria militare completa da parte degli Ucraini è assai improbabile, così come l’espulsione dei Russi da tutte le aree che hanno occupato sembra destinata a rimanere un’opzione velleitaria. Si ha la sensazione che, a livello diplomatico, qualcosa si stia muovendo (magari anche rimettendo in riga Zelensky) e che, nelle ultime settimane, il desiderio americano di favorire una prossima fine delle ostilità stia diventando sempre più chiaro: il tutto, naturalmente, dopo aver poste le basi per garantire – almeno temporaneamente - la sicurezza di Kiev, aiutandola nell'opera di ricostruzione. Se potessimo parlargli, diremmo a Zelensky che quella che, sia pure “obtorto collo”, stiamo tutti interpretando non è una delle commedie di cui – in un’altra vita – egli stesso era stato regista e attore protagonista, ma è invece un dramma nel quale sono coinvolte, oltre alla sua, anche altre nazioni (comprese quelle dell’Unione Europea), le quali stanno pagando un prezzo altissimo in termini economici e sociali e, di conseguenza, non possono essere considerate come semplici spettatrici sedute in sala per assistere alla proiezione del film. Certo, a sua volta Zelensky potrebbe risponderci – non senza ragioni fondate - che se, da un lato, un armistizio o, comunque, una soluzione tattica di breve respiro consentirebbe all'Occidente di vendere alla propria opinione pubblica un risultato favorevole come la fine delle ostilità, dall’altro permetterebbe però anche a Putin di riprendere il fiato necessario per riorganizzarsi militarmente, in vista di una rinnovata fase conflittuale alla quale probabilmente non rinuncerà mai. Che fare allora per portare un minimo di serenità in quella martoriata Regione? Forse, l’unica via percorribile è quella di favorire l’ingresso dell’Ucraina nella NATO.
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  • Emmanuel Macron, orfano di Mario Draghi | 13/11/2022 | Il Punto della Settimana
    A cura di Ferruccio Bovio Gli ultimi giorni della settimana che si sta concludendo hanno visto un preoccupante riacutizzarsi delle tensioni diplomatiche tra Roma e Parigi. Un clima incandescente che ha riportato le relazioni con i nostri suscettibilissimi cugini d’Oltralpe quasi al livello di rottura che si registrò ai tempi del primo governo Conte: quando cioè, l’allora vice presidente del Consiglio, Luigi Di Maio, si recò personalmente in Francia per solidarizzare con quei “gilet gialli” che contestavano violentemente la politica di Emmanuel Macron. Allora, l’Eliseo giunse addirittura a richiamare il proprio ambasciatore in Italia, a causa di quelli che vennero definiti “attacchi senza precedenti dal governo italiano”. Il caso attualmente in questione sembrava, invece, avviato a risolversi in maniera ben più serena: anzi, con l’accoglienza (nel porto di Tolone) della nave norvegese Ocean Viking che lavora per l’ong transalpina “SOS Méditerrannée, ci si era persino illusi che, a margine del vertice Cop 27 di Sharm El Sheik, potesse aver preso consistenza una positiva forma di intesa diretta fra Emmanuel Macron e Giorgia Meloni. E forse, nelle intenzioni dei due protagonisti, gli accordi presi in Egitto avrebbero, effettivamente, dovuto segnare un nuovo corso anche per i loro incerti rapporti personali: purtroppo però, le cose non si sono poi sviluppate nel senso inizialmente auspicato. L’ingresso della Ocean Viking nel porto militare francese probabilmente era stato concepito come una sorta di compromesso attraverso il quale Parigi, apprezzando il fatto che il nostro Governo – messa da parte l’intransigenza della prima ora - avesse fatto finalmente sbarcare i profughi da varie navi, riconosceva – almeno in parte – la serietà delle ragioni italiane, compiendo, di conseguenza, un gesto di solidarietà nei confronti di Roma. Tutto bene, quindi, se a turbare gli animi non fosse intervenuta una incauta nota di Palazzo Chigi che sottolineava la capacità dell’esecutivo Meloni nel gestire la spinosa situazione, difendendo gli interessi nazionali anche di fronte alla Francia. Strano che, almeno a livello di consiglieri ed esperti diplomatici, non ci sia stato nessuno che abbia avvertito la Meloni sulle ripercussioni che certe affermazioni avrebbero potuto avere nel contesto francese, dove un imbarazzato Macro si è venuto, improvvisamente, a trovare sommerso dalle critiche. Da quelle della sinistra di Melenchon che gli ha subito contestato di avere sottoscritto un accordo con un governo impresentabile come quello italiano e da quelle dell’estrema destra di Marine Le Pen la quale, adesso, denuncia la debolezza di Macron nel momento in cui si presta a favorire l’ingresso di oltre duecento migranti clandestini. Il tutto, in una Francia che è ancora sotto shock per l’orribile vicenda di una bambina uccisa, tra indicibili sevizie, da una donna algerina che era giunta a Parigi proprio clandestinamente. Anche in Francia, quindi, il problema delle migrazioni sta alimentando dibattiti molto serrati, cui fanno seguito mobilitazioni accanitamente contrapposte. E così, il ministro dell'Interno francese, Gerard Darmanin, pur confermando l’accoglienza della nave a Tolone, ha accusato l’Italia di non rispettare le regole europee, facendo balenare pure una revisione dei rapporti bilaterali. È chiaro, comunque, come tutto questo nervosismo trovi la sua origine in motivazioni inerenti la politica interna: da un lato, infatti, il governo francese non può risultare coinvolto in una pratica scorretta nei confronti dei migranti, ma dall’altro non può nemmeno apparire come subordinato ai diktat provenienti da un altro Paese. Ribadiamo che, certamente, Palazzo Chigi non ha valutato correttamente la portata interna della questione in Francia, abbandonandosi ad una comunicazione che è risultata poi dannosa: tuttavia, prima di accusare il nostro Paese di essere “disumano”, non sarebbe male se qualcuno a Parigi prendesse in mano il pallottoliere per fare un paio di conti. Forse si accorgerebbe che, sui 90000 migranti sbarcati nei porti italiani, c’era un patto per redistribuirli tra Stati europei: ebbene, fino ad oggi, 38 li ha accolti la Francia, 137 la Germania, mentre il resto è rimasto in Italia. Anche il Papa – che pure non è sicuramente mosso da intenti sovranisti – ha recentemente riconosciuto che “l’Italia, nella crisi dei migranti, è stata lasciata sola”. E spiace dover, inoltre, assistere al masochistico spettacolo di forze politiche italiane che, per pura avversione al Governo, solidarizzano con chi dall’estero punta ad un isolamento – che, almeno per il momento, ci pare immotivato - del Paese che, in definitiva, è anche il loro...
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