Oggi in Cristo

Perché mi tentate, ipocriti?


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(Testo di riferimento: Matteo 22,15-46 - La Bibbia)



Siamo al confronto finale tra Gesù e la classe dirigente giudaica. In questo episodio 51 della serie sul vangelo di Matteo diversi Farisei e sadducei cercano di mettere in difficoltà Gesù per coglierlo in fallo. Vediamo cosa succede!



 Allora i farisei si ritirarono e tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nelle sue parole.E gli mandarono i loro discepoli con gli erodiani a dirgli: «Maestro, noi sappiamo che sei sincero e insegni la via di Dio secondo verità, e non hai riguardi per nessuno, perché non badi all'apparenza delle persone. Dicci dunque: Che te ne pare? È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?»  (Matteo 22, 15-18)



I farisei dopo aver subito gli attacchi di Gesù con le sue parabole che denunciavano il fallimento della classe dirigente giudaica, vogliono trovare una scusa politica per accusare Gesù, così si accordano con gli erodiani per sondare il terreno su una questione molto delicata, quella del tributo a Cesare.



Si avvicinarono con le loro parole melliflue, ma il loro cuore era pieno di veleno. Era infatti una trappola ben preparata: qualunque cosa avesse risposto Gesù, avrebbero trovato una scusa per accusarlo. Era infatti un tentativo di far uscire Gesù allo scoperto su un argomento politico cruciale che divideva le varie fazioni politico-religiose in Israele: bisognava sottomettersi ai romani oppure era giusto ribellarsi? La gente non avrebbe approvato di certo un presunto Messia che considerasse lecito il tributo a Cesare che simboleggiava il dominio di Roma. D'altra parte, se egli avesse detto che non era lecito pagare il tributo, i farisei insieme agli erodiani sarebbero stati pronti a consegnarlo ad Erode come sovversivo. Bella trappola eh?



Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, disse: «Perché mi tentate, ipocriti?  Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli porsero un denaro.  Ed egli domandò loro: «Di chi è questa effigie e questa iscrizione?»  Gli risposero: «Di Cesare». E Gesù disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio».  Ed essi, udito ciò, si stupirono e, lasciatolo, se ne andarono.(Matteo 22, 19-22)



Gesù conosceva il loro cuore, conosceva la loro ipocrisia, sapeva quanto si sentissero furbi in quel momento. Ma la sua risposta li lasciò a bocca aperta. Gesù attirò la loro attenzione sul fatto che il denaro che loro dovevano pagare per le tasse era stato coniato dai romani ed apparteneva all’imperatore. Che a loro piacesse o no, i Romani li avevano soggiogati, avevano occupato la loro terra e imposto le proprie monete. Quel denaro apparteneva evidentemente a Cesare.



Il dominio romano era lì a testimoniare della maledizione che, secondo quanto indicato dalla legge (De 28),  era caduta sul popolo di Israele a partire dalla caduta di Gerusalemme nel 586 a.c. per essere venuti meno al patto con Dio. Anche se gli israeliti erano tornati nella terra di Israele ai tempi di Esdra e Neemia, e avevano ricostruito il tempio, il popolo non si risollevò mai completamente dal punto di vista spirituale. La storia di Israele nei secoli seguenti fu caratterizzata da una classe politica corrotta che in quel momento stava andando a braccetto con i Romani traendo il massimo beneficio dal denaro dell’invasore. Basti pensare che a quel tempo persino il sommo sacerdote veniva nominato da Erode…



In sostanza quegli ipocriti capi del popolo stavano cercando di farlo venire allo scoperto contro i Romani mentre essi stessi si erano venduti volentieri ai Romani per denaro.  Che i farisei,
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Oggi in CristoBy Omar Stroppiana