(Testo di riferimento: Matteo 18,15-35 - La Bibbia)
Quanto è importante il perdono? Quante volte dobbiamo perdonare chi ci offende? Cosa insegnò Gesù a questo riguardo? Ne parliamo in questo episodio 44 della serie sul vangelo di Matteo.
Nel capitolo 18 di Matteo troviamo la quarta raccolta di insegnamenti di Gesù, il quarto discorso, come spesso viene chiamato, nel vangelo di Matteo.
In esso troviamo insegnamenti volti a regolare i rapporti tra le persone, soprattutto all'interno della comunità di discepoli.
«Se tuo fratello ha peccato contro di te, va' e convincilo fra te e lui solo. Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello; ma, se non ti ascolta, prendi con te ancora una o due persone, affinché ogni parola sia confermata per bocca di due o tre testimoni. Se rifiuta d'ascoltarli, dillo alla chiesa; e, se rifiuta d'ascoltare anche la chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano. (Matteo 18, 15-17)
Nella vita può capitare di offendere qualcuno, così come può capitare che altri si comportino male verso di noi, pecchino contro di noi, per usare il termine che Gesù usa qui.
Quando questo avviene, se poi non c'è un riavvicinamento, una riconciliazione, se la parte offesa non è disposta a perdonare e la parte che ha offeso non è disposta a riconoscere ciò che ha fatto, ci sono sempre dei problemi. Come ognuno di noi ha sperimentato nella propria vita, questo può portare a relazioni rovinate in modo irrimediabile.
In questi pochi versetti Gesù spiegò in modo molto semplice ai suoi discepoli il fatto che dovevano essere proattivi nell'evitare l'incancrenire di certe situazioni, tentando di recuperare un fratello che ha peccato contro di loro. Dovevano quindi mostrarsi disposti al perdono, con l'obiettivo di guadagnare il fratello, ovvero di recuperare la relazione che si era incrinata.
Gesù invita ad essere sensati, cercando innanzitutto di parlarsi a quattrocchi per cercare un chiarimento. Solo se ciò non è sufficiente, occorrerà farlo di fronte a testimoni e infine in modo ufficiale rivolgendosi alla comunità. Qui il termine "fratello" e il termine "chiesa", ovvero comunità, assemblea, potrebbe portare gli uomini moderni a pensare solo ad un ambito religioso, ma non dimentichiamo che Gesù aveva in mente un contesto giudaico. In quel contesto era usuale riferirsi agli altri come fratelli, visto che erano tutti figli di Israele, ed era usuale considerare la società come una comunità di fratelli. Gesù si riferiva dunque alla necessità di recarsi davanti agli anziani e ai notabili del paese che avrebbero aiutato a dirimere la controversia. In tal caso era necessario portare anche dei testimoni come normalmente si faceva in un processo.
Ora, è chiaro che in un modo o nell'altro la controversia sarebbe stata risolta a favore dell'uno o dell'altro. L'offensore, per legge, avrebbe dovuto sottostare alla decisione comunitaria, tuttavia cosa ne sarebbe stato di quella relazione?
L'esperienza ci insegna che quando due parti arrivano di fronte ad una corte per stabilire chi ha ragione, la relazione tra i due potrebbe essere già abbastanza compromessa.
L'offensore, non riconoscendo il torto fatto, si sarebbe comunque irrigidito nei confronti di chi lo aveva denunciato. E a quel punto cosa sarebbe accaduto? I due probabilmente non si sarebbero più parlati, le cose non sarebbero state più come prima.
A quel punto l'offeso cosa avrebbe potuto fare? Vista la rigidità dell'altro, non avrebbe potuto fare altro che considerarlo come un pagano o un pubblicano, il che, in soldoni, significava non avere più nulla a che fare con lui. Insomma, ognuno avrebbe preso la sua strada.