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Supergirl, recensione doppia: il film di Craig Gillespie con Milly Alcock contro il fumetto La Donna del Domani di Tom King e Bilquis Evely. Sei round, carta contro pellicola, un arbitro e un cartellino finale.
Supergirl ubriaca al bancone il giorno del suo compleanno: comincia così il fumetto, e comincia quasi uguale il film. Da lì in avanti, però, le due storie prendono strade diverse, e questa settimana cambiamo formato per raccontarvele una contro l’altra.
Il fumetto arriva con un curriculum importante. Supergirl: La Donna del Domani è la miniserie in otto numeri con cui Tom King, ex agente antiterrorismo della CIA prestato ai supereroi tristi, ha preso Il Grinta di Charles Portis e lo ha portato nello spazio: ragazzina cocciuta, pistolera riluttante, un viaggio di pianeta in pianeta. Disegna Bilquis Evely, in Italia lo pubblica Panini.
Dall’altra parte il film. Supergirl esce nel giugno 2026 per Warner Bros., lo dirige Craig Gillespie su sceneggiatura di Ana Nogueira ed è il secondo capitolo del DC Universe di James Gunn. Milly Alcock tiene insieme spirito punk e una malinconia di fondo, ed è l’unica cosa su cui i due contendenti si trovano d’accordo. Intorno a lei un cinecomic da 107 minuti con tre compositori in tre mesi e due montatori di scuole opposte.
I sei round girano intorno alle differenze fra il film e La Donna del Domani. Lobo: nel pitch originale del fumetto c’era, poi gli editor DC lo tolsero e King inventò Ruthye. Gunn lo ha rimesso nel film come puntello alla struttura in tre atti, e Jason Momoa è perfetto per un personaggio che qui non ha niente da fare. Krem delle Colline Gialle promette stragi e poi lascia vivi i protagonisti, come il Joker del Batman anni Sessanta che ti lega al congegno mortale e va al bar a prendersi un gingerino.
Sul perché sia andata così ci sono una tesi e dei fatti. I fatti li ha raccolti The Hollywood Reporter: Gunn e Gillespie non allineati, un test screening di dicembre con punteggi da Batgirl e, a marzo, due montaggi in gara davanti al pubblico di prova. Ha vinto quello dello studio per due punti, ed è il film uscito in sala. Poi il retroscena sul finale, che Ana Nogueira ha raccontato a Variety: aveva letto male il finale del fumetto. La tesi ve la ascoltate in puntata, insieme a un consiglio per la Warner: let Gunn be Gunn.
Vi toccano comunque le nostre scale di valutazione una accanto all’altra, applicate ai due sfidanti separatamente: Scala Tecnica, Densità Narrativa, Scala della Scimmia e Consiglio per la Fruizione. I due voti non si somigliano per niente.
Poi Parole Serie, lo Zibaldone di Sono Cose Serie, racconta la genesi dell’espressione “la sovrastruttura mitologica del volemose bene”: non un lieto fine, molto peggio. Una religione narrativa in cui famiglia e vero amore piegano la logica e ammansiscono anche il più cattivo con la motosega. Quella definizione nasce da una nostra videorecensione del 2013, quando facevamo solo radio.
Fonti citate in puntata:
The Hollywood Reporter, sui due montaggi in gara: https://www.hollywoodreporter.com/movies/movie-features/supergirl-making-box-office-bomb-1236636425/
Variety, Ana Nogueira sul finale (contiene spoiler): https://variety.com/2026/film/features/supergirl-writer-ana-nogueira-comic-changes-wonder-woman-1236790034/
E chi non mette un like sulla fiducia pensando a Milly Alcock e non ci ascolta è un birimbino!
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