Lavoro e sfruttamento capitalista. I 4 lavoratori migranti di origine afghana e pachistana bruciati vivi ad Amendolara, nella piana di Sibari, in Calabria, potrebbero essere state vittime di una guerra per il controllo dei campi. Sarebbe, questa, una delle piste seguite dalla Procura di Catanzaro.
Per Giovanni Mininni, segretario generale della Flai Cgil, intervistato ai microfoni di Radio Onda d’Urto: “molte persone che sono morte bruciate avevano un contratto regolare, avevano il permesso di soggiorno, eppure si interfacciavano con il caporale, non avevano mai conosciuto l’impresa nella quale sono andati a lavorare e quindi questo significa che c’era tutta una costruzione anche con dei colletti bianchi, una costruzione paravento che però, essendo accaduto il fattaccio, adesso si sta cominciando a svelare”.
“Noi stiamo indagando e approfondendo questo tema, perché appena avremo chiara la situazione agiremo come abbiamo sempre fatto in questi anni con una precisa denuncia alla Procura, perché i fatti devono essere indagati fino in fondo e bisogna risalire a chi sono i veri mandanti, i veri colpevoli di questa ulteriore strage, che però non possiamo più tollerare nel nostro Paese”, sottolinea Mininni, che ricorda come la Cgil abbia lanciato una manifestazione nazionale per sabato 6 giugno, alle 16, con partenza dalla stazione di servizio di Amendolara in cui è avvenuto l’eccidio dei lavoratori e arrivo in paese.
Per i quattro omicidi sono in carcere due cittadini pachistani. Le indagini puntano alla rete di caporali che controlla e sfrutta i braccianti costringendoli a orari e condizioni di lavoro da schiavi. Sono sotto protezione, invece, i due braccianti sopravvissuti alla strage.
L’intervista completa a Giovanni Mininni, segretario generale della Flai Cgil. Ascolta o scarica.
Alla manifestazione sara’ presente uno spezzone delle realta’ sociali e di movimento calabresi. Con noi Antonio La Base Cosenza Ascolta o scarica
Il comunicato delle realta sociali e di movimento della Calabria
L’omicidio di Waseem, Amin, Ullah e Safi, lavoratori sfruttati, ci lascia un monito chiaro. Il caporalato continua a uccidere e stringe nella sua morsa la Piana di Sibari e tanti altri territori del Paese. È necessario guardare in faccia la realtà e denunciare il sistema politico ed economico che si fonda sullo sfruttamento dei braccianti e delle risorse naturali.
La realtà che si vive nelle nostre campagne, tra gli agrumeti e le risaie, è chiara a tanti. Nessuno può far finta di non sapere. Turni di lavoro massacranti, paga misera o nulla, schiavismo. Tutto questo mentre si moltiplicano i casi di braccianti uccisi, feriti o stroncati dalla fatica e dal caldo, per poi essere abbandonati sul ciglio della strada come oggetti consumati.
Se il caporalato esiste, la colpa non è di chi ne è vittima, ma del sistema in cui viviamo. Questo massacro ha dei responsabili politici ben precisi ed è il risultato diretto di leggi sul lavoro assenti o non rispettate per volontà politica e delle leggi razziste sull’immigrazione. Dall’introduzione della legge Bossi-Fini in poi, passando per tutti i provvedimenti successivi che ne hanno ricalcato la logica, lo Stato italiano ha scientemente scelto di criminalizzare i migranti. Legando il permesso di soggiorno al contratto di lavoro, queste leggi non hanno contrastato l’illegalità, ma l’hanno programmaticamente prodotta.
Hanno privato migliaia di persone della propria dignità giuridica, respingendole nell’invisibilità e trasformandole in carne da macello per imprenditori senza scrupoli e criminalità organizzata.
Il caporalato non si ferma con le ipocrite leggi varate da chi è responsabile di questo sistema. Si sradica dando maggiore potere a chi lavora, controllando la filiera e i costi, allargando le tutele e promuovendo contratti stabili. Sicurezza, stabilità e dignità sul lavoro rappresentano una scelta politica. È inutile che la politica si batta il petto. Dietro le continue morti sul lavoro c’è la sua firma.
Come Unione Sindacale di Base non assisteremo in silenzio a questa macelleria sociale. Davanti all’ennesima strage e all’indifferenza delle istituzioni è impossibile rimanere in silenzio. Alziamo la testa, prendiamo parola. Sabato 6 giugno, nel pomeriggio, manifestiamo ad Amendolara.
Invitiamo le calabresi e i calabresi, i singoli cittadini e le associazioni attive sul territorio a unirsi a noi, a prendere parte alla mobilitazione, a mostrare il volto di una Calabria che, di fronte a queste barbarie, non si rassegna ma, anzi, sceglie di esserci e metterci la faccia.
Non accetteremo passerelle da parte da parte di chi in questi anni ha costruito le condizioni affinché lo sfruttamento lavorativo e il caporalato prosperassero. Gli sciacalli di turno stiano alla larga, non ci sarà spazio per lacrime di coccodrillo e opportunismi politici sulle spalle dei lavoratori.
Unione Sindacale di Base- Calabria
La Base Cosenza
Colpo
Addunati
Lampare