La conoscenza e la gestione del territorio, la capacità di comunicare tra Khatibe, nuclei comunitari (come spiega Laura Silvia Battaglia nel suo Golfi), la capacità decisionale di sapere a chi assegnare un sostegno e a chi negarlo, la conoscenza tecnologica (anche di hackering e adattamento di AI) e la preparazione conseguita nei paesi leader di ogni singola professionalità, seguendo corsi, ottenendo master prestigiosi, istruendosi e resistendo per vent’anni sul campo, un’estrema attenzione agli infiltrati dopo l’attentato terroristico israeliano che ha ucciso i leader Houthi moderati, lasciando in questo modo ai falchi campo libero: tutti elementi che non devono stupirci della performatività delle milizie di Ansarullah, che – unici tra tutte le milizie operanti nella regione – hanno acquisito (“succhiato”!) l’apparato statale e possiedono la competenza su tutta la struttura politica di Sana’a. Il loro intento è quello di liberarsi delle ingerenze di americani, israeliani, emiratini e sauditi e la contingenza attuale, ancor più che non quella di febbraio, è l’occasione per provare a liberare il paese, non essendosi fatti coinvolgere nel conflitto scatenato contro l’Iran e, anzi con l’accordo siglato con Trump hanno anche consentito al presidente americano di sfilarsi da un altro conflitto e rifiutare l’aiuto richiesto da MBS, asserendo che non è una sua guerra, così ora i sauditi saranno costretti a rivolgersi a Israele, visto che il Regno Unito si è allineato a Washington.
L’imposizione degli Abraham’s Accord da parte di Israele è il motivo del nuovo divampare del conflitto: Iran, Emirati e Sauditi sono i comprimari del protagonismo di Usa e Stato ebraico; questo è il migliore momento per gli Houthi di liberare lo Yemen, almeno nella parte settentrionale, perché riusciranno almeno a dimostrare la doppiezza saudita che si rivolge a Israele per soffocare la rivolta dei cugini yemeniti. Una alleanza fondamentale esiste tra Ansarullah e Shebab somali, perché hanno in comune il nemico americano, emiratino e saudita, ma soprattutto israeliano che si è insinuato nella zona con il riconoscimento del Somaliland: infatti gli Houthi sono gli unici che hanno reagito militarmente contro Idf e perciò molto ammirati nella regione, persino da sunniti, Fratelli musulmani da sempre nemici dele milizie sciite.
Al di fuori delle considerazioni geopolitiche la situazione invece terrificante è la condizione in cui vive la popolazione, soprattutto dopo la cancellazione degli aiuti di UsAid; una situazione drammatica, dove tutto è regolato dal clan e i bambini sono costretti a indossare una divisa, così il collante e ciò che consente alla comunità di sopravvivere sono le donne, come documentato nel film The Station di Sara Ishaq. «Resta immobile il centro del potere», sintetizza con efficacia Laura Silvia Battaglia, spiegando poi che la struttura prevede che solo i said, gli aristocratici, possono condizionare le scelte di qualsiasi tipo, poi la società yemenita è caratterizzata da un forte discrimine antiafrodiscendente e sfruttano gli immigrati in forme di schiavismo, perciò ora sono in fuga molti somali ed etiopi di etnia Oromo che vanno a riversarsi sul Non-Stato finto di Gibuti, che rischia il tracollo, tenuto in piedi solo in quanto avamposto occidentale (e anche cinese) in Corno d’Africa, utile a tutti.
Lo Yemen è appetibile non tanto per il gas che pur esiste, molto per la posizione che controlla l’accesso al Mar Rosso, ma soprattutto è l’unica zona della Penisola arabica ad essere dotato di acqua; e poi la componente archeologica consentirebbe ai sauditi di rifarsi una facciata culturale – che non sarebbe loro, ma yemenita. E su quest’ultimo aspetto tutte le fazioni yemenite concordano.