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Or


Trenta secondi di “Parlami d’amore Mariù”, cantata da una nonna in un video di famiglia.
Poi arrivano le chitarre. Così si apre BESTIA, il nuovo album di OTTOBRE.
OTTOBRE è Giulia Panza. È nata ad Ariano Irpino ed è andata via di casa a tredici anni per il liceo coreutico di Teramo, dove ha vissuto cinque anni in convitto. Poi la danza all’Accademia Nazionale, le passerelle di Milano e infine un microfono. Dal pop rock di GOMME DA MASTICARE al nu metal di BESTIA (Thamsanqa / The Orchard, prodotto dai Granato con Federico Ascari), ha cambiato pelle: nel suono e nel modo di esporsi.
In questa puntata di Rock or Dust parliamo di tre cose:
la «memoria corporea» lasciata dalla danza, che riaffiora in titoli come “mosche”, “ragni” e “spine”;
un genere che oggi torna a parlare a una generazione;
la salute mentale raccontata senza retorica: ricadute, burnout e la paura che la propria faccia esca dallo specchio.
Non è la storia di chi ha sconfitto i propri mostri. È la storia di chi ha deciso di non sopprimerli più.
È l'alba in via della Stadera, periferia orientale di Napoli.
È l'unica ora in cui l'aria è leggera.
Fina, dicono qui.
Poi la città si sveglia. E torna il rumore.
Fuori al bar c'è un uomo con la testa bassa: ha finito la mesata, e il mese non è finito. Poco più in là, uno che di mestiere aggiusta finestre tiene chiusa la sua. Da quando la moglie se n'è andata, il sole non entra più.
Non sono comparse. Sono i protagonisti di “Stadera”, il singolo che ha aperto la strada a Bidonville, il nuovo album dei 24 Grana.
La parola bidonville nasce in Francia. Bidon, la tanica di latta. Ville, la città. Città costruite con quello che altri hanno buttato via.
Oggi le bidonville stanno a Gaza. E stanno a pochi chilometri dal centro di Napoli, dove una stesa svuota una strada in pochi secondi.
Trent'anni fa, quattro ragazzi cresciuti tra il Loska e l'Officina 99 sceglievano il nome di una moneta del Regno di Napoli che non valeva quasi niente: ventiquattro grana.
Oggi Francesco Di Bella, Armando Cotugno, Renato Minale e Giuseppe Fontanella tornano con un disco che racconta le periferie “così come vengono vissute nella contemporaneità”, con un suono che le note di presentazione definiscono “abrasivo, crudo, diretto, emozionale, puntellato da un'elettronica calda, vitale”.
Ne ho parlato con Francesco Di Bella per Rock or Dust, il podcast di MentiSommerse.
Cominciamo dal titolo, perché il titolo è già tutta la tesi.
Unshatter. Prova a cercarla in un dizionario inglese. Non c'è.
Shatter c'è: mandare in frantumi, spaccare, ridurre in schegge. È un verbo violento, con dentro il rumore. Ma l'inglese, come l'italiano, non ha una parola per l'operazione contraria. Puoi ricomporre, riparare, incollare, restaurare. Non puoi dis-frantumare. La lingua stessa si rifiuta.
E allora te la devi inventare.
Joe Hahn lo dice in modo asciutto nella sua nota di regia: «Il titolo Unshatter è nato dall'idea che qualcosa può essere rotto, ricostruito, e portarsi ancora addosso le proprie cicatrici. Per me la resilienza non consiste nel fingere che qualcosa non sia mai accaduto. Consiste nell'accettare quello che è successo, onorarlo, e trovare un modo per andare avanti».
Sembra una frase da conferenza stampa. Non lo è, e per un motivo preciso: è la negazione esatta di come funziona il lutto nella narrativa pop.
Nel racconto standard — quello dei film, delle interviste consolatorie, dei tre atti — la fine è la parte difficile. Il crollo, il funerale, il silenzio. Poi arriva il montaggio, la musica sale, e il ritorno è la ricompensa. Il ritorno è la parte facile. È il premio.
Chiunque abbia attraversato una fine sa che è una bugia.
La fine, per quanto atroce, ha una sua terribile chiarezza. Ti travolge e basta. Non devi decidere niente, non devi giustificare niente a nessuno. Sei semplicemente addosso al muro.
Il difficile viene dopo. Viene quando devi alzare la mano e dire: io vorrei riprovare. Perché in quel momento stai chiedendo il permesso a tutti — agli altri, ai morti, a te stesso — di continuare a esistere dopo. E chiunque può guardarti e dirti: come ti permetti.
La parte più difficile di una fine è ricominciare.
Unshatter è il ritorno dei Linkin Park, raccontato attraverso un disco live e un film al cinema che seguono un tour da record con cento date sold out in giro per il mondo.
Ve lo racconto qui.
Toxicity esce il 4 settembre 2001. Sette giorni dopo, mentre è primo nella classifica americana, crollano le Torri Gemelle. Chop Suey! finisce in un memo interno di Clear Channel spedito a 1.100 radio, insieme a Imagine di John Lennon: 165 canzoni "liricamente discutibili". Non fu mai un divieto ufficiale. Bastò.
In questo episodio di Rock or Dust ripercorro venticinque anni di System of a Down partendo da quattro scene: una stanza d'albergo a Denver alle cinque del mattino, con Serj Tankian al telefono con Howard Stern e la band che gli chiede conto del saggio "Understanding Oil". La libreria di Rick Rubin su Miller Drive, dove il testo del bridge di Chop Suey! viene pescato a caso da uno scaffale. Piazza della Repubblica a Yerevan, 24 aprile 2015, cento anni dal genocidio armeno, sotto una pioggia che non smette. E l'Ippodromo della Maura di Milano, luglio 2026, settantottomila persone e un secondo di silenzio prima di Toxicity.
In mezzo: B.Y.O.B., Prison Song, Deer Dance, Holy Mountains, P.L.U.C.K., Lost in Hollywood, Aerials, Genocidal Humanoidz. E la domanda che attraversa tutto il disco, dal 1915 a Gaza.
Fonti principali: Down with the System, il memoir di Serj Tankian, e il concerto degli I-Days 2026.
Firenze, 1986. Nelle cantine umide di via de’ Bardi l’aria è satura di fumo e di un’elettricità che non cerca la scarica facile, ma la tensione costante.
I Litfiba sono a un bivio. Se Desaparecido aveva messo a fuoco i colori di una New Wave mediterranea, fatta di sogni infranti e sparizioni forzate, 17 Re rappresenta l’esplosione dell’io. Non è più solo il racconto di chi manca all’appello, ma la vertigine di chi resta e deve fare i conti con la propria molteplicità.
La Trilogia del Potere raggiunge qui il suo apice emotivo.
Se il primo capitolo negava l’autorità attraverso il silenzio degli scomparsi, 17 Re la seziona dall’interno, esplorando la schizofrenia di un potere che si fa personale, psicologico, onirico.
È un passaggio cruciale: la band abbandona le sponde sicure del genere per avventurarsi in un album che non ha eguali nella storia del rock italiano.
Un’opera che troverà poi la sua evoluzione politica e terrena in Litfiba 3, prima di iniziare la trasformazione nei quattro elementi primordiali degli anni ’90.
Oggi, a quarant’anni di distanza, quel vinile è ancora una lente perfetta per analizzare il presente.
Ci sono band che nascono in una sala prove e altre, invece, nei meandri di un garage.
Alcune si formano tra i banchi di un liceo di periferia, o in un momento qualunque della vita.
E poi ci sono band che nascono da una domanda. Una domanda che torna più e più volte, anche quando ti sembra di aver trovato la risposta giusta.
Are you there? Are you ashamed of me? How do you feel?
Sono questi gli interrogativi alla base del progetto dei RUT!, band composta da Xina (voce principale, batteria, multipad), Inn (basso, voce) e Gallo (chitarra, voce).
Ascoltando le loro canzoni, infatti, sembra di trovarsi all'interno di una conversazione iniziata tanto tempo fa e ancora in corso tra le varie sfaccettature dell'animo umano.
Un dialogo fatto di uccellini blu, del bisogno di sentirsi leggeri come dopo un bicchiere di troppo, di luci artificiali e di mostri che cambiano faccia ogni volta che si ripresentano.
Ci sono artisti che raccontano il presente, altri che parlano con nostalgia del bel tempo che fu. E poi ci sono artisti che provano a immaginare ciò che potrebbe venire dopo.Con Caterina Dolci abbiamo parlato di futuro, fragilità, utopie, Berlino, libri, guarigione collettiva e del coraggio di cercare nuove possibilità anche quando il mondo sembra sgretolarsi.Una chiacchierata che parte dalla musica di DADA SUTRA, ma finisce per interrogare il nostro modo di stare al mondo.
C’è una linea invisibile che unisce il cemento dei piccoli club e delle radio locali della provincia reggiana ai microfoni di un network nazionale.
È una linea che non si disegna con le strategie di marketing, ma con il sudore delle transenne, un sogno da inseguire e il coraggio di passare dischi che la gente "perbene" ha spesso considerato troppo rumorosi.
Tania Galante, per tutti TiTania, ha preso quella linea e ci ha costruito sopra la sua spina dorsale.
Dal debutto su Spreaker e l'esperienza a KRock Radio Station fino ai microfoni di Radiofreccia, con Tania abbiamo ripercorso una storia capace di trasmettere un'energia incredibile, come solo il rock sa fare.
E poi, sotto la sua guida, ci siamo mossi dall'Olimpo delle Dee del passato fino all'underground feroce che oggi si sta prendendo il palco.
È ora di alzare il volume.
Sta iniziando il nuovo episodio di Rock or Dust.
C’è un numero che Dave Grohl ha iniziato a contare ossessivamente. Quattrocentotrentadue.
Sono le sedute di terapia che ha affrontato nell’ultimo anno e mezzo. Sei giorni a settimana, per settanta settimane.
Provate a immaginarlo. L’uomo definito per decenni come “l’eroe gentile del rock” che si siede in una stanza e vede crollare pezzo dopo pezzo l’architettura della propria immagine pubblica. Ma è proprio lì, da quella crepa necessaria, che è sgorgata nuova musica.
Se But Here We Are era stato l’esorcismo collettivo per la perdita di Taylor Hawkins e di sua madre Virginia, il nuovo album, Your Favorite Toy, è il resoconto di ciò che resta tra le mani di un uomo quando l’incendio si spegne.
Attenzione, però: il nuovo album dei Foo Fighters non è un disco sulla morte. È un manuale di sopravvivenza alle proprie macerie.
L'ho ascoltato in anteprima e te lo racconto qui!
Cardiff, tarda primavera 1971. Pino è appena tornato da una gita scolastica. Ha ancora addosso l’odore dell’autobus, della salsedine e della pioggia inglese.
In tasca non ha più un soldo, i suoi scellini li ha spesi tutti per un disco. Un 45 giri, per la precisione, contenente una canzone che aveva ascoltato pochi giorni prima e di cui si era innamorato. Won’t Get Fooled Again.
Sale in camera, chiude la porta. Appoggia il disco sul piatto. La puntina scende. L’introduzione elettronica apre le porte verso nuovi mondi potenzialmente infiniti.
Lui si siede sul letto, chiude gli occhi, ascolta.
Poi fa ripartire il disco, prende la chitarra, prova a seguire il pezzo. Magari sbaglia, ma ci riprova. Rallenta il disco nella testa.
Cerca gli accordi.
Non può nemmeno immaginarlo, in quel momento, ma quarant’anni dopo, quella stessa canzone, la suonerà dal palco, affiancando gli uomini che in quel pomeriggio guarda come fossero dèi.
Questa è la storia di come un ragazzo che aveva fame di musica è diventato uno dei musicisti più importanti del rock contemporaneo.
Uno dei bassisti più ascoltati, rispettati, cercati della musica moderna.
Un artista che ha suonato con The Who, D’Angelo, BB King, Pino Daniele, fondendo il soul con il jazz, con il blues, con il pop, con il rock, senza mai perdere l’orientamento della sua bussola.
In quella stanza, però, è solo un ragazzo con una chitarra in mano, un disco da ascoltare, un cassetto pieno di sogni e una fame enorme di suoni.
E oggi, quel ragazzo è passato sulle frequenze di Rock or Dust per ripercorrere con noi la sua straordinaria carriera.
Stiamo parlando di Pino Palladino, che ha gentilmente rilasciato un’intervista ai nostri microfoni.
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